Salmi

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II Domenica dopo il martirio del precursore

Is 60,16b-22; Sal 88; 1Cor 15,17-28; Gv 5,19-24

Dobbiamo oggi indagare la pretesa di Cristo di essere l’immagine stessa di Dio (“chi vede me, vede il Padre”) e di portare la vita autentica, quella vera che ha un senso e che non è fatica vana… Gesù, in questa pagina, dopo la guarigione del paralitico nella doppia piscina di Betzaida, lo chiede esplicitamente: vuoi uomini avete capito la mia pretesa?

Cosa significa questa pretesa e che credibilità ha?
Anzitutto non può essere soltanto la pretesa di uomo del passato. Se lo fosse sarebbe una contraddizione stessa. Il primo modo per non credere alla pretesa storica di Gesù è limitare Gesù a un evento storico di duemila anni fa. Gesù contraddirebbe le sue stesse parole: lui che dice di essere l’autore della vita, dov’è finito oggi come vivente? Si capisce subito che la pretesa dell’uomo Gesù di duemila anni fa ha a che fare anzitutto con la pretesa di poterlo riconoscere. La questione è la stessa. Se lo riconosci presenza viva allora subito ti è credibile e veritiero quanto dice in questa pagina. Se non lo credi incontrabile davvero e riconoscibile nell’oggi manchi anche di comprendere quel Gesù storico di duemila anni fa o lo dovrai reputare un pazzo, un folle.

Cosa comporta la pretesa di poterlo riconoscere presente oggi?
Chi ha letto “Il vecchio e il mare” di Hemingway lo può capire molto bene. Il vecchio marinaio si mette in barca da solo quasi per capire il mistero della sua vita e compiere l’opera che dia senso a un uomo che “non può che pescare”. Ma il pesce enorme che abbocca alla sua lenza lo porta “troppo lontano nel mare”. L’uomo è certamente questo marinaio: il proprio lavoro lascia una domanda aperta sul senso della nostra fatica e la questione sembra essere tra sé e il proprio destino (o fortuna).
Così il marinaio si lascia trasportare dal pesce (dall’opera della sua vita, come un imprenditore si può lasciare trasportare dall’azienda che crea o il medico dai pazienti che guarisce….) e non resta a mani vuote: domina davvero sui pesci e sugli animali e la sua lotta porta al risultato sperato. Il vecchio uccide l’enorme pesce che desiderava catturare. Il senso sembra raggiunto.
Tuttavia, nel viaggio di ritorno, un branco di pescecani divora il bottino faticosamente conquistato cosicché il vecchio marinaio torna al suo porto con soltanto lo scheletro della sua conquista. Tutto è stato mangiato via… Così chi si imbatte a mani nude per scoprire il mistero tra sé e il proprio destino: non si ha mai fortuna abbastanza da non vedere (alla fine) morire qualcosa. Ma così vive chi esclude la pretesa di Cristo: senza Cristo la questione della tua vita sta, come nel libro, attaccata al pesce, attaccata all’opera delle tue mani (è il tuo lavoro che ti domina), sono le circostanze a portarti a spasso e tu non domini un bel nulla. Arrivi al porto della tua vita con solo scheletri in barca. Dunque, non avrebbero senso le lunghe notti passate a pescare e i calli ai piedi e le ferite alle mani…

Ma il racconto lascia intravedere un’altra possibilità. La possibilità che la salvezza di questo uomo non gli venga dalla conquista e neanche dalla sua stessa fatica, ma dalla compagnia di un ragazzo che gli si era affezionato e che piange le fatiche del vecchio e che si prodiga per curarlo e per portagli il cibo. E’ in questo ragazzo che il vecchio capisce che ha senso il suo vivere, anche se non ha saputo portare a casa nulla, tanto che Hemingway scrive, quando il vecchio torna a casa: “si accorse di come era piacevole avere qualcuno con cui parlare invece di parlare soltanto a sé stesso e al mare”.
Ecco la vera scoperta del pescatore: una compagnia. Cristo è l’unico Dio di cui possiamo goderne la compagnia come di un uomo e il cui volto è scritto nella compagni degli uomini.

La salvezza, il senso del tuo destino, non è una questione tra te e la tua opera (saranno le circostanze a trascinarti via e porterai a casa soltanto carcasse di pesce…) ma c’è di mezzo un uomo, un ragazzo, una compagnia, una compassione… Noi diremmo che sono “quella compagnia” e “quella compassione” che sappiamo essere il segno della presenza viva di Cristo nel mondo.

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XXI domenica del tempo ordinario (romano)

La domanda sull’identità di Gesù è raramente espicitata in modo diretto, ma certamente risulta decisiva in tutto il Vangelo. Sembrerebbe proprio la domanda fondamentale che sta alla base della scrittura del Vangelo stesso, come se il Vangelo volesse farti fare un cammino, o volesse chiarirti il senso del tuo personale cammino, affinché alla fine tu possa giungere a una risposta a questa domanda. Come se non ci fosse fede cristiana senza una presa di posizione davanti a questa domanda.

