IV domenica di Avvento

Is 40,1-11; Sal 71; Eb 10,5-9a; Mt 21, 1-9

Penso che questa lettura possa sembrare poco natalizia e più pasquale. Tutti noi ricordiamo infatti che da questo momento inizia la passione del Signore e che da qui a poco quella folla riconoscente sarà pronta a urlare “Barabba”. E’ l’ambiguità di questo riconoscimento e forse anche del nostro. Penso che nella storia di Cristo si dipanino tutti i momenti che si dispiegano anche nella nostra vita. La vita spirituale non è tutta uguale, tutta riconoscimento festoso, tutta un “benedetto colui che viene!”. La vita spirituale ha in sé tante contraddizioni: crescite e decrescite, momenti di presenza vicina del Signore come momenti di reale paura. Continuamente lo riconosciamo e lo tradiamo perché il Signore è incarnato nella storia e nell’umano. Forse per questo merita leggere questa pagina così pasquale: per sfatare la retorica della nascita di Gesù con qualcosa di più vero e drammatico. Ovvero, che anche questo Natale potrebbe contenere festa e tristezza al tempo stesso.

Tuttavia, siamo ora invitati a pensare al Signore che viene. Quando è venuto? Quando l’abbiamo riconosciuto presente? Dalla mia esperienza mi accorgo che per quanto ci diamo da fare non decidiamo noi i momenti della sua vicinanza. Nemmeno possiamo “portare il Signore agli altri”, al più possiamo cercare di portare il puledro o l’asina. Anche nella mia vita è andata così: quando lui si fa presente cade il dubbio che ci possiamo essere sbagliati. Ricordo quando da ragazzo si tornava con il cuore gonfio: c’è una pienezza della vita che si rivela in alcuni incontri che riconosciamo accadere per noi e senza che noi ce lo meritiamo. Così quanto ci si innamora o ci nasce un figlio. E’ la stessa pienezza che vorremmo durasse all’infinito, è il risvegliarsi in noi di una fiducia verso la bellezza della vita. Perché la folla lo acclama? Perché aveva risvegliato in essa la fiducia nella loro umanità, la fiducia dei figli che vengono guariti. “Benedetto!” sgorga dal cuore: benedetto quel momento nel quale “quel volto amato” mi ha visitato. “Benedetto” è il nome del Signore che irrompe nella vita. Quanto lo hai potuto riconoscere presente, risvegliando in te quella fiducia e quella non-solitudine, quando? — lo sai soltanto tu.

Custodire l’ingresso di Dio nella nostra vita, ricordarci di quando lo abbiamo incontrato e non rassegnarci al vivere nello scorrere dei giorni ripetitivi e scontati senza che nulla ci dica più niente, ma tornare a desiderarlo venire è anche questo “preparare il Natale”.

III domenica di Avvento

Is 35,1-10; Sal 84; Rm 11,25-36; Mt 11,2-15

La domanda che fa Giovanni dal carcere della fortezza di Macheronte (in foto la ricostruzione) è un po’ la nostra domanda di sempre. Giovanni è in carcere, Gesù è il Messia, tuttavia Giovanni non viene liberato. Perché? Prima di ogni cosa, questa pagina riporta questa drammaticità. Infatti, la risposta di Gesù sono i gesti che Isaia descriveva come i segni dell’arrivo del Messia, tranne uno: liberare i carcerati. Perché Gesù non libera Giovanni dal carcere? Perché con l’arrivo del Regno non si pone fine al mistero dell’iniquità degli uomini? Perché celebriamo il Natale in questo 2016 e l’uomo continua a fare il male e a restare impunito. Come mai gli oppressi e schiacciati non vengono riscattati ancora?

La novità che Gesù introduce rispetto alla domanda di Giovanni è la novità che distingue “il più piccolo” che è più grande rispetto al tempo antico. E’ la novità che permette che “il regno dei cieli subisca violenza e i violenti se ne impadroniscano”. Novità fuori dalle nostre attese. Di cosa si tratta? Che il Regno non viene se non attraverso la nostra libertà. Non accade al di sopra della nostra libertà ma accade dentro la nostra libertà, mai senza. Ha bisogno del “sì” di Maria, della sequela di Pietro, della fede della emorroissa. E se Dio davvero punisse i malfattori, noi righeremmo tutti diritti, ma non saremmo più “noi”.

Se un ragazzo decide di smettere di pregare e di non credere, Dio non forza questa decisione. Resterà alla porta della sua vita in mille modi (anche inimmaginabili) fino alla fine ma dovrà attendere una sua risposta. Senza la sua libertà non accade nulla. Per questo Gesù subito dopo se la prende con la folla. Perché questa invettiva? Cosa aveva fatto la folla? Non era lei l’artefice di quel dubbio. Forse possiamo pensare che se la folla avesse capito, se si fosse convertita, se in quegli anni la parola di Gesù fosse stata accolta in altro modo, Giovanni non sarebbe già più in carcere. Non avrebbero permesso quell’arresto. Forse.

Consideriamo la portata di questa rivoluzione. Dio si identifica solo nel libero acconsentire al bene e alla causa degli uomini. Ma egli non sradica il male, solo lo rende visibile per chi crede. Questo rende radicalmente diversa anche la preghiera. Non si può pregare perché le cose accadano al di fuori del nostro agire e della nostra responsabilità. La preghiera sarà assieme il desiderio che qualcosa accada dentro di noi: sarà la trasformazione del nostro desiderio, sarà anzitutto la domanda della nostra conversione.

