II Domenica di Avvento

Settimana scorsa parlavamo del nostro strutturale desiderio di attesa (lo richiamava il Vangelo) e ricordavo come sia impossibile per noi accontentarci di un presente felice. Siamo infatti sempre spinti a guardare al domani e ad attenderci qualcosa da esso — a qualsiasi età.
Il Vangelo di oggi pone invece la nostra attenzione sulla qualità di questo desiderio e di questa speranza (cosa desideriamo davvero?), perché esso non venga abbandonato a sé stesso. Come diceva il grande scrittore Lewis: quando un desiderio o una aspettativa vengono abbandonati al caso o al corso degli eventi accade che o appassiscono e muoiono oppure diventano come dei demoni. Lo sa chi si è sposato: o si rimette mano continuamente alla qualità di quella relazione oppure esiste il rischio che quell’amore lentamente si spenga. Viceversa può accadere che tale emozione diventi smisurata e dettata come da un demone (p.e. si può uccidere o uccidersi per amore).

Si tratta della necessità di fare un cammino, di non accontentarsi di come vanno le cose, perché –da sole– le cose vanno in modo da renderci schiavi e non liberi. Da soli, i desideri diventano frustrazioni e le speranze si trasformano spesso in utopie. Il tempo dell’Avvento è tempo di un cammino dove chiedersi la qualità del bene che vogliamo, dei desideri che abbiamo. Ogni anno dobbiamo accorgerci che è necessario convertirci perché vorremmo ogni anno sempre di più desiderare quello che desidera Dio e amare come amerebbe Dio.
Ne va della verità del “cenone” che faremo a Natale: cosa sarà quel cenone, cosa saranno quegli auguri scambiati, se saranno pura formalità oppure il segno di un affetto vero, dipende in gran parte dal cammino che precede.
Il Vangelo ce lo ricorda mettendo in luce la falsità di chi pensa di essere finalmente arrivato: “non dite: tanto siamo figli di Abramo, perché Dio può far nascere figli di Abramo da queste pietre”.

Vorrei approfondire questa necessità di un cammino sui nostri sentimenti e affetti. Oggi, il tema delle emozioni domina la scena: sembra davvero che nulla sia più importante dei propri affetti e delle proprie emozioni. Se ci pensiamo, il nostro è il tempo delle decisioni che vengono dalla pancia, dalle passioni spontanee e imprevedibili, dalle paure, dalle voglie, più che dalla ragione o da una riflessione. Cosa oggi è più decisivo nei grandi temi di attualità? Un discorso convincente e bene argomentato o una paura vissuta in prima persona? Potremmo fare mille esempi sul ruolo determinante delle emozioni per decidere la verità di una cosa (si dice: hai scelto la cosa giusta quando “ti senti” bene).
Si sceglie una facoltà o una ragazza non con la logica di chi “valuta” e “discute”, ma a partire da un sentimento che vorremmo ci trascini e ci mostri chiaramente la verità. Uno studioso francese ha scritto un libro dal titolo significativo: “Il culto delle emozioni”. Noi viviamo il tempo non dell’uomo “sapiens”, ma dell’uomo in balia degli affetti emotivi. Per questo i ragazzi hanno un grande idolo: “sentire” e come dicono “divertirmi”. Non vogliono spendere il loro tempo per qualcosa di buono e che anche loro “sanno” che è buono, ma vogliono andare dove qualche sentimento o amico li porta, vogliono uscire dal peso della vita e provare emozioni (spesso forti e violente, spesso dove perdi il controllo di te)… Anche gli adulti mostrano un affetto tale verso i figli che dicono: “come si fa a dirgli di no?”, bloccati dalla loro stessa pancia, dal loro stesso (forse possessivo?) amore spontaneo per i figli. E la paura degli anziani di fronte alle notizie sempre cattive del telegiornale? Così lamentosi verso il mondo eppure in fondo così attratti dal loro stesso sconforto e dalla loro stessa emozione della paura.