Eppure questa domanda non è così interessante oggi. Attira molto di più il colore del costume dell’ultimo ministro. Oltretutto non ti fa guadagnare di più, non ti guarisce meglio i parenti malati… Dunque perché dovrebbe essere interessante?
Basterebbe che onestamente ci domandassimo se nell’ultimo mese, o nell’ultimo anno, ci siamo mai posti questa domanda o quest’altra domanda identica: “chi è Dio nella mia vita?”, come lo racconto ai mie amici o ai miei figli? Dio è qualcuno che ancora centra con tutta la mia esistenza o è già stato relegato nell’anonimato, nell’ignoto, nella fortuna? Ha i tratti di Gesù questo Dio?

Chi è Dio nella mia vita? non è una domanda interessante oggi per il mondo, disperso in mille ideali apparentemente più concreti. Ma quando questo accade? Perché 2000 anni fa come oggi Gesù è relegato alle cose della religione (è Elia, è uno dei profeti) e non ha a che fare con il desiderio dell’uomo, con il Dio vivente? Quando accade così?
Il vangelo direbbe, (sono politicamente scorretto nel dire questo): quando non si segue un cammino, quando non si segue la Chiesa. Quando si segue il modo di pensare del mondo ecco che Gesù non è interessante. Su questo non c’è compromesso nel Vangelo. Se sei tra la folla cerchi solo il miracolo e chi ne promette di più… ma se sei dei dodici o segui la Chiesa questa domanda emerge.
C’è un bisogno di salvezza che ti spinge a continuare a seguire Cristo, bisogno che il mondo vuole farti credere che non ti appartiene. Da un lato di dicono: tu sei fatto per comprare…. Dall’atro: la convinzione di non essere per questo e il fascino di una alternativa.

Posso solo dirlo a forma di testimonianza: è vero che seguendo Cristo e la Chiesa come dice questo Vangelo 1) il male non prevale (che non vuol dire che non c’è ma che non prevale) e la logica del mondo ti incanta e ti frega ma mai fino in fondo 2) che il legame che si genera è eterno e indissolubile e tu lo sai e questo corrisponde al vero legame e alla vera amicizia.

Per capire chi è Gesù o chi è il Dio vivente non basta una vita (anche Pietro che pensava di aver capito subito dopo questa pagina prenderà la sua prima romanzina) ma da subito questo fatto ci colpisce e anche questa chiesa nella fede di tanti prima di noi ce lo testimonia.

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Assunzione della Beata Vergine Maria

Ap 11,19-12,6a.10ab; Sal 44; 1Cor 15,20-26; Lc 1,39-55

Se si va oggi sul sito di uno dei maggiori quotidiani venduti in Italia e si guardano gli articoli più letti di questi giorni, compariranno titoli di questo tipo: “Conte nuovo allenatore della nazionale”, “La moglie di Robin Williams: Aveva morbo di Parkinson”, “Cipollini investito, dovrà operarsi al ginocchio”, “Sotto il sole senza crema? Ecco come si invecchia”, “Verruche: rischio per i piedi al mare o in piscina? Perché vengono e come evitarle?” ecc.
Queste sono le notizie che si vendono di più e che interessano maggiormente l’italiano medio in vacanza.

Tutto questo mi fa impressione e mi fa molto pensare. Mi fa impressione come tutte queste notizie estive che riempiono i pomeriggio di milioni di italiani sulle spiagge siano così irriducibilmente lontane da qualcosa in grado di soddisfare davvero la vita, di dargli risposte, da quella Notizia che ha che fare con il Vangelo cristiano o con la stessa festa dell’Assunta.
Ma oggi mi fa ancora più impressione, proprio in questi tempi recenti, nei quali c’è stato anche l’appello del papa a pregare — ma mi verrebbe da dire “ad accorgerci” — per quello che sta succedendo nel mondo, vedi i cristiani dell’Iraq.

Vorrei che ci pensassimo per un istante, per non vivere troppo da persone addormentate alla realtà e preoccupate dell’abbronzatura o delle verruche. Possiamo pensare e guardare alla realtà del mondo perché abbiamo una buona notizia, una speranza buona non da gente disincarnata o disillusa. Possiamo farlo senza la pesantezza di volti tristi, ma nella lieta responsabilità degli adulti che –proprio perché adulti felici di esserlo– si interessano sempre alla realtà e al mondo. Questo è il primo messaggio da far passare ai più piccoli!

