Domenica dopo la dedicazione

At 10,34-48a; Sal 95; 1Cor 1,17b-24; Lc 24,44-49a

Vorrei meditare su questa frase di Paolo che tradurrei così: “Mentre i giudei chiedono i miracoli e i greci cercano la cultura, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo (l’opposto del miracoloso) per i giudei e ignoranza per i greci”.

Due cose mi colpiscono di questa frase. La prima è che essa afferma con grande franchezza che la fede cristiana non nasce come corrispondenza ai propri desideri. Noi vorremmo tante cose da Dio, ma la fede cristiana non le corrisponde tutte. Nel Vangelo Gesù sta anche in silenzio e fa fare un cammino perché i suoi discepoli cambino pensiero, cambino richieste, cambino i propri desideri. Per questo nel Vangelo non c’è scritto tutto quello che vorremmo sapere e non si soddisfa ogni desiderio umano.
Un ragazzo mi ha chiesto una volta: se divento cristiano guarisce mia nonna? se credo in Gesù pensi che andrò meglio a scuola? Semplicemente “no”. Colui che corrisponde ai nostri desideri è il “genio della lampada” e non il Dio cristiano. Mentre colui che converte i nostri desideri è il Dio incontrato nel cammino di sequela di Gesù Cristo.

Quanto volte nel Vangelo si scontrano il pensiero degli uomini e il pensiero di Dio? Quante volte Gesù dovrà ripetere di non farsi ingannare dal lievito dei farisei, dai giochi di potere, dall’inganno di volersi sistemare la vita. Quante volte dice che non è la salute o la “perfezione della vita”, perché neanche il figlio dell’uomo ha dove posare il capo. Quante volte deve ricordare che non è la morte che deve farci paura e che ci sono persone sane e forti e in salute che sono come cadaveri, perché morte dentro. E che la vedova sola che dona la sua monetina è più grande del ricco che si vanta del superfluo. E che la donna adultera è più grande dell’uomo che non sa perdonare? Quante volte continuerà a ripetere di essere poveri, ricercatori della giustizia e della verità, per rimanere sempre, ogni giorno, persone che si affidano, che sperano… e di guardare a lui, perché è su questa ricchezza di desiderio convertito da Lui che si misura il cuore dell’uomo?

Tornare a Gesù, oltre ogni pensiero politicamente corretto del tempo (la cultura dei greci) e oltre ogni superstizione scaramantica (i miracoli dei giudei), è l’unica strada che la fede cristiana propone.
Ci saranno momenti che si capirà di smettere di chiedere miracoli e anche che la propria cultura (o l’inglese o l’università o il proprio ideale di famiglia…) non era ciò che desideravamo davvero, non era ciò che ci chiedeva Dio, non era la questione vera della vita — se eravamo onesti con noi stessi. E capiamo allora che l’unica vita autentica, l’unico maestro interiore, lo intravediamo solo nella memoria viva dell’uomo Gesù.

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VII Domenica dopo il martirio del Precursore

Is 65,8-12; Sal 80; 1Cor 9,7-12; Mt 13,3b-2

Come settimana scorsa intravedo una lettura pericolosa di questo Vangelo che sarebbe possibile ma incoerente con il resto del testo biblico. Quella che ci siano uomini “fortunati” e dotati di fede che ascoltano il Vangelo e lo capiscono e uomini “sfortunati” (ma ovviamente dipende dai punti di vista) che vedono e non capiscono, che ascoltano ma restano lontani.
Questo modo di vedere si chiama “predestinazione” ed è sempre un pericolo fuori e dentro la Chiesa. Ha molte espressioni, per esempio: “fortunato Lei, padre, che ha la fede, ma noi sa….” oppure, “preghi lei per me che Dio l’ascolta”. Ma anche è predestinazione quello che dicono alcuni giovani quando affermano senza, interrogarsi su una verità: “a te è dato questo modo di vivere e a me quest’altro”. “È dato”, e non “ti sei scelto”, “hai voluto” oppure, che sarebbe più onesto, “credi giusto”. Il relativismo ha sempre un suo aspetto di predestinazione, perché in esso la libertà umana, privata di una verità, risulta inefficace. Ricordo sempre l’inizio del film Match Point di Woody Allen. Nelle prime scene, mentre una pallina da tennis è in bilico sull’asta della rete da gioco, una voce afferma: è la fortuna che domina la vita (“gli uomini faticano a dire quanto sia la fortuna a dominare la vita”). E così in un lampo, tutta la libertà e responsabilità umana nei confronti delle proprie scelte è spazzata via. Anche questa è predestinazione.

