Mercoledì, 19 Novembre 2008
In quel tempo. Andando via di là, il Signore Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».
La chiamata di Matteo mi ricorda la tela di Caravaggio che si trova a Roma in S. Luigi dei Francesi. Una tela che fa molto discutere per tanti versi. Sembra in essa che la chiamata di Matteo sia marginale rispetto a tutto quanto avviene nella vita: una luce che proviene da una finestra e che non è proprio in linea con la presenza del dito puntato di Gesù. Dall’altra parte, addirittura, il protagonista che potrebbe essere il giovane chinato ancora sui suoi denari prima della chiamata, oppure l’anziano che con la sinistra fa segno di essere forse lui il chiamato.
Questo dipinto mi da la chiave interpretativa della scena. Dove la presenza di Gesù nei riguardi di costui che era considerato peccatore pubblico, si fa presente appunto teneramente, senza potenza, senza forza. Questo è lo stile della tenerezza di Dio, che si trova anche nella frase del profeta Osea citata da Gesù. Anche il profeta Osea presenta l’irruzione di Dio nella vita di Israele non come una forza certa, ma come una tenerezza soffusa da attendere con pazienza. Israele si aspettava che Dio senz’altro dopo due giorni avrebbe fatto rivedere il suo volto benevolo, avrebbe ridato vita ad Israele. Mentre invece il profeta risponde che questa benevolenza non è la vera “hesed”, la vera lealtà, voluta da Dio, e assomiglia piuttosto alla nube evanescente, alla rugiada che subito sparisce al mattino. Ciò che invece Dio chiede ad Israele è l’atteggiamento profondo che coinvolge il cuore e che si esprime poi sì anche negli aspetti esteriori del sacrificio. Ma senza verità del cuore, senza lealtà profonda non ci sarebbe la manifestazione della tenerezza di Dio.
Come ci suggerisce M. Bellet: “La divina tenerezza è sobria e discreta, non si perde in sublimità, si trasmette da corpo a corpo attraverso lo sguardo, la mano, la semplice presenza, l’ascolto benevolo e gioioso. Dona senza aspettare alcun riscontro. E’ l’umanità ingenua e semplice. Permette all’uomo di sopportare se stesso nella attraversata talora terribile della vita. Può fare a meno di tutto persino delle parole.” Ma non può fare a meno di quella parola del Signore Gesù: seguimi.
Mercoledì, 12 Novembre 2008
In quel tempo, Gesù disse: “Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.
Una prima riflessione. Siamo abbitauti a pensare a questo padrone come al Signore che comanda. Fose l’esegesi spinge in questa direzione per via dei lavori descritti. Forse. Io però faccio l’ipotesi che l’immedesimazione alla quale Gesù invita non sia direttamente con la figura di Dio. Come dire: ecco Dio che ti comanda e tu china la testa e obbedisci. Sarebbe in eccessivo contrasto con la parola che dice: non vi chiamerò più servi ma (leggi tutto...)
Sabato, 8 Novembre 2008
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “C’era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. L’amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d’olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi (leggi tutto...)
Giovedì, 6 Novembre 2008
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. Allora egli disse loro questa parabola: “Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, (leggi tutto...)
Giovedì, 6 Novembre 2008
In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con (leggi tutto...)
Lunedì, 3 Novembre 2008
In quel tempo, Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”.
Non è forse l’indicazione anche della mitzvah hachnasat orchim (personalemente sperimentata questa estate)?
Cito un racconto di Hugh Nissenson (”The Elephant and My Jewish Problem”)
We always had a guest on Friday nights, someone poorer than we, who had no place to celebrate the Sabbath. It was a religious obligation. On Friday afternoons, my father took an hour off from work to wander the streets of the neighborhood, looking for a Jewish beggar or a starving Hebrew scholar who slept on the benches of some shul…
Very often on a particularly cold night, my father invited (leggi tutto...)