Dunque, cosa accade oggi? Accade che non lontano da qui, a qualche ora di volo, ci sono donne e bambini che ancora oggi, in nome di qualche ideologia, perché pregano il nome di Gesù vengono uccisi e seviziati. In altre parti, delle mamme che portano i loro figli a dire una preghiera davanti all’icona di una Madonna, vengono tacciate di essere delle traditrici e di corrompere i costumi…

E’ davvero questione lontana di poveri, di lotte solamente tribali che non ci riguardano? No, sempre il cristianesimo genera uno scandalo (quando è cristiano legato a Cristo) e questo accade qui in forme più sottili e accade in medioriente con il mitra e il macete…
Ma è importante che ci sentiamo vicini a queste persone e a tutto il sangue di milioni di persone che hanno permesso la nostra fede. Andrea Riccardi –storico dell’università di Roma– ha scritto un libro sui martiri del secolo passato. Non è un libro sui martiri lontani, ma sui nostri genitori o nonni che hanno combattuto tante forme diverse di ideologie (dal Nazismo al Comunismo o al Consumismo) per rimanere fedeli a quella buona notizia di Cristo sull’uomo. Quanti sono stati nel ’900? Nessuno lo dice, ma se ne contano più di tre milioni. Sono i nostri “nonni” che così ci hanno testimoniato la fede. Anche oggi altri martiri combattono al nostro posto perché l’uomo possa sempre appassionarsi a Dio e all’altro uomo come Cristo ci ha insegnato. Non possiamo essere distratti, come non possiamo non accorgerci che anche qui tra noi, quei ragazzi che cercano di prendere sul serio la loro fede (magari perché meno interessati all’abbronzatura e al trucco), vengano spesso tacciati dai loro coetanei — in modo molto più meschino, ma non meno violento — di essere “vecchi”, “fuori dal tempo” o “politicamente scorretti”.

Noi raccontiamo questo per raccontare anche il riscatto di queste persone, almeno come la testimonianza che i martiri del passato portano, come il frutto buono che nasce anche dal loro sangue. Fino a qualche tempo fa ogni Chiesa doveva nascere sulle reliquie e sui resti dei martiri e dei Santi. Non era un caso, ma il segno evidente che solo così nasce la Chiesa. Anche io posso dire: davvero ho incontrato persone che si sono così appassionate a Cristo e agli altri da aver dato la vita… E che esempio sono stati per me! Quanti martiri anche oggi noi conosciamo e sono davvero dei maestri per noi. Chi non ricorda i nomi di padre Kolbe o don Romero?
Perché, come ci ha raccontato il Vangelo: “Dio nella sua storia rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, rimanda i ricchi a mani vuote e sfama il poveri…” Non è una filastrocca, ma lo possiamo davvero raccontare se sappiamo leggere la storia e forse –anche– se riusciamo ad alzare lo sguardo oltre i titoli dei giornali che sembrano convincerci che la felicità sia questione di “verruche” e di “abbronzatura”, dando per scontato che è necessario “distrarsi” per “godersi” la vita e perché? Perché in fondo non siamo che “concime per vermi”.

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IX domenica dopo Pentecoste

2Sam 12,1-13; Sal 31; 2Cor 4,5b-14; Mc 2,1-12

Metto subito in luce un particolare di questo Vangelo. Il paralitico viene perdonato e poi guarito solo perché aveva degli amici. Non solo: è la fede degli amici che salva quell’uomo, non tanto la sua. Gesù dice infatti: “per la loro fede” e non “per la sua fede gli sono rimessi i peccati”. Questo ci ricorda che noi siamo letteralmente appesi alle relazioni che abbiamo, nel bene e nel male. Saranno degli altri a salvarci come, in negativo, possono essere degli altri a metterci brutte idee in testa. In ogni caso, noi ci salviamo solo per degli amici.
Vorrei inoltre chiedere: che amicizia sarà mai stata quella con un paralitico? E’ facile avere gli amici che ci sono simpatici, quelli che vengono in vacanza con noi, quelli che cenano assieme… ma quelli che solamente ci pesano addosso? Quelli come questo paralitico? Saremmo capaci noi di questa amicizia?

La seconda considerazione riguarda quello che reputo il nucleo forte di questo Vangelo: non si tratta soltanto di un miracolo. Il Vangelo di Marco vuole far fare un percorso al lettore ponendo di continuo la domanda: “chi è Gesù per me?”. Per questo motivo, da subito si racconta cinque controversie o scontri tra Gesù e i farisei. Come dobbiamo leggere queste dispute? Non solamente come cinque episodi della vicenda storica di Cristo, ma soprattutto come cinque questioni fondamentali che dobbiamo porci noi se vogliamo rispondere alla domanda “chi è Cristo per me?”. Non sono dunque solo cinque fatti miracolosi ma cinque scontri che si apriranno sempre tra me e me se prendo sul serio l’uomo Gesù.