Non c’è desiderio che il mondo cambi che non passi da un desiderio di conversione personale e dalla propria responsabilità. La preghiera di San Bernardo di Chiaravalle lo dice in modo esemplare: “volle venire colui che si poteva accontentare di aiutarci”. Potevamo forse essere aiutati magicamente dall’alto e invece siamo “visitati” da una presenza che liberamente ci affascini e ci converta.
Se un nostro amico sta male e ci chiede aiuto possiamo fare quelli che hanno la soluzione e dall’alto, con una risposta pronta, possiamo fingere di aiutare. Invece c’è una presenza che anche quando non sa aiutare, tuttavia porta assieme un pezzo di quella sofferenza. Ed è un segno di qualcosa di più grande che è venuto a trovarci. Accade così forse perché quello che c’è in gioco si trova ben oltre la soluzione alla nostra difficoltà del momento. Talvolta ce ne accorgiamo anche noi.

II domenica di Avvento

Bar 4,36-5.9; Sal 99; Rm 15,1-13; Lc 3,1-18

Mi sembra esista un contrasto tra le prime affermazioni di Giovanni, che suonano in modo molto altisonante (“spianate le strade…”) e la risposta alla domanda “cosa fare?”. Giovanni dice a coloro che riscuotevano le tasse: “siate onesti, non fate gli uomini corrotti”, alla gente normale dice: “aiutate che è nel bisogno” e ai soldati dice: “fate i bravi soldati, non maltrattate la gente, accontentatevi del salario senza saccheggiare…”.
E ci verrebbe da dire: tutto qui? Non dice di fare “grandi cose” o di ribellarsi al potere politico (ingiusto allora come oggi) o di “vivere in monasteri”. Fare il bene con la “b” minuscola. Qualche anno fa, forse quando ero più giovane, avrei trovato troppo poco in questo. Non si può solo fare “le persone educate”, il cristianesimo non è questo. Resta vero, ma oggi mi rendo conto con più chiarezza che “ciò che è ordinario”, l’essere semplicemente persone che quotidianamente provano a fare il bene, appare realmente straordinario. Dico cose semplici: stare con i figli, rinunciare a un po’ di stipendio per loro, coltivare delle amicizie, leggere un libro, parlare con un anziano, rispondere alle mail, lavorare bene per il gusto di fare bene una cosa, chiedere scusa… non preoccuparsi se non si potrà cambiare la macchina o non si potrà andare a sciare… far bene da mangiare, aspettare uno che arriva in ritardo senza imprecare, credere in un matrimonio…

Cose davvero semplici, ma diventate oggi difficilissime. Eppure era la base dell’umano (e una volta anche di una felice “convivenza” civile). L’impressione è che si diventi vittime sempre più frustrate e nervose di un sistema che ti toglie il respiro, dove devi correre sempre addietro alle cose, dove ti senti un po’ in pericolo, dove ciò che dai agli altri lo senti con fastidio, pesa, come uno svuotamento personale… Ho degli amici che mi dicono che bisogna andarsene in paesi più poveri del nostro (non paesi di miseria) per uscire dalla “macchina” invisibile che ci stritola… Ma forse è un fuggire.
Perché le cose semplici dell’umano sono diventate così difficili? Perché il bene con la “b” minuscola sembra così faticoso e a volte pure impossibile? Ci sarebbero tante analisi da poter fare su questa “insoddisfazione” latente che oggi facilmente cede alla “rabbia” degli uni sugli altri. Settimana scorsa provavo a indicare una pista di riflessione e se ne potrebbero aggiungere altre. Penso però anche che ci siamo un po’ dimenticati del Signore. Ho impressione che se non lo perdiamo di vista abbiamo più forte la possibilità di “sfilarci” o di “resistere” agli ingranaggi della logica del “progresso” e del “mercato”, e alla fine vivere con meno frustrazioni (per fortuna senza dover essere Dio). Almeno, non avessimo davvero più nulla (finissimo in bancarotta), avremmo degli amici che ci vogliono bene (una compagnia cristiana) e soffriremmo un po’ meno la solitudine. Non sarebbe già uno “spianare la strada”?

Il poeta Argentino Borges scrive una bellissima poesia dove descrive chi è per lui l’uomo “giusto” con la “g” minuscola.

Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.

I domenica di Avvento

Is 51,4-8; Sal 49; 2Ts 2,1-14; Mt 24,1-31

L’avvento ricorda che attendiamo non solo il Natale, ma il Signore che tornerà. Alla fine della vita sappiamo cosa noi incontreremo: non il nulla o il caso, non le guerre e l’apostasia saranno l’ultima parola, ma il Signore Gesù. Noi attendiamo questo ritorno, sia per noi come singoli, sia per la storia totale di tutti gli uomini. La vita dunque, nonostante le apparenti contraddizioni, è destinata a qualcosa di buono che ci aspetta (“la gloria del Signore” dice Paolo).

