II domenica dopo l’Epifania

Nm 20,2.6-13; Sal 94; Rm 8,22-27; Gv 2,1-11

Tutte le letture hanno in comune la situazione iniziale, quella di una mancanza. Nel deserto manca acqua; alle nozze manca il vino e anche Paolo dice che la creazione e i credenti “gemono” e “sperano” nell’attesa di qualcosa. Mi colpisce come queste situazioni di mancanza siano vicine a noi che pure apparentemente abbiamo tutto. Sono andato in montagna con un gruppo di ragazzi di scuola e l’ultimo giorno abbiamo chiesto se la vacanza era piaciuta. Tanti ragazzi hanno risposto che la vacanza era stata bella perché era “vacanza” e “fine della routine”. Un professore ha obbiettato che per lui invece la vita di tutti i giorni è la cosa bella. Mi ha colpito che quasi nessuno fosse d’accordo con lui e che dei ragazzi di 16 anni pensino alla loro vita quotidiana aspettando le prossime vacanze. Mi è parsa una grande sconfitta educativa.

Anche per i ragazzi sembra che manchi l’acqua, nel senso che il quotidiano è fatto di stress, di prove, di doveri… manca l’acqua. Non ho una risposta facile a questa sensazione. Non ho il bastone di Mosè per rispondere alle lamentele del popolo né posso trasformare acqua in vino. Però ho impressione che ci sia una testimonianza da portare per questi ragazzi ma anche per noi stessi: la vita quotidiana è davvero così un deserto per noi adulti? Quando i ragazzi mi dicono che le vacanze sono belle perché in fondo sono una “fuga”, so che posso ritrovarmi e capirli: anche per me infatti ricominciare è dura. Anche per me la routine di ogni giorno può essere davvero come attraversare il deserto.

Però, posso dire che il Vangelo ha a che fare con questo. Più che con le vacanze, con quel deserto di ogni giorno. Si può dire al Signore, come fa Maria, che “manca qualcosa”. Almeno, in prima battuta lo si può chiedere. Io, in tutta onestà posso dire che alla lunga e in modi spesso inaspettati, quando davvero la vita diviene pesante, qualcosa accade. Però accade sempre o “quasi sempre” nella logica del “segno”. E si potrebbe anche non farci attenzione. Mi è capitato per esempio l’altra sera a un incontro qui in parrocchia. Quasi per caso degli amici me lo ricordano e senza sapere cosa mi aspetta, preso anche io nella fatica di ricominciare il lavoro, trovo in quella serata una parola per me. E torno a casa con la percezione che, dove io mi stavo perdendo qualcuno è venuto a cercarmi, e a darmi un po’ di quell’acqua che serve anche a me. Accade mille e poi mille volte.

Paolo dice: sarà sempre nella forma di una speranza, di un segno. Nessuno ci protegge definitivamente dalla fatica della vita e anche dagli errori di dimenticare il vino o altro (perché sono anche errori nostri, a essere sinceri). Però, come Israele non deve per questo ritornare schiavo in Egitto, ho impressione che non è nella fuga (pensando alle prossime vacanze) che risolveremo davvero la nostra sete.

S. Natale

Se oggi siamo qui penso sia perché c’è un senso in questa festa. C’è un senso, c’è un significato.
Siamo qui per un significato che però potremmo anche non dare. Potremmo accontentarci della cena o del pranzo, del ritrovo famigliare (per chi ha una famiglia), dei regali e forse sopratutto delle vacanze. Molti si accontentano di questo. Per molti la festa è questo e non serve alcun “perché”, alcun “contenuto”, alcun “Dio”… che dia un senso, un significato.
Io, personalmente, non sono mai riuscito ad accontentarmi di questo: se tutto finisse nel pranzo, negli auguri, nei sorrisi… mi lascerebbe un grande vuoto. Se questa festa valesse solo per la festa in sé, senza scopo, senza fede, senza un “Dio”… finirebbe lasciandomi nulla. Sarei pronto ad aspettare poi soltanto le prossime ferie, in fondo schiavo ormai del mio lavoro o della mia routine.
Tutto tornerebbe ad apparirmi un correre a vuoto intorno al vento. Diceva un canto: “Ma quando la festa è finita rimane la vita e devi pensare di nuovo. Che cosa diremo ai bambini dell’uomo che nasce che vive e che muore?”. Cosa gli diremo senza uno scopo, senza un senso?

Gli antichi guardavano le stelle. Guardavano il sole che compie i suoi giri e cicli. Noi forse guardiamo i telegiornali, i cicli del nostro benessere, delle nostre economie e dei nostri pil. A cosa guardiamo per dire il senso della vita umana? Guardiamo alla fortuna, al caso e alle sorti? Oppure insegnano a conquistarci il mondo da soli convinti che sia la nostra forza di volontà a salvarci?