Il primo, quello di questo racconto, riguarda questa questione: “Dio ha a che fare con il mio oggi?” Se voglio conoscere Cristo devo lasciare aperta la possibilità che le mie giornate abbiano a che fare con Dio e non, come dicono i farisei di questa pagina, “lasciare Dio tra le nuvole”.
Ecco il dubbio che ci viene: i miei incontri, i miei successi, le mie prove, i miei perdoni… sono un segno vero di Dio o una mia fantasia? Gli scribi di sempre ti dicono: “lascia perdere Dio!”, “Dio non c’entra con i tuoi giorni”, “guarisci e basta”, come se la guarigione vera non riguardasse anche il proprio riconciliarsi con la vita e con Dio.

C’è una lunga parabola nel nostro occidente che ha portato, non tanto a negare Dio, quanto a escludere Dio dalla quotidianità della vita. Si usa ancora la parola “provvidenza” oppure “grazia” senza il sospetto di essere dei fatalisti un po’ ingenui? Eppure, a uno sguardo lucido, a partire proprio dagli amici che si hanno incontrati, proprio di “provvidenza si vive”. Del resto: ce le siamo forse meritate noi le gioie e le relazioni più belle che abbiamo? Abbiamo chiesto noi di vivere? Abbiamo ottenuto noi la vita che viviamo?
Cosa ha portato l’abbandono della nostra capacità di leggere l’opera di Dio nella vita? A cosa porta questa autosufficienza di noi uomini governati dal caso e dalla fortuna? Ha portato a questo: a una grande paura per il futuro. Faccio un esempio banale: negli anni cinquanta si aveva nulla rispetto oggi, ma per la cultura ambiente cristiana si aveva della certezza che Dio non ci abbandonava e che davvero c’era una provvidenza: si viveva felici, ci si sposava e si facevano figli. Oggi, rispetto ad allora con molti più soldi e più lavoro, rimaniamo alla ricerca di qualche sicurezza ancora in più sul nostro futuro (e non sono mai abbastanza…). Guardiamo al domani con il sospetto di una catastrofe più che con la certezza che –anche nella catastrofe– è anzitutto da Dio che riceviamo l’essenziale per vivere. Del resto, non diciamo tutte le sere: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”? Perché dovremmo chiederlo se smettiamo di credere che è il Padre che davvero ci sostiene?

Marco ce lo ricorda: o torniamo a credere nelle opere di Dio nella nostra vita e allora possiamo anche perdonarci l’un l’altro, senza recriminarci nulla di così imperdonabile (conoscendo il Dio di Gesù Cristo), oppure la vita resterà nella paura della suo domani e della sua destinazione ultima… E, a meno di non essere a letto paralizzati, neanche i nostri amici più stretti potranno fare molto per noi e per la nostra mancanza di fede.

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VII Domenica dopo Pentecoste

Gs 4,1-9; Sal 77; Rm 3,29-31; Lc 13,22-30

Il vangelo di oggi, attraverso la domanda di un anonimo uomo, ci presenta una questione sulla salvezza. Io anzitutto mi chiedo: ha ancora senso questa domanda? Siamo ancora sensibili a questa questione? E poi: salvezza da cosa? Forse da un ipotetico inferno del quale avere paura? Noi non siamo più abitati a questi discorsi sull’ “al di là” e nutriamo mediamente una posizione agnostica. Dunque, pochi o molti che siano “quelli che si salvano”, la domanda per noi è: sentiamo il bisogno di essere salvati?
Ho l’impressione che questa questione sia decisiva: se il Vangelo è offerta di una salvezza e di una verità alla vita di ciascuno, è necessario che queste parole siano sentite come un’esigenza viva.