Tornare a convertirsi –è il richiamo del Battista– significa tornare a domandarci come amiamo, come desideriamo, come viviamo le nostre emozioni e la qualità di queste emozioni oltre il loro nascere spontaneo e immediato. Sono emozioni vere e desideri sani oppure sono vuoti riempitivi, sono paure, fughe, sono una forma di narcisismo? Vivere così dominati dalla proprie emozioni e sentimenti ci fa vivere più sensibili e attenti agli altri oppure alla fine siamo sempre preoccupati di noi stessi e dei nostri stessi “mal di pancia”? Perché molto spesso più si vive di emozioni spontanee più si diventa in realtà insensibili e incapaci di sentire l’altro che ci è affianco. Paradossalmente molti giovani che cercano emozioni sono poi incapaci di “sentire” davvero, di apprezzare un tramonto, di accorgersi che il proprio genitore, la propria nonna, o il proprio fratello che vive di fianco a noi ha bisogno di un aiuto, di una parola…

Per questo serve la fatica di un cammino. Perché spontaneamente si diventa anche più distratti o più cinici o più arrabbiati nei confronti della vita. Invece sempre abbiamo bisogno che qualcuno venga a salvarci. Qualcuno ci deve aiutare a rimettere in discussione le nostre emozione e i nostri sentimenti spontanei. Lo racconto Flaubert, narrando la storia di S. Giuliano ospitaliere, nel libro Tre racconti. Un ragazzo non che abolisce i suoi sentimenti, ma che li converte e lo fa a partire da uno sguardo e da un incontro.
Racconta Flaubert che l’adolescente Giuliano ha preso il gusto di uccidere gli animali. Insensibile si è abituato al loro sangue e a vederli morire. Un giorno però incontra un cervo che colpisce con una freccia in piena testa. Prima di crollare, l’animale gli si accosta tranquillamente e lo fissa con i suoi occhi fiammeggianti. Davanti a quello sguardo Giuliano è assalito dalla sua vergogna. Presto le emozioni violente della carneficina e della vendetta perderanno ogni attrattiva ai suoi occhi. Si lascerà invadere da emozioni di altro tipo. Giuliano imparerà un nuovo modo di accogliere l’altro e di vivere anche quel sentimento di impotenza che molte volte ci assale quando vogliamo veramente bene. La strada della conversione e del sentimento vero implica la rinuncia al possesso, scoprirà poi S. Giuliano. Ma occorre uno sguardo, una persona che ci vuol bene e che noi prendiamo sul serio, occorre seguire il Vangelo. Esso magari ci farà sentire per un momento in colpa, ma non importa, sapremo che questa sequela vale la nostra fatica perché c’è in gioco la verità dei nostri affetti e delle nostre relazioni. E cos’altro abbiamo di più prezioso?

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I Domenica di Avvento

L’avvento che oggi si apre mette a tema il problema del tempo così come viene percepito dagli uomini. Il tono apocalittico del Vangelo si rifà a due visioni: da una parte la guerra giudaica del 70 che fu davvero un “abominio della devastazione” (la visione storica), ma dall’altra anche una fine ultima dei tempi e una seconda venuta di Cristo (una visione di attesa teologica).

Questo secondo aspetto teologico del tempo mi sembra davvero dimenticato. Noi siamo persone religiosamente ancora in attesa. Sappiamo di cosa siamo in attesa, se crediamo in Gesù Cristo, ma non possediamo facili e magiche soluzioni. E dobbiamo constatare che la stessa nostra struttura di uomini ci chiede di vivere attendendo qualcosa.

In questo senso, il tema dell’avvento non è un tema da bambini o per bambini ai quali, giustamente, dobbiamo insegnare “ad aspettare”. Esso è invece anzitutto questione degli adulti e della loro vita. Fin tanto che si è ragazzi infatti c’è sempre qualcosa un po’ a lunga distanza che si attende come tappa della vita: la maturità, la laurea, una ragazza, il matrimonio, un figlio, la casa, un lavoro… Ma quando tutto questo viene in qualche modo raggiunto, o quando la vita adulta si sistema, cosa attende allora? Ci si può accontentare di vivere di piccole attese, di piccole soddisfazioni lavorative o quotidiane? Può bastare vivere attendendo le ferie, o una cena tra amici o una soddisfazione lavorativa? Oppure queste piccole attese rivelano anche il loro perverso gioco, il loro continuo “tirare avanti”, come quegli uomini del mito greco condannati a sollevare grandi pietre fino alla cima di un monte e quindi vederle rotolare giù, per poi ricominciare…

Scriveva Pavese: la lentezza dell’ora è spietata per chi non attende più nulla. La noia, la lentezza dell’ora, non è solo quella dei ragazzi che non sanno cosa fare, ma anche quella degli adulti che non sanno più perché continuano a fare quello che in fondo solamente devono fare. Perché dalla vita non si attendono davvero più nulla (se non, a ben vedere, il timore di qualche malattia o di qualche disgrazia). Perché hanno dimenticato Dio.
Ecco perché il richiamo di questo vangelo è sempre centrato su di noi: Gesù vorrebbe che almeno i suoi capissero che il problema non è il mondo cattivo o la crisi o gli atri… ma il punto sei tu e la qualità del tuo desiderio. “Badate a voi stessi”, “badate che nessuno vi inganni”, badate di non scambiare in questo tempo di attesa falsi idoli per il vero Dio.