Come leggere questo Vangelo senza cedere a questa deriva, senza dividere il mondo in uomini automaticamente fortunati che producono frutto e uomini destinati a rimanere sterili? Basterebbe leggerlo nel suo contesto reale di una comunità. Il suo riferimento non è critico ma autocritico. Non è il mondo diviso in buoni e cattivi, ma io stesso diviso tra un ascolto e una diffidenza, tra una fede e una incredulità. Sono io che mi devo domandare sui miei frutti perché essi non sono un premio caduto dal cielo o una retribuzione, ma l’opera del mio lavoro ed essi dipendono dall’intuizione che ho seguito per vivere. Meglio, sono il frutto di quella parte di me che ha avuto costanza e che non si è lasciata soffocare.

In questo senso non stupisce allora che la parte incredula di me, quella che ascolta e non capisce, non possa essere cambiata o convertita. Va invece tagliata, come la mano o l’occhio che danno scandalo. Ognuno di noi, del resto, non crede se non a partire da una intuizione che poi verificherà nella sua bontà a partire dai frutti. Se abbiamo già deciso di diffidare di Dio nulla ci convincerà del contrario e vedremo solo la parte che vorremo vedere, ma ne raccoglieremo anche i frutti. Lo abbiamo tutti sotto gli occhi: il nostro narcisismo e individualismo moderno non sono in gran parte la sterilità di quella parte di cuore che ha smesso di credere nel seme della Parola, che si è arroccata nell’immagine cinica di un uomo fatto per consumare?

Lo dice ancora C.S. Lewis nel suoi libro “i quatto amori”: anche l’amore, quando esso è venerato come unico principio della vita, ma privo di un Dio, diventa un demone e finisce per non donare mai quanto promette. La passione si spegne in chi cerca di vivere in funzione di un tale amore. Se vi recherete in un giardino per amare anche solo la natura con questo spirito, superata una certa età, nove volte su dieci, non proverete più alcuna emozione.

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VI Domenica dopo il martirio del Precursore

Gb 1,13-21; Sal 16; 2Tm 2,6-15; Lc 17,7-10

C’è una certa ambiguità nelle letture di oggi che vorrei mettere in luce. “Siamo servi inutili” recita il Vangelo di Luca, ma al tempo stesso ci ricordiamo quando Gesù disse “non vi chiamo più servi, ma amici perché vi ho fatto conoscere ogni cosa…”. Siamo dunque servi o amici? Fa una certa differenza nella relazione con Dio!
Ancora più ambigua la prima lettura, che è un frammento di un libro complesso. Abbiamo ascoltato: “il Signore ha dato e il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore”. Certo, ma c’è anche una bella differenza tra quando il Signore dà e quando toglie! Come può essere uguale quando le cose vanno bene e quando accadono delle disgrazie?

L’ambiguità sull’immagine di Dio appare davvero spaventosa quando prendiamo queste frasi per affermare la grandezza di Dio. Che Dio si riveli necessario quando sperimentiamo la fragilità di noi stessi e della vita, il nostro essere polvere e cenere, è un fatto tanto naturale quanto ancora religiosamente ambiguo. Che non siamo padroni della vita (neanche padroni di casa nostra e basta sposarsi per capirlo), questo è un dato evidente. Ma che Dio si riveli necessario quanto più noi siamo poveri, fragili e impotenti potrebbe anche suggerire un’idea un po’ sadica di Dio.
È molto lontana l’immagine di un Dio che muore per te e per i suoi, andando a offrirsi lui, da quella di un Dio che è tanto più forte quanto tu percepisci il tue essere inutile, fragile e magari anche meschino.

Io leggerei il Vangelo di oggi in modo differente. Non come accento sulla povertà dell’agire dell’uomo (che tanto muore) per affermare la grandezza di Dio da cui invece tutta la vita dipenderebbe, ma come indicazione sull’uomo stesso e sulla modalità dei suoi affetti, delle sue relazioni, del suo voler bene, affinché esso sia vero e simile a quello di Dio.