Due idee su questo problema.
1) Quello che c’è in gioco nel percepire l’esigenza di un riscatto, di una salvezza, non è solo una questione strettamente religiosa, ma riguarda la nostra capacità di vedere il male. Non c’è richiesta di salvezza se manca la percezione forte e scandalosa del male che ci abita. Troppo facilmente ci assuefiamo al male che è in atto o, come lo chiama questo vangelo, “alle opere della ingiustizia” che i protagonisti lasciati fuori dalla porta neanche vedono.
Su questo tema il Vangelo è severo (la porta stretta) perché non c’è altra via se non quella dell’onestà con noi stessi e il fare verità in noi seguendo qualcuno.
Faccio subito un esempio: quanto volte ho sentito dire “tanto sono giovani…”. Molti perdono il tempo migliore della vita in nulla, in cose che non hanno consistenza, ma hanno la nostra benedizione perché “tanto sono giovani”. Il punto è questo: non alleniamo i nostri figli a chiamare il male “male”. Perché il male vero e scandaloso non è il “grande male” o “l’omicidio”, “il furto”… il male vero, l’ingiustizia (per dirla con Luca), è il “male gratuito”, “inutile”, evitabile e non evitato, quello che non vale i soldi dell’avvocato, quello che commetti solo per sentirti un po’ superiore agli altri, quello che fai per compensare le tue piccole frustrazioni, quello dell’accidia che riempie il nulla.
Il male è anche l’incapacità di vedere il senso di quello che si fa, la rassegnazione, la mancanza di forza di ribellione ed energia per quelle passioni buone che vediamo continuamente frustrate: un’amicizia abbandonata, una famiglia lacerata, a vent’anni, a trenta — perché? c’è un età sola per questo?
Oppure, pensate a questo: quante volte noi, non sapendo cosa dirci, soltanto perché non abbiamo nulla di meglio da fare, o non ci siamo appassionati a nulla, parliamo male degli altri. Se solo facessimo attenzione alle nostre parole ci accorgeremmo di quanto male abbiamo dentro, perché in fondo siamo rimasti vuoti e soli.
Il Vangelo suggerisce che questa è la questione della salvezza: che tu sappia vedere le opere dell’ingiustizia che sempre (anche tu) compi.
Se leggete il libro “I miserabili” di V. Hugo ritrovate tutta la capacità di questo scrittore di parlare di noi uomini nel problema del male in tutta la sua ambiguità e quindi della ricerca inevitabile di una salvezza. Pensate alla vicenda di Champmathieu nella sua doppia drammaticità: dove il male non è più il furto che quest’uomo ha commesso, ma la sua stessa identità. Come dire: il giusto riconoscimento del male che esisterebbe alla luce del perdono e della salvezza, si trasforma in vergogna per quello che si è. Dunque, fuori dalla ricerca di una salvezza, riconoscere il male diventa esso stesso un fatto mortale.

2) La questione della salvezza ha a che fare non solo con la percezione del male, ma anche con la ricerca di certezze per vivere. I protagonisti della parabola di Gesù avevano la certezza di essere salvati e si trovano con la porta chiusa. Dicevo domenica scorsa: se siamo onesti con noi stessi, noi non viviamo su delle nostre certezze incontrovertibili, ma siamo sempre dei mendicanti. Questo atteggiamento di avere bisogno di certezze per muovere qualche passo oggi ci paralizza e ci rende tristi e insicuri.
Abbiamo ancora la fiducia in una provvidenza, in una salvezza che ci precede, che ci porterà avanti? Pensate a quanto sia straordinaria e lontana quell’immagine bellissima della Provvidenza che muove i passi di Renzo in tutte le sue peripezie nell’incontro con l’amore della sua vita. Non è questa fiducia l’espressione più vera del nostro desiderio profondo di salvezza e che ci fa tutti simili o, come dice il Vangelo, che unisce “quelli di oriente a quelli di occidente”?

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VI Domenica dopo Pentecoste

Es 33,18-34,10; Sal 76 (77); 1Cor 3,5-11; Lc 6,20-31

Vorrei riflettere oggi sulla dinamica dell’idolo perché mi sembra un buon filo conduttore di queste tre letture. Nella prima lettura abbiamo ascoltato l’intercessione di Mosè per il suo popolo dopo l’episodio del vitello d’oro. Così, i guai delle beatitudini di Luca (davvero una riscrittura di Amos) condannano gli uomini piegati dagli idoli e Paolo richiama il rischio di farci degli idoli tra la comunità. Dunque, cos’è un idolo?

Il punto di partenza per capire come funziona un idolo è capire questo: noi non possiamo rimanere vuoti ma per vivere abbiamo sempre bisogno di qualche tensione, di qualche desiderio, di qualche pensiero che ci occupi le giornate. Può essere il figlio, le vacanze, il lavoro, una ragazza… ma sempre per vivere dobbiamo essere pieni di qualcosa. Un artista contemporaneo aveva preso un ostensorio e aveva messo al posto del pane eucaristico una lattina della Coca Cola schiacciata. C’è un contenuto vero in quest’opera: qualcosa dobbiamo adorare, dobbiamo cercare per vivere. Il problema di tanti ragazzi è che non avendo nulla da fare si riempiono di cose che non valgono nulla e che non durano alla prova del tempo.

Capito questo possiamo capire cos’è un idolo. Un’idolo è un fantasma che occupa tutta la scena promettendoti di lasciarti finalmente sazio, riempito, vivo. E’ un pensiero che contiene la promessa di essere decisivo, risolutivo, vitale e lo fa uccidendo tutto il resto. Avete mai parlato con un ragazzino di prima o seconda media appassionato di calcio? Capireste cos’è un idolo, perché per lui si può parlare solo di calcio, non c’è più la scuola, gli amici … ma la scena è occupata solo dal calcio. E’ il calcio il problema… Poi, passato qualche anno, “è la ragazza il problema”… poi “è il lavoro il problema” poi…
L’idolo ti riempie facendoti credere che “questa” sia la cosa decisiva. L’idolo è un fantasma.