Si può non attendere più nulla? Vivere di piccoli desideri, di piccoli acquisti e compensazioni? Si può! Si può vivere senza Dio! È impressionante che anche una parrocchia possa vivere la sua vita parrocchiale nel “tran-tran” delle cose ma senza aver bisogno più di Dio, senza bisogno di invocarlo, di sperarlo, di amarlo… Perché ormai si è creata una struttura, una routine che si vorrebbe sottratta al tempo con le sue crisi e le sue grazie (piena di Dio appunto). Per questo il romanzo di Bernanos, Diario di un curato di campagna, inizia dicendo che le parrocchie sono divorate dalla noia. Perché hanno fatto a meno di Dio, come ogni vita che vuole fare a meno di lui viene divorata dallo stesso tarlo, a meno di non essere davvero una vita drogata e incapace di guardare la sua tragicità.

Perché il tema del desiderio ha a che fare con la nostra capacità di rimanere dentro a una mancanza, a una necessità; senza compensazioni, senza droghe, ma con gli occhi e il cuore che patiscono tutta la nostra povertà e tutto lo scandalo del male insieme alla drammatica della vita (sono le beatitudini). E su questo punto il nostro tempo insegna “disumanamente” la fuga (le belle costruzioni del tempio). Ricordo qualche anno fa un ragazzo che si è suicidato e i suoi compagni alla notizia hanno deciso di uscire per ubriacarsi. Ma al di là di questo caso estremo, ogni frustrazione (la ragazza che non hai, il lavoro che non ti piace…) quando non è più il luogo della preghiera, della nostra invocazione a Dio, della nostra attesa di giustizia… viene sempre malamente compensata, dimenticata, fintamente cancellata. Peccato, perché era il luogo vero della nostra profonda umanità.

Continuiamo a patire e a sperare, perché ognuno di noi è chiamato a questa lotta. Senza questa speranza, la “lentezza dell’ora” sarà davvero spietata per noi.

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Festa di Cristo Re

Quando Pio XI nel 1925 istituì questa festa, lo fece per fare fronte alla forza nuova del secolarismo moderno che crede nella autosufficienza dell’uomo e nega ogni rivelazione di Dio. È questo un credo da allora molto affermato, come mi diceva un ragazzo: ora non prego più perché sono convinto che la vita dipenda solo da me.

Tuttavia, sono convinto che questa autosufficienza dell’uomo nasca più da un’alienazione della realtà che da una forza nietschiana che è in grado di reggere il dramma dell’esistere senza pregare un Dio. Nietzsche annunciava infatti tempi tristi e duri dopo la morte di Dio, mentre l’uomo moderno più che altro non vuole pensare, chiede di distrarsi, vuole ridere.

Ma ci vuole poco per richiamare all’uomo moderno la propria piccolezza, la sua reale non autosufficienza. Basterebbe ricordare quella stupenda pagina di Manzoni, quando Renzo cerca nel lazzaretto il suo amore e incontra fra Cristoforo che gli fa una domanda tremenda: cosa fai Renzo se non trovi Lucia? A quel punto il protagonista preso dall’ira e dalla vendetta dice: mi farò giustizia da solo se non la troverò e “troverò qualcun altro” (riferendosi a don Rodrigo)… A quel punto fra Cristofoto gli afferra un braccio e trovato il vigore di un tempo dice: “sciagurato”… e mostrandogli con l’altra mano tutto intorno (siamo al lazzaretto) gli ricorda chi è colui che giudica e perdona….

Ho richiamato questa scena per dire che non è difficile accorgersi anche oggi che non siamo noi i “Signori” della vita. Non è difficile affermare questo! Il problema è che tutto ciò è anche molto ambiguo. Se il giudizio è quello che siamo in balia del destino, di una dea bendata, di una fortuna, tanto vale non pensarci se si puo’…. Prete non parlarmi del dramma della vita! Meglio Crozza che mi fa ridere. Se questa ambiguità prevale, allora sì che è doloroso vivere.