Perché tutto ciò è così importante? Perché ho impressione che oggi manchi lo “scopo”, manchi il “perché”. Lavoriamo molto, siamo presi o soffocati tra mille impegni, ma ho impressione che spesso non sappiamo “per chi” o “per cosa”. A volte, i genitori dicono: lo faccio per i figli. Ma poi i figli crescono, hanno le loro strade, si distaccano… e più forte si fa sentire il vuoto.
Lo “scopo” è uno sguardo che indirizza al futuro. Se il futuro non offre nulla di buono, nulla di interessante o sicuro, allora si genera la routine, l’apatia. Hanno un bel da fare gli adulti a incitare i ragazzi che starebbero tutto il giorno sul divano se loro stessi pensando al futuro non vendono nulla. Se i grandi vedono solo incertezza sul domani dei loro figli. Questo “niente”, questa “incertezza” che si vede nel futuro, retroagisce nell’oggi.

Mi vengono in mente i ragazzi che quando vogliono bene a una ragazza e iniziano a frequentarsi (ma succede anche nella vita sposata), dopo un po’ si accorgono del “niente” che accade, del ripetersi sempre delle stesse cose. Se vengono interrogati sul futuro si capisce che manca un perché, manca qualcosa che renda “sempre le stesse cose” attese e desiderate, cariche di senso perché indirizzate alla ricerca di qualcosa di bello assieme, magari nell’idea di una famiglia o di un cammino, di un legame eterno. Tutto era schiacciato all’esigenza di oggi di non rimanere solo, nel desiderio di qualcuno affianco. Ma manca uno scopo. Se, stando assieme, si pensa che poi tanto “ci si lascerà”, se stando assieme “non vedo niente nel futuro”, allora dopo un po’ accade la noia… Pavese diceva: “l’ora è spietata per chi non attende più nulla”. Ed è altrettanto problematico per me quando a questo nulla si “inventano” piccoli provvisori obbietti o interessi, ma che nascondono la routine di un legame: mettere su casa, scegliere i mobili, fare figli… nascondendo che sono compensazioni di un nulla che sta di fronte ad entrambi e che cerca nel “nuovo” e nel “diverso” la sua compensazione.

“Manca un perché” significa che ritorniamo a pensare come facevano i pagani: c’è un eterno ritorno delle cose, nulla di nuovo accade sotto il sole. Il tempo per gli antichi era ciclico. Gli anziani erano più saggi perché avevano visto più cicli della storia. Anzi, non c’è “storia”, ma c’è “cronaca”, c’è solo un accadere di fatti che si può raccontare, ma che non portano da nessuna parte. Tucidide, il primo storico, dice che fare storia è raccontare quello che si conosce, non vedere il senso di ciò che accade.
Il cristianesimo aveva introdotto invece una direzione, un senso lineare del tempo. Il tempo non si ripete, ma va verso il suo incontro con il Signore che passa attraverso la tribolazione. Questo accade nella vita personale come nella storia universale. Perché vivo? Perché mi sposo? Perché pure soffro? Per imparare a desiderare come Dio, per riconoscere alla fine il Signore che viene, come quando si cammina in montagna e si vuole arrivare cima (che spesso ha in cima una croce).
Cosa dicono i ragazzi quando vivono una relazione non solo come qualcosa che “è accaduta”? Dicono “ho avuto una storia” e dicendo questo imparano a collocare quel tempo nella loro vita, dandogli un “perché”, magari attraverso una maturazione o dei cambiamenti che intravedono.

Chiudo raccontando ciò che mi è accaduto di recente. E’ morta pochi giorni fa la mamma di un mio studente che era malata da tempo. Chiedo al figlio: “tua mamma ha sofferto molto?”. Il figlio risponde: “sì, deve aver sofferto molto. Ma non voleva farcelo pesare e sorrideva sempre”.
Mi sono chiesto: “perché sorrideva?” Sorrideva perché aveva di fronte a sé non il vuoto, non l’incertezza, ma un bene ben più grande della sua malattia: l’affetto per i figli. Se la tua vita va verso un bene, sai che sarà il Signore ad attenderti, sei anche disposto a sopportare molto e pure a sorridere. Se invece di fronte a te non vedi nulla, non c’è niente, allora basterà una fatica qualsiasi a rendere la vita insopportabile e persino indegna.

Cristo Re dell’universo

Dn 7,9-10.13-14; Sal 109; 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46

Ciò che è straordinario in questo Vangelo è che Dio non dice “ti avevo detto di servire i deboli e tu mi hai disobbedito”… come spesso noi interpretiamo. Noi pensiamo che il senso di queste immagini sia quello di darci un compito: “devi fare le opere di misericordia”. Non c’è scritto questo e non è questo il punto. Qui Dio dice molto di più: “ogni volta che lo hai fatto o non lo hai fatto, non lo hai fatto a me“. Cioè, si crea una identità tra il servire Dio e gli uomini. Una identità! E non si capisce mai abbastanza la portata enorme di questa identità. Il cinese che non conosce la tradizione biblica e fa il bene, lo fa a Dio (non abbiamo dubbi su questo). Come non c’è bisogno che tu conosca il nome di Gesù. E per me la cosa più sorprendente del brano è l’obiezione dei buoni, loro dicono: “io non ti ho mai incontrato” e Dio risponde: “no, tu mi hai incontrato”.