Avete mai letto “L’isola del tesoro” di R. Steavenson? Se leggete questo libro con attenzione capirete che il suo segreto è proprio di descrivere la dinamica dell’idolo. Il protagonista, il medico e il cavaliere avrebbero tutto perché hanno la mappa del tesoro, ma sono così presi dal loro idolo che perdono il contatto con la realtà e, lasciandosi sfuggire delle parole, non si accorgono di mettere sulla propria nave quei pirati che volevano tanto evitare! E’ una grande metafora.

Passati i 50 anni, l’idolo può anche essere una nostalgia: “ti ricordi come era bello quando c’era questo o quest’altro”, “quando l’oratorio era così…”. Si è così presi dalla nostalgia che non ci si accorge di quante cose belle il Signore fa fiorire sotto i nostri occhi. Oppure, si può avere l’idolo del figlio. Il figlio diventa così importante da inghiottire tutto, anche il rapporto di coppia, e così lo si schiaccia sotto il peso del nostro affetto…

Ma qual’è la promessa dell’idolo? La sua errata pretesa: la pretesa di saziare e di riempire, mentre noi rimaniamo sempre poveri e dipendenti l’uno dall’altro. Ecco il senso delle beatitudini e di questo “poveri” (“anavim”) che erano al tempo di Cristo quelli che continuavano ad attendere e ad essere dipendenti dalla comunità. Del resto, se uno vuol bene a qualcuno sa che la sua forma di amore o è una cosa opprimente o significa vivere una povertà: io dipendo da te.
Faccio due esempi su questo.

Fa impressione quanto il cammino della vita ci riporti a capire di dover essere “anavim”. Pensate agli anziani che hanno bisogno di tutto: di essere accuditi, vestiti, lavati, più dei bambini… non è questo anche un modo che ha il Signore di farci capire quando il nostro vero essere è sempre quelli di uomini “mendicanti”, di “anavim”?
Pensate all’oratorio estivo che abbiamo concluso: cosa ci rimane? A me rimane la convinzione che da sola una famiglia non ce la fa. Quando la scuola finisce il 15 giugno e hai due figli e lavori, da solo non ce la fai: hai bisogno di una comunità, di un legame. Hai bisogno di essere povero, “anavim”, sempre mendicante dagli altri e da Dio.

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V domenica di Pasqua

At 10,1-5.24.34-36.44-48a; Sal 65; Fil 2,12-16; Gv 14,21-24

Proviamo a prendere sul serio la domanda di Giuda: “come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?”.
E’ una domanda che ci facciamo molte volte e in tante forme diverse: “perché proprio io?”, “perché io credo e i miei figli no?”, “perché proprio io ho fatto questi incontri e altri amici no?” ecc. Nel film “Jesus Christ Superstar”, poco prima la crocifissione, Giuda iscariota domanda al suo maestro: “perché non sei nato al tempo della comunicazione di massa in modo da raggiungere tutti?”.

Sono domande che vanno prese sul serio, ma che vanno anche capite. Spesso esprimono il disagio o la frustrazione nel non vedere quello che noi vorremmo vedere realizzarsi nelle persone alle quali vogliamo bene. Vorremmo che anche i nostri figli o i nostri amici facessero la stessa esperienza di fede che abbiamo fatto noi… e invece questo non accade. Vorremmo l’oratorio come ai nostri tempi… e invece questo non accade. Pensiamo che le esperienze belle della nostra adolescenza debbano essere le stesse per i nostri figli. Invece, meno male che questo non accade!
Dietro questo rispecchiamento c’è anche molto rimpianto della nostra età giovanile (“come era bello quando…”) e questo non aiuta né loro né noi. E’ un rimpianto malefico, un vero cancro, perché fa pensare ai ragazzi che crescere sia brutto e che la fede non sia una cosa fatta per la vita da adulti.

Di fondo, abbiamo l’idea che l’essere cristiani coincida con il rispecchiare un certo modellino di vita: “andare a Messa alla domenica, sposarsi con dei figli, trovare un buon lavoro, andare in Oratorio, essere buoni e generosi”… Tutto questo è buono, ma resta un modellino astratto che non dice nulla sull’esperienza reale dell’incontro con Dio nella vita fatta di sbavature, di difetti e di imprevedibilità! Chi la ragazza non la trova? Chi vive un fallimento? Chi non riesce ad avere figli? Chi –magari giustamente– non fa il buonista? Chi non si trova a giocare a pallone in oratorio? Chi, in sintesi, non è vicino a quella forma della vita “giusta” della quale ci siamo fatti uno schemino semplificato?