Ecco perché occorre un cammino per uscire da questa tremenda ambiguità che affida la “regalità del mondo” a un fato arbitrario, a un destino cieco. Bisogna avere incontrato un Dio diverso. E ci si accorge che non è “da questo mondo” che ci verrà un pensiero diverso sul nostro destino, meno ambiguo, meno tremendo…
Io penso che solo nel Dio di Gesù Cristo questa ambiguità sulla volontà di Dio si possa scorgere. Significa compiere l’esperienza di Davide: lui che diceva “io ti farò una casa, Dio” deve rendersi conto che è Dio stesso che in realtà ha curato i suoi passi fin da quando era bambino e sorvegliava il gregge del padre. Ma non è così anche per noi? Chi ci dà questa certezza su Dio –contro ogni idea ambigua di destino– se non Cristo stesso nel suo morire per i suoi? E come crederemmo diversamente che in un destino cieco se non dicessimo ogni giorno (lottando contro il nostro istinto pauroso) quella preghiera che ci fa dire “Padre”?

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Domenica dopo la dedicazione

At 10,34-48a; Sal 95; 1Cor 1,17b-24; Lc 24,44-49a

Vorrei meditare su questa frase di Paolo che tradurrei così: “Mentre i giudei chiedono i miracoli e i greci cercano la cultura, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo (l’opposto del miracoloso) per i giudei e ignoranza per i greci”.

Due cose mi colpiscono di questa frase. La prima è che essa afferma con grande franchezza che la fede cristiana non nasce come corrispondenza ai propri desideri. Noi vorremmo tante cose da Dio, ma la fede cristiana non le corrisponde tutte. Nel Vangelo Gesù sta anche in silenzio e fa fare un cammino perché i suoi discepoli cambino pensiero, cambino richieste, cambino i propri desideri. Per questo nel Vangelo non c’è scritto tutto quello che vorremmo sapere e non si soddisfa ogni desiderio umano.
Un ragazzo mi ha chiesto una volta: se divento cristiano guarisce mia nonna? se credo in Gesù pensi che andrò meglio a scuola? Semplicemente “no”. Colui che corrisponde ai nostri desideri è il “genio della lampada” e non il Dio cristiano. Mentre colui che converte i nostri desideri è il Dio incontrato nel cammino di sequela di Gesù Cristo.

Quanto volte nel Vangelo si scontrano il pensiero degli uomini e il pensiero di Dio? Quante volte Gesù dovrà ripetere di non farsi ingannare dal lievito dei farisei, dai giochi di potere, dall’inganno di volersi sistemare la vita. Quante volte dice che non è la salute o la “perfezione della vita”, perché neanche il figlio dell’uomo ha dove posare il capo. Quante volte deve ricordare che non è la morte che deve farci paura e che ci sono persone sane e forti e in salute che sono come cadaveri, perché morte dentro. E che la vedova sola che dona la sua monetina è più grande del ricco che si vanta del superfluo. E che la donna adultera è più grande dell’uomo che non sa perdonare? Quante volte continuerà a ripetere di essere poveri, ricercatori della giustizia e della verità, per rimanere sempre, ogni giorno, persone che si affidano, che sperano… e di guardare a lui, perché è su questa ricchezza di desiderio convertito da Lui che si misura il cuore dell’uomo?

Tornare a Gesù, oltre ogni pensiero politicamente corretto del tempo (la cultura dei greci) e oltre ogni superstizione scaramantica (i miracoli dei giudei), è l’unica strada che la fede cristiana propone.
Ci saranno momenti che si capirà di smettere di chiedere miracoli e anche che la propria cultura (o l’inglese o l’università o il proprio ideale di famiglia…) non era ciò che desideravamo davvero, non era ciò che ci chiedeva Dio, non era la questione vera della vita — se eravamo onesti con noi stessi. E capiamo allora che l’unica vita autentica, l’unico maestro interiore, lo intravediamo solo nella memoria viva dell’uomo Gesù.