Questo è il tema della pagina. Se vuoi vivere autenticamente stai attento a non cambiare la gratuità del tuo affetto in un diritto, in una recriminazione. La vita nella sua bellezza è fatta dalla coscienza di questa gratuità di cui siamo partecipi e debitori. Insomma: tutto ci fu dato per amore. Se ce lo dimentichiamo ogni cosa diventa un diritto e perdiamo quella radice della bellezza.
Laddove, in una società, a questa visione cristiana della vita si sostituisce un bilanciamento di diritti e doveri (dove poi son sempre i diritti a prevalere) tutto si “impianta” e la vita resta grigia. Lo si vede nel mondo del lavoro: dove all’idea della gratitudine e della relazione tra maestro e allievo si è sostituito un contratto che tuteli diritti e doveri delle parti… tutto si è bloccato in una infinità di cavilli e recriminazioni reciproche, dimenticando che era la relazione gratuita all’origine.

Nella gratuità che la coscienza percepisce, l’uomo intravede anche la destinazione del suo amare, del suo “dare” per gli altri. Essa non è fine a sé stessa e al suo mantenimento, ma deve morire. La mamma deve educare i figli –e sarà spinta a farlo– ma dovrà farlo per poi non educare più. L’amore dono (che grazie al cielo esiste) ha come fine la sua stessa scomparsa e non il suo mantenersi infinitamente in vita. Altrimenti, nell’esempio, i bambini non diventeranno mai adulti. Altrimenti avremo amato noi stessi e il nostro eroismo o il nostro ruolo più che veramente il bene dei nostri figli — e sarebbe un tragico inganno.

C.S. Lewis ne parlava in un bellissimo libro dal titolo “I quatto amori”. Scrive parlando del vero affetto: “è un compito ingrato quello dell’amore-dono, esso deve operare in vista della propria abdicazione (l’esperienza degli anziani che si sentono inutili e si devono riappacificare con la loro inutilità). Dobbiamo mirare a renderci superflui. Il momento in cui potremo dire “non hanno più bisogno di me” dovrebbe anche essere il momento della nostra ricompensa”.

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V Domenica dopo il Martirio del Precursore

Dt 6,4-12; Sal 17; Gal 5,1-14; Mt 22,34-40

Vorrei commentare il Vangelo di oggi in modo diverso dal solito, ovvero con una riflessione a partire dai fatti che stiamo seguendo nei telegiornali e leggendo sui quotidiani: il nuovo scontro tra oriente e occidente, tra l’occidente laico e un certo integralismo islamico.

Non è solo una guerra lontana: c’è una certa mentalità islamica che acconsente a questo integralismo religioso, e che ha sede anche in occidente. Molti sono islamici che vivono a Londra come in Belgio o in Francia e abbracciano questa visione religiosa integralista. Come anche esiste un’altra parte islamica che -per fortuna- si allontana totalmente da tale fede dichiarando che l’estremismo dell’isis non deve neanche essere considerato islam…

In ogni caso, se avete seguito i reportage, potere capire benissimo cosa significa una religione che tiene uniti oppure separa i due comandamenti di Gesù Cristo. Una religione che mantiene solo il primato del primo comandamento (onora il Signore Dio tuo) e perde il suo legame con la dedizione per l’umano (il secondo comandamento: ama il prossimo tuo) funziona sempre come un integralismo. È Dio -si dice nell’integralismo- che vuole il velo così, che vuole… e siccome è un comando sganciato dalla dignità della persona, anche la violenza è accettata …
Capiamo la rivoluzione che compie Cristo nei confronti del religioso: quella donna colta in adulterio che la legge di Dio avrebbe voluto essere lapidata e che invece viene lasciata andare…

Ma questo integralismo non è presente solo nell’isis con tutte le sue atrocità estreme. In radice è la stessa logica delle nostre affermazioni che non mostrano la ragionevolezza o la qualità umana del religioso. Per esempio: si va a Messa perché si va a Messa…. si fa così perché si fa così… senza essere in grado di mostrare il legame con un bene, il legame con il secondo comandamento.

L’attualità ci fa riflettere però anche sul secondo sganciamento: vivere il secondo comando (ama il prossimo) senza il primo (ama Dio). Perché insieme alla guerra dell’Isis c’è un’altra guerra della quale si parla meno: quella dell’occidente ateo, che ha imparato ad amare il prossimo senza alcun Dio da aver poi confuso la verità del proprio amore con il proprio guadagno economico. Si tratta del paradosso della guerra del petrolio, dei tre milioni di euro dati all’isis ogni giorno. Si tratta delle stesse armi fornite a questi gruppi quando il nemico era la Russia e poi quando gli interessi economici erano evidenti nei pozzi. Perché non è mai interessato il reale stato di vita di queste persone ma il proprio interesse economico.
Amare senza un Dio è diventato di nuovo un saper amare solo sé stessi, un amare il proprio guadagno. E tutto questo non produce meno morti dei fanatici islamici. Perché la verità ha bisogno di un Dio, e per amare si ha bisogno di una verità.

