Festa della Santa Famiglia di Gesù

Sir 44,25-45,1c.2-5; Sal 111; Ef 5,33-6,4; Mt 2,19-23

Penso che il tema del legame genitore-figlio sia questione attuale e meriterebbe una riflessione approfondita. Per noi cristiani, mi aspetterei una riflessione meno fatta di slogan, meno riferita alle correnti della moderna psicologia e un po’ più coraggiosa. Non nell’ottica di chi difende qualcosa perché si sente minacciato. E se è vero che bisogna anche andare in Egitto (o a Roma) per difendere i propri figli dalle “potenze del mondo”, pure dall’Egitto bisogna poi ritornare. E il Signore sa anche lui, senza illusioni ma con un sano realismo, che da queste “potenze” dovrà tante volte anche nascondersi: a Natzaret, tra la folla quando volevano lapidarlo, nel deserto quando uccidono Giovanni… Non sempre le “potenze” del mondo, che dettano le loro leggi, possono essere affrontate di petto. Le “potenze” sempre fanno e faranno il loro gioco: non sono interessate ai “figli”, né ai “padri”, ma sono preoccupate del loro potere, della loro immagine. Come Erode, esse legiferano solo per questo. Non hanno mai provato ad insegnare in una classe di “figli” senza “padri” o senza “madri”, non sanno cosa sia l’orfanezza, né capiscono il vuoto di genitori o di nonni che vedo “perdersi” i propri figli. Non dobbiamo stupirci di questo, ma tenere a mente i nomi e cognomi dei nostri cuccioli.

Tante cose dovremmo dire su questa “orfanezza”, dove una paternità o maternità riuscita viene fatta dipendere troppo spesso dalla corrispondenza o dal ricambio dell’affetto dei figli, come se il comando dicesse: “sei padre quando tuo figlio ti onorerà”. E invece non è così. E’ anche interessante che questo quinto comando sia l’ultimo dei primi cinque comandi che riguardano la dimensione “verticale dell’uomo” e non quella orizzontale. A suggerire che questa paternità deve alimentarsi da un’altra parte rispetto al rapporto orizzontale con i figli, perché se dipende da esso, non è una vera paternità.
Si potrebbe parlare molto su questo, ma non mi dilungo.

Vorrei invece mettere in luce una buona notizia che è insita nella scoperta cristiana perché Vangelo significa pure “buona notizia”. Se non siamo superficiali capiamo subito che nel rapporto genitore-figlio c’è sempre insediato potenzialmente un conflitto. Proprio perché al tema del figlio è sempre legato il tema dell’eredità (come nella prima lettura, del resto in “patrimonio” c’è la parola “padre”) e il tema della propria identità (nel figlio mi rivedo, il figlio prolunga la mia opera), c’è sempre un potenziale conflitto. E’ quasi impossibile tagliare il proprio cordone ombelicale e diventare adulti senza un conflitto o uno scontro con i genitori. Tutta la letteratura da sempre ne parla: pensate alla figura di Geltrude, a re Lear di Shekpeer, alla lettera di Kafka al proprio padre… Con due derive estreme: o essere in qualche modo vittima dei propri genitori (subirli) oppure essere carnefici (sia pure metaforicamente, magari tagliando totalmente i ponti).
Potremmo dunque pensare che noi siamo per forza destinati a questo, a vivere dentro questa opposizione strutturale, o almeno minacciati da questo.

La cosa che mi stupisce del Vangelo è che Gesù vive la sua identità di figlio in relazione al padre e non in opposizione al padre. C’è un padre che non minaccia più l’identità del figlio e c’è un figlio che non vive la relazione con il padre come un antagonista. E’ una rivoluzione e tocca una paternità che non è “della carne” o il semplice “fare dei figli”.
Questo modo nuovo di essere “Padre” da parte di Dio, che si rivela in Gesù, non come possibile antagonista del figlio o di noi uomini (Nietzsche diceva: “o io o Dio” perché intuiva che per entrambi non c’era posto), può fondare in modo diverso anche il nostro possibile modo di essere “padri” e non semplicemente verso i nostri figli naturali “di carne”.
Detto con un esempio: possiamo vivere il lusso di lasciare andare i nostri figli per le loro terre e dargli la loro parte di eredità (il figliol prodigo) senza sentirci minacciati di essere stati genitori falliti. Possiamo vivere il nostro essere padri senza chiedere a loro di adorarci o di onorare i nostri progetti o di sacrificare qualcosa per noi… E’ su un altro modello che traiamo la nostra paternità. Lo sappiamo perché viviamo il nostro rimanere figli, non schiacciati da un Padre, come Gesù è stato figlio del Padre.
Sono convito che se guardiamo a quella relazione, se sappiamo cosa sia il nostro essere figli, sapremo anche più facilmente essere padri sia per i nostri figli di carne che per molti altri.

III domenica dopo l’Epifania

Nm 13, 1-2. 17-27; Sal 104; 2Cor 9, 7-14; Mt 15, 32-38

Le letture di oggi parlano dell’esperienza di una sovrabbondanza inaspettata. Si tratta di una sovrabbondanza che nasce dalla condivisione di ciò che appare poco, troppo poco rispetto alla domanda dell’uomo. Sette pani e pochi pesciolini appaiono davvero poca cosa per quattromila uomini. Come è possibile che così poco basti davvero per tante persone? E’ tuttavia certamente l’esperienza che ha fatto Matteo nella prima comunità, è lo stesso messaggio delle Beatitudini: come è possibile che poveri, afflitti, umili possano essere beati? Eppure anche Luca aveva fatto questa esperienza quando nel Magnificat scrive: “hai rimandato i ricchi a mani vuote…”.

Si potrebbero dire molte cose su questo tema che sembra un paradosso o qualcosa di miracolistico. Ma se viene letto così, come qualcosa di miracolistico, può essere davvero confuso con la tentazione del Satana nel deserto: “di che questi sassi diventino pane”. Già, due gesti apparentemente simili eppure opposti.