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VII Domenica dopo il martirio del Precursore

Is 65,8-12; Sal 80; 1Cor 9,7-12; Mt 13,3b-2

Come settimana scorsa intravedo una lettura pericolosa di questo Vangelo che sarebbe possibile ma incoerente con il resto del testo biblico. Quella che ci siano uomini “fortunati” e dotati di fede che ascoltano il Vangelo e lo capiscono e uomini “sfortunati” (ma ovviamente dipende dai punti di vista) che vedono e non capiscono, che ascoltano ma restano lontani.
Questo modo di vedere si chiama “predestinazione” ed è sempre un pericolo fuori e dentro la Chiesa. Ha molte espressioni, per esempio: “fortunato Lei, padre, che ha la fede, ma noi sa….” oppure, “preghi lei per me che Dio l’ascolta”. Ma anche è predestinazione quello che dicono alcuni giovani quando affermano senza, interrogarsi su una verità: “a te è dato questo modo di vivere e a me quest’altro”. “È dato”, e non “ti sei scelto”, “hai voluto” oppure, che sarebbe più onesto, “credi giusto”. Il relativismo ha sempre un suo aspetto di predestinazione, perché in esso la libertà umana, privata di una verità, risulta inefficace. Ricordo sempre l’inizio del film Match Point di Woody Allen. Nelle prime scene, mentre una pallina da tennis è in bilico sull’asta della rete da gioco, una voce afferma: è la fortuna che domina la vita (“gli uomini faticano a dire quanto sia la fortuna a dominare la vita”). E così in un lampo, tutta la libertà e responsabilità umana nei confronti delle proprie scelte è spazzata via. Anche questa è predestinazione.

Come leggere questo Vangelo senza cedere a questa deriva, senza dividere il mondo in uomini automaticamente fortunati che producono frutto e uomini destinati a rimanere sterili? Basterebbe leggerlo nel suo contesto reale di una comunità. Il suo riferimento non è critico ma autocritico. Non è il mondo diviso in buoni e cattivi, ma io stesso diviso tra un ascolto e una diffidenza, tra una fede e una incredulità. Sono io che mi devo domandare sui miei frutti perché essi non sono un premio caduto dal cielo o una retribuzione, ma l’opera del mio lavoro ed essi dipendono dall’intuizione che ho seguito per vivere. Meglio, sono il frutto di quella parte di me che ha avuto costanza e che non si è lasciata soffocare.

In questo senso non stupisce allora che la parte incredula di me, quella che ascolta e non capisce, non possa essere cambiata o convertita. Va invece tagliata, come la mano o l’occhio che danno scandalo. Ognuno di noi, del resto, non crede se non a partire da una intuizione che poi verificherà nella sua bontà a partire dai frutti. Se abbiamo già deciso di diffidare di Dio nulla ci convincerà del contrario e vedremo solo la parte che vorremo vedere, ma ne raccoglieremo anche i frutti. Lo abbiamo tutti sotto gli occhi: il nostro narcisismo e individualismo moderno non sono in gran parte la sterilità di quella parte di cuore che ha smesso di credere nel seme della Parola, che si è arroccata nell’immagine cinica di un uomo fatto per consumare?

Lo dice ancora C.S. Lewis nel suoi libro “i quatto amori”: anche l’amore, quando esso è venerato come unico principio della vita, ma privo di un Dio, diventa un demone e finisce per non donare mai quanto promette. La passione si spegne in chi cerca di vivere in funzione di un tale amore. Se vi recherete in un giardino per amare anche solo la natura con questo spirito, superata una certa età, nove volte su dieci, non proverete più alcuna emozione.

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VI Domenica dopo il martirio del Precursore

Gb 1,13-21; Sal 16; 2Tm 2,6-15; Lc 17,7-10

C’è una certa ambiguità nelle letture di oggi che vorrei mettere in luce. “Siamo servi inutili” recita il Vangelo di Luca, ma al tempo stesso ci ricordiamo quando Gesù disse “non vi chiamo più servi, ma amici perché vi ho fatto conoscere ogni cosa…”. Siamo dunque servi o amici? Fa una certa differenza nella relazione con Dio!
Ancora più ambigua la prima lettura, che è un frammento di un libro complesso. Abbiamo ascoltato: “il Signore ha dato e il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore”. Certo, ma c’è anche una bella differenza tra quando il Signore dà e quando toglie! Come può essere uguale quando le cose vanno bene e quando accadono delle disgrazie?

L’ambiguità sull’immagine di Dio appare davvero spaventosa quando prendiamo queste frasi per affermare la grandezza di Dio. Che Dio si riveli necessario quando sperimentiamo la fragilità di noi stessi e della vita, il nostro essere polvere e cenere, è un fatto tanto naturale quanto ancora religiosamente ambiguo. Che non siamo padroni della vita (neanche padroni di casa nostra e basta sposarsi per capirlo), questo è un dato evidente. Ma che Dio si riveli necessario quanto più noi siamo poveri, fragili e impotenti potrebbe anche suggerire un’idea un po’ sadica di Dio.
È molto lontana l’immagine di un Dio che muore per te e per i suoi, andando a offrirsi lui, da quella di un Dio che è tanto più forte quanto tu percepisci il tue essere inutile, fragile e magari anche meschino.