Invece, abbiamo ascoltato: “Dio non fa differenze di persona” e la prima lettura ci raccontava di uno Spirito che è già sceso (facendo i suoi percorsi) su persone inaspettate e senza bisogno neanche del battesimo, tanto che Pietro si chiede se valga la pena battezzarli oppure no.
Allora, la vita felice non è quella che rispecchia un modello. Purtroppo, molti ragazzi pensano così rovinandosi la vita: “ci sono io da un lato e dall’altro c’è l’ideale di me (che è l’aspettativa dei genitori)”. “Sarò felice quando sarò quel modello di uomo che mi avete detto essere bello, intelligente e magari che ha gli addominali così o il naso così…”. Questo è quello che si dice tante volte ai ragazzi: sarai felice non quando sarai tu, ma quando sarai uguale a come ti dico io che bisogna essere. Senza accorgersi che invece la vita felice è solo quella che è unicamente tua e così anche il corpo migliore è solo quello che è unicamente il tuo.
Mi diceva un ragazzo: non faccio questa università perché ci sono altri più bravi di me e sarei un infelice. Gli ho risposto: ma sempre c’è qualcuno più bravo di te, il punto invece è essere pienamente te stesso. Il problema del narcisismo oggi nasce proprio da questo sdoppiamento per cui la verità non ha più a che fare con la mia unicità e singolarità di uomo fatto in un certo modo. In altre parole, si tratta di scoprire che si è belli non perché corrispondenti alla dittatura dei corpi perfetti, ma proprio nella unicità delle nostre imperfezioni. La bellezza e la verità sono il compimento della nostra unicità e non una omologazione.

Mi sembra allora significativo che Giovanni descriva l’incontro con Dio non come un “copiare” (finalmente sono arrivato ad essere un cristiano facendo così oppure, sono arrivato ad essere bello perché così…), ma come un amare, come un “essere abitati”. Chi viene ospitato significa che rispetta pienamente la singolarità della casa che va ad abitare. Significa che la modalità dell’incontro non impone nulla alla propria vita, ma valorizza la nostra peculiarità e forse anche i nostri difetti. Chi ama non rinuncia a nulla della sua identità, ma anzi la scopre nel pieno della sua forza.

Quello che è successo a noi non deve ricapitare uguale ai nostri figli affinché essi credano in Dio. Essi sono diversi da noi e se Dio abiterà il loro cuore dovranno per forza vivere esperienze diverse. Arrivare alla consapevolezza che ognuno avrà il suo personale punto di incontro con il Signore –quando noi non sappiamo– significa far cadere quella frustrazione che risuona nella domanda “perché noi e non il mondo?” e scoprire pian piano che “Dio non fa differenza di persona”.

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III domenica di Pasqua

At 19,1b-7; Sal 106; Eb 9,11-15; Gv 1,29-34

Si può davvero vivere senza avere delle certezze? Questa è la questione che pone oggi il Vangelo. Giovanni riconosce in un uomo la verità di Dio e la verità della propria vita. Questo significa che nulla sappiamo di Dio se non quello che vediamo in questo uomo. Significa che ciò che Dio vuole o desidera è ciò che questo uomo vuole e desidera. Non ci stancheremo di ricordarcelo. Questo riconoscimento appare come una certezza, un “ecco!” che risuona nella vita.

Dopo duemila anni siamo posti di fronte alla stessa domanda: quale certezza abbiamo incontrato, quale “ecco!”? Ma prima ancora di questa domanda c’è il sospetto che la ricerca stessa di una certezza sia un lavoro inutile e superfluo, perché tutti ci dicono: vivi anche senza cercare delle certezze, la certezza è un inganno.
Quando i vostri figli tornano a casa sbattendo la porta e dicendo che non andranno più a Messa perché non credono più non sono diventati dei filosofi, esprimono ciò che respirano nell’aria: non ci sono certezze e la chiesa è solo la manifestazione culturale di una tra le tante religioni dell’uomo. Dicono infatti questi ragazzi: fossi nato altrove sarei di un’altra religione. Religione sì o no, quello di cui non si accorgono è che così facendo la possibilità di incontrare una certezza. Ma cosa diventa la vita senza certezze?

Facciamo qualche esempio. Qualche anno fa era scontato che voler bene implicasse un voler bene per sempre. Indipendentemente da come poi andavano le cose, quando due amanti si dicevano il loro amore si sapeva che era detto dentro un “oggi e domani incluso”, altrimenti c’era la sensazione di “usare” il compagno o la compagna. Questo non era da spiegare, era una certezza evidente. Così era evidente che la vita fosse un dono di Dio, perché è il primo dato della nostra coscienza. Non si discuteva. Non si discuteva che esiste un maschio e una femmina… oggi neanche questa evidenza primordiale è più sicura. Non perché nella realtà non sia una evidenza, ma perché si rifiuta ogni certezza.
Diceva il grande scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton: ci sarà un tempo nel quale “tutto verrà negato. Tutto diventerà credo… Dovremo accendere fuochi per testimoniare che due più due fa quattro e sguainare le spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate.”
Questo è il nostro tempo nel quale si insegna a rifiutare una certezza, un vero “ecco!” come quello di Giovanni, anche quando ci appare eclatante nella vita, anche quando è scritto nella nostra storia come un miracolo.