Quando arrivò in occidente il cristianesimo insegnò a non guardare più le sorti delle stelle o del sole. Non guardare la fortuna o la forza di volontà. Non è lì il senso del nostro affannarci. Bisogna guardare un uomo, Gesù Cristo, storicamente nato e morto. E’ lui il senso della nostra vita. Solo guardando questo uomo scopriamo un senso che non ci mette in balia della paura e delle superstizioni o negli affanni degli arrivismi.
Il senso di questa festa è che il senso della mia vita è in Gesù Cristo. Provo a dire questo come lo direi ai miei ragazzi di scuola. Cosa significa che per me che il senso della vita è Gesù Cristo? Io direi così, ma ognuno deve poterlo dire con le sue parole, altrimenti oggi celebra ben poco.

Quando alla domenica pomeriggio vado con il mio amico Martino a passare due ore del mio tempo dai disabili del don Orione, io so che non sto in realtà salvando nessuno. E questo non è facile da vivere. Quello che questi ragazzi hanno bisogno io non ce l’ho perché non lo misuro io. Se sono onesto so che neppure la società più perfetta, l’organismo migliore, la ricchezza più ingente, la salute più di ferro, li potrà mai fare contenti. Quello che li fa contenti non è una fortuna e non è il “prodotto di un lavoro umano”, tanto meno il “mio”. Se voglio bene a qualcuno mi accorgo di questo: non posso creare io la felicità dell’altro. Quale papà può dire onestamente di essere lui l’unica causa vera del sorriso del figlio? Il sorriso e la felicità del figlio è qualcosa di più grande del mio sforzo, qualcosa che so di non potergli dare io totalmente. Io non vado al don Orione per fare contenti i disabili e per “essere contento di aver fatto contento qualcuno”. Non è in questo risultato (che non c’è) il senso al mio gesto.

Invece, mi accorgo che il mio stare lì, rivela qualcosa del senso ultimo e universale della mia vita che vale per me come per i ragazzi tamarri che ho a scuola. Imparo qualcosa di una legge della vita che mi compie davvero. Ma non è un moto pietistico o umanitario, non è la sensazione di un momento. E’ Gesù Cristo che svela questa legge. E’ Gesù Cristo che compie la mia umanità, lui rivela ciò che è la mia verità: quella legge di quelle due ore sono la legge di tutta la mia vita se sono state nel “modo” di Gesù Cristo.

Per scoprire il senso della vita, la mia felicità, non devo attendermi dalla fortuna chissà che cosa, ma devo imparare questa legge e la imparo da un uomo che ne rivela la grandezza. Cristo mi rivela la legge della mia vita. Se lo faccio, trovo il senso del mio affannarmi e dei miei affetti. Senza avere più paura della vita o di chissà cosa potrà accadermi, perché ho trovato il mio scopo. Aver trovato un senso è poter dire anche che quel tempo non andrà perduto e io non avrò corso per nulla…

Ma senza questo senso, senza essere arrivato fin lì, ho l’impressione che tutto sia “provvisorio”, tutto sia “relativo”, “incerto”, il moto del cuore di un momento, anche quelle due ore passate con i ragazzi in carrozzina. Allora devo tornare a temere la fortuna in una vita che gira senza senso, nell’affanno di tante feste che mi costringerebbero –per poterle sopportare– a non pensare dove sto andando davvero. E del Natale resterebbe soltanto una vuota convenzione.

Domenica dell’incarnazione

Is 62,10-63,3b; Sal 71; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a

C’è un versetto sul quale vorrei fermarmi: “la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra“. E’ la risposta dell’angelo all’obiezione di Maria. L’angelo risponde e non risponde, in qualche modo allude. E allude facendo riferimento all’immagine dell’ombra che mi sembra particolarmente interessante. L’ombra non è una conoscenza chiara e distinta, non è qualcosa in piena luce o qualcosa totalmente evidente. Eppure, l’ombra non è neanche la totale assenza di luce, non è neanche la non conoscenza cieca. Nell’ombra intravedi.

Mi sembra prezioso recuperare questo perché il tempo di oggi vuole far credere che esista solo una conoscenza vera: quella chiara e distinta, quella in piena luce. Come se per ogni questione della vita si potesse attingere a un sapienza chiara e distinta, come se esistessero solo questioni tecniche, miglioramenti pratici. E di contro, laddove invece si intuisce che non abbiamo nulla di chiaro e distinto, che non possiamo “sapere con certezza” si invoca la “fede” ma proprio come forma di non conoscenza. Si dice: “se non sai devi credere”. Ma presuppone che si possa sapere solo ciò che è evidente o dimostrabile, esclude invece che l’uomo sappia intravvedere nell’ombra.

La fede cristiana resiste a questa netta divisione tra le cose “chiare e distinte” e le cose solo “sperate”. Esiste un “sapere” intermedio e non è un sapere minore o più basso. Ad esempio: un madre “sa” del figlio anche se non conosce tutto di lui. Un uomo che si sta per sposare non avrà mai accesso a un sapere chiaro e sicuro eppure a un certo punto “sa” che è la sua donna. Possiamo stare davanti al Signore senza avere la certezza sicura e chiara che ci ascolti davvero, eppure chi lo ha fatto seriamente “sa” di lui, “sa” che c’è. Puoi “sapere” infallibilmente di lui anche senza averlo visto in piena luce. E non è un cieco sperare.