Io leggerei il Vangelo di oggi in modo differente. Non come accento sulla povertà dell’agire dell’uomo (che tanto muore) per affermare la grandezza di Dio da cui invece tutta la vita dipenderebbe, ma come indicazione sull’uomo stesso e sulla modalità dei suoi affetti, delle sue relazioni, del suo voler bene, affinché esso sia vero e simile a quello di Dio.

Questo è il tema della pagina. Se vuoi vivere autenticamente stai attento a non cambiare la gratuità del tuo affetto in un diritto, in una recriminazione. La vita nella sua bellezza è fatta dalla coscienza di questa gratuità di cui siamo partecipi e debitori. Insomma: tutto ci fu dato per amore. Se ce lo dimentichiamo ogni cosa diventa un diritto e perdiamo quella radice della bellezza.
Laddove, in una società, a questa visione cristiana della vita si sostituisce un bilanciamento di diritti e doveri (dove poi son sempre i diritti a prevalere) tutto si “impianta” e la vita resta grigia. Lo si vede nel mondo del lavoro: dove all’idea della gratitudine e della relazione tra maestro e allievo si è sostituito un contratto che tuteli diritti e doveri delle parti… tutto si è bloccato in una infinità di cavilli e recriminazioni reciproche, dimenticando che era la relazione gratuita all’origine.

Nella gratuità che la coscienza percepisce, l’uomo intravede anche la destinazione del suo amare, del suo “dare” per gli altri. Essa non è fine a sé stessa e al suo mantenimento, ma deve morire. La mamma deve educare i figli –e sarà spinta a farlo– ma dovrà farlo per poi non educare più. L’amore dono (che grazie al cielo esiste) ha come fine la sua stessa scomparsa e non il suo mantenersi infinitamente in vita. Altrimenti, nell’esempio, i bambini non diventeranno mai adulti. Altrimenti avremo amato noi stessi e il nostro eroismo o il nostro ruolo più che veramente il bene dei nostri figli — e sarebbe un tragico inganno.

C.S. Lewis ne parlava in un bellissimo libro dal titolo “I quatto amori”. Scrive parlando del vero affetto: “è un compito ingrato quello dell’amore-dono, esso deve operare in vista della propria abdicazione (l’esperienza degli anziani che si sentono inutili e si devono riappacificare con la loro inutilità). Dobbiamo mirare a renderci superflui. Il momento in cui potremo dire “non hanno più bisogno di me” dovrebbe anche essere il momento della nostra ricompensa”.

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V Domenica dopo il Martirio del Precursore

Dt 6,4-12; Sal 17; Gal 5,1-14; Mt 22,34-40

Vorrei commentare il Vangelo di oggi in modo diverso dal solito, ovvero con una riflessione a partire dai fatti che stiamo seguendo nei telegiornali e leggendo sui quotidiani: il nuovo scontro tra oriente e occidente, tra l’occidente laico e un certo integralismo islamico.

Non è solo una guerra lontana: c’è una certa mentalità islamica che acconsente a questo integralismo religioso, e che ha sede anche in occidente. Molti sono islamici che vivono a Londra come in Belgio o in Francia e abbracciano questa visione religiosa integralista. Come anche esiste un’altra parte islamica che -per fortuna- si allontana totalmente da tale fede dichiarando che l’estremismo dell’isis non deve neanche essere considerato islam…

In ogni caso, se avete seguito i reportage, potere capire benissimo cosa significa una religione che tiene uniti oppure separa i due comandamenti di Gesù Cristo. Una religione che mantiene solo il primato del primo comandamento (onora il Signore Dio tuo) e perde il suo legame con la dedizione per l’umano (il secondo comandamento: ama il prossimo tuo) funziona sempre come un integralismo. È Dio -si dice nell’integralismo- che vuole il velo così, che vuole… e siccome è un comando sganciato dalla dignità della persona, anche la violenza è accettata …
Capiamo la rivoluzione che compie Cristo nei confronti del religioso: quella donna colta in adulterio che la legge di Dio avrebbe voluto essere lapidata e che invece viene lasciata andare…

Ma questo integralismo non è presente solo nell’isis con tutte le sue atrocità estreme. In radice è la stessa logica delle nostre affermazioni che non mostrano la ragionevolezza o la qualità umana del religioso. Per esempio: si va a Messa perché si va a Messa…. si fa così perché si fa così… senza essere in grado di mostrare il legame con un bene, il legame con il secondo comandamento.