Tornare a Gesù Cristo è l’unica alternativa per non dividere Dio dall’uomo, l’amore dalla verità, il primo dal secondo comandamento.

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Salmi

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II Domenica dopo il martirio del precursore

Is 60,16b-22; Sal 88; 1Cor 15,17-28; Gv 5,19-24

Dobbiamo oggi indagare la pretesa di Cristo di essere l’immagine stessa di Dio (“chi vede me, vede il Padre”) e di portare la vita autentica, quella vera che ha un senso e che non è fatica vana… Gesù, in questa pagina, dopo la guarigione del paralitico nella doppia piscina di Betzaida, lo chiede esplicitamente: vuoi uomini avete capito la mia pretesa?

Cosa significa questa pretesa e che credibilità ha?
Anzitutto non può essere soltanto la pretesa di uomo del passato. Se lo fosse sarebbe una contraddizione stessa. Il primo modo per non credere alla pretesa storica di Gesù è limitare Gesù a un evento storico di duemila anni fa. Gesù contraddirebbe le sue stesse parole: lui che dice di essere l’autore della vita, dov’è finito oggi come vivente? Si capisce subito che la pretesa dell’uomo Gesù di duemila anni fa ha a che fare anzitutto con la pretesa di poterlo riconoscere. La questione è la stessa. Se lo riconosci presenza viva allora subito ti è credibile e veritiero quanto dice in questa pagina. Se non lo credi incontrabile davvero e riconoscibile nell’oggi manchi anche di comprendere quel Gesù storico di duemila anni fa o lo dovrai reputare un pazzo, un folle.

Cosa comporta la pretesa di poterlo riconoscere presente oggi?
Chi ha letto “Il vecchio e il mare” di Hemingway lo può capire molto bene. Il vecchio marinaio si mette in barca da solo quasi per capire il mistero della sua vita e compiere l’opera che dia senso a un uomo che “non può che pescare”. Ma il pesce enorme che abbocca alla sua lenza lo porta “troppo lontano nel mare”. L’uomo è certamente questo marinaio: il proprio lavoro lascia una domanda aperta sul senso della nostra fatica e la questione sembra essere tra sé e il proprio destino (o fortuna).
Così il marinaio si lascia trasportare dal pesce (dall’opera della sua vita, come un imprenditore si può lasciare trasportare dall’azienda che crea o il medico dai pazienti che guarisce….) e non resta a mani vuote: domina davvero sui pesci e sugli animali e la sua lotta porta al risultato sperato. Il vecchio uccide l’enorme pesce che desiderava catturare. Il senso sembra raggiunto.
Tuttavia, nel viaggio di ritorno, un branco di pescecani divora il bottino faticosamente conquistato cosicché il vecchio marinaio torna al suo porto con soltanto lo scheletro della sua conquista. Tutto è stato mangiato via… Così chi si imbatte a mani nude per scoprire il mistero tra sé e il proprio destino: non si ha mai fortuna abbastanza da non vedere (alla fine) morire qualcosa. Ma così vive chi esclude la pretesa di Cristo: senza Cristo la questione della tua vita sta, come nel libro, attaccata al pesce, attaccata all’opera delle tue mani (è il tuo lavoro che ti domina), sono le circostanze a portarti a spasso e tu non domini un bel nulla. Arrivi al porto della tua vita con solo scheletri in barca. Dunque, non avrebbero senso le lunghe notti passate a pescare e i calli ai piedi e le ferite alle mani…

Ma il racconto lascia intravedere un’altra possibilità. La possibilità che la salvezza di questo uomo non gli venga dalla conquista e neanche dalla sua stessa fatica, ma dalla compagnia di un ragazzo che gli si era affezionato e che piange le fatiche del vecchio e che si prodiga per curarlo e per portagli il cibo. E’ in questo ragazzo che il vecchio capisce che ha senso il suo vivere, anche se non ha saputo portare a casa nulla, tanto che Hemingway scrive, quando il vecchio torna a casa: “si accorse di come era piacevole avere qualcuno con cui parlare invece di parlare soltanto a sé stesso e al mare”.
Ecco la vera scoperta del pescatore: una compagnia. Cristo è l’unico Dio di cui possiamo goderne la compagnia come di un uomo e il cui volto è scritto nella compagni degli uomini.