Detto in altri termini: c’è un “sapere” che non è un “conoscere” o un “comprendere” chiaro e distinto della nostra testa, eppure non è meno importante. E noi stessi lo intuiamo: si può conoscere tutta la storia a memoria (conoscere tutte le date e i fatti), ma non “sapere” nulla di ciò che è accaduto. Si può conoscere tutto della persona alla quale vogliamo bene ma non “sapere nulla di lui”. Il sapere ha a che fare con un “sapore” quello che le cose stesse hanno. Il conoscere ha invece a che fare con un “afferrare”, con una conquista. Ma non tutto si può conquistare, neanche con la testa.

Il “sapere di Dio” non si può che riconoscere, riceve, accettare… a volte “come nell’ombra”, come per Maria, senza poter afferrare tutto. Ma mettendo fine al sospetto che sia solo “tenebra”. Non è meno prezioso o meno sicuro di tutto ciò che invece pensiamo di aver conquistato da noi, con il nostro fare o con il nostro ricercare.

IV domenica di Avvento

Is 40,1-11; Sal 71; Eb 10,5-9a; Mt 21, 1-9

Penso che questa lettura possa sembrare poco natalizia e più pasquale. Tutti noi ricordiamo infatti che da questo momento inizia la passione del Signore e che da qui a poco quella folla riconoscente sarà pronta a urlare “Barabba”. E’ l’ambiguità di questo riconoscimento e forse anche del nostro. Penso che nella storia di Cristo si dipanino tutti i momenti che si dispiegano anche nella nostra vita. La vita spirituale non è tutta uguale, tutta riconoscimento festoso, tutta un “benedetto colui che viene!”. La vita spirituale ha in sé tante contraddizioni: crescite e decrescite, momenti di presenza vicina del Signore come momenti di reale paura. Continuamente lo riconosciamo e lo tradiamo perché il Signore è incarnato nella storia e nell’umano. Forse per questo merita leggere questa pagina così pasquale: per sfatare la retorica della nascita di Gesù con qualcosa di più vero e drammatico. Ovvero, che anche questo Natale potrebbe contenere festa e tristezza al tempo stesso.

Tuttavia, siamo ora invitati a pensare al Signore che viene. Quando è venuto? Quando l’abbiamo riconosciuto presente? Dalla mia esperienza mi accorgo che per quanto ci diamo da fare non decidiamo noi i momenti della sua vicinanza. Nemmeno possiamo “portare il Signore agli altri”, al più possiamo cercare di portare il puledro o l’asina. Anche nella mia vita è andata così: quando lui si fa presente cade il dubbio che ci possiamo essere sbagliati. Ricordo quando da ragazzo si tornava con il cuore gonfio: c’è una pienezza della vita che si rivela in alcuni incontri che riconosciamo accadere per noi e senza che noi ce lo meritiamo. Così quanto ci si innamora o ci nasce un figlio. E’ la stessa pienezza che vorremmo durasse all’infinito, è il risvegliarsi in noi di una fiducia verso la bellezza della vita. Perché la folla lo acclama? Perché aveva risvegliato in essa la fiducia nella loro umanità, la fiducia dei figli che vengono guariti. “Benedetto!” sgorga dal cuore: benedetto quel momento nel quale “quel volto amato” mi ha visitato. “Benedetto” è il nome del Signore che irrompe nella vita. Quanto lo hai potuto riconoscere presente, risvegliando in te quella fiducia e quella non-solitudine, quando? — lo sai soltanto tu.

Custodire l’ingresso di Dio nella nostra vita, ricordarci di quando lo abbiamo incontrato e non rassegnarci al vivere nello scorrere dei giorni ripetitivi e scontati senza che nulla ci dica più niente, ma tornare a desiderarlo venire è anche questo “preparare il Natale”.

III domenica di Avvento

Is 35,1-10; Sal 84; Rm 11,25-36; Mt 11,2-15

La domanda che fa Giovanni dal carcere della fortezza di Macheronte (in foto la ricostruzione) è un po’ la nostra domanda di sempre. Giovanni è in carcere, Gesù è il Messia, tuttavia Giovanni non viene liberato. Perché? Prima di ogni cosa, questa pagina riporta questa drammaticità. Infatti, la risposta di Gesù sono i gesti che Isaia descriveva come i segni dell’arrivo del Messia, tranne uno: liberare i carcerati. Perché Gesù non libera Giovanni dal carcere? Perché con l’arrivo del Regno non si pone fine al mistero dell’iniquità degli uomini? Perché celebriamo il Natale in questo 2016 e l’uomo continua a fare il male e a restare impunito. Come mai gli oppressi e schiacciati non vengono riscattati ancora?