Giovedì, 30 Ottobre 2008
In quel giorno, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: “Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere”. Egli rispose: “Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”.
Stupisce sempre che un (leggi tutto...)
Mercoledì, 29 Ottobre 2008
La domanda mi imbarazza sempre un po’. Se infatti da un lato avere dei sogni è segno del legame e della passione che abbiamo per le cose, dall’altro sembra offuscare la nostra capacità reale di fare e di pensare alle cose. Si sa: il sogno inizia dove l’uomo dorme e non può più operare. E la speranza (l’ultima a morire) dove non sia hanno più certezze. Il sogno, in fondo, è l’altra faccia del “sonno della ragione”.
Questo idealismo sognatore è sempre stato attraente per gli uomini. Tecnicamente, per la psicologia, ci permette di rimuovere il senso di colpa per le aspettative mancate nell’oggi (non c’è come dire: domani studierò per rimuovere il senso di colpa del non-studio e non studiare mai). Da un punto sociologico, il sogno è la prima forma di rimozione della morte. La società non rimuove il problema della morte semplicemente relegando gli ammalati negli ospedali e gli anziani negli ospizi, ma regalando sogni, convincendo gli uomini che i problemi di oggi domani non ci saranno. La macchina dei sogni e delle speranze è oggi quella che mette in moto il mercato: (leggi tutto...)
Giovedì, 23 Ottobre 2008
Prima di iniziare la nostra chiacchierata vi vorrei confessare un disagio, l’imbarazzo che mi viene quando devo parlare di questi temi.
E’ come essere nella situazione di un film di Woody Allen quando lui – ebreo – seduto su un lettino dallo psicologo racconta: “Ho 12 anni e vado alla sinagoga. Chiedo al rabbino qual è il significato della vita. Lui mi dice qual è il significato della vita. Ma me lo dice in ebraico. Io non lo capisco – l’ebraico. Allora lui chiede 600 dollari per darmi lezioni di ebraico.”
Ecco, a parte i 600 dollari che non chiedo, la sensazione è la stessa: che la fede, la religione, le risposte alle domande della vita, il cristianesimo ecc., alla fine siano cose che non si spiegano, non si devono argomentare, bisogna solo crederle.
E quando anche qualcuno tenta di spiegarle sembra appunto che parli ebraico: non si capisce nulla, ti confondono le carte, magari ti fanno anche dubitare di quelle 4 cose religiose di cui eri convito.
Ecco. Questo è il mio imbarazzo: che, in fondo, quando dico che ho studiato le leggi della fisica, uno pensa a delle cose magari da geni mezzi matti che girano in pigiama, ma che sono argomentate (leggi tutto...)
Venerdì, 19 Settembre 2008
Vocazione è una chiamata. Prima di essere una scelta, prima di poterne cercare il perché e magari spiegarlo agli amici, prima di desiderarlo o rifiutarlo, la vocazione cristiana è sentita come una chiamata. Allora, prima di andarla a cercare e ancor prima di poter pregare per essa, la vocazione è una Parola che cerca. Una parola che chiede, domanda, provoca. Magari ad un certo punto della nostra vita oppure per anni, da piccoli o da adulti – tutto questo non importa, perché ciò che importa è che questa Parola che viene a noi non sia la nostra: non sia prodotta da noi, non sia il nostro pensiero, o frutto della nostra logica. Nessuno potrà dire in assoluto cosa e dove sia questa Parola: può essere una storia, un fatto, un volto, un uomo, un racconto, il Vangelo stesso. Ma ciò che ci permetterà di misurane la sua qualità è che non è nostra. Se fosse nostra, allora potremmo sbagliarci e ci sentiremmo insicuri. Se è la Parola, questa diventa un fatto solido, un appiglio incrollabile. E nessuno potrà mai sostituire questa Parola: nessuno potrà mai inventare o spiegare partendo solo da sé le sue decisioni. O essa c’è e chiama (leggi tutto...)
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