Penultima domenica dopo l’Epifania

Bar 1,15a;2,9-15a; Sal 105; Rm 7,16a; Gv 8,1-11

Un modo per non essere misericordiosi non è solo quello di inchiodare all’errore gli altri, ma anche quello di non riconoscere più alcuna verità. Sono entrambe due forme che mi appaiono ben presenti oggi. L’esempio lo traggo da un fatto di cronaca che è rimbalzato sulle prime pagine di tutti i giornali. Un ragazzo sedicenne si lancia dalla finestra dopo l’ispezione della guardia di Finanza della sua camera. Non aveva molta droga ma quanto basta a essere fuorilegge. Inchiodato da solo al suo errore, senza quella capacità di dire “ho sbagliato” e non sentirsi lapidati: si è da solo lapidato. Nel mistero di una libertà che nessuno può conoscere totalmente, posso solo immaginare quanto difficile sia riuscire a dire “ho sbagliato e pago” senza il peso di un’onta o di una vergogna irremovibile. Quando accade, quando l’uomo non si inchioda alla sua povertà che è costretto a riconosce, quando la vergogna di sé non ha la meglio sulla scena, come in questo Vangelo, riconosco che di vera grazia cristiana si tratta. Non avrei un’altro nome. Insegnare a dire “ho sbagliato” senza il marchio a fuoco di uno sguardo che ci condanna non è altro che la questione stessa dell’incontro con Gesù. Potrei dire che l’incontro con Cristo è proprio quello di fronte al quale si sente accadere questo: la propria assoluta fragilità e immaturità della vita che non diventa segno di umiliazione.
Ma c’è anche l’altro versante, molto presente oggi, per non sentire la vergogna si può anche eliminare la verità. Ed ecco che appena dopo la tragedia di Lavagna, che metteva in luce la falsità della via della droga, alcuni illustri personaggi si muovono perché tutto venga liberalizzato, perché i ragazzi non percepiscano più un senso del lecito e dell’illecito, del giusto e dello sbagliato… Dimenticando un fatto: che non si tratta della questione della droga e dei commerci illeciti, ma dei ragazzi, delle loro vite, del loro modo di affrontare l’impatto con la vita… Come diceva Cesbron: «Quando un ragazzo ruba una bicicletta che cosa importa alla società? La sorte della bicicletta o quella del ragazzo?»

Una seconda riflessione. Questa donna adultera è stata spesso interpretata come immagine della Chiesa, con tutti i suoi errori e peccati. Quale paradosso è la Chiesa se ci fermassimo per un attimo a pensare, proprio come questa donna. Mi si dice che è santa, e la vedo piena di peccatori. Mi si dice che essa ha come missione quella di strappare l’uomo alle preoccupazioni terrestri, di ricordargli la sua vocazione all’eternità, e la vedo incessantemente occupata delle cose della terra. Mi assicurano che è universale, aperta come è aperta l’intelligenza e la carità divina, e io constato molto spesso che i suoi membri, per una specie di fatalità, si ripiegano timidamente in gruppi chiusi. La si proclama immutabile, l’unica stabile al di sopra del turbine della storia, ed ecco che d’improvviso, sotto i nostri occhi, essa sconcerta una quantità di fedeli coi suoi bruschi rinnovamenti… Quale paradosso, come paradossale è la figura di questa donna perdonata. C’è una bella pagina di Rahner che descrive come si possa vederla:

“Gli scribi e i farisei –ne esistono non soltanto nella Chiesa, ma dappertutto e sotto i più importanti travestimenti– continueranno pur sempre a trascinare «la donna» davanti al Signore, sbattendogliela ai piedi con la segreta euforia che «costei», grazie a Dio, non è affatto migliore di loro e accusandola così: «Signore, questa donna è stata colta in flagrante adulterio. Che ne dici?». E la donna non potrà negare: è davvero uno scandalo, non ci sono scuse che tengano.
Ella pensa ai suoi peccati, alle colpe che ha realmente commesse, obliando invece –e come potrebbe fare altrimenti l’umile serva?– la gloria occulta e palese di santità. Perciò non intende negare. Essa è la povera Chiesa dei peccatori. La sua umiltà, senza la quale non sarebbe santa, le fa ricordare solo la colpa. E ora sta davanti a colui al quale è affidata, davanti a Colui che l’ha amata e si è sacrificato per santificarla, davanti a Colui che conosce i suoi peccati meglio di tutti i suoi accusatori. Egli però tace. Scrive di lei peccati sulla sabbia della storia mondiale, che presto si estinguerà, cancellando così anche le sue colpe.
Egli tace per un piccolo lasso di tempo che a noi sembra fatto di millenni. E giudica questa donna solo con il silenzio del suo amore, che ricolma di grazie e assolve. In ogni secolo sorgono accanto a «questa donna» nuovi accusatori, che poi sgattaiolano sempre via, uno dietro l’altro, cominciando dai più anziani; si, perché non se ne è mai trovato uno senza peccato.
Alla fine del carosello il Signore si troverà solo con la donna. Allora la rialzerà da terra, guarderà in faccia alla peccatrice sua Sposa e le chiederà: «Donna, dove sono quelli che ti accusavano? Nessuno ti ha condannata?» Ed essa, con indicibile pentimento e profonda umiltà, risponderà: «Nessuno, Signore».
Rimarrà meravigliata e quasi sgomenta del fatto che nessuno, proprio nessuno, abbia osato farlo. Il Signore le andrà allora incontro dicendole: «Neppure io ti condanno». Scoccherà un bacio sulla sua fronte, dicendole con tutto l’affetto: «Sposa mia, Santa Chiesa».