Scelgo due pensieri su questo tema.
Il primo pensiero mi viene dalla mia esperienza personale. Penso infatti che questa “sovrabbondanza di un poco” sia anzitutto un’esperienza che si può fare a patto che ci si fidi del Vangelo. Se penso alla mia vita non posso non riconoscere che questo mi è dato: la povertà che un prete sceglie di vivere (se la sceglie) cosa è in fondo? è il fatto che non hai casa “tua”, non hai una famiglia “tua”, non hai dei figli “tuoi”. Non rinunci alla casa ma rinunci in qualche modo al possessivo “mio”. Perché farlo? Lo si può fare non perché si è dei matti ma perché si conosce l’affidabilità del Signore (a dispetto della inaffidabilità degli uomini). Se esiste questa fiducia il poco diventa molto: una casa l’avrai sempre, avrai mille inviti a cena e “se hai lasciato padre, madre e fratelli” ne avrai centro in cambio. A patto però che ti sia fidato davvero. Intendo dire: dentro il contesto reale di una comunità si può imparare a fidarsi del Signore e dei fratelli (ma più del Signore mi viene da dire) che non ci farà mancare mai nulla. Ma è necessario vivere di una “cassa comune”, è necessario lasciare i “sette pani” e pochi pesciolini che si hanno. Se continui a trattenerli pensando che siano “chissà quanto” li farai marcire di sicuro (come la manna). Intendo dire: se uno continua a vivere da borghese e non molla la presa su nulla, non compie mai un passo di reale fiducia e comunione, quello che gli resta tra mani sarà sempre una povera vita.

Il secondo pensiero lo traggo da un libro molto interessante: Rahnema, “Quando la povertà diventa miseria” (il titolo originale sarebbe “Quando la miseria scaccia la povertà”). Rahnema è un iraniano vissuto poverissimo nel suo paese, poi è riuscito a studiare, è diventato ministro negli anni sessanta in Iran e poi a collaborato con l’ONU per diversi progetti nei paesi in via di sviluppo.
E’ davvero interessante questo libro perché scalza l’ideologia che ci fa credere che noi sappiamo bene cosa sia il tanto e il poco, cosa sia la povertà e la ricchezza, come fossero soltanto questioni di “quantità”. Rahnema dice che povertà e ricchezza, tanto e poco, non sono solo concetti quantitativi. Semplificando: la povertà non è la miseria, pur essendo entrambe esperienze dove manca qualcosa. Dice Rahnema: si può avere molto ma essere poveri, nel senso di miseri, perché insaziabili divoratori di cose, si può avere poco ed essere poveri, non nel senso di miseri, perché pieni di dignità nella propria indigenza.
Scrive ad esempio che ha conosciuto diversi tipi di povertà: «Quella scelta da mia madre e da mio nonno sufi, alla stregua dei grandi poveri del misticismo persiano; quella di certi poveri del quartiere in cui ho passato i primi dodici anni della mia vita; quella delle donne e degli uomini in un mondo in via di modernizzazione, con un reddito insufficiente per seguire la corsa ai bisogni creati dalla società; quella legate alle insopportabili privazioni subite da una moltitudine di esseri umani ridotti a forme di miseria umilianti; quella rappresentata dalla miseria morale delle classi possidenti e di alcuni ambienti sociali in cui mi sono imbattuto nel corso della mia carriera». Tutte povertà, non tutte ugualmente esperienze disumane.
Il libro racconta anche come siano falliti molti progetti che pensavano di combattere la povertà e invece l’hanno trasformata in miseria perché hanno tolto la cultura di una condivisione che rendeva le persone capaci di umanità piena.

Dovremmo meditare tutto questo perché spesso banalizziamo pensando che “la povertà è la povertà” e “o arriva un miracolo” o uno resta povero. Invece, sette pani possono essere povertà dignitosa offerta a molti o posso diventare miseria assoluta. Non è solo la quantità che fa il miracolo.

Battesimo del Signore

Is 55, 4-7; Sal 28; Ef 2,13-22; Lc 3,15-16. 21-22

Faccio due considerazioni. La prima riguarda un certo modo che abbiamo di pensare. Siamo stati abituati a pensare che ciò che è universale, ciò che vale per tutti e che unisce tutti gli uomini, non può che essere qualcosa di astratto e non qualcosa di storico che ha per noi meno valore. Molti ragazzi hanno assorbito questo pensiero, che deriva da una certa ideologia nata con l’illuminismo, e dicono: io non credo a Gesù Cristo come Dio, non credo in nella centralità di una storia e di un uomo, ma credo ai valori cristiani. Perché? Perché i valori (l’amore, la pace, il rispetto) sono considerate realtà davvero universali e trasversali, possono unire la vita della nonna con quella de ragazzo, mentre una storia è necessariamente particolare, è limitata. Una storia è singolare e dipende dal contesto. Credere a Gesù come il Cristo significa dare troppo peso a un certo contesto limitato, mentre i valori astratti sono sentito come universali.

Non è forse qui la nostra fatica a credere in Cristo? Dio, che ci hanno abituato a pensare come entità astratta e universale per eccellenza, non può coincidere con una storia di un uomo concreto, può invece significare come un valore. Per molti è così e anche l’eucaristia o il battesimo perdono il loro significato “memoriale” per acquistare un significato “valoriale”. Non si ricorda una storia, un volto, un uomo (cose troppo particolari) si cercano delle belle parole che trasmettano valori universali.
Tuttavia questo pensiero (che l’universale siano i valori astratti) è in realtà assolutamente falso. Anzitutto, di un Dio così astratto e universale non sappiamo cosa farcene. Dio, dice Gesù, è il Dio di una storia: è il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e non il Dio dei valori (o “dei filosofi” per dirla con Pascal). In secondo luogo i valori astratti non esistono, sono puri nomi privi di significato e non è questo il modo di incontrare una verità.
Ciascuno di noi non sa nulla dell’amore o della pace fin tanto che non incontra quella ragazza o quel ragazzo concreto con il quale inizia una storia ecc. Non ci si innamora dell’amore, ma di una persona con un nome e un volto. Non esiste il Dio astratto: esiste quel Dio che ho pregato e incontrato e del quale quelle persone mi hanno parlato, con il loro volto e la loro testimonianza. Non esiste “la paternità” fintanto che non hai quel figlio che ha un nome e ti fa tanto patire…
Detto in altri termini: ciò che ci unisce universalmente (ciò che ci lega persino alla nonna) non è un valore astratto, ma il fatto che cogliamo una comune destinazione, una comune promessa che attraversa la singolarità di ogni esperienza, senza tuttavia eliminare l’esperienza stessa: perché per un marito innamorato non c’è l’amore senza il nome proprio della sua donna o dei suoi figli. E non li sostituirebbe con nulla.