L’attualità ci fa riflettere però anche sul secondo sganciamento: vivere il secondo comando (ama il prossimo) senza il primo (ama Dio). Perché insieme alla guerra dell’Isis c’è un’altra guerra della quale si parla meno: quella dell’occidente ateo, che ha imparato ad amare il prossimo senza alcun Dio da aver poi confuso la verità del proprio amore con il proprio guadagno economico. Si tratta del paradosso della guerra del petrolio, dei tre milioni di euro dati all’isis ogni giorno. Si tratta delle stesse armi fornite a questi gruppi quando il nemico era la Russia e poi quando gli interessi economici erano evidenti nei pozzi. Perché non è mai interessato il reale stato di vita di queste persone ma il proprio interesse economico.
Amare senza un Dio è diventato di nuovo un saper amare solo sé stessi, un amare il proprio guadagno. E tutto questo non produce meno morti dei fanatici islamici. Perché la verità ha bisogno di un Dio, e per amare si ha bisogno di una verità.

Tornare a Gesù Cristo è l’unica alternativa per non dividere Dio dall’uomo, l’amore dalla verità, il primo dal secondo comandamento.

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Salmi

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II Domenica dopo il martirio del precursore

Is 60,16b-22; Sal 88; 1Cor 15,17-28; Gv 5,19-24

Dobbiamo oggi indagare la pretesa di Cristo di essere l’immagine stessa di Dio (“chi vede me, vede il Padre”) e di portare la vita autentica, quella vera che ha un senso e che non è fatica vana… Gesù, in questa pagina, dopo la guarigione del paralitico nella doppia piscina di Betzaida, lo chiede esplicitamente: vuoi uomini avete capito la mia pretesa?

Cosa significa questa pretesa e che credibilità ha?
Anzitutto non può essere soltanto la pretesa di uomo del passato. Se lo fosse sarebbe una contraddizione stessa. Il primo modo per non credere alla pretesa storica di Gesù è limitare Gesù a un evento storico di duemila anni fa. Gesù contraddirebbe le sue stesse parole: lui che dice di essere l’autore della vita, dov’è finito oggi come vivente? Si capisce subito che la pretesa dell’uomo Gesù di duemila anni fa ha a che fare anzitutto con la pretesa di poterlo riconoscere. La questione è la stessa. Se lo riconosci presenza viva allora subito ti è credibile e veritiero quanto dice in questa pagina. Se non lo credi incontrabile davvero e riconoscibile nell’oggi manchi anche di comprendere quel Gesù storico di duemila anni fa o lo dovrai reputare un pazzo, un folle.

Cosa comporta la pretesa di poterlo riconoscere presente oggi?
Chi ha letto “Il vecchio e il mare” di Hemingway lo può capire molto bene. Il vecchio marinaio si mette in barca da solo quasi per capire il mistero della sua vita e compiere l’opera che dia senso a un uomo che “non può che pescare”. Ma il pesce enorme che abbocca alla sua lenza lo porta “troppo lontano nel mare”. L’uomo è certamente questo marinaio: il proprio lavoro lascia una domanda aperta sul senso della nostra fatica e la questione sembra essere tra sé e il proprio destino (o fortuna).
Così il marinaio si lascia trasportare dal pesce (dall’opera della sua vita, come un imprenditore si può lasciare trasportare dall’azienda che crea o il medico dai pazienti che guarisce….) e non resta a mani vuote: domina davvero sui pesci e sugli animali e la sua lotta porta al risultato sperato. Il vecchio uccide l’enorme pesce che desiderava catturare. Il senso sembra raggiunto.
Tuttavia, nel viaggio di ritorno, un branco di pescecani divora il bottino faticosamente conquistato cosicché il vecchio marinaio torna al suo porto con soltanto lo scheletro della sua conquista. Tutto è stato mangiato via… Così chi si imbatte a mani nude per scoprire il mistero tra sé e il proprio destino: non si ha mai fortuna abbastanza da non vedere (alla fine) morire qualcosa. Ma così vive chi esclude la pretesa di Cristo: senza Cristo la questione della tua vita sta, come nel libro, attaccata al pesce, attaccata all’opera delle tue mani (è il tuo lavoro che ti domina), sono le circostanze a portarti a spasso e tu non domini un bel nulla. Arrivi al porto della tua vita con solo scheletri in barca. Dunque, non avrebbero senso le lunghe notti passate a pescare e i calli ai piedi e le ferite alle mani…