La preoccupazione di Dio non è sé, ma è l’uomo. Se un ragazzo mi dicesse: “non vengo a Messa, ma faccio mezz’ora in più di bene per qualcuno” io gli direi “fallo!”. Peccato che non ho mai conosciuto uno che abbia smesso di andare a Messa e abbia aumentato anche solo di dieci minuti il bene che compie per qualcuno. In ogni caso, la preoccupazione della Chiesa non deve essere sé, ma deve essere l’uomo. Il problema non è che gli oratorio sono vuoti o che i ragazzi non vanno a Messa. Il problema è il nulla che li divora, il problema è quando ti scrivono “non so don se lei è felice, se ha degli amici veri che la vengono a trovare anche quando non hanno bisogno, ma se non li ha allora siamo un po’ simili”.
Questo è il problema! Il problema è che un ragazzo così, nel mondo tecnicizzato e burrocraticizzato che viviamo, non abbia trovato nessuno che riesca a fare qualcosa… Nella sua classe, tra venti ragazzi che saranno un domani venti cittadini, non si trova chi se ne accorge. Non per colpa loro. Gli abbiamo insegnato noi che anzitutto devono preoccuparsi di andare bene, di prendere bei voti e sono così attenti ai loro bei voti che a volte vedere un compagno in crisi e invitarlo a casa a studiare sembra impossibile. Ma, ripeto, è ciò che gli abbiamo insegnato noi.
Se noi patissimo un po’ di più per questo e un po’ meno perché i ragazzi non ci seguono a Messa o per i loro voti scolastici, sono convinto che anche il loro rapporto con Dio sarebbe diverso. Dico patire il loro senso di nulla, di perenne fragilità e insoddisfazione, il loro narcisismo cronico.
E il problema non è “fare la carità”, ma che noi stessi e loro, ci perdiamo se viviamo solo per noi. Sono convinto che la condanna del vangelo sia qui un’auto-condanna.

Siamo in un contesto dove ognuno si sente un numero, un nulla. Abbiamo un’idea della giustizia che è quella dell’essere tutti uguali, tutti con gli stessi diritti e doveri, e dunque tutti così ugualmente insignificanti –che non è l’idea cristiana della giustizia ma, come diceva Nietzsche “ciò che noi chiamiamo giustizia è in realtà vendetta”.
Nella scuola, ad esempio, in nome dell’uguaglianza e della garanzia dei diritti (dove anzitutto ti devi tutelare dalle possibili denunce), tutto è un codice e non si può guardare in faccia all’età, alla storia, alla persona… tutto è disciplinato da una norma, per tutto c’è una procedura… e c’è anche il sistema qualità che garantisce che lo svolgimento delle procedure… Ho scoperto che c’è un regolamento anche per essere seppelliti in un cimitero piuttosto che in un altro e se sei una famiglia che si è appena trasferita e gli muore un figlio, “non puoi, c’è la procedura”…
Io penso che in questo contesto noi cristiani abbiamo una carta da giocare. Non preoccupiamoci per un attimo di convincere nessuno e facciamo come gli antichi cristiani saltando di pari passo tutta la burocrazia. Sono convito che bisogna saltarla perché non c’è dialogo con essa.
Un’azzardo, un’opera di creatività, senza aspettarsi che le istruzioni vengano dal prete o dal parroco. Hai 70 e non sai fare nulla ma sai fare le torne (dico per dire)? Mettiamoci a fare le torte e regalare così 100 mattoni per la ricostruzione di qualche casa ai terremotati… Invento, ma dico: vuoi mettere il nipote che va non va a Messa e tu gli dici “questa torta è per quelli lì che non hanno la casa”. E anche se mi fa male la schiena è giusto farla… E non dite “è per amore” dite “è giusto così”, perché quello non è un sentimento pietistico ma è semplicemente il modo giusto di vivere. Penso a una cosa così, che non aspetta la direttiva dall’alto, che non aspetta la norma o la procedura o il foglietto della raccolta della parrocchia, altrimenti siamo da capo: è sempre un obbedire a un compito…

Se passa questo, il mondo non cambia, però come dice il libro di Daniele della prima lettura i vari “mostri della storia” non vengono sconfitti da un mostro più grande e più forte del precedente, ma da qualcosa di completamente diverso: da un umano, da un “figlio d’uomo”, da ciò che è l’opposto del “mostruoso”.
La conversione, anche per i più giovani, passa da qui. Come nella conversione dell’Innominato, lui che era potente non viene messo in crisi da uno più potente di lui, ma da uno che è l’opposto della potenza, una donnicciola piagnucolante. Nel mondo dove tutti cercano di vendere il loro prodotto, non mettiamoci a urlare anche noi per vendere il nostro prodotto religioso: Dio non è interessato ad avere tanti o pochi adoratori. Senza aspettarci che qualcuno ci dica cosa fare, bisogna tornare a guardare alla povertà degli uomini. Forse banalmente, che lo riconosciamo o meno, lì c’è Dio.

II domenica dopo la dedicazione

Is 25,6-10a; Sal 35; Rm 4,18-25; Mt 22,1-14

Bisogna chiarire il significato della finale di questa parabola: “molti sono chiamati, ma pochi eletti”. E’ una traduzione non felice di un modo di parlare tipicamente semita e a noi un po’ estraneo. Spesso per formare un comparativo un ebreo usa un’opposizione di contrari. Ad esempio (Rm 9,13) “ho amato Giacobbe, ma odiato Esaù”, non significa che Esaù è stato realmente odiato, ma significa “ho amato Giacobbe più che Esaù”. Oppure Lc 14,26: “chi non odia il padre e la madre non è degno di me”, non dice di odiare i genitori ma “amare Gesù più del proprio padre…”.
Una traduzione più comprensibile sarebbe: “ci sono più chiamati che eletti“, ovvero, non tutti quelli che vengono chiamati sono “eletti”, cioè rispondono alla loro chiamata. Non perché chiamati si è automaticamente eletti. Detto in altri termini: il mistero della nostra libertà resta tutto fino all’ultimo istante di vita. Esattamente come i primi invitati a nozze che rifiutano l’invito, con la sola differenza che prima nessuno aveva risposto, ognuno era impegnato nelle sue faccende, mentre ora solamente uno non ha risposto indossando l’abito nuziale.