Se capiamo questo, capiamo la farsa che pretende di rendere universali idee astratte che sono in realtà parole vuote e inutili. Mentre il cristianesimo è tutto incarnato al punto che crediamo che in paradiso ritroviamo non l’amore, ma proprio il figlio e il padre o la madre amati. Ritroviamo Gesù e Pietro e Paolo e Giovanni… non dei valori, ma proprio loro!

Il secondo pensiero riguarda l’essere figli. Nell’esperienza del Battesimo si rivela l’essere figlio di Gesù che dipende da una relazione particolare e unica con il Padre, relazione definita qui “amatissima”, si capirà poi come “incondizionatamente amato”. Nel portale di San Zeno il battesimo di Cristo è legato al perdono incondizionato di Gesù alla donna adultera che tutti volevano condannare.
Mi sembra interessante questo punto: la percezione del nostro essere figli dipende dalla percezione di un amore incondizionato, dall’esperienza di una incondizionatezza. Non sei figlio se sei bravo, se giochi bene a calcio, se fai bene ingegneria e trovi lavoro… No, sei figlio in ogni caso, senza me e senza se.
Noi oggi abbiamo molti ragazzi che esprimono il disagio di non avere dei veri padri. Ci sono oggi molti giovani che si sentono orfani nel profondo. Non perché non abbiano dei genitori fisici né perché i loro genitori non gli vogliano bene. Ma perché non hanno mai fatto una vera esperienza di incondizionatezza. Cosa intendo? Che a parole molti genitori dicono: ti amo comunque. Ma in realtà fanno dipendere la loro felicità, il loro stare bene, dalla realizzazione del figlio, dalla performace che gli chiedono. Se fanno il liceo classico li vedi con il sorriso, se fanno i parrucchieri iniziano a chiedersi “dove ho sbagliato?”. Perché questi genitori dipendono dai risultati del figlio, vivono legati al loro successo e crollano con i loro primi insuccessi. E un figlio non vede un adulto incondizionatamente solido e amante. Avete in mente la scena di alcuni genitori a bordo campo a vedere la partita di calcio del figlio? Bene, ucciderebbero l’arbitro o l’allenatore perché “non l’ha fatto giocare abbastanza”. Un figlio così con quale stress da performance crescerà? Quale esperienza di amore incondizionato potrà solidamente avere di fronte? Al contrario penserà che la felicità dei genitori dipende da lui. E così resterà orfano e cercherà altrove un’esperienza concreta di quella paternità mancata.

Domenica dell’incarnazione

Is 62,10-63,3b; Sal 71; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a

Il nostro rapporto con Dio è spesso vissuto in questo modo: io ho la mia vita, determino le miei avvenimenti e attraverso la mia spiritualità o la mia preghiera posso vivere in relazione con Lui, posso ottenere dei doni, posso avere la serenità ecc. Penso che questo modo di pensare sia quello più semplice e comune sul rapporto con Dio. Esso c’è sempre stato e non è diverso da quello dei pagani. Si vive la propria vita e poi si va al tempio per chiedere una grazia o un po’ di felicità; quasi che Dio vada convinto ad intervenire nei nostri giorni.

Il Vangelo di oggi ricorda però una iniziativa di Dio. Non è Dio che va convinto a mettersi al nostro fianco, ma è lui che –prima ancora che glielo chiediamo– sa di cosa abbiamo bisogno. Ricordate cosa dice Gesù a proposito della preghiera? “non fate come i pagani che pensano di convincere Dio a furia di parole, il Signore sa già di cosa avete bisogno”. Così questa pagina dell’annunciazione dovrebbe ricordarci sempre l’iniziativa di Dio rispetto alle nostre richieste.

Questa presenza che anticipa i nostri desideri (o li trasforma) si scontra però con l’ideologia che vorrebbe tenere separata la nostra vita dalle cose di Dio. Come dire: quello che ci capita è soltanto frutto di una serie di cause ed effetti oppure del caso, ma l’accadere non ha un suo senso né un suo rapporto con Dio. L’ipotesi che Dio voglia egli stesso intervenire non può che essere una lettura irrazionale e bigotta. Come dire: ciò che è oggettivo è che quell’incontro o quella situazione non abbiano una perché diverso dalla loro “causa materiale” (così la chiamerebbe Aristotele) né possano venire da Dio. Sospetto che confonde l’evidenza con una impersonale oggettività, quando invece ciò che era evidente (e per fortuna personalissimo) era che proprio tali eventi erano da me letti come “bene” di una storia.

Del resto non è così quando, per esempio, incontriamo qualcuno con cui iniziamo una storia bella? Cosa contiene quell’esperienza di fiducia e di bene se non le invocazioni inespresse: “grazie!” e poi “ancora!”. Ma invocazioni espresse a chi se non a Dio? Non riconosce la coscienza un bene che precede le nostre capacità e cause, un bene che era lì proprio per noi. Non dice forse la coscienza: “Tu eri sul mio cammino”? Non ha bisogno la coscienza di questo “Tu” trascendente per cogliere appieno la profondità della propria vita.

Il secondo tema è legato a questo. Cosa fa Maria che riconosce una inaspettata iniziativa di Dio? Prima di dire che accoglie il messaggio dell’Angelo bisogna leggere il testo. Cosa fa Maria? Maria fa la cosa che è propria di ogni uomo che rimanga un uomo: si chiede il senso. Perché un uomo che sia un uomo non si accontenta di vivere dei fatti, ma si chiede il senso di ciò che vive. Chiedersi il senso non è una operazione dei filosofi, ma quella capacità tipicamente umana di collegare l’istante che mi accade con una scena più grande della mia vita. Per questo l’uomo sa parlare di una storia e non si accontenta dei singoli eventi.

Chiedetelo in relazione al Natale. Si dice sia diventata una festa convenzionale. Ma cosa accade allora: che si festeggia solo per festeggiare, così come si vive solo per vivere (cioè si sopravvive). Chiedetevi invece il senso dei vostri cenoni, dei vostri ritrovarvi tra parenti. Cosa nascondono? sono il segno di una affetto reale? sono la convenzione che si ripete solo perché “si deve”? sono una cortesia di facciata? Come li collegate a tutto il resto della vostra vita?
L’uomo è tale quando non si accontenta di vivere (come gli animali), ma si chiede il senso del suo vivere, del suo cenare, del suo “fare regali”… Non diamo per scontato questo, perché io vedo questo rischio nascosto nello spirito mondano di questa festa: “si fa vacanza e si festeggia in realtà per far consumare, far girare l’economia e per far riposare gli uomini in modo che poi lavorino di più e meglio”. Così però accettiamo il fatto di essere trattati da meri “consumatori”. Ci va bene questo?