La salvezza, il senso del tuo destino, non è una questione tra te e la tua opera (saranno le circostanze a trascinarti via e porterai a casa soltanto carcasse di pesce…) ma c’è di mezzo un uomo, un ragazzo, una compagnia, una compassione… Noi diremmo che sono “quella compagnia” e “quella compassione” che sappiamo essere il segno della presenza viva di Cristo nel mondo.

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XXI domenica del tempo ordinario (romano)

La domanda sull’identità di Gesù è raramente espicitata in modo diretto, ma certamente risulta decisiva in tutto il Vangelo. Sembrerebbe proprio la domanda fondamentale che sta alla base della scrittura del Vangelo stesso, come se il Vangelo volesse farti fare un cammino, o volesse chiarirti il senso del tuo personale cammino, affinché alla fine tu possa giungere a una risposta a questa domanda. Come se non ci fosse fede cristiana senza una presa di posizione davanti a questa domanda.

Eppure questa domanda non è così interessante oggi. Attira molto di più il colore del costume dell’ultimo ministro. Oltretutto non ti fa guadagnare di più, non ti guarisce meglio i parenti malati… Dunque perché dovrebbe essere interessante?
Basterebbe che onestamente ci domandassimo se nell’ultimo mese, o nell’ultimo anno, ci siamo mai posti questa domanda o quest’altra domanda identica: “chi è Dio nella mia vita?”, come lo racconto ai mie amici o ai miei figli? Dio è qualcuno che ancora centra con tutta la mia esistenza o è già stato relegato nell’anonimato, nell’ignoto, nella fortuna? Ha i tratti di Gesù questo Dio?

Chi è Dio nella mia vita? non è una domanda interessante oggi per il mondo, disperso in mille ideali apparentemente più concreti. Ma quando questo accade? Perché 2000 anni fa come oggi Gesù è relegato alle cose della religione (è Elia, è uno dei profeti) e non ha a che fare con il desiderio dell’uomo, con il Dio vivente? Quando accade così?
Il vangelo direbbe, (sono politicamente scorretto nel dire questo): quando non si segue un cammino, quando non si segue la Chiesa. Quando si segue il modo di pensare del mondo ecco che Gesù non è interessante. Su questo non c’è compromesso nel Vangelo. Se sei tra la folla cerchi solo il miracolo e chi ne promette di più… ma se sei dei dodici o segui la Chiesa questa domanda emerge.
C’è un bisogno di salvezza che ti spinge a continuare a seguire Cristo, bisogno che il mondo vuole farti credere che non ti appartiene. Da un lato di dicono: tu sei fatto per comprare…. Dall’atro: la convinzione di non essere per questo e il fascino di una alternativa.

Posso solo dirlo a forma di testimonianza: è vero che seguendo Cristo e la Chiesa come dice questo Vangelo 1) il male non prevale (che non vuol dire che non c’è ma che non prevale) e la logica del mondo ti incanta e ti frega ma mai fino in fondo 2) che il legame che si genera è eterno e indissolubile e tu lo sai e questo corrisponde al vero legame e alla vera amicizia.

Per capire chi è Gesù o chi è il Dio vivente non basta una vita (anche Pietro che pensava di aver capito subito dopo questa pagina prenderà la sua prima romanzina) ma da subito questo fatto ci colpisce e anche questa chiesa nella fede di tanti prima di noi ce lo testimonia.

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Assunzione della Beata Vergine Maria

Ap 11,19-12,6a.10ab; Sal 44; 1Cor 15,20-26; Lc 1,39-55

Se si va oggi sul sito di uno dei maggiori quotidiani venduti in Italia e si guardano gli articoli più letti di questi giorni, compariranno titoli di questo tipo: “Conte nuovo allenatore della nazionale”, “La moglie di Robin Williams: Aveva morbo di Parkinson”, “Cipollini investito, dovrà operarsi al ginocchio”, “Sotto il sole senza crema? Ecco come si invecchia”, “Verruche: rischio per i piedi al mare o in piscina? Perché vengono e come evitarle?” ecc.
Queste sono le notizie che si vendono di più e che interessano maggiormente l’italiano medio in vacanza.