La parabola mi fa pensare al dramma della libertà. Libertà è una parola che ha perso sapore. La confondiamo con la libertà di stampa, di espressione, di voto… come se fosse un accessorio che si può togliere o mettere alla vita. Io penso invece che la libertà sia la cosa più grande che tutti riceviamo in dono e che non possiamo toglierci mai del tutto (pure se cerchiamo di farlo). Non tutti riceviamo le stesse cose quando veniamo al mondo, ma ognuno riceva la libertà. Da cosa lo vedo? Dal fatto che l’unico gesto che conta realmente nella vita –cioè il nostro voler bene– non può essere in alcuno modo costretto. Non si può costringere ad amare, non si può costringere ad essere amico. Tutto il loro valore sta nella libertà dell’atto e dunque nel dramma e anche della loro “non possibilità”. Altrimenti si chiama “acquisto”, ma non avrà mai lo stesso valore. Si può incarcerare un uomo, ma non si potrà mai costringerlo a voler bene.
Direi così: la libertà è la distanza necessaria da custodire affinché la relazione esista davvero come relazione e non come possesso. La libertà è la distanza tra il Padre e il Figlio che li fa essere l’uno distinto dall’altro. Chi vuole bene sa la fatica di questa distanza… Appena si pretende di eliminarla ecco che si cerca di uccidere colui che amiamo. E forse anche per questo “amore” e “morte” stanno così vicini. “Morte” è lo stesso nome di “amore” ma privato della libertà.

Il cristianesimo, come Gesù in questo testo, parla di “inferno” –che apparentemente è una contraddizione con il volto di Dio– solo per salvaguardare il mistero della libertà, non togliere la possibilità a un uomo che esso stesso rifiuti il bene che vede. Costi pure a Dio il rischio di perderci, ma lui non sopporterebbe di farci schiavi. Dio non vorrà mai degli adoratori perché vuole uomini liberi. Le religioni pagane, i miti moderni, vogliono adoratori e schiavi, ma Dio vuole solo uomini liberi. Accetta il fatto che questo possa non accadere… Che fatica permettere che gli invitati non siano degni e continuare a sperare fino all’ultimo che si ricordino dell’abito nuziale… Ma questo ha fatto Gesù stesso tante volte: per Pietro, per Giuda (fino all’ultimo boccone), per la folla, per tutti gli altri. Fino a domandarsi angosciato e senza risposta: “il Figlio dell’uomo quando tornerà sulla terra troverà ancora la fede?”. Ad oggi possiamo dire che lui stesso non lo sa.

Un’ultima considerazione: “più chiamati che eletti” mi fa venire in mente che io stesso ho ricevuto di più di quello che sono stato capace di restituire. Ciò che vale nel mondo vale anche in noi stessi. Ci sarà sempre una parte di noi senza “abito nuziale?”. La parabola mi ricorda che prima ancora di essere o meno eletto sono stato chiamato, ovvero che Dio stesso mi cerca più che io stesso possa volontariamente desiderarlo e cercarlo. Fermarsi ogni tanto anche solo a riconoscere questa sproporzione, a volte pure ammutoliti, è forse parte dell’abito stesso che dovremo indossare.

V domenica dopo il martirio

Is 56,1-7; Sal 118; Rm 15,2-7; Lc 6,27-38

Per capire questo vangelo e la prima lettura vorrei fare questa considerazione. Mi pare che noi tendiamo spontaneamente a far coincidere il compimento di un uomo, la sua realizzazione con una forma di soddisfazione o di successo personale. Se pensiamo ai ragazzi da adulti li vorremmo ben realizzati, con magari una bella famiglia, con un buon lavoro… vorremmo che potessero trarre soddisfazione dalla propria posizione, dai propri figli. Nulla di male, ovviamente, eppure in questo si insinua la convinzione che il compimento dell’umano sia sempre una forma di autorealizzazione. In questo senso: se uno ha una bella famiglia, magari non è divorziato, ha tanti figli, sta bene nel lavoro… allora è felice, è a posto. Se invece uno non trova la ragazza, magari fa fatica a studiare, nel lavoro non trova grandi sbocchi… allora “poverino”, è stato “sfortunato”.