V domenica dopo l’Epifania

Is 66,18b-22; Sal 32; Rm 4,13-17; Gv 4,46-54

Il tema comune a queste letture mi pare sia quello della fede. Paolo ne parla in rapporto alla legge, mentre il Vangelo in rapporto ai “segni e ai prodigi”. Provo a fare qualche riflessione su questo secondo aspetto.
Abbiamo di solito questa idea di fede: credere è aderire ad alcune verità. Di che tipo di adesione si tratta? Di solito, di natura intellettuale e soggettiva perché le verità proposte ci sembrano fatte così: “credere nell’eucaristia, credere in Gesù Figlio di Dio, credere nell’esistenza di Dio”… sembrano cose non totalmente evidenti e del resto si dice: “altrimenti non servirebbe credere”.
Però poi accade che a volte ci troviamo a dire frasi del tipo: “io non so se ho davvero ho fede…”, “ogni tanto dubito…”… pur sentendo che non stiamo facendo del male a qualcuno e che non siamo “più cattivi di prima”. Intendo dire: una mancanza di fede non ci appare come una mancanza di carità.

Penso che questo vangelo ci possa aiutare a fare chiarezza su questa strana cosa che chiamiamo “fede”. Anzitutto si percepisce la sua importanza “vitale”, la sua ricerca in relazione a un bisogno o a una mancanza: il funzionario aveva un figlio che stava per morire. Attenzione: non dico che sia soluzione a questo bisogno –è vero che il figlio si salva, ma è anche vero che non per forza il funzionario poteva attribuire questo a Gesù– tuttavia la ricerca della fede, la sua necessità, non sta nel campo delle cose “opzionali” della vita solo quando si percepisce un limite nostro. Si percepisce che la felicità della nostra vita non è in mano nostra. Bisogna essere onesti su questo: se ci inganniamo dicendo che noi siamo gli artefici della nostra felicità, la questione della fede non sarà mai una questione seria, perché io mi concepirò come sufficiente a me stesso. Ho bisogno della fede, della fiducia in qualcuno, solo quando inizio a capire che io non sono sufficiente a me stesso. Solo dentro un’amicizia capisco il valore del “fidarmi” o meno di un amico. Le nostre crisi di fede sono in realtà sinonimi della nostra falsa autonomia.

Questa ricerca di fede –che inizia dalla nostra dipendenza da “altro”– non è detto che arrivi alla fede in Gesù Cristo. Ma la domanda è: come è nata la fede del funzionario? Non è nata semplicemente dal prodigio. Anzitutto lui crede alla parola di Cristo prima che quel prodigio accada. Ma il testo dice che ha creduto totalmente solo dopo che si è fatto dire l’ora della guarigione del figlio e dopo aver visto che quell’ora coincideva con il momento della frase di Gesù. Detto in altri termini: per credere è necessario andare in profondità a ciò che ci accade e leggerlo capendone un disegno, un legame. I fatti singolarmente non portano alla fede ma sono muti. I fatti portano alla fede quando li capiamo, ovvero quando riusciamo a collegarli. E spesso riusciamo a collegarli e a capirne il senso solo a posteriori.