La novità che Gesù introduce rispetto alla domanda di Giovanni è la novità che distingue “il più piccolo” che è più grande rispetto al tempo antico. E’ la novità che permette che “il regno dei cieli subisca violenza e i violenti se ne impadroniscano”. Novità fuori dalle nostre attese. Di cosa si tratta? Che il Regno non viene se non attraverso la nostra libertà. Non accade al di sopra della nostra libertà ma accade dentro la nostra libertà, mai senza. Ha bisogno del “sì” di Maria, della sequela di Pietro, della fede della emorroissa. E se Dio davvero punisse i malfattori, noi righeremmo tutti diritti, ma non saremmo più “noi”.

Se un ragazzo decide di smettere di pregare e di non credere, Dio non forza questa decisione. Resterà alla porta della sua vita in mille modi (anche inimmaginabili) fino alla fine ma dovrà attendere una sua risposta. Senza la sua libertà non accade nulla. Per questo Gesù subito dopo se la prende con la folla. Perché questa invettiva? Cosa aveva fatto la folla? Non era lei l’artefice di quel dubbio. Forse possiamo pensare che se la folla avesse capito, se si fosse convertita, se in quegli anni la parola di Gesù fosse stata accolta in altro modo, Giovanni non sarebbe già più in carcere. Non avrebbero permesso quell’arresto. Forse.

Consideriamo la portata di questa rivoluzione. Dio si identifica solo nel libero acconsentire al bene e alla causa degli uomini. Ma egli non sradica il male, solo lo rende visibile per chi crede. Questo rende radicalmente diversa anche la preghiera. Non si può pregare perché le cose accadano al di fuori del nostro agire e della nostra responsabilità. La preghiera sarà assieme il desiderio che qualcosa accada dentro di noi: sarà la trasformazione del nostro desiderio, sarà anzitutto la domanda della nostra conversione.

Non c’è desiderio che il mondo cambi che non passi da un desiderio di conversione personale e dalla propria responsabilità. La preghiera di San Bernardo di Chiaravalle lo dice in modo esemplare: “volle venire colui che si poteva accontentare di aiutarci”. Potevamo forse essere aiutati magicamente dall’alto e invece siamo “visitati” da una presenza che liberamente ci affascini e ci converta.
Se un nostro amico sta male e ci chiede aiuto possiamo fare quelli che hanno la soluzione e dall’alto, con una risposta pronta, possiamo fingere di aiutare. Invece c’è una presenza che anche quando non sa aiutare, tuttavia porta assieme un pezzo di quella sofferenza. Ed è un segno di qualcosa di più grande che è venuto a trovarci. Accade così forse perché quello che c’è in gioco si trova ben oltre la soluzione alla nostra difficoltà del momento. Talvolta ce ne accorgiamo anche noi.

II domenica di Avvento

Bar 4,36-5.9; Sal 99; Rm 15,1-13; Lc 3,1-18

Mi sembra esista un contrasto tra le prime affermazioni di Giovanni, che suonano in modo molto altisonante (“spianate le strade…”) e la risposta alla domanda “cosa fare?”. Giovanni dice a coloro che riscuotevano le tasse: “siate onesti, non fate gli uomini corrotti”, alla gente normale dice: “aiutate che è nel bisogno” e ai soldati dice: “fate i bravi soldati, non maltrattate la gente, accontentatevi del salario senza saccheggiare…”.
E ci verrebbe da dire: tutto qui? Non dice di fare “grandi cose” o di ribellarsi al potere politico (ingiusto allora come oggi) o di “vivere in monasteri”. Fare il bene con la “b” minuscola. Qualche anno fa, forse quando ero più giovane, avrei trovato troppo poco in questo. Non si può solo fare “le persone educate”, il cristianesimo non è questo. Resta vero, ma oggi mi rendo conto con più chiarezza che “ciò che è ordinario”, l’essere semplicemente persone che quotidianamente provano a fare il bene, appare realmente straordinario. Dico cose semplici: stare con i figli, rinunciare a un po’ di stipendio per loro, coltivare delle amicizie, leggere un libro, parlare con un anziano, rispondere alle mail, lavorare bene per il gusto di fare bene una cosa, chiedere scusa… non preoccuparsi se non si potrà cambiare la macchina o non si potrà andare a sciare… far bene da mangiare, aspettare uno che arriva in ritardo senza imprecare, credere in un matrimonio…

Cose davvero semplici, ma diventate oggi difficilissime. Eppure era la base dell’umano (e una volta anche di una felice “convivenza” civile). L’impressione è che si diventi vittime sempre più frustrate e nervose di un sistema che ti toglie il respiro, dove devi correre sempre addietro alle cose, dove ti senti un po’ in pericolo, dove ciò che dai agli altri lo senti con fastidio, pesa, come uno svuotamento personale… Ho degli amici che mi dicono che bisogna andarsene in paesi più poveri del nostro (non paesi di miseria) per uscire dalla “macchina” invisibile che ci stritola… Ma forse è un fuggire.
Perché le cose semplici dell’umano sono diventate così difficili? Perché il bene con la “b” minuscola sembra così faticoso e a volte pure impossibile? Ci sarebbero tante analisi da poter fare su questa “insoddisfazione” latente che oggi facilmente cede alla “rabbia” degli uni sugli altri. Settimana scorsa provavo a indicare una pista di riflessione e se ne potrebbero aggiungere altre. Penso però anche che ci siamo un po’ dimenticati del Signore. Ho impressione che se non lo perdiamo di vista abbiamo più forte la possibilità di “sfilarci” o di “resistere” agli ingranaggi della logica del “progresso” e del “mercato”, e alla fine vivere con meno frustrazioni (per fortuna senza dover essere Dio). Almeno, non avessimo davvero più nulla (finissimo in bancarotta), avremmo degli amici che ci vogliono bene (una compagnia cristiana) e soffriremmo un po’ meno la solitudine. Non sarebbe già uno “spianare la strada”?