Interessante che Maria si chieda il senso. E il verbo greco con il quale è espresso questo “domandarsi che senso avesse” dice una cosa: non è stata una domanda istantanea, ma è stato un pensiero prolungato nel tempo. Il tempo greco usato nel testo originale indica chiaramente che questo “chiedersi che senso avesse” non è durato un istante, malgrado nella nostra immaginazione questa scena si sia fissata come un fatto di pochi minuti. Potrebbe aver richiesto un tempo lungo, come sarebbe lungo il tempo che ci impiegheremmo noi se prendessimo sul serio questo Natele che viene.

V domenica di Avvento

Is 30,18-26b; Sal 145; 2Cor 4,1-6; Gv 3,23-32a

Penso che un tema comune a queste letture sia quello dell’idolo. La prima lettura ne parla esplicitamente: è tempo di buttare via gli idoli. Ne parla Paolo quando dice: “noi non annunciamo noi stessi, ma il Vangelo che abbiamo ricevuto”, come dire: non trasformate me in un idolo. E così fa anche Giovanni: “io devo diminuire e Lui crescere” e così sembra dire anche ai suoi: non divinizzatemi.

Il tema dell’idolo sembra a volte essere quello di qualche statuetta dorata, o cose del genere che non ci riguardano più. Per me non è così: sempre tutti gli uomini, ricchi o poveri, credenti o non credenti, colti o ignoranti, non smettono un istante di farsi idoli. Diceva Dostoevskij “il bisogno comune dell’adorazione è il più grande tormento di ogni singolo, come dell’intera umanità, fin dal principio dei secoli”. E il filoso Nietzsche: “vi sono più idoli che realtà”.

Penso che un idolo si caratterizzi da questo: l’idolo, in quanto adorato, è ciò che occupa tutta la scena del desiderio; meglio è colui che trasforma la logica del desiderio nella logica del bisogno. La logica del desiderio è quella che ci fa percepire sempre una mancanza strutturale, è un anelito o una inquietudine che ci caratterizza come uomini, non è l’assenza di qualcosa di specifico ma “la percezione di una assenza” senza sapere di cosa realmente manchiamo. Il bisogno è invece un desiderio determinato: manco “di un affetto”, di “un sorriso”, di “una parola buona per me”…
L’idolo fa questo: cerca di risolvere il desiderio (l’anelito) in un determinato bisogno. Proprio per questo esso deve occupare tutta la scena dell’umano: deve far percepire che quel desiderio è “davvero la questione importante e vitale”. Avviene per l’idolo quello che avviene per le piccole liti domestiche: per un “calzino fuori posto” si scatenano le scenate peggiori, perché “quel calzino” è diventato il sostegno di ben altre mancanze.

Io penso che il campo maggiore dell’idolo non sia quello del denaro o del lavoro o del sesso (anche se esistono anche questi). Questi sono idoli che facilmente presto deludono, sono idoli in grado di durare poco. Possono rovinare tanto nella vita, ma è facile accorgersi che sono degli idoli. Non è difficile capire che vivere per il sesso o per il denaro è da poveri uomini. E poi tra noi chi davvero è così ricco o così…?
Il campo più pericoloso dell’idolo è invece per me quello degli affetti. Questo è più pericoloso perché confonde qualcosa di molto più vitale. Parlo ora di due tipi di idoli affettivi.

Negli adulti penso all’idolo dei figli o dei nipoti. Genitori schiavi di questi affetti, incapaci di dire dei “no” perché segreti adoratori dei propri figli. Quando questi affetti diventano così forti da occupare tutta la scena della vita, si dice infatti che “si vive per i figli”, crescono spesso figli che pagano un prezzo enorme a questa loro segreta divinizzazione. Sono spesso ragazzi infelici e narcisisti. Penso che molte relazioni famigliari siano oggi rovinate da questo. Un genitore che ha Dio al di sopra dei figli fa un gran bene ai figli stessi perché certamente eviterà di divinizzarli.

Nei ragazzi penso invece all’idolo che trasforma il proprio amante (o anche il proprio amico) nel tutto della propria vita. Si desidera l’altro come si desiderasse Dio stesso. Chi non ha un amante o un amico allora si rifugia in altro: la palestra, l’università, il successo… Ma prendiamo il caso degli amanti: lui è per lei il centro della vita. E’ difficilissimo dire qualcosa a queste coppie, far notare magari qualche limite giovanile, la necessità di un tempo di prova… no! per loro il desiderio per l’altro è perfettamente giusto e ogni gesto pare ad entrambi come manifestazione di una bontà evidente. Segno di questa idolatria è il fatto che di solito ci rimettono tutte le altre relazioni: ne va della scuola, degli amici, della famiglia… “Due cuori, una capanna” si dice, facendo trasparire il fatto che tutta la grandezza del mondo si già ridotto alla miseria dei due.

Notiamo: affidarsi al pensiero o al fantasma del proprio idolo è sempre riposante. Diciamolo senza vergona: l’idolo è irrimediabilmente bello. Ci fa sentire appagati, toglie l’inquietudine, pretende di mettere fine ad ogni solitudine. L’idolo è davvero sempre riposante. Non si è più costretti a fare i conti con quella “presenza di una assenza”, con quella “mancanza inquieta”, con quel nostro “non essere tutto” perché l’attenzione è focalizzata su ciò che si adora. La mente è finalmente riempita da uno scopo fusionale. Tutti noi lo abbiamo prova e sappiamo bene quanto sia appagante l’idolo.

Tuttavia, all’adorazione dell’idolo segue sempre (e non per punizione di Dio) una delusione. Semplicemente perché lui non è Dio o, più profondamente, perché il tuo desiderio e la tua mancanza non sono mai convertibili in un semplice bisogno. E quanto ti cullava con un incanto ora ti stordisce con una delusione. Allora, nella rabbia che prostra l’anima in quei momenti (chi non l’ha provata?), ecco che la delusione porta molti a gridare “mai più!”. “Mai più” l’azzardo di questa unione, “mai più” la dolcezza che pareva buona, “mai più” fidarsi di qualcuno… Almeno fin tanto che un nuovo idolo si erga ad essere nuovamente adorato. Ma non è forse oggi la storia di tante donne e uomini nel campo affettivo?