A me sembra che il vangelo di oggi e la prima lettura abbiano qualcosa da dire proprio su questo modo di pensare. Isaia dice: “non dica lo straniero (l’immigrato potremmo tradurre noi) “sarò fuori” o l’eunuco (quello che non può avere figli) “sono come un albero secco”. Se lo straniero osserverà la legge del Signore e ugualmente l’eunuco, dice: “darò un monumento e un nome” che saranno qualcosa di meglio dei figli e saranno qualcosa di eterno… Come a dire: la questione non è che non possono avere figli, la questione è la relazione che hanno con Dio e allora io li riscatterò…
E’ interessante che un “monumento e un nome” sia stato poi scelto come titolo del museo ebraico della Shoà a Gerusalemme. Proprio in questo versetto di Isaia è stato riconosciuta l’opera della memoria che riscatta i sei milioni di ebrei morti. Sono morti, eppure, hanno un monumento e un nome (yahd washem)…

Gesù non dice una cosa diversa. La perfezione dell’uomo non è di fare carriera. La perfezione dell’uomo è di essere come il padre celeste che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Questo realizza la pienezza della propria vita più che la soddisfazione famigliare o professionale. Anche se è difficile da credere.

In conclusione vorrei portare due esempi che sono stati così. Il primo è uno dei più grandi matematici di fine seicento Leibnitz. Se non fosse esistito non avremmo la matematica di oggi, fu addirittura uno dei primi ideatori di una calcolatrice meccanica. Eppure Leibnitz ha fatto per tutta la vita il semplice bibliotecario. Non ha mai avuto una cattedra, non ha mai potuto insegnare… non ha mai avuto successo. Nella sua etica quotidiana, fatta di dedizione alla studio, di fatica, di “amore per il nemico” che è anche ciò che non capisci… immagino abbia trovato tutto quello che gli serviva per vivere. E così, rimane nella storia anche se lui non se lo sarebbe neanche immaginato (perché non lo andava a cercare).
Il secondo grande personaggio che mi viene in mente, per sfatare l’idea che la grandezza dell’uomo sia legata al suo successo, è la vita del pittore Van Gogh. Non ha mai venduto un quadro nella sua vita, solo il fratello, mosso a compassione gliene comprò uno. Ma sappiamo dalla sue lettere che il suo modo di dipingere era il modo che aveva per parlare di Dio e di Gesù nel mondo. Fu un cristiano con i colori… ha sviluppato una poetica del mondo e delle cose che ha cambiato poi tutta la pittura. Non ebbe alcun successo, fu un “albero secco” per citare Isaia… eppure il Padreterno gli ha dato un “monumento e un nome” che rimangono nella storia.

II domenica dopo il martirio

Is 5,1-7; Sal 79; Gal 2,15-20; Mt 21,28-32

Si è soliti pensare alla questione della fede come questione del credere: credo o non credo in Dio. E’ un modo di pensare diffuso, tant’è vero che per i ragazzi sembra essere la questione dirimente della religione. Sei religioso se credi in Dio, non lo sei se non ci credi. Al più poi si aggiunge un oggetto più specifico o la questione del praticante (“credente più o meno praticante”).

E’ interessante che per il Vangelo la questione si pone diversamente. Non solo perché per esso non avrebbe senso parlare di un “credente non praticante”, ma perché –più radicalmente– la questione della fede non è semplicemente la questione del credere o meno in Dio.
Il Vangelo di oggi e la prima lettura ricordano che questione della fede è questione della conversione. Come se, credere in Dio, nei Santi e nella Madonna, non fosse davvero ancora decisivo se non a partire da uno scarto, da una differenza che deve incominciare a essere percepita: la differenza tra quello che “spontaneamente farei” o “penserei” e quello che il Vangelo insegna e chiede. E’ a partire da questo scarto, lo scarto tra quello che sono e ciò al quale sono chiamato, tra quello che faccio e quello che sarebbe giusto fare… a partire da questo scarto percepisco (e a volte patisco) una relazione che è anche un credo, un affidamento, una fede.

E’ quello che racconta il Vangelo. “Non ne ho voglia, ma poi si pentì e vi andò”. Questo movimento è il movimento continuo del credere cristiano, forse fino all’ultimo giorno della vita. In questo senso non c’è credente cristiano che lo sia sempre stato allo stesso modo. Chi vive una vita spirituale lo sa: la vita spirituale non è sempre identica ma è fatta di momenti dove si è arrabbiati, distanti, dove si soffre anche la nostalgia, dove si è stanchi oppure, viceversa, nei quali ci si sente più vicini al Signore.
Se è vero questo, non c’è uomo di fede che non sia un uomo che sempre “si pente”, “sempre si converte” e il proprio punto di partenza (sacerdote, casalinga, impiegato o prostituta) non è davvero importante.

La cosa straordinaria di questo movimento resta per me il fatto che non c’è vergogna. La conversione avviene attraverso una visione di sé privata del muro che genera la vergogna. E’ come se la vergogna venisse meno e ci si potesse riconoscere per quello che si è, senza però “accettarsi” e basta per quello che si è –come si è soliti dire oggi e lasciando intravvedere che in fondo la mediocrità ci piace e il lamentarci di noi e degli altri è ciò che ci fa stare bene.
Accade invece quello che accade nella scena finale del vangelo di Giovanni. Gesù insiste tre volte con Pietro a chiedergli conto della sua amicizia (e del suo tradimento), fino a quando Pietro non ce la fa più e dice, quasi sbottando: “Signore tu sai tutto, tu sai come ti voglio bene”. Quel groviglio del cuore nel quale rimango non lo nascondo a me stesso e a te, e non lo accetto passivamente, ma ti dico cosa è…
La domanda di Dio nella pagina di Isaia rimane questa: cosa devo fare io perché tu te ne accorga, perché tu venga scosso e possa guardare ciò del quale sei fatto? Quale incontro deve accadere perché uno possa scoprire la sua inquietudine?