Tutto questo mi fa impressione e mi fa molto pensare. Mi fa impressione come tutte queste notizie estive che riempiono i pomeriggio di milioni di italiani sulle spiagge siano così irriducibilmente lontane da qualcosa in grado di soddisfare davvero la vita, di dargli risposte, da quella Notizia che ha che fare con il Vangelo cristiano o con la stessa festa dell’Assunta.
Ma oggi mi fa ancora più impressione, proprio in questi tempi recenti, nei quali c’è stato anche l’appello del papa a pregare — ma mi verrebbe da dire “ad accorgerci” — per quello che sta succedendo nel mondo, vedi i cristiani dell’Iraq.

Vorrei che ci pensassimo per un istante, per non vivere troppo da persone addormentate alla realtà e preoccupate dell’abbronzatura o delle verruche. Possiamo pensare e guardare alla realtà del mondo perché abbiamo una buona notizia, una speranza buona non da gente disincarnata o disillusa. Possiamo farlo senza la pesantezza di volti tristi, ma nella lieta responsabilità degli adulti che –proprio perché adulti felici di esserlo– si interessano sempre alla realtà e al mondo. Questo è il primo messaggio da far passare ai più piccoli!

Dunque, cosa accade oggi? Accade che non lontano da qui, a qualche ora di volo, ci sono donne e bambini che ancora oggi, in nome di qualche ideologia, perché pregano il nome di Gesù vengono uccisi e seviziati. In altre parti, delle mamme che portano i loro figli a dire una preghiera davanti all’icona di una Madonna, vengono tacciate di essere delle traditrici e di corrompere i costumi…

E’ davvero questione lontana di poveri, di lotte solamente tribali che non ci riguardano? No, sempre il cristianesimo genera uno scandalo (quando è cristiano legato a Cristo) e questo accade qui in forme più sottili e accade in medioriente con il mitra e il macete…
Ma è importante che ci sentiamo vicini a queste persone e a tutto il sangue di milioni di persone che hanno permesso la nostra fede. Andrea Riccardi –storico dell’università di Roma– ha scritto un libro sui martiri del secolo passato. Non è un libro sui martiri lontani, ma sui nostri genitori o nonni che hanno combattuto tante forme diverse di ideologie (dal Nazismo al Comunismo o al Consumismo) per rimanere fedeli a quella buona notizia di Cristo sull’uomo. Quanti sono stati nel ’900? Nessuno lo dice, ma se ne contano più di tre milioni. Sono i nostri “nonni” che così ci hanno testimoniato la fede. Anche oggi altri martiri combattono al nostro posto perché l’uomo possa sempre appassionarsi a Dio e all’altro uomo come Cristo ci ha insegnato. Non possiamo essere distratti, come non possiamo non accorgerci che anche qui tra noi, quei ragazzi che cercano di prendere sul serio la loro fede (magari perché meno interessati all’abbronzatura e al trucco), vengano spesso tacciati dai loro coetanei — in modo molto più meschino, ma non meno violento — di essere “vecchi”, “fuori dal tempo” o “politicamente scorretti”.

Noi raccontiamo questo per raccontare anche il riscatto di queste persone, almeno come la testimonianza che i martiri del passato portano, come il frutto buono che nasce anche dal loro sangue. Fino a qualche tempo fa ogni Chiesa doveva nascere sulle reliquie e sui resti dei martiri e dei Santi. Non era un caso, ma il segno evidente che solo così nasce la Chiesa. Anche io posso dire: davvero ho incontrato persone che si sono così appassionate a Cristo e agli altri da aver dato la vita… E che esempio sono stati per me! Quanti martiri anche oggi noi conosciamo e sono davvero dei maestri per noi. Chi non ricorda i nomi di padre Kolbe o don Romero?
Perché, come ci ha raccontato il Vangelo: “Dio nella sua storia rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, rimanda i ricchi a mani vuote e sfama il poveri…” Non è una filastrocca, ma lo possiamo davvero raccontare se sappiamo leggere la storia e forse –anche– se riusciamo ad alzare lo sguardo oltre i titoli dei giornali che sembrano convincerci che la felicità sia questione di “verruche” e di “abbronzatura”, dando per scontato che è necessario “distrarsi” per “godersi” la vita e perché? Perché in fondo non siamo che “concime per vermi”.