Il Vangelo ha certamente un buona notizia per questo, esso contiene una profonda promessa di liberazione. Dio non vuole degli adoratori ma veri interlocutori (Adamo non passeggiava faccia faccia ogni sera con il Signore?). E per quanto noi ci lasciamo incantare, o ci rifugiamo in oasi di riposo, ogni volta da capo qualcuno torna a riprenderci e a insegnarci la dignità dei figli, la nostra dignità inalienabile, che per quanto adoratori non è mai consumata del tutto. Se ritroviamo questo, la fatica del vivere avrà un diverso peso e forse anche la nostra ricerca di oasi idolatriche.

Immacolata concezione

Gen 3,9a-b.11c.12-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26b-28

La festa di oggi ha un’origine antica. Da sempre nella Chiesa, Maria è stata vista con una particolare grandezza di vita, come non riusciremmo a pensarla per noi. In cosa consiste questa grandezza di vita? Nel vivere in modo pieno la sua umanità, sapendo vedere –e quindi sapendo rispondere– nella quotidiana sua esistenza –quella quotidiana esistenza che a noi non dice nulla, dove noi non cogliamo altro che “dei fatti”– sapendo vedere una promessa di Dio per sé e per gli altri, un mistero di Dio presente, senza “ma” e senza sospetti. Vedere questo infinito di Dio collocarsi negli accadimenti quotidiani della gestione di un figlio, nella cucina, nella casa… Vederlo e rispondervi, dove anche noi non avremmo visto altro che una routine o magari il “figlio di un falegname”. In questa donna invece, per grazia, riconosciamo questa assenza del sospetto originario che chiamiamo “peccato”.

Questa percezione su Maria è sempre stata presente nella Chiesa. Per esempio, già nel 1200 Duns Scoto teorizzava, con il linguaggio della scolastica medievale del tempo, questa particolarità che chiamava “assenza del peccato originale in Maria”. Tuttavia solo nel 1854 Pio IX decide di trasformare questa consapevolezza antica in un dogma. Come mai così tardi nella storia della Chiesa? Cosa si voleva dire allora?

E’ questo un punto interessante: il ritorno a questa percezione avviene di fronte all’emergere di un pericolo nella modernità. Proprio in quegli anni prendeva piede un pensiero che è arrivato fino a noi e che si è chiamato in modi diversi: modernismo, materialismo o secolarizzazione. In sostanza, l’uomo ha iniziato a pensarsi in modo autonomo da Dio, libero in quanto artefice isolato del suo destino, nel senso che di Dio l’uomo non coglieva più il bisogno. Anzi, andava diffondendosi l’idea che la religione fosse un peso e un’ostacolo al libero autonomo muoversi dell’uomo. Mentre nella storia passata, non c’era uomo o società che non si siano pensati come rapporto con un dio o una divinità, quasi che non potessero davvero vedersi senza una relazione con l’infinito, con un destino… bene, a metà dell’800 nasce quell’ideologia moderna che pensa non indispensabile questo legame.
Detto come lo direbbe un mio studente: “don, io non prego più perché ho capito che sono solo io a farmi il mio futuro e la mia felicità”. Se anche Dio esiste è indifferente all’agire della mia libertà. Il resto (che sia un legame buono o meno con Dio) viene tutto considerato “superstizione”.

Di fronte a questo uomo solo, la Chiesa volle rispondere dicendo invece: guardiamo a Maria. Chi di noi può vivere di fronte al suo destino in questa solitudine eroica? E sopratutto chi di noi è davvero liberamente artefice di sé? Ciascuno non nasce forse che dipende già da una mamma, da una famiglia, da un contesto sociale? Chi di voi può dire: “ho deciso io di nascere in questa famiglia, con questi genitori?” Chi può dire: “ho deciso io di fare questi incontri o di avere questo carattere o questa faccia?”. Se pensassimo alla nostra libertà così, come autonomia di scelta, mentiremmo a noi stessi.
Invece cosa ha reso grande Maria? Il fatto che ha riconosciuto la sua vocazione e ha risposto a qualcosa che ha saputo vedere e che non si è scelta da sola. Qui sta la grandezza della libertà umana: nel rispondere a ciò che non abbiamo scelto, ma abbiamo visto e riconosciuto per noi. “Sia fatto di me secondo la tua parola” è la più grande espressione di libertà dell’uomo, per ciascun uomo. Sappiamo benissimo che esiste modo e modo di rispondere a ciò che non si abbiamo scelto: si può rispondere ai propri carismi buttandoli via, si può passare una vita maledicendo per qualcosa, oppure si possono passare i propri pomeriggi di adolescenti sul divano… In mille modi si può rispondere alla vita, ma c’è un modo che accoglie una promessa e c’è un modo che rifiuta. C’è un modo da uomo e c’è un modo che non è da vero uomo (onestamente non è difficile capire questa differenza). Qui risiede la nostra libertà e la nostra grandezza, non come autonomia da Dio, ma come il “fiat” di Maria.

L’ideologia materialista poneva anche una seconda questione: l’uomo liberato da Dio (da una relazione con Lui, lasciato libero e autonomo) ha in sé il desiderio di ricercare il bene, sa quello che vuole e cammina verso la sua felicità. L’ideologia liberista pensava l’uomo capace di abbracciare la sua felicità. Non c’è falsità più grande di questa! Le due guerre mondiali ce l’hanno ricordato. L’uomo non cerca la sua felicità ma il suo godimento e il godimento in sé non è cattivo, ma può diventare distruttivo o persino autodistruttivo. Questa sua ambiguità, il fatto che l’uomo è pure “violento” e “rapace”, sospettoso del bene dato a un altro, da sempre si chiama “originario sospetto dell’umano”.
Possiamo uscirne solo se torniamo a seguire qualcuno, solo se torniamo a non pensarci autonomi e accogliamo chi ci insegna una strada che ci liberi del nostro mortale sospetto su Dio e sugli altri. Ogni volta che diciamo l’Ave Maria possiamo tornare a chiedere tutto questo.

IV domenica di Avvento

Is 4,2-5; Sal 23; Eb 2,5-15; Lc 19,28-38

C’è un filo comune che unisce queste letture: in tutte si parla di “onore”, di “gloria”, di “potenza”… e al tempo stesso si racconta di un sangue versato, di un sacrificio, di un compito oneroso che si attende. Potremmo dire: luce e ombra, promessa e anche desiderio non subito compiuto. Isaia è chiaro: ci sarà un momento dove Dio si vedrà (la gloria di Dio) ma pure questa esperienza passerà per un fuoco, per un sangue, per una fatica. Così la lettera agli Ebrei: tutto ci è stato sottomesso però al momento presente ancora non vediamo che ogni cosa è a Cristo sottomessa. E questo “essere tutto a lui sottomesso” passa attraverso una sofferente incarnazione (“rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza”). E il Vangelo richiama la stessa ambivalenza della gloria: Gesù entra trionfalmente a Gerusalemme, ma per dare la vita.