E’ quello che aveva capito Manzoni e lo racconta in modo eccezionale in quella pagina bellissima della conversione dell’innominato. L’innominato è un uomo che ha tutto (la posizione del suo castello che domina è metafora di questo potere illimitato), ma a un certo punto “viene visitato” da una ragazzina che ovviamente non è “più potente di lui” (il potere non si sconfigge con più potere), ma l’opposto di lui: “donna, indifesa, un po’ piagnucolona, impaurita ecc.”. E quando si ritira nella sua camera, dopo essersi spogliato, inizia a pensare al suo passato e pensa alle scelleratezze commesse, ma anche al fatto (interessante!) che quando le commetteva non gli sembravano tali. E improvvisamente non riesce più a dormire. E pensa allora di scappare, ma sa dell’impossibilità di andarsene. Manzoni usa una espressione bellissima e dice: sapeva che ovunque sarebbe andato sarebbe sempre rimasto in compagnia di sé stesso.

E quando, due capitoli dopo, l’innominato porrà al cardinal Borromeo la questione del credere –dice al prelato: “Dio, Dio, sempre Dio! L’avessi visto questo Dio che voi dite”. Ecco la risposta che definisce la fede: “chi più di voi lo ha accanto e vi inquieta e al tempo stesso vi attira…”. Credere è sempre un ritornare a convertirsi che tu sia come uno dei personaggi di Manzoni, o come uno dei protagonisti del Vangelo.

VIII domenica dopo Pentecoste

1Sam 8,1-22a; Sal 88; 1Tm 2,1-8; Mt 22, 15-22

La domanda posta a Gesù è una domanda insidiosa, sopratutto se si tiene presente che il potere Romano era considerato illegittimo o nemico. Qualsiasi risposta “sì” o “no” che Gesù poteva dare era pericolosa: poteva essere denunciato ai romani o viceversa essere linciato dal popolo. Si cerca di far prendere posizione a Gesù su una divisione tra uomini dettata da questioni del potere. Gesù capisce che non si tratta di dare ragione a una parte o all’altra ma di rivelare qualcosa di più profondo, qualcosa che è all’origine stessa dell’odio dei due partiti politici.
Anche oggi si cerca di dividere i cristiani su vicende politiche e di farli cadere nello stesso tranello: su tante tematiche etiche schierarsi con un “sì” o “no” significa cadere nello stesso tranello. Il mondo cerca sempre di creare divisioni tra i cristiani usando divisioni che sono in realtà tra gli uomini e a volte la scaltrezza di Gesù deve essere la nostra.

La rilettura di questo vangelo ha avuto poi un peso grande nella tradizione, sopratutto quando i cristiani hanno cominciato ad essere numerosi e si sono domandati riguardo al loro rapporto con il potere politico. In questo contesto Gesù dice qualcosa di affatto scontato per la religione. Sappiamo per esempio che il diritto occidentale è nato su questa divisione: c’è un campo della politica che non trae dalla religione la sua legittimazione. Per noi è normale che la religione non sia la fonde del diritto, eppure è stata una rivoluzione portata dai cristiani stessi. Gesù non fonda una società civile alternativa alle altre, come ad esempio hanno fatto l’Islam o il buddismo o altre culture orientali.
S. Agostino diceva che l’ambito di Cesare è quella del governo di una buona società dove conta la moneta e infatti in essa (sulla moneta) vi è la sua immagine (di Cesare).

Eppure il potere non è tutto e questo, dal punto di vista della politica e del potere che tendono sempre a pensarsi in modo “assoluto”, è un bel problema. C’è qualcosa di più grande e che confina il potere politico. Una società che dimentichi Dio rende il potere umano e politico un assoluto pericoloso all’uomo. Non a caso, il periodo della grande secolarizzazione è coinciso con i totalitarismi.

Mi vengono in mente due esempi pratici, uno recente e uno del passato. Ho degli amici che hanno portato avanti negli anni una amicizia cristiana e per poterla portare avanti hanno dovuto cambiare casa, prendere una casa comune e vivere assieme. Così si sono allontanati delle loro famiglie di origine. Sono convinto che se l’avessero fatto per lavoro, o per una promozione della carriera professionale, nessuno dei parenti si sarebbe lamentato di questo allontanamento. Ma siccome l’hanno fatto per Dio, per qualcosa che non è Cesare, allora ha dato enormemente fastidio.
Del resto, molti ragazzi dicono di noi preti che è assurdo che non abbiamo famiglia e che non è naturale e che “fa male”… ma anche per questo, se uno invece rinuncia alla famiglia perché il lavoro glielo impedisce o si occupa solo dell’azienda o della carriera universitaria (ne conosco tanti) allora nessuno dice nulla… Ecco, almeno come uno arbitrariamente si sottomette a Cesare dovremmo ricordare che esiste anche Dio.

Un secondo esempio è quello di San Tommaso Moro. Lord cancelliere del Re di Inghilterra, seconda autorità dopo il re, della cui dedizione nessuno dubitava, ma quando Enrico VIII ebbe la controversia con il Papa, Tommaso Moro disse al Re: “Tu sei il Re ma non puoi comandarmi oltre..”
Verrà decapitato nella torre di Londra. Così avvenne lo scisma di Inghilterra.