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IX domenica dopo Pentecoste

2Sam 12,1-13; Sal 31; 2Cor 4,5b-14; Mc 2,1-12

Metto subito in luce un particolare di questo Vangelo. Il paralitico viene perdonato e poi guarito solo perché aveva degli amici. Non solo: è la fede degli amici che salva quell’uomo, non tanto la sua. Gesù dice infatti: “per la loro fede” e non “per la sua fede gli sono rimessi i peccati”. Questo ci ricorda che noi siamo letteralmente appesi alle relazioni che abbiamo, nel bene e nel male. Saranno degli altri a salvarci come, in negativo, possono essere degli altri a metterci brutte idee in testa. In ogni caso, noi ci salviamo solo per degli amici.
Vorrei inoltre chiedere: che amicizia sarà mai stata quella con un paralitico? E’ facile avere gli amici che ci sono simpatici, quelli che vengono in vacanza con noi, quelli che cenano assieme… ma quelli che solamente ci pesano addosso? Quelli come questo paralitico? Saremmo capaci noi di questa amicizia?

La seconda considerazione riguarda quello che reputo il nucleo forte di questo Vangelo: non si tratta soltanto di un miracolo. Il Vangelo di Marco vuole far fare un percorso al lettore ponendo di continuo la domanda: “chi è Gesù per me?”. Per questo motivo, da subito si racconta cinque controversie o scontri tra Gesù e i farisei. Come dobbiamo leggere queste dispute? Non solamente come cinque episodi della vicenda storica di Cristo, ma soprattutto come cinque questioni fondamentali che dobbiamo porci noi se vogliamo rispondere alla domanda “chi è Cristo per me?”. Non sono dunque solo cinque fatti miracolosi ma cinque scontri che si apriranno sempre tra me e me se prendo sul serio l’uomo Gesù.

Il primo, quello di questo racconto, riguarda questa questione: “Dio ha a che fare con il mio oggi?” Se voglio conoscere Cristo devo lasciare aperta la possibilità che le mie giornate abbiano a che fare con Dio e non, come dicono i farisei di questa pagina, “lasciare Dio tra le nuvole”.
Ecco il dubbio che ci viene: i miei incontri, i miei successi, le mie prove, i miei perdoni… sono un segno vero di Dio o una mia fantasia? Gli scribi di sempre ti dicono: “lascia perdere Dio!”, “Dio non c’entra con i tuoi giorni”, “guarisci e basta”, come se la guarigione vera non riguardasse anche il proprio riconciliarsi con la vita e con Dio.

C’è una lunga parabola nel nostro occidente che ha portato, non tanto a negare Dio, quanto a escludere Dio dalla quotidianità della vita. Si usa ancora la parola “provvidenza” oppure “grazia” senza il sospetto di essere dei fatalisti un po’ ingenui? Eppure, a uno sguardo lucido, a partire proprio dagli amici che si hanno incontrati, proprio di “provvidenza si vive”. Del resto: ce le siamo forse meritate noi le gioie e le relazioni più belle che abbiamo? Abbiamo chiesto noi di vivere? Abbiamo ottenuto noi la vita che viviamo?
Cosa ha portato l’abbandono della nostra capacità di leggere l’opera di Dio nella vita? A cosa porta questa autosufficienza di noi uomini governati dal caso e dalla fortuna? Ha portato a questo: a una grande paura per il futuro. Faccio un esempio banale: negli anni cinquanta si aveva nulla rispetto oggi, ma per la cultura ambiente cristiana si aveva della certezza che Dio non ci abbandonava e che davvero c’era una provvidenza: si viveva felici, ci si sposava e si facevano figli. Oggi, rispetto ad allora con molti più soldi e più lavoro, rimaniamo alla ricerca di qualche sicurezza ancora in più sul nostro futuro (e non sono mai abbastanza…). Guardiamo al domani con il sospetto di una catastrofe più che con la certezza che –anche nella catastrofe– è anzitutto da Dio che riceviamo l’essenziale per vivere. Del resto, non diciamo tutte le sere: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”? Perché dovremmo chiederlo se smettiamo di credere che è il Padre che davvero ci sostiene?

Marco ce lo ricorda: o torniamo a credere nelle opere di Dio nella nostra vita e allora possiamo anche perdonarci l’un l’altro, senza recriminarci nulla di così imperdonabile (conoscendo il Dio di Gesù Cristo), oppure la vita resterà nella paura della suo domani e della sua destinazione ultima… E, a meno di non essere a letto paralizzati, neanche i nostri amici più stretti potranno fare molto per noi e per la nostra mancanza di fede.