Vorrei dunque riflettere un momento su questo legame tra il sacrificio, la fatica, la perdita e invece il bene, la gloria, la pienezza.
In italiano ci sono due parole per dire “fare sacro” qualcosa: consacrare e sacrificare. Entrambe le parole indicano che c’è qualcosa di importante, di sacro, ma mentre consacrare ha assunto il significato di “custodire”, “proteggere” (anche a costo della vita), viceversa sacrificare indica che per vivere e per far crescere qualcosa di bello (una pianta, un figlio, una passione) è necessario anche rinunciare, non mettere a reddito, imprimere il segno di una mancanza, di un limite, della non saturazione.

Mi sembra interessante che entrambe queste parole (sacrificare e consacrare) abbiano una radice comune. Come dire: non c’è cosa sacra, non c’è custodia bella, non c’è oggetto prezioso e affascinante che non debba contenere il segno della mancanza, della perdita, del sacrificio appunto. Una cosa bella e preziosa è tale se impedisce che noi viviamo solo saturando il desiderio, riempiendolo… e così senza attese, mancanze, nostalgie e quindi sogni, desideri, perdite…

E’ una legge della vita: le cose migliori chiedono una parte sacrificale. Ricorda Gesù: “la donna prima del parto piange ma poi si rallegra che ha dato alla luce un figlio…”, “il chicco di grano se non muore non produce frutto”…
Anche Bataille, uno dei discepoli di Nietzsche, certamente un uomo non credente, si era accorto di questo: non c’è bellezza, non c’è incanto o perfezione o soddisfazione vera che non passi da una parte sacrificale e questo deve valere per l’economia, la politica, lo studio, gli affetti…

Noi abbiamo perso tutto questo. Più precisamente la filosofia consumista ce l’ha fatto perdere ed è avvenuto quasi senza che ce ne accorgessimo.
Anche per crescere i figli, abbiamo pensato che la parte sacrificale (della mancanza, della non saturazione, dell’attesa) fosse “non necessaria”, non indispensabile, non altrettanto nobile. Guai a vedere un figlio che “fa le sue fatiche”, che patisce un po’, che deve rinunciare (anche se hanno tutto)… L’aspetto “sacrificale” può essere accettato solo se direttamente funzionale a qualcos’altro (per avere la pelle più bella o la casa più grande…). Da noi si dice: “se la sposa deve comparire, qualcosa deve soffrire”. Ma questa idea ci rovina: continua a essere una versione del narcisismo. Non ci si affezionerà a nulla così: con il tempo le cose varranno sempre meno sacrifici e alla fine ci si domanderà il perché… Ci è entrato in testa l’idea sbagliata che sacrificare è sempre solo un costo da evitare e non la strada per trovare qualcosa che “vale”. Inutile non vedere come i ragazzi non apprezzino più nulla proprio perché non gli costa più nulla. Quando nulla ti costa tutto ti è indifferente.

Notate: in questa logica si dà e si regala agli altri sempre solo quello che avanza, quello che viene solo dopo che io ho tutto. Ma quello che avanza è appunto un “avanzo” e non vale niente e così anche Dio lo respinge. La vedova che dà la sua monetina al tempio da molto di più del ricco proprio perché non era l’avanzo. Se l’idea è quella della massima realizzazione di sé il desiderio subirà le sue frustrazioni sempre solo come una fatica insormontabile invece che usarle come stimoli che dicono la preziosità per qualcosa d’altro che ho realizzato: per fare un figlio, fare una casa, fare bene un lavoro… Come nel mito, l’uomo moderno assomiglia a Narciso che affoga nel lago preso solo dal proprio rispecchiamento (la propria realizzazione a costo zero).

In questo tempo di pluralismo di religioni e di incontri di popoli dovremmo tornare a questa domanda. Non tanto la religione alla quale appartieni, ma la fede che ne vuoi ricavare dalla tua tradizione. La fede che ricavi dalla tua religione (ateo, cattolico, buddista, islamico) cosa ti incoraggia a sacrificare e cosa a custodire? Cosa sei disposto a sacrificare di te e cosa a custodire? E a favore di chi?
Dobbiamo ricordarci e chiedere alle altre fedi (atei compresi) che la fede che ne ricavo io dalla mia religione è che i miei piccoli –i miei indifesi– valgono come tutti gli altri, come quelli dei Samaritani. La tua fede invece cosa ti fa proteggere, cosa è “sacro” o “consacrato” e a quale costo e perché?

III domenica di Avvento

Is 45,1-8; Sal 125; Rm 9,1-5; Lc 7,18-28

Il racconto del Vangelo ci ricorda che c’è una resistenza istintiva alla rivelazione di Gesù. Anche Giovanni, che era certamente uomo di fede, un profeta, ha tuttavia anche lui un memento di dubbio, sorge anche per lui una domanda circa questo Gesù. La resistenza al vangelo non è dunque solo di uomini “cattivi”, ma riguarda i farisei, come i discepoli, come Giovanni. Dobbiamo allora aspettarci che in questa istintiva fatica a credere a Gesù Cristo si riveli qualcosa di importante. Non a caso, Gesù dedica un’ulteriore beatitudine per chi riesce a superare questa innata fatica: “Beato colui che non trova in me motivo di scandalo”. C’è dunque qualcosa di “scandaloso” che non dobbiamo dare per scontato.

Dove si radica questa fatica? Nel fatto che Cristo non corrisponde pienamente alle attese di Giovanni. Per noi significa che Cristo non corrisponde pienamente alla nostra idea naturale su Dio, alla nostra immagine spontanea del Sacro. Se ci pensiamo, il nostro approccio più naturale al sacro o al religioso si alimenta sempre a una ambiguità del vivere: speso a una paura o a una angoscia. Là dove noi non controlliamo le cose, dove ci nasce un figlio, dove siamo prossimi a un esame, dove c’è la paura per qualcosa che inizia, allora “l’invocazione” a un Dio nasce spontanea. Sembrerebbe a volte che tanto più l’uomo è afflitto quanto più ha bisogno di Dio.