Il poeta Argentino Borges scrive una bellissima poesia dove descrive chi è per lui l’uomo “giusto” con la “g” minuscola.

Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.

I domenica di Avvento

Is 51,4-8; Sal 49; 2Ts 2,1-14; Mt 24,1-31

L’avvento ricorda che attendiamo non solo il Natale, ma il Signore che tornerà. Alla fine della vita sappiamo cosa noi incontreremo: non il nulla o il caso, non le guerre e l’apostasia saranno l’ultima parola, ma il Signore Gesù. Noi attendiamo questo ritorno, sia per noi come singoli, sia per la storia totale di tutti gli uomini. La vita dunque, nonostante le apparenti contraddizioni, è destinata a qualcosa di buono che ci aspetta (“la gloria del Signore” dice Paolo).

Perché tutto ciò è così importante? Perché ho impressione che oggi manchi lo “scopo”, manchi il “perché”. Lavoriamo molto, siamo presi o soffocati tra mille impegni, ma ho impressione che spesso non sappiamo “per chi” o “per cosa”. A volte, i genitori dicono: lo faccio per i figli. Ma poi i figli crescono, hanno le loro strade, si distaccano… e più forte si fa sentire il vuoto.
Lo “scopo” è uno sguardo che indirizza al futuro. Se il futuro non offre nulla di buono, nulla di interessante o sicuro, allora si genera la routine, l’apatia. Hanno un bel da fare gli adulti a incitare i ragazzi che starebbero tutto il giorno sul divano se loro stessi pensando al futuro non vendono nulla. Se i grandi vedono solo incertezza sul domani dei loro figli. Questo “niente”, questa “incertezza” che si vede nel futuro, retroagisce nell’oggi.

Mi vengono in mente i ragazzi che quando vogliono bene a una ragazza e iniziano a frequentarsi (ma succede anche nella vita sposata), dopo un po’ si accorgono del “niente” che accade, del ripetersi sempre delle stesse cose. Se vengono interrogati sul futuro si capisce che manca un perché, manca qualcosa che renda “sempre le stesse cose” attese e desiderate, cariche di senso perché indirizzate alla ricerca di qualcosa di bello assieme, magari nell’idea di una famiglia o di un cammino, di un legame eterno. Tutto era schiacciato all’esigenza di oggi di non rimanere solo, nel desiderio di qualcuno affianco. Ma manca uno scopo. Se, stando assieme, si pensa che poi tanto “ci si lascerà”, se stando assieme “non vedo niente nel futuro”, allora dopo un po’ accade la noia… Pavese diceva: “l’ora è spietata per chi non attende più nulla”. Ed è altrettanto problematico per me quando a questo nulla si “inventano” piccoli provvisori obbietti o interessi, ma che nascondono la routine di un legame: mettere su casa, scegliere i mobili, fare figli… nascondendo che sono compensazioni di un nulla che sta di fronte ad entrambi e che cerca nel “nuovo” e nel “diverso” la sua compensazione.

“Manca un perché” significa che ritorniamo a pensare come facevano i pagani: c’è un eterno ritorno delle cose, nulla di nuovo accade sotto il sole. Il tempo per gli antichi era ciclico. Gli anziani erano più saggi perché avevano visto più cicli della storia. Anzi, non c’è “storia”, ma c’è “cronaca”, c’è solo un accadere di fatti che si può raccontare, ma che non portano da nessuna parte. Tucidide, il primo storico, dice che fare storia è raccontare quello che si conosce, non vedere il senso di ciò che accade.
Il cristianesimo aveva introdotto invece una direzione, un senso lineare del tempo. Il tempo non si ripete, ma va verso il suo incontro con il Signore che passa attraverso la tribolazione. Questo accade nella vita personale come nella storia universale. Perché vivo? Perché mi sposo? Perché pure soffro? Per imparare a desiderare come Dio, per riconoscere alla fine il Signore che viene, come quando si cammina in montagna e si vuole arrivare cima (che spesso ha in cima una croce).
Cosa dicono i ragazzi quando vivono una relazione non solo come qualcosa che “è accaduta”? Dicono “ho avuto una storia” e dicendo questo imparano a collocare quel tempo nella loro vita, dandogli un “perché”, magari attraverso una maturazione o dei cambiamenti che intravedono.