Ma il racconto lascia intravedere un’altra possibilità. La possibilità che la salvezza di questo uomo non gli venga dalla conquista e neanche dalla sua stessa fatica, ma dalla compagnia di un ragazzo che gli si era affezionato e che piange le fatiche del vecchio e che si prodiga per curarlo e per portagli il cibo. E’ in questo ragazzo che il vecchio capisce che ha senso il suo vivere, anche se non ha saputo portare a casa nulla, tanto che Hemingway scrive, quando il vecchio torna a casa: “si accorse di come era piacevole avere qualcuno con cui parlare invece di parlare soltanto a sé stesso e al mare”.
Ecco la vera scoperta del pescatore: una compagnia. Cristo è l’unico Dio di cui possiamo goderne la compagnia come di un uomo e il cui volto è scritto nella compagni degli uomini.

La salvezza, il senso del tuo destino, non è una questione tra te e la tua opera (saranno le circostanze a trascinarti via e porterai a casa soltanto carcasse di pesce…) ma c’è di mezzo un uomo, un ragazzo, una compagnia, una compassione… Noi diremmo che sono “quella compagnia” e “quella compassione” che sappiamo essere il segno della presenza viva di Cristo nel mondo.

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XXI domenica del tempo ordinario (romano)

La domanda sull’identità di Gesù è raramente espicitata in modo diretto, ma certamente risulta decisiva in tutto il Vangelo. Sembrerebbe proprio la domanda fondamentale che sta alla base della scrittura del Vangelo stesso, come se il Vangelo volesse farti fare un cammino, o volesse chiarirti il senso del tuo personale cammino, affinché alla fine tu possa giungere a una risposta a questa domanda. Come se non ci fosse fede cristiana senza una presa di posizione davanti a questa domanda.

Eppure questa domanda non è così interessante oggi. Attira molto di più il colore del costume dell’ultimo ministro. Oltretutto non ti fa guadagnare di più, non ti guarisce meglio i parenti malati… Dunque perché dovrebbe essere interessante?
Basterebbe che onestamente ci domandassimo se nell’ultimo mese, o nell’ultimo anno, ci siamo mai posti questa domanda o quest’altra domanda identica: “chi è Dio nella mia vita?”, come lo racconto ai mie amici o ai miei figli? Dio è qualcuno che ancora centra con tutta la mia esistenza o è già stato relegato nell’anonimato, nell’ignoto, nella fortuna? Ha i tratti di Gesù questo Dio?

Chi è Dio nella mia vita? non è una domanda interessante oggi per il mondo, disperso in mille ideali apparentemente più concreti. Ma quando questo accade? Perché 2000 anni fa come oggi Gesù è relegato alle cose della religione (è Elia, è uno dei profeti) e non ha a che fare con il desiderio dell’uomo, con il Dio vivente? Quando accade così?
Il vangelo direbbe, (sono politicamente scorretto nel dire questo): quando non si segue un cammino, quando non si segue la Chiesa. Quando si segue il modo di pensare del mondo ecco che Gesù non è interessante. Su questo non c’è compromesso nel Vangelo. Se sei tra la folla cerchi solo il miracolo e chi ne promette di più… ma se sei dei dodici o segui la Chiesa questa domanda emerge.
C’è un bisogno di salvezza che ti spinge a continuare a seguire Cristo, bisogno che il mondo vuole farti credere che non ti appartiene. Da un lato di dicono: tu sei fatto per comprare…. Dall’atro: la convinzione di non essere per questo e il fascino di una alternativa.

Posso solo dirlo a forma di testimonianza: è vero che seguendo Cristo e la Chiesa come dice questo Vangelo 1) il male non prevale (che non vuol dire che non c’è ma che non prevale) e la logica del mondo ti incanta e ti frega ma mai fino in fondo 2) che il legame che si genera è eterno e indissolubile e tu lo sai e questo corrisponde al vero legame e alla vera amicizia.

Per capire chi è Gesù o chi è il Dio vivente non basta una vita (anche Pietro che pensava di aver capito subito dopo questa pagina prenderà la sua prima romanzina) ma da subito questo fatto ci colpisce e anche questa chiesa nella fede di tanti prima di noi ce lo testimonia.

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