Ma chiedo sempre: cosa significa educare senza una certezza? Io dico sempre: avere o non aver incontrato una certezza nella vita, in campo educativo, fa la differenza. Perché quello che chiede il cuore dell’uomo, sopratutto quando si è giovani, è proprio l’incontro con delle certezze che ti permettono di capire che il compito di crescere e diventare adulti “vale la pena”. Altrimenti si rimane più facilmente perenni adolescenti, senza incontrare la certezza che ti fa dire: la tua fatica vale la pena di essere fatta.

Quante volte ci domandiamo: “forse avrà sbagliato con quella persona”? “forse non sono stato un bravo genitore?”
Questo diventa un sentimento fortissimo e dilaniante se non abbiamo trovato la figura di un uomo al quale possiamo dire: “forse avrò sbagliato, ma questo vangelo mi indica una strada”, oppure, “ecco, sarò anche ignorante quanto vogliono, pieno di difetti come un genitore imperfetto, ma tu Signore mi conosci e io so che Tu sei la mia certezza.” Non è poco di questi tempi.

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II Domenica di Pasqua

At 4,8-24; Sal 117; Col 2,8-15; Gv 20,19-31

I brani di Vangelo di queste domeniche sono le scene del riconoscimento del Risorto. Faccio due osservazioni su questo tema.

1) Nei testi dei Vangeli, in tutti i racconti di apparizione, c’è poca attenzione sul “come” appare e molta sul fatto che sia proprio lui (i segni dei chiodi). E’ un viandante, è un giardiniere, è un uomo sulla riva di una spiaggia che prepara la brace… Del resto, aveva insegnato prima di morire che sarebbe stato persino nel povero al quale si dava un bicchiere d’acqua (Mt 25).
Perché non è così rilevante il “come” del suo apparire? Anzitutto perché la sua resurrezione non ha a che fare con la rianimazione di un cadavere. Gesù non è un cadavere rianimato, ma una presenza nuova e diversa nella storia. Tanto è vero che i discepoli non usano solo il vocabolo “resurrezione”, ma parlano anche di “glorificazione”, “innalzamento” ecc. E’ la conferma che quella storia non è finita con la morte e che Dio ha compiuto un gesto ulteriore.

In secondo luogo, dobbiamo dire che riconoscerlo presente non è la conseguenza di un ragionamento né una interpretazione che facciamo… il riconoscerlo presente appare come una fatto certo e improvviso per chi lo ha vissuto, come un dato della storia con una sua evidenza propria e non come un discorso filosofico.
E’ qualcosa che “Dio fa” e non qualcosa che “Dio dice” e che potremmo sempre aver capito male, interpretare in modi diversi o esserci sbagliati. Chi lo riconosce sa che non si è sbagliato. Chi non lo riconosce o non crede alla testimonianza dei cristiani non potrà essere forzato a farlo con dei discorsi logici perché è di un fatto storico che stiamo parlando.
Questo vale anche per noi: se ci pensiamo, quando una persona sta male, non vuole semplici interpretazioni del suo dolore, o ragionamenti umani, ma vuole una risposta da Dio, vuole che Dio faccia qualcosa nella sua vita.
Questa è la differenza tra la religione Cristiana, che guarda a cosa accade nella vita, e la semplice filosofia.

2) Tutti i racconti delle apparizioni di Cristo dicono che questo riconoscimento avviene però a una condizione. Alla condizione di capire il suo morire. Così alla tomba con Maria, così con Tommaso (che deve vedere i segni della passione), così per i discepoli di Emmaus. Ma capire il suo morire significa aver capito la logica della sua vita, la logica che una vita così è la vita stessa di Dio. Solo avendo molto amato il Gesù della storia e aver compreso che un giusto così “doveva morire”, allora, quando apparirà, lo si potrà riconoscere ancora presente.

C’è un testo molto bello e molto importante di un ebreo non cristiano, Giuseppe Flavio che ha scritto nel I sec. d.C. la storia del popolo giudaico e che a proposito di Gesù dice, dopo averlo introdotto storicamente: “… fu ucciso dai nostri capi. Ma coloro che lo avevano amato, non per questo smisero di amarlo. E la setta dei cristiani non è estinta nemmeno oggi”.
E’ la testimonianza più bella della resurrezione per chi non è credente, ma è anche una frase che ci ricorda che se molte volte non lo riconosciamo è solo perché non lo abbiamo neanche davvero conosciuto. Non ci siamo così interessati a lui, non lo abbiamo davvero amato. Molte volte non abbiamo neanche desiderato, come Tommaso, di mettere il dito nelle sue piaghe e nel suo costato, perché –in verità– sappiamo ben poco di Lui.

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