Chiudo raccontando ciò che mi è accaduto di recente. E’ morta pochi giorni fa la mamma di un mio studente che era malata da tempo. Chiedo al figlio: “tua mamma ha sofferto molto?”. Il figlio risponde: “sì, deve aver sofferto molto. Ma non voleva farcelo pesare e sorrideva sempre”.
Mi sono chiesto: “perché sorrideva?” Sorrideva perché aveva di fronte a sé non il vuoto, non l’incertezza, ma un bene ben più grande della sua malattia: l’affetto per i figli. Se la tua vita va verso un bene, sai che sarà il Signore ad attenderti, sei anche disposto a sopportare molto e pure a sorridere. Se invece di fronte a te non vedi nulla, non c’è niente, allora basterà una fatica qualsiasi a rendere la vita insopportabile e persino indegna.

Cristo Re dell’universo

Dn 7,9-10.13-14; Sal 109; 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46

Ciò che è straordinario in questo Vangelo è che Dio non dice “ti avevo detto di servire i deboli e tu mi hai disobbedito”… come spesso noi interpretiamo. Noi pensiamo che il senso di queste immagini sia quello di darci un compito: “devi fare le opere di misericordia”. Non c’è scritto questo e non è questo il punto. Qui Dio dice molto di più: “ogni volta che lo hai fatto o non lo hai fatto, non lo hai fatto a me“. Cioè, si crea una identità tra il servire Dio e gli uomini. Una identità! E non si capisce mai abbastanza la portata enorme di questa identità. Il cinese che non conosce la tradizione biblica e fa il bene, lo fa a Dio (non abbiamo dubbi su questo). Come non c’è bisogno che tu conosca il nome di Gesù. E per me la cosa più sorprendente del brano è l’obiezione dei buoni, loro dicono: “io non ti ho mai incontrato” e Dio risponde: “no, tu mi hai incontrato”.

La preoccupazione di Dio non è sé, ma è l’uomo. Se un ragazzo mi dicesse: “non vengo a Messa, ma faccio mezz’ora in più di bene per qualcuno” io gli direi “fallo!”. Peccato che non ho mai conosciuto uno che abbia smesso di andare a Messa e abbia aumentato anche solo di dieci minuti il bene che compie per qualcuno. In ogni caso, la preoccupazione della Chiesa non deve essere sé, ma deve essere l’uomo. Il problema non è che gli oratorio sono vuoti o che i ragazzi non vanno a Messa. Il problema è il nulla che li divora, il problema è quando ti scrivono “non so don se lei è felice, se ha degli amici veri che la vengono a trovare anche quando non hanno bisogno, ma se non li ha allora siamo un po’ simili”.
Questo è il problema! Il problema è che un ragazzo così, nel mondo tecnicizzato e burrocraticizzato che viviamo, non abbia trovato nessuno che riesca a fare qualcosa… Nella sua classe, tra venti ragazzi che saranno un domani venti cittadini, non si trova chi se ne accorge. Non per colpa loro. Gli abbiamo insegnato noi che anzitutto devono preoccuparsi di andare bene, di prendere bei voti e sono così attenti ai loro bei voti che a volte vedere un compagno in crisi e invitarlo a casa a studiare sembra impossibile. Ma, ripeto, è ciò che gli abbiamo insegnato noi.
Se noi patissimo un po’ di più per questo e un po’ meno perché i ragazzi non ci seguono a Messa o per i loro voti scolastici, sono convinto che anche il loro rapporto con Dio sarebbe diverso. Dico patire il loro senso di nulla, di perenne fragilità e insoddisfazione, il loro narcisismo cronico.
E il problema non è “fare la carità”, ma che noi stessi e loro, ci perdiamo se viviamo solo per noi. Sono convinto che la condanna del vangelo sia qui un’auto-condanna.

Siamo in un contesto dove ognuno si sente un numero, un nulla. Abbiamo un’idea della giustizia che è quella dell’essere tutti uguali, tutti con gli stessi diritti e doveri, e dunque tutti così ugualmente insignificanti –che non è l’idea cristiana della giustizia ma, come diceva Nietzsche “ciò che noi chiamiamo giustizia è in realtà vendetta”.
Nella scuola, ad esempio, in nome dell’uguaglianza e della garanzia dei diritti (dove anzitutto ti devi tutelare dalle possibili denunce), tutto è un codice e non si può guardare in faccia all’età, alla storia, alla persona… tutto è disciplinato da una norma, per tutto c’è una procedura… e c’è anche il sistema qualità che garantisce che lo svolgimento delle procedure… Ho scoperto che c’è un regolamento anche per essere seppelliti in un cimitero piuttosto che in un altro e se sei una famiglia che si è appena trasferita e gli muore un figlio, “non puoi, c’è la procedura”…
Io penso che in questo contesto noi cristiani abbiamo una carta da giocare. Non preoccupiamoci per un attimo di convincere nessuno e facciamo come gli antichi cristiani saltando di pari passo tutta la burocrazia. Sono convito che bisogna saltarla perché non c’è dialogo con essa.
Un’azzardo, un’opera di creatività, senza aspettarsi che le istruzioni vengano dal prete o dal parroco. Hai 70 e non sai fare nulla ma sai fare le torne (dico per dire)? Mettiamoci a fare le torte e regalare così 100 mattoni per la ricostruzione di qualche casa ai terremotati… Invento, ma dico: vuoi mettere il nipote che va non va a Messa e tu gli dici “questa torta è per quelli lì che non hanno la casa”. E anche se mi fa male la schiena è giusto farla… E non dite “è per amore” dite “è giusto così”, perché quello non è un sentimento pietistico ma è semplicemente il modo giusto di vivere. Penso a una cosa così, che non aspetta la direttiva dall’alto, che non aspetta la norma o la procedura o il foglietto della raccolta della parrocchia, altrimenti siamo da capo: è sempre un obbedire a un compito…