L’immagine di Dio è dunque spontaneamente associata a una ambiguità. “Costui che ha ridato la vista a un cieco non poteva fare anche in modo che questi non morisse” è la frase del vangelo che sintetizza questa ambiguità sul volere di Dio. Diremmo che il sistema religioso (le abitudini religiose) tendono sempre ad addomesticare questo rapporto ambiguo con il sacro, con il destino.

Gesù non corrisponde a questa immagine così ambigua su Dio. La sua volontà è assolutamente univoca: il bene e la salvezza dell’uomo, di tutti e senza ma e senza se. Se ci pensate questo scardina il senso religioso che invece si alimenta a quella ambiguità: “perché sprecate parole cercando di tirarvi dalla vostra parte Dio, Dio sa già ciò di cui avete bisogno” — ricorda Gesù insegnando a pregare. Questa è la fine (scandalosa) di una certa religiosità.

Questo significa per esempio che Dio non deve mai essere difeso. Non c’è una causa di Dio da difendere davanti agli uomini. Ogni volta che l’uomo ha fatto le cose per difendere Dio ha generato guerre. Lo si vede ancora oggi, che siano Islamici o Cattolici, dove si difendono gli interessi di Dio si uccide o si creano barrire. Invece, la causa di Dio coincide con la causa degli uomini. Cosa risponde Gesù in questa vangelo? “Guardate la vita degli uomini come è risanata!”. A questo dobbiamo essere interessati: che la vita degli uomini sia risanata e non di difendere una religione o un Dio. Detto in altri termini: Dio non è un narcisista e non ha problemi di narcisismo (come invece noi) né mira a difendersi dalla dimenticanza degli uomini. Noi siamo spesso affannati da questa preoccupazione: difendere Dio e la religione davanti ai figli, agli islamici, agli atei… invece Dio ha un’altra preoccupazione: è tutto proteso alla causa degli uomini. Gli basta questo.

C’è un racconto molto bello di un grande scrittore francese, Guy de Maupassant, che sintetizza bene questo “spaesamento” che si genera quando si smette di essere uomini religiosi (con i nostri schemi e abitudini su Dio) per capire la bellezza della novità cristiana che invece non ha templi sacri da difendere.

E’ la storia di un prete, non un cattivo prete, un prete di grande fede, che aveva capito tutto sul perché delle cose. Per lui Dio era la risposta ad ogni suo perché. Aveva capito perché c’era la notte (per dormire), il giorno (per lavorare), l’alba (per allietare il risveglio), le stagioni ecc.
Così Dio si ergeva, nel suo schemino religioso, a garante del perché delle cose. Tuttavia, questo prete ha una nipote che nel suo schemino avrebbe dovuto diventare suora e che invece si innamora. E questo fatto lo fa imbestialire: Dio, e tutto il senso delle cose, vanno difesi e occorre nel suo progetto che questa nipote diventi suora. Ma lei invece è innamorata e così una notte quel prete, non credendo sia davvero così, esce per andare a vedere questi amanti nel boschetto, vicino al lago.
Ma appena uscito vede una notte bellissima, con una stellata stupenda (qui bisognerebbe leggere) e una luna meravigliosa che gli mette i brividi. E si genera in lui una domanda: “come mai Dio, che ha fatto la notte per dormire, tuttavia l’ha fatta così bella?”. Qualcosa del suo schemino religioso viene meno. E quando vede avvicinarsi i due amanti pensa di capire e dice tra sé: «Forse Dio ha creato queste notti per velare con l’ideale gli amori degli uomini». Ma si inganna, si sente intimorito. Gli fa paura che la causa di Dio sia la sola felicità degli uomini e scappa. Peccato! perché scappa dimenticando che invece quella notte era lì proprio anche per lui, non era per gli innamorati (che si spera dediti ad altro quella notte) ma proprio per lui e per la sua felicità. Dio, più di tutti, era preoccupato di questo.

Chi capisce questa novità cristiana, che la causa di Dio è solo la felicità degli uomini o –detto altrimenti– che la bellezza di quel plenilunio era proprio un regalo per te, anche se non sarà un grande uomo religioso sarà il più grande nel regno dei cieli.

II domenica di Avvento

Is 19,18-24; Sal 86; Ef 3,8-13; Mc 1,1-8

C’è un aspetto della figura di Giovanni che mi sembra ancora interessante. Egli è stato uomo che per mille motivi (il suo carattere, il suo modo di vestire, le sue scelte estreme, il suo rapporto con Dio…) ha permesso a molte persone di usciere dal flusso della loro vita e per un momento di fermarsi, chiedere perdono e farsi battezzare — dice il Vangelo. Questo significa preparare la strada per permettere l’incontro con il Signore.

Perché tutto ciò non è per nulla scontato? La questione è capire che la vita ha un suo flusso e delle sue urgenze. Di più, la vita è un flusso incontenibile e inarrestabile. Eraclito diceva che la vita scorre come un fiume nel quale non puoi due volte bagnarti nella stessa acqua. Cosa significa? che c’è una incombenza di tutti i giorni nella quale siamo immersi e trascinati. Sono quelli che oggi chiamiamo “gli impegni”: bisogna fare questo e quest’altro. Pensate alla vita di tutti i giorni in una città come questa. Sono andato l’altro giorno al supermercato alle 20:45 ed era strapieno. Gente che faceva la spesa, appena uscita da lavoro e quindi sarà arrivava a casa dopo le nove e doveva cucinare e magari poi anche stirare e magari anche guardare i compiti dei figli… Capite? C’è un flusso della vita nella quale siamo davvero presi.
Anche quando abbiamo del tempo libero spesso questo stesso tempo libero diventa anch’esso un tempo sempre pieno: perché c’è la cena, c’è la gita ecc. Per non parlare dei figli che dobbiamo sempre tenere impegnati così che le mamme corrono di qui e di là (con in nonni) tra il calcio e il catechismo e le ripetizioni… E’ un flusso.

Tuttavia, qui entra in scena Giovanni, c’è qualcuno che ha la capacità di stupirci, magari che si è tirato fuori da questo flusso… e in ogni caso noi percepiamo che dentro questo flusso si può affogare, può mancare il fiato. Percepiamo che, al contrario, ciò che caratterizza l’umano è la sua capacità di fermarsi e di tirarsi fuori da questo flusso, di riflettere. Scoprire che gli impegni non sono tutto.
Ecco che “tutti vanno da Giovanni nel deserto”, ovvero si tirano fuori dalla loro quotidianità. Questa esperienza, non essere schiacciati dal flusso della vita, ma potere dire che esiste “altro”, poter “riflettere”, poter non cedere alla pura immediatezza… tutto questo ci rende più uomini.
“La vita è adesso” recitano gli slogan. E’ vero! La vita è rincorrere le cose adesso. Ma l’umano no, l’umano vive di attese e speranze. Il tempo dell’umano non è l’adesso ma la storia.