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VII Domenica dopo Pentecoste

Gs 4,1-9; Sal 77; Rm 3,29-31; Lc 13,22-30

Il vangelo di oggi, attraverso la domanda di un anonimo uomo, ci presenta una questione sulla salvezza. Io anzitutto mi chiedo: ha ancora senso questa domanda? Siamo ancora sensibili a questa questione? E poi: salvezza da cosa? Forse da un ipotetico inferno del quale avere paura? Noi non siamo più abitati a questi discorsi sull’ “al di là” e nutriamo mediamente una posizione agnostica. Dunque, pochi o molti che siano “quelli che si salvano”, la domanda per noi è: sentiamo il bisogno di essere salvati?
Ho l’impressione che questa questione sia decisiva: se il Vangelo è offerta di una salvezza e di una verità alla vita di ciascuno, è necessario che queste parole siano sentite come un’esigenza viva.

Due idee su questo problema.
1) Quello che c’è in gioco nel percepire l’esigenza di un riscatto, di una salvezza, non è solo una questione strettamente religiosa, ma riguarda la nostra capacità di vedere il male. Non c’è richiesta di salvezza se manca la percezione forte e scandalosa del male che ci abita. Troppo facilmente ci assuefiamo al male che è in atto o, come lo chiama questo vangelo, “alle opere della ingiustizia” che i protagonisti lasciati fuori dalla porta neanche vedono.
Su questo tema il Vangelo è severo (la porta stretta) perché non c’è altra via se non quella dell’onestà con noi stessi e il fare verità in noi seguendo qualcuno.
Faccio subito un esempio: quanto volte ho sentito dire “tanto sono giovani…”. Molti perdono il tempo migliore della vita in nulla, in cose che non hanno consistenza, ma hanno la nostra benedizione perché “tanto sono giovani”. Il punto è questo: non alleniamo i nostri figli a chiamare il male “male”. Perché il male vero e scandaloso non è il “grande male” o “l’omicidio”, “il furto”… il male vero, l’ingiustizia (per dirla con Luca), è il “male gratuito”, “inutile”, evitabile e non evitato, quello che non vale i soldi dell’avvocato, quello che commetti solo per sentirti un po’ superiore agli altri, quello che fai per compensare le tue piccole frustrazioni, quello dell’accidia che riempie il nulla.
Il male è anche l’incapacità di vedere il senso di quello che si fa, la rassegnazione, la mancanza di forza di ribellione ed energia per quelle passioni buone che vediamo continuamente frustrate: un’amicizia abbandonata, una famiglia lacerata, a vent’anni, a trenta — perché? c’è un età sola per questo?
Oppure, pensate a questo: quante volte noi, non sapendo cosa dirci, soltanto perché non abbiamo nulla di meglio da fare, o non ci siamo appassionati a nulla, parliamo male degli altri. Se solo facessimo attenzione alle nostre parole ci accorgeremmo di quanto male abbiamo dentro, perché in fondo siamo rimasti vuoti e soli.
Il Vangelo suggerisce che questa è la questione della salvezza: che tu sappia vedere le opere dell’ingiustizia che sempre (anche tu) compi.
Se leggete il libro “I miserabili” di V. Hugo ritrovate tutta la capacità di questo scrittore di parlare di noi uomini nel problema del male in tutta la sua ambiguità e quindi della ricerca inevitabile di una salvezza. Pensate alla vicenda di Champmathieu nella sua doppia drammaticità: dove il male non è più il furto che quest’uomo ha commesso, ma la sua stessa identità. Come dire: il giusto riconoscimento del male che esisterebbe alla luce del perdono e della salvezza, si trasforma in vergogna per quello che si è. Dunque, fuori dalla ricerca di una salvezza, riconoscere il male diventa esso stesso un fatto mortale.

2) La questione della salvezza ha a che fare non solo con la percezione del male, ma anche con la ricerca di certezze per vivere. I protagonisti della parabola di Gesù avevano la certezza di essere salvati e si trovano con la porta chiusa. Dicevo domenica scorsa: se siamo onesti con noi stessi, noi non viviamo su delle nostre certezze incontrovertibili, ma siamo sempre dei mendicanti. Questo atteggiamento di avere bisogno di certezze per muovere qualche passo oggi ci paralizza e ci rende tristi e insicuri.
Abbiamo ancora la fiducia in una provvidenza, in una salvezza che ci precede, che ci porterà avanti? Pensate a quanto sia straordinaria e lontana quell’immagine bellissima della Provvidenza che muove i passi di Renzo in tutte le sue peripezie nell’incontro con l’amore della sua vita. Non è questa fiducia l’espressione più vera del nostro desiderio profondo di salvezza e che ci fa tutti simili o, come dice il Vangelo, che unisce “quelli di oriente a quelli di occidente”?

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