Se passa questo, il mondo non cambia, però come dice il libro di Daniele della prima lettura i vari “mostri della storia” non vengono sconfitti da un mostro più grande e più forte del precedente, ma da qualcosa di completamente diverso: da un umano, da un “figlio d’uomo”, da ciò che è l’opposto del “mostruoso”.
La conversione, anche per i più giovani, passa da qui. Come nella conversione dell’Innominato, lui che era potente non viene messo in crisi da uno più potente di lui, ma da uno che è l’opposto della potenza, una donnicciola piagnucolante. Nel mondo dove tutti cercano di vendere il loro prodotto, non mettiamoci a urlare anche noi per vendere il nostro prodotto religioso: Dio non è interessato ad avere tanti o pochi adoratori. Senza aspettarci che qualcuno ci dica cosa fare, bisogna tornare a guardare alla povertà degli uomini. Forse banalmente, che lo riconosciamo o meno, lì c’è Dio.

II domenica dopo la dedicazione

Is 25,6-10a; Sal 35; Rm 4,18-25; Mt 22,1-14

Bisogna chiarire il significato della finale di questa parabola: “molti sono chiamati, ma pochi eletti”. E’ una traduzione non felice di un modo di parlare tipicamente semita e a noi un po’ estraneo. Spesso per formare un comparativo un ebreo usa un’opposizione di contrari. Ad esempio (Rm 9,13) “ho amato Giacobbe, ma odiato Esaù”, non significa che Esaù è stato realmente odiato, ma significa “ho amato Giacobbe più che Esaù”. Oppure Lc 14,26: “chi non odia il padre e la madre non è degno di me”, non dice di odiare i genitori ma “amare Gesù più del proprio padre…”.
Una traduzione più comprensibile sarebbe: “ci sono più chiamati che eletti“, ovvero, non tutti quelli che vengono chiamati sono “eletti”, cioè rispondono alla loro chiamata. Non perché chiamati si è automaticamente eletti. Detto in altri termini: il mistero della nostra libertà resta tutto fino all’ultimo istante di vita. Esattamente come i primi invitati a nozze che rifiutano l’invito, con la sola differenza che prima nessuno aveva risposto, ognuno era impegnato nelle sue faccende, mentre ora solamente uno non ha risposto indossando l’abito nuziale.

La parabola mi fa pensare al dramma della libertà. Libertà è una parola che ha perso sapore. La confondiamo con la libertà di stampa, di espressione, di voto… come se fosse un accessorio che si può togliere o mettere alla vita. Io penso invece che la libertà sia la cosa più grande che tutti riceviamo in dono e che non possiamo toglierci mai del tutto (pure se cerchiamo di farlo). Non tutti riceviamo le stesse cose quando veniamo al mondo, ma ognuno riceva la libertà. Da cosa lo vedo? Dal fatto che l’unico gesto che conta realmente nella vita –cioè il nostro voler bene– non può essere in alcuno modo costretto. Non si può costringere ad amare, non si può costringere ad essere amico. Tutto il loro valore sta nella libertà dell’atto e dunque nel dramma e anche della loro “non possibilità”. Altrimenti si chiama “acquisto”, ma non avrà mai lo stesso valore. Si può incarcerare un uomo, ma non si potrà mai costringerlo a voler bene.
Direi così: la libertà è la distanza necessaria da custodire affinché la relazione esista davvero come relazione e non come possesso. La libertà è la distanza tra il Padre e il Figlio che li fa essere l’uno distinto dall’altro. Chi vuole bene sa la fatica di questa distanza… Appena si pretende di eliminarla ecco che si cerca di uccidere colui che amiamo. E forse anche per questo “amore” e “morte” stanno così vicini. “Morte” è lo stesso nome di “amore” ma privato della libertà.