C’è una bella poesia che vorrei citare, anche se è molto triste. Non mi interessa il lato tragico ma l’esperienza che descrive. Viene anche recitata in un film famoso “Quattro matrimoni e un funerale”. E’ un film dove a un certo punto, come dice il titolo, c’è un funerale e l’amico del morto cita questa poesia di Auden dal titolo Funeral Blues. Dice:

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono
fate tacere il cane con un osso succulento.
Chiudete i pianoforti, e tra il rullio smorzato
portate fuori il feretro. Si accostino i dolenti.
[…]
Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo
la domenica, il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia
lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto.

Non servono più stelle: spegnetele tutte
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotate l’oceano, e sradicate il bosco;
perché ormai più nulla può giovare.

Questa è l’esperienza incredibile che noi facciamo. Ti muore la persona cara e (incredibile per noi) il fiume continua ad andare al mare. La vita è inarrestabile. Quando ci manca qualcuno, quando qualcosa si rompe, non capiamo perché invece tutto continui ad andare avanti, perché continui ad esserci la luna, perché il cane continui ad abbagliare… capiamo che il flusso della vita non ci basta.

Proprio qui si rivela l’umano. Ma abbiamo per forza bisogno di esperienze shoccanti o tragiche per capirlo? Abbiamo bisogno che facciano attentati sotto casa nostra per capire che non si vive per gli impegni e che la vita deve valere di più? Quando l’uomo di oggi è capace di abbandonare l’immediatezza e uscire dal flusso della vita che lo distrae?
Per questo serve un Giovanni Battista che ci inviti nel deserto, per questo è necessario l’avvento prima del Natale: per fermarsi e accorgersi di cosa stiamo vivendo davvero. Abbiamo oggi sotto gli occhi la nostra fatica a fare tutto ciò, a fermarci e riflettere. Lo si è visto bene dopo gli attentati di Parigi. L’emotività, le reazioni immediate, lo spavento, le “parole a vanvera” sembrano essere l’unica risposta della quale siamo capaci. Siamo incapaci di uscire dall’immediatezza del flusso.
Il tempo dell’Avvento vorrebbe essere anche questo: ricordare all’uomo che può non vivere di risposte immediate o automatiche, che può almeno per un momento uscire dal flusso della vita che lo opprime o che lo spaventa, e andare anche lui da Giovanni in un luogo deserto.

I Domenica di Avvento

Is 13,4-11; Sal 67; Ef 5,1-11a; Lc 21,5-28

“Badate di non lasciarvi ingannare!”
Mi domando se questo monito del Signore non assuma proprio in questi giorni un significato particolarmente attuale. “Badate di non lasciarvi ingannare” sembra voler dire che di fronte agli sconvolgimenti, come di fronte alle bellezze apparentemente solide del tempio, ci si può facilmente ingannare. Da cosa possiamo essere ingannati?
Non penso all’inganno che vivono i terroristi, disposti a dare un senso ai loro gesti folli. Questa è menzogna evidente. Mi domando se esiste un inganno anche per noi.

“Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate”. Devono avvenire, ma non è la fine.
Un primo inganno è quello di avere paura. Forse come i discepoli, per molto tempo ci siamo abituati a guardare le belle pietre del tempio pensando che fossero eterne. Le belle pietre del tempio nascondevano, in realtà, un mondo di ingiustizie, di prevaricazioni, di poveri, la compromissione tra il potere di Erode e le ambizioni dell’impero romano. Come sempre, i più umili ne facevano le spese. Gesù rimprovera i suoi di non fermarsi troppo a guardare queste belle pietre come fossero la loro salvezza. Anche oggi, forse, il terrorismo mette in crisi le belle costruzioni sulle quali fondavamo la nostra falsa sicurezza. La retorica dell’uguaglianza, della pace e della libertà viene messa in crisi dalla realtà: non c’è polizia che ci possa difendere, non c’è stato che ci possa davvero tutelare dalla fragilità con la quale abbiamo costruito la nostra falsa e inconsistente convivenza. Perché anzitutto di questo si tratta. “Non lasciatevi ingannare” da chi politicamente promette giustizia, sicurezza, pace. “Non lasciatevi ingannare” da una visione della storia che, mascherando le cose, nasconda la fragilità dell’uomo.

Poi c’è la paura. “Gli uomini avranno paura per l’attesa di ciò che dovrà accadere”. Invece, è detto a questi discepoli: “alzate il capo, guardate in alto”. Non è detto di mettersi a combattere o di vendicarsi. E’ detto che si verrà perseguitati ma in quei momenti la verità avrà una sua evidenza nuova e non avrà bisogno di alcuna difesa. Davvero oggi non ci sono parole: come non vedere l’ingiustizia di questo integralismo e di ogni integralismo? Come non vedere che il fine di questi attentati è l’odio stesso e la paura? Come non vedere il pericolo di rispondere con una crescita sempre maggiore di odio che risponde a odio? La rabbia, il terrore e lo sgomento ci conducono nel nulla, nella violenza, nel loro stesso odio. “Badate di non lasciarvi ingannare”.

Ma come non avere paura? “Risollevatevi e alzate lo sguardo”. Non bisogna guardare “oltre” o far finta che tutto ciò non esista. Né è necessario distrarsi, attendendo che accada di nuovo. Per non avere paura è necessario guardare “in alto”, possedere un’altra visione della storia e della vita: sapere per cosa vale la pena vivere. I fatti di Parigi ci mettono davanti alla domanda decisiva: perché vale la pena vivere? È una provocazione che nessuno di noi può evitare. Bisogna inesorabilmente alzare lo sguardo.
Cercare una risposta adeguata alla domanda sul significato della nostra vita è l’unico antidoto alla paura che ci assale guardando la televisione in queste ore, è il fondamento che nessun terrore può distruggere. Come dice il vangelo, questa stessa perseveranza, ovvero la certezza incrollabile di un fondamento buono e di una giustizia vera (che non siamo in balia del nulla o dell’odio), ci salverà davvero.