VI domenica dopo Pentecoste

Es 24,3-18; Sal 49; Eb 8,6-13a; Gv 19,30-35

Vorrei soffermarmi sulla parola alleanza che è centrale nelle letture di oggi. Può sembrare una parola strana ma è infondo qualcosa che molto semplicemente identifica la relazione che abbiamo con Dio. Come se ci chiedessimo: questo Dio per il quale sono qui oggi che rapporto ha con me e con la mia vita? Cosa mi chiede, cosa vuole da me, che relazione ha con me?
In questo senso parlare di “alleanza” non è nulla di strano. Tuttavia, la cultura biblica non era individualista come la nostra e questa domanda non risuonava solo in senso personalistico e individuale: che relazione ho io con Dio. Si trattava invece della relazione di un popolo. La relazione che ciascuno può incontrare nella sua storia ma che non è solo storia sua individuale ma è storia “nostra”.
Sarebbe interessante riflettere su come abbiamo perso questo carattere comunitario che porta la Bibbia a non parlare di “relazioni personali con Dio”, ma appunto di “alleanza” di un popolo. Ma non mi soffermo su questo.

Vorrei invece far notare come la parola alleanza (o relazione) sia sempre legata alla parola sacrificio. C’è una alleanza che è sancita sempre da del sangue. Così la definitiva alleanza è legata al sacrificio di Gesù. Questo appare meno scontato e ovvio da capire. Ho impressione che noi vogliamo bollare come antiquato tutto questo. La nostra è società liquida apparentemente squalifica l’idea di sacrificio in nome di un idea di benessere assoluto (slegato dalla fatica come dal legame con gli altri). La fatica non è una forma della dignità dell’uomo o l’opera della sua libertà ma l’ostacolo da evitare, il prezzo apparentemente inutile. Vorrei invece sottolineare il legame tra relazione (alleanza) e sacrificio (sangue).

Nei confronti degli uomini
E’ il problema del conflitto e del diverso. Cosa fai quando l’altro non la pensa come te? Il sacrificio è legato alla gestione di un conflitto. Devo sacrificare parti di me per dare spazio all’altro, oppure posso direttamente sacrificare l’altro che non la pensa come me.
Anche nella società ho bisogno dei meccanismi perché il conflitto venga gestito se voglio convivere. Sempre la società sacrifica. Lo fa in vari modi, a volte nascosti, ma non è vero che non sacrifica: sacrifica chi non ce la fa, chi non eccelle, chi non riesce nell’università… perché la visione che insegna è molto conflittuale (quella del mercato): noi siamo dei singoli in eterna competizione tra loro. Quindi l’altro lo devi sacrificare prima che ti sacrifichi lui. Devi sgomitare, devi farti valere (si dice). Ad esempio, non ti chiede forse oggi implicitamente questa società di sacrificare la famiglia per il lavoro, magari gli affetti degli amici per lavorare dove l’azienda ti chiede? E se non dopo qualche anno non resisti?
Da un lato oggi siamo indotti a pensare che il sacrificio sia eliminabile, nella realtà tutto è una lotta. Paradossalmente nessuno ci dice che invece c’è una parte del sacrificio nostro e libero che è necessario alla nostra identità di adulti che sanno “convivere” e creare legami, che sanno “mediare”. Quanti matrimoni saltano oggi in realtà per questo? Perché il sacrificio è sacrificare l’altro e non considerare di sacrificare parte di sé (una propria idea o una propria abitudine) per l’altro, salvo poi ritrovarci anche noi vittima degli altri.
Un altro esempio: si noti come nelle recenti votazioni della Brexit una parte ha sacrificato le aspirazioni dell’altra. Con un vero e proprio conflitto in atto per cui si sente dire: hanno vinto i vecchi, hanno vinto gli ignoranti… Perché deve dominare un pensiero unico, incapaci di accettare che il nostro pensiero non sia quello degli altri.

Nei confronti di Dio
Riguarda il sospetto profondo che Dio abbia bisogno del mio sangue e del mio sacrificio. Riguarda il sospetto che ciò che mi accade e che non vorrei che mi accadesse, sia immediatamente una sfortuna che viene da Dio o magari una punizione. Come quando implicitamente pensiamo: se mi va male è perché Dio mi ha punito. Contro questo sospetto antico c’è il sacrificio di Gesù stesso. Gesù che muore è la più grossa immagine che possa farci dimenticare che Dio ci vuole punire per qualcosa. Al contrario, il sacrificio voluto dagli uomini (e non da Dio) lo prende su di sé lui solo. Sacrificio è atto gratuito della vita donata in favore dell’altro, portando liberamente su di sé il conflitto che avrebbe scatenato odio, che avrebbe ucciso altri.
Alleanza nuova di Gesù è questo: non ci sono chiesti sacrifici per propiziarci Dio. Non servono più i riti di scaramanzia. Non veniamo puniti per nulla del male che pure possiamo avere fatto. Smettiamola di temere Dio e temiamo di più il male degli uomini. Lui non ci toglie nulla per davvero. Forse per diventare uomini autentici ci sarà chiesto di imparare la fatica del sacrificio, per avere relazioni vere dovremo anche noi imparare a sacrificare qualcosa di noi per gli altri, ma non per fare un servizio a Dio, non per sentirlo vicino. Lui ci è vicino ben oltre quello che noi siamo capaci. Se per un instante riusciamo a percepirlo sapremo per sempre della novità della relazione con il Dio cristiano.