Il cristianesimo, come Gesù in questo testo, parla di “inferno” –che apparentemente è una contraddizione con il volto di Dio– solo per salvaguardare il mistero della libertà, non togliere la possibilità a un uomo che esso stesso rifiuti il bene che vede. Costi pure a Dio il rischio di perderci, ma lui non sopporterebbe di farci schiavi. Dio non vorrà mai degli adoratori perché vuole uomini liberi. Le religioni pagane, i miti moderni, vogliono adoratori e schiavi, ma Dio vuole solo uomini liberi. Accetta il fatto che questo possa non accadere… Che fatica permettere che gli invitati non siano degni e continuare a sperare fino all’ultimo che si ricordino dell’abito nuziale… Ma questo ha fatto Gesù stesso tante volte: per Pietro, per Giuda (fino all’ultimo boccone), per la folla, per tutti gli altri. Fino a domandarsi angosciato e senza risposta: “il Figlio dell’uomo quando tornerà sulla terra troverà ancora la fede?”. Ad oggi possiamo dire che lui stesso non lo sa.

Un’ultima considerazione: “più chiamati che eletti” mi fa venire in mente che io stesso ho ricevuto di più di quello che sono stato capace di restituire. Ciò che vale nel mondo vale anche in noi stessi. Ci sarà sempre una parte di noi senza “abito nuziale?”. La parabola mi ricorda che prima ancora di essere o meno eletto sono stato chiamato, ovvero che Dio stesso mi cerca più che io stesso possa volontariamente desiderarlo e cercarlo. Fermarsi ogni tanto anche solo a riconoscere questa sproporzione, a volte pure ammutoliti, è forse parte dell’abito stesso che dovremo indossare.

V domenica dopo il martirio

Is 56,1-7; Sal 118; Rm 15,2-7; Lc 6,27-38

Per capire questo vangelo e la prima lettura vorrei fare questa considerazione. Mi pare che noi tendiamo spontaneamente a far coincidere il compimento di un uomo, la sua realizzazione con una forma di soddisfazione o di successo personale. Se pensiamo ai ragazzi da adulti li vorremmo ben realizzati, con magari una bella famiglia, con un buon lavoro… vorremmo che potessero trarre soddisfazione dalla propria posizione, dai propri figli. Nulla di male, ovviamente, eppure in questo si insinua la convinzione che il compimento dell’umano sia sempre una forma di autorealizzazione. In questo senso: se uno ha una bella famiglia, magari non è divorziato, ha tanti figli, sta bene nel lavoro… allora è felice, è a posto. Se invece uno non trova la ragazza, magari fa fatica a studiare, nel lavoro non trova grandi sbocchi… allora “poverino”, è stato “sfortunato”.

A me sembra che il vangelo di oggi e la prima lettura abbiano qualcosa da dire proprio su questo modo di pensare. Isaia dice: “non dica lo straniero (l’immigrato potremmo tradurre noi) “sarò fuori” o l’eunuco (quello che non può avere figli) “sono come un albero secco”. Se lo straniero osserverà la legge del Signore e ugualmente l’eunuco, dice: “darò un monumento e un nome” che saranno qualcosa di meglio dei figli e saranno qualcosa di eterno… Come a dire: la questione non è che non possono avere figli, la questione è la relazione che hanno con Dio e allora io li riscatterò…
E’ interessante che un “monumento e un nome” sia stato poi scelto come titolo del museo ebraico della Shoà a Gerusalemme. Proprio in questo versetto di Isaia è stato riconosciuta l’opera della memoria che riscatta i sei milioni di ebrei morti. Sono morti, eppure, hanno un monumento e un nome (yahd washem)…

Gesù non dice una cosa diversa. La perfezione dell’uomo non è di fare carriera. La perfezione dell’uomo è di essere come il padre celeste che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Questo realizza la pienezza della propria vita più che la soddisfazione famigliare o professionale. Anche se è difficile da credere.

In conclusione vorrei portare due esempi che sono stati così. Il primo è uno dei più grandi matematici di fine seicento Leibnitz. Se non fosse esistito non avremmo la matematica di oggi, fu addirittura uno dei primi ideatori di una calcolatrice meccanica. Eppure Leibnitz ha fatto per tutta la vita il semplice bibliotecario. Non ha mai avuto una cattedra, non ha mai potuto insegnare… non ha mai avuto successo. Nella sua etica quotidiana, fatta di dedizione alla studio, di fatica, di “amore per il nemico” che è anche ciò che non capisci… immagino abbia trovato tutto quello che gli serviva per vivere. E così, rimane nella storia anche se lui non se lo sarebbe neanche immaginato (perché non lo andava a cercare).
Il secondo grande personaggio che mi viene in mente, per sfatare l’idea che la grandezza dell’uomo sia legata al suo successo, è la vita del pittore Van Gogh. Non ha mai venduto un quadro nella sua vita, solo il fratello, mosso a compassione gliene comprò uno. Ma sappiamo dalla sue lettere che il suo modo di dipingere era il modo che aveva per parlare di Dio e di Gesù nel mondo. Fu un cristiano con i colori… ha sviluppato una poetica del mondo e delle cose che ha cambiato poi tutta la pittura. Non ebbe alcun successo, fu un “albero secco” per citare Isaia… eppure il Padreterno gli ha dato un “monumento e un nome” che rimangono nella storia.