Faccio un esempio nel quale mi sono imbattuto di recente. Mi è capitato di vedere un’intervista fatta al fondatore di Apple, Steve Jobs. Era, che io sappia, l’unico discorso che ha fatto a dei ragazzi, dei neo laureati di Stanford. La cosa che mi ha impressionato di questo discorso è che, da manager di una grande azienda, Steve Jobs non fa un discorso economico o manageriale o tecnico… ma un discorso che direi di natura spirituale. Racconta come lui, che stava vivendo una pesante malattia, ha vissuto alcuni momenti della sua vita. E la prima “storia” che racconta di sé la intitola: “unire i puntini“. Unire i punti è significato, per lui, capire che lasciare l’università, frequentare un corso di tipografia… non sarebbero state cose inutili, ma dopo dieci anni “tutto è venuto buono”. Ma dice: qual’è il problema? Che si possono unire i puntini solo alla fine e anche alla fine per farlo occorre saper leggere una storia.

Ecco, io direi che la fede, almeno per me, ha a che fare anzitutto con questi momenti: i momenti nei quali so unire i “puntini” della mia vita, come quel funzionario che è andato a vedere se l’ora era esattamente la stessa. Si potrà sempre dire che sono coincidenze e si potrà sempre cercare di “non voler unire” i nostri puntini. Forse perché una volta uniti si capisce un disegno e quindi anche una responsabilità, un legame, un impegno. E di nuovo bisogna accettare di non essere “da soli”. Però quando capiamo che onestamente è così, quando sappiamo di non aver forzato nulla della realtà e sopratutto che quel disegno ci ha salvato tante volte –o ci ha persino guarito il figlio– non sarà davvero uno sforzo cieco il nostro credere.

III domenica dopo l’epifania

Es 16,2-7a.13b-18-17; Sal 104; 2Cor 8, 7-15; Lc 9,10b-17

Due riflessioni su queste letture. La prima riguarda l’episodio della “manna” o “ma-nu?”, come dissero gli ebrei, ovvero: “cosa è?”. Chiamarono questo dono “cos’è?” perché non sapevano cosa fosse. Già questo è significativo: c’è qualcosa di assolutamente inaspettato che ti fa riconoscere i doni del Signore. Il Signore spesso non sazia i nostri desideri ma fa qualcosa di diverso.
L’aspetto però più interessante per me è il fatto che questo dono non sia accumulabile e che tu non possa farne “le scorte”. E’ la stessa cosa che chiediamo nel Padrenostro in quell’aggettivo “quotidiano”. Il “pane quotidiano” è quello che serve a me oggi e non è una garanzia per domani o dopodomani. E’ la stessa idea che ritorna anche quando il Signore dice: “ogni giorno ha la sua pena”. Chiedi “giorno per giorno” e ogni giorno torna a chiedere: il pane insieme a tutto quello che serve per vivere.

Perché non si può stare “tranquilli” per sempre, perché ogni giorno bisognerà tornare a chiedere? Perché la struttura stessa della vita è così precaria e fragile? E’ una delle domande più importanti di tutta la spiritualità cristiana. I rabbini dicono: perché se accumuli la manna essa marcisce. Ma questa risposta non mi ha mai soddisfatto. Io penso che non sia la manna a marcire ma noi stessi. Cioè che nella realtà –al di là dei discorsi da bar– ciò che possiedi, ciò che hai, non è separabile da ciò nel quale tu riponi la tua fiducia per vivere e quindi non è separabile da ciò che sei. Gesù dice: “dove è il tuo tesoro è il tuo cuore”. C’è una unità imprescindibile tra ciò che abbiamo e ciò nel quale poniamo la fiducia per vivere. Allora capisco questo: è bene avere giorno per giorno per continuare a porre fiducia in una relazione, perché io non resti soli fidandomi della mia autonomia.

Ci sono scelte che si potrebbero fare da cristiani. Sia scelte personali sia scelte economiche. Un libro dell’economista Luca Fantacci, scritto diversi anni prima dell’ultima crisi economica, diceva che la causa vera delle crisi sta nell’accumulabilità del capitale, perché il mio avanzo è la mancanza di qualcun altro. Ma noi non siamo qui per cambiare l’economia mondiale. Siamo qui per non marcire noi. Per questo penso che un cristiano debba essere coraggioso. Gesù è severo: “non si può servire Dio e mammona”. Non dico che bisogna fare di più la carità, dico invece che non bisogna mai accumulare, perché inevitabilmente si metterà lì il nostro cuore. Se abbiamo di più del necessario è bene darlo ad altri e domani il Signore non mancherà di quello che ci servirà. Non ci fidiamo?

La seconda riflessione riguarda la sproporzione che avvertono i discepoli tra quello che hanno e quello che serve. E’ una sproporzione che capiamo bene. Penso a tutte le volte che entro in classe e devo dire qualcosa sul Signore: che sproporzione tra quello che ho e che sono e quello che avverto sia importante dirgli. Così le mamme e i genitori con i figli adolescenti che avvertono la sproporzione tra quello che servirebbe a loro per un cammino cristiano e quello che possono dargli.
La sproporzione poi è ben visibile in ogni gesto di carità. Chi fa le docce ai senza tetto lo vede: che sproporzione tra quello che dovremmo fare per le loro vite e quello che possiamo fare.
Penso che questa sia la questione di fondo di questa pagina e dell’esperienza dei dodici: “cos’è questo per così tanta gente?”.
Non ho risposte facile, però è accaduto una volta che mi accorgessi che qualcosa era stato moltiplicato. Il giorno che sono diventato prete ho incontrato fuori dal Duomo tantissima gente. Molti di loro li avevo visti per poco, li avevo incrociati dando al loro pochissimo. Sapevo che non erano lì per me, ma per quello che significavo per loro. Per il significato della mia scelta. Ho pensato: cos’è questo poco per così tanti, eppure ho capito che era abbastanza. Che il nulla che era stato importante per tanti. Tuttavia, non siamo noi a moltiplicare –per fortuna. E dovrebbero bastarci pochi segni per capire che questa sproporzione non viene colmata da noi. Quando aiuto i ragazzi a studiare, finita l’ora capisco che bisognerebbe andare avanti, ma è giusto fermarmi. Perché so che il vero bisogno e desiderio di quel ragazzo io non posso colmarlo. Posso aiutarlo, ma non riempirlo, non risolverlo, non sfamarlo. Come dire: al di là della nostra ansia, solo il Signore moltiplica.

II domenica dopo l’Epifania

Nm 20,2.6-13; Sal 94; Rm 8,22-27; Gv 2,1-11

Tutte le letture hanno in comune la situazione iniziale, quella di una mancanza. Nel deserto manca acqua; alle nozze manca il vino e anche Paolo dice che la creazione e i credenti “gemono” e “sperano” nell’attesa di qualcosa. Mi colpisce come queste situazioni di mancanza siano vicine a noi che pure apparentemente abbiamo tutto. Sono andato in montagna con un gruppo di ragazzi di scuola e l’ultimo giorno abbiamo chiesto se la vacanza era piaciuta. Tanti ragazzi hanno risposto che la vacanza era stata bella perché era “vacanza” e “fine della routine”. Un professore ha obbiettato che per lui invece la vita di tutti i giorni è la cosa bella. Mi ha colpito che quasi nessuno fosse d’accordo con lui e che dei ragazzi di 16 anni pensino alla loro vita quotidiana aspettando le prossime vacanze. Mi è parsa una grande sconfitta educativa.

Anche per i ragazzi sembra che manchi l’acqua, nel senso che il quotidiano è fatto di stress, di prove, di doveri… manca l’acqua. Non ho una risposta facile a questa sensazione. Non ho il bastone di Mosè per rispondere alle lamentele del popolo né posso trasformare acqua in vino. Però ho impressione che ci sia una testimonianza da portare per questi ragazzi ma anche per noi stessi: la vita quotidiana è davvero così un deserto per noi adulti? Quando i ragazzi mi dicono che le vacanze sono belle perché in fondo sono una “fuga”, so che posso ritrovarmi e capirli: anche per me infatti ricominciare è dura. Anche per me la routine di ogni giorno può essere davvero come attraversare il deserto.

Però, posso dire che il Vangelo ha a che fare con questo. Più che con le vacanze, con quel deserto di ogni giorno. Si può dire al Signore, come fa Maria, che “manca qualcosa”. Almeno, in prima battuta lo si può chiedere. Io, in tutta onestà posso dire che alla lunga e in modi spesso inaspettati, quando davvero la vita diviene pesante, qualcosa accade. Però accade sempre o “quasi sempre” nella logica del “segno”. E si potrebbe anche non farci attenzione. Mi è capitato per esempio l’altra sera a un incontro qui in parrocchia. Quasi per caso degli amici me lo ricordano e senza sapere cosa mi aspetta, preso anche io nella fatica di ricominciare il lavoro, trovo in quella serata una parola per me. E torno a casa con la percezione che, dove io mi stavo perdendo qualcuno è venuto a cercarmi, e a darmi un po’ di quell’acqua che serve anche a me. Accade mille e poi mille volte.

Paolo dice: sarà sempre nella forma di una speranza, di un segno. Nessuno ci protegge definitivamente dalla fatica della vita e anche dagli errori di dimenticare il vino o altro (perché sono anche errori nostri, a essere sinceri). Però, come Israele non deve per questo ritornare schiavo in Egitto, ho impressione che non è nella fuga (pensando alle prossime vacanze) che risolveremo davvero la nostra sete.

S. Natale

Se oggi siamo qui penso sia perché c’è un senso in questa festa. C’è un senso, c’è un significato.
Siamo qui per un significato che però potremmo anche non dare. Potremmo accontentarci della cena o del pranzo, del ritrovo famigliare (per chi ha una famiglia), dei regali e forse sopratutto delle vacanze. Molti si accontentano di questo. Per molti la festa è questo e non serve alcun “perché”, alcun “contenuto”, alcun “Dio”… che dia un senso, un significato.
Io, personalmente, non sono mai riuscito ad accontentarmi di questo: se tutto finisse nel pranzo, negli auguri, nei sorrisi… mi lascerebbe un grande vuoto. Se questa festa valesse solo per la festa in sé, senza scopo, senza fede, senza un “Dio”… finirebbe lasciandomi nulla. Sarei pronto ad aspettare poi soltanto le prossime ferie, in fondo schiavo ormai del mio lavoro o della mia routine.
Tutto tornerebbe ad apparirmi un correre a vuoto intorno al vento. Diceva un canto: “Ma quando la festa è finita rimane la vita e devi pensare di nuovo. Che cosa diremo ai bambini dell’uomo che nasce che vive e che muore?”. Cosa gli diremo senza uno scopo, senza un senso?

Gli antichi guardavano le stelle. Guardavano il sole che compie i suoi giri e cicli. Noi forse guardiamo i telegiornali, i cicli del nostro benessere, delle nostre economie e dei nostri pil. A cosa guardiamo per dire il senso della vita umana? Guardiamo alla fortuna, al caso e alle sorti? Oppure insegnano a conquistarci il mondo da soli convinti che sia la nostra forza di volontà a salvarci?

Quando arrivò in occidente il cristianesimo insegnò a non guardare più le sorti delle stelle o del sole. Non guardare la fortuna o la forza di volontà. Non è lì il senso del nostro affannarci. Bisogna guardare un uomo, Gesù Cristo, storicamente nato e morto. E’ lui il senso della nostra vita. Solo guardando questo uomo scopriamo un senso che non ci mette in balia della paura e delle superstizioni o negli affanni degli arrivismi.
Il senso di questa festa è che il senso della mia vita è in Gesù Cristo. Provo a dire questo come lo direi ai miei ragazzi di scuola. Cosa significa che per me che il senso della vita è Gesù Cristo? Io direi così, ma ognuno deve poterlo dire con le sue parole, altrimenti oggi celebra ben poco.

Quando alla domenica pomeriggio vado con il mio amico Martino a passare due ore del mio tempo dai disabili del don Orione, io so che non sto in realtà salvando nessuno. E questo non è facile da vivere. Quello che questi ragazzi hanno bisogno io non ce l’ho perché non lo misuro io. Se sono onesto so che neppure la società più perfetta, l’organismo migliore, la ricchezza più ingente, la salute più di ferro, li potrà mai fare contenti. Quello che li fa contenti non è una fortuna e non è il “prodotto di un lavoro umano”, tanto meno il “mio”. Se voglio bene a qualcuno mi accorgo di questo: non posso creare io la felicità dell’altro. Quale papà può dire onestamente di essere lui l’unica causa vera del sorriso del figlio? Il sorriso e la felicità del figlio è qualcosa di più grande del mio sforzo, qualcosa che so di non potergli dare io totalmente. Io non vado al don Orione per fare contenti i disabili e per “essere contento di aver fatto contento qualcuno”. Non è in questo risultato (che non c’è) il senso al mio gesto.

Invece, mi accorgo che il mio stare lì, rivela qualcosa del senso ultimo e universale della mia vita che vale per me come per i ragazzi tamarri che ho a scuola. Imparo qualcosa di una legge della vita che mi compie davvero. Ma non è un moto pietistico o umanitario, non è la sensazione di un momento. E’ Gesù Cristo che svela questa legge. E’ Gesù Cristo che compie la mia umanità, lui rivela ciò che è la mia verità: quella legge di quelle due ore sono la legge di tutta la mia vita se sono state nel “modo” di Gesù Cristo.

Per scoprire il senso della vita, la mia felicità, non devo attendermi dalla fortuna chissà che cosa, ma devo imparare questa legge e la imparo da un uomo che ne rivela la grandezza. Cristo mi rivela la legge della mia vita. Se lo faccio, trovo il senso del mio affannarmi e dei miei affetti. Senza avere più paura della vita o di chissà cosa potrà accadermi, perché ho trovato il mio scopo. Aver trovato un senso è poter dire anche che quel tempo non andrà perduto e io non avrò corso per nulla…

Ma senza questo senso, senza essere arrivato fin lì, ho l’impressione che tutto sia “provvisorio”, tutto sia “relativo”, “incerto”, il moto del cuore di un momento, anche quelle due ore passate con i ragazzi in carrozzina. Allora devo tornare a temere la fortuna in una vita che gira senza senso, nell’affanno di tante feste che mi costringerebbero –per poterle sopportare– a non pensare dove sto andando davvero. E del Natale resterebbe soltanto una vuota convenzione.

Domenica dell’incarnazione

Is 62,10-63,3b; Sal 71; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a

C’è un versetto sul quale vorrei fermarmi: “la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra“. E’ la risposta dell’angelo all’obiezione di Maria. L’angelo risponde e non risponde, in qualche modo allude. E allude facendo riferimento all’immagine dell’ombra che mi sembra particolarmente interessante. L’ombra non è una conoscenza chiara e distinta, non è qualcosa in piena luce o qualcosa totalmente evidente. Eppure, l’ombra non è neanche la totale assenza di luce, non è neanche la non conoscenza cieca. Nell’ombra intravedi.

Mi sembra prezioso recuperare questo perché il tempo di oggi vuole far credere che esista solo una conoscenza vera: quella chiara e distinta, quella in piena luce. Come se per ogni questione della vita si potesse attingere a un sapienza chiara e distinta, come se esistessero solo questioni tecniche, miglioramenti pratici. E di contro, laddove invece si intuisce che non abbiamo nulla di chiaro e distinto, che non possiamo “sapere con certezza” si invoca la “fede” ma proprio come forma di non conoscenza. Si dice: “se non sai devi credere”. Ma presuppone che si possa sapere solo ciò che è evidente o dimostrabile, esclude invece che l’uomo sappia intravvedere nell’ombra.

La fede cristiana resiste a questa netta divisione tra le cose “chiare e distinte” e le cose solo “sperate”. Esiste un “sapere” intermedio e non è un sapere minore o più basso. Ad esempio: un madre “sa” del figlio anche se non conosce tutto di lui. Un uomo che si sta per sposare non avrà mai accesso a un sapere chiaro e sicuro eppure a un certo punto “sa” che è la sua donna. Possiamo stare davanti al Signore senza avere la certezza sicura e chiara che ci ascolti davvero, eppure chi lo ha fatto seriamente “sa” di lui, “sa” che c’è. Puoi “sapere” infallibilmente di lui anche senza averlo visto in piena luce. E non è un cieco sperare.

Detto in altri termini: c’è un “sapere” che non è un “conoscere” o un “comprendere” chiaro e distinto della nostra testa, eppure non è meno importante. E noi stessi lo intuiamo: si può conoscere tutta la storia a memoria (conoscere tutte le date e i fatti), ma non “sapere” nulla di ciò che è accaduto. Si può conoscere tutto della persona alla quale vogliamo bene ma non “sapere nulla di lui”. Il sapere ha a che fare con un “sapore” quello che le cose stesse hanno. Il conoscere ha invece a che fare con un “afferrare”, con una conquista. Ma non tutto si può conquistare, neanche con la testa.

Il “sapere di Dio” non si può che riconoscere, riceve, accettare… a volte “come nell’ombra”, come per Maria, senza poter afferrare tutto. Ma mettendo fine al sospetto che sia solo “tenebra”. Non è meno prezioso o meno sicuro di tutto ciò che invece pensiamo di aver conquistato da noi, con il nostro fare o con il nostro ricercare.

IV domenica di Avvento

Is 40,1-11; Sal 71; Eb 10,5-9a; Mt 21, 1-9

Penso che questa lettura possa sembrare poco natalizia e più pasquale. Tutti noi ricordiamo infatti che da questo momento inizia la passione del Signore e che da qui a poco quella folla riconoscente sarà pronta a urlare “Barabba”. E’ l’ambiguità di questo riconoscimento e forse anche del nostro. Penso che nella storia di Cristo si dipanino tutti i momenti che si dispiegano anche nella nostra vita. La vita spirituale non è tutta uguale, tutta riconoscimento festoso, tutta un “benedetto colui che viene!”. La vita spirituale ha in sé tante contraddizioni: crescite e decrescite, momenti di presenza vicina del Signore come momenti di reale paura. Continuamente lo riconosciamo e lo tradiamo perché il Signore è incarnato nella storia e nell’umano. Forse per questo merita leggere questa pagina così pasquale: per sfatare la retorica della nascita di Gesù con qualcosa di più vero e drammatico. Ovvero, che anche questo Natale potrebbe contenere festa e tristezza al tempo stesso.

Tuttavia, siamo ora invitati a pensare al Signore che viene. Quando è venuto? Quando l’abbiamo riconosciuto presente? Dalla mia esperienza mi accorgo che per quanto ci diamo da fare non decidiamo noi i momenti della sua vicinanza. Nemmeno possiamo “portare il Signore agli altri”, al più possiamo cercare di portare il puledro o l’asina. Anche nella mia vita è andata così: quando lui si fa presente cade il dubbio che ci possiamo essere sbagliati. Ricordo quando da ragazzo si tornava con il cuore gonfio: c’è una pienezza della vita che si rivela in alcuni incontri che riconosciamo accadere per noi e senza che noi ce lo meritiamo. Così quanto ci si innamora o ci nasce un figlio. E’ la stessa pienezza che vorremmo durasse all’infinito, è il risvegliarsi in noi di una fiducia verso la bellezza della vita. Perché la folla lo acclama? Perché aveva risvegliato in essa la fiducia nella loro umanità, la fiducia dei figli che vengono guariti. “Benedetto!” sgorga dal cuore: benedetto quel momento nel quale “quel volto amato” mi ha visitato. “Benedetto” è il nome del Signore che irrompe nella vita. Quanto lo hai potuto riconoscere presente, risvegliando in te quella fiducia e quella non-solitudine, quando? — lo sai soltanto tu.

Custodire l’ingresso di Dio nella nostra vita, ricordarci di quando lo abbiamo incontrato e non rassegnarci al vivere nello scorrere dei giorni ripetitivi e scontati senza che nulla ci dica più niente, ma tornare a desiderarlo venire è anche questo “preparare il Natale”.

III domenica di Avvento

Is 35,1-10; Sal 84; Rm 11,25-36; Mt 11,2-15

La domanda che fa Giovanni dal carcere della fortezza di Macheronte (in foto la ricostruzione) è un po’ la nostra domanda di sempre. Giovanni è in carcere, Gesù è il Messia, tuttavia Giovanni non viene liberato. Perché? Prima di ogni cosa, questa pagina riporta questa drammaticità. Infatti, la risposta di Gesù sono i gesti che Isaia descriveva come i segni dell’arrivo del Messia, tranne uno: liberare i carcerati. Perché Gesù non libera Giovanni dal carcere? Perché con l’arrivo del Regno non si pone fine al mistero dell’iniquità degli uomini? Perché celebriamo il Natale in questo 2016 e l’uomo continua a fare il male e a restare impunito. Come mai gli oppressi e schiacciati non vengono riscattati ancora?

La novità che Gesù introduce rispetto alla domanda di Giovanni è la novità che distingue “il più piccolo” che è più grande rispetto al tempo antico. E’ la novità che permette che “il regno dei cieli subisca violenza e i violenti se ne impadroniscano”. Novità fuori dalle nostre attese. Di cosa si tratta? Che il Regno non viene se non attraverso la nostra libertà. Non accade al di sopra della nostra libertà ma accade dentro la nostra libertà, mai senza. Ha bisogno del “sì” di Maria, della sequela di Pietro, della fede della emorroissa. E se Dio davvero punisse i malfattori, noi righeremmo tutti diritti, ma non saremmo più “noi”.

Se un ragazzo decide di smettere di pregare e di non credere, Dio non forza questa decisione. Resterà alla porta della sua vita in mille modi (anche inimmaginabili) fino alla fine ma dovrà attendere una sua risposta. Senza la sua libertà non accade nulla. Per questo Gesù subito dopo se la prende con la folla. Perché questa invettiva? Cosa aveva fatto la folla? Non era lei l’artefice di quel dubbio. Forse possiamo pensare che se la folla avesse capito, se si fosse convertita, se in quegli anni la parola di Gesù fosse stata accolta in altro modo, Giovanni non sarebbe già più in carcere. Non avrebbero permesso quell’arresto. Forse.

Consideriamo la portata di questa rivoluzione. Dio si identifica solo nel libero acconsentire al bene e alla causa degli uomini. Ma egli non sradica il male, solo lo rende visibile per chi crede. Questo rende radicalmente diversa anche la preghiera. Non si può pregare perché le cose accadano al di fuori del nostro agire e della nostra responsabilità. La preghiera sarà assieme il desiderio che qualcosa accada dentro di noi: sarà la trasformazione del nostro desiderio, sarà anzitutto la domanda della nostra conversione.

Non c’è desiderio che il mondo cambi che non passi da un desiderio di conversione personale e dalla propria responsabilità. La preghiera di San Bernardo di Chiaravalle lo dice in modo esemplare: “volle venire colui che si poteva accontentare di aiutarci”. Potevamo forse essere aiutati magicamente dall’alto e invece siamo “visitati” da una presenza che liberamente ci affascini e ci converta.
Se un nostro amico sta male e ci chiede aiuto possiamo fare quelli che hanno la soluzione e dall’alto, con una risposta pronta, possiamo fingere di aiutare. Invece c’è una presenza che anche quando non sa aiutare, tuttavia porta assieme un pezzo di quella sofferenza. Ed è un segno di qualcosa di più grande che è venuto a trovarci. Accade così forse perché quello che c’è in gioco si trova ben oltre la soluzione alla nostra difficoltà del momento. Talvolta ce ne accorgiamo anche noi.

II domenica di Avvento

Bar 4,36-5.9; Sal 99; Rm 15,1-13; Lc 3,1-18

Mi sembra esista un contrasto tra le prime affermazioni di Giovanni, che suonano in modo molto altisonante (“spianate le strade…”) e la risposta alla domanda “cosa fare?”. Giovanni dice a coloro che riscuotevano le tasse: “siate onesti, non fate gli uomini corrotti”, alla gente normale dice: “aiutate che è nel bisogno” e ai soldati dice: “fate i bravi soldati, non maltrattate la gente, accontentatevi del salario senza saccheggiare…”.
E ci verrebbe da dire: tutto qui? Non dice di fare “grandi cose” o di ribellarsi al potere politico (ingiusto allora come oggi) o di “vivere in monasteri”. Fare il bene con la “b” minuscola. Qualche anno fa, forse quando ero più giovane, avrei trovato troppo poco in questo. Non si può solo fare “le persone educate”, il cristianesimo non è questo. Resta vero, ma oggi mi rendo conto con più chiarezza che “ciò che è ordinario”, l’essere semplicemente persone che quotidianamente provano a fare il bene, appare realmente straordinario. Dico cose semplici: stare con i figli, rinunciare a un po’ di stipendio per loro, coltivare delle amicizie, leggere un libro, parlare con un anziano, rispondere alle mail, lavorare bene per il gusto di fare bene una cosa, chiedere scusa… non preoccuparsi se non si potrà cambiare la macchina o non si potrà andare a sciare… far bene da mangiare, aspettare uno che arriva in ritardo senza imprecare, credere in un matrimonio…

Cose davvero semplici, ma diventate oggi difficilissime. Eppure era la base dell’umano (e una volta anche di una felice “convivenza” civile). L’impressione è che si diventi vittime sempre più frustrate e nervose di un sistema che ti toglie il respiro, dove devi correre sempre addietro alle cose, dove ti senti un po’ in pericolo, dove ciò che dai agli altri lo senti con fastidio, pesa, come uno svuotamento personale… Ho degli amici che mi dicono che bisogna andarsene in paesi più poveri del nostro (non paesi di miseria) per uscire dalla “macchina” invisibile che ci stritola… Ma forse è un fuggire.
Perché le cose semplici dell’umano sono diventate così difficili? Perché il bene con la “b” minuscola sembra così faticoso e a volte pure impossibile? Ci sarebbero tante analisi da poter fare su questa “insoddisfazione” latente che oggi facilmente cede alla “rabbia” degli uni sugli altri. Settimana scorsa provavo a indicare una pista di riflessione e se ne potrebbero aggiungere altre. Penso però anche che ci siamo un po’ dimenticati del Signore. Ho impressione che se non lo perdiamo di vista abbiamo più forte la possibilità di “sfilarci” o di “resistere” agli ingranaggi della logica del “progresso” e del “mercato”, e alla fine vivere con meno frustrazioni (per fortuna senza dover essere Dio). Almeno, non avessimo davvero più nulla (finissimo in bancarotta), avremmo degli amici che ci vogliono bene (una compagnia cristiana) e soffriremmo un po’ meno la solitudine. Non sarebbe già uno “spianare la strada”?

Il poeta Argentino Borges scrive una bellissima poesia dove descrive chi è per lui l’uomo “giusto” con la “g” minuscola.

Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.

I domenica di Avvento

Is 51,4-8; Sal 49; 2Ts 2,1-14; Mt 24,1-31

L’avvento ricorda che attendiamo non solo il Natale, ma il Signore che tornerà. Alla fine della vita sappiamo cosa noi incontreremo: non il nulla o il caso, non le guerre e l’apostasia saranno l’ultima parola, ma il Signore Gesù. Noi attendiamo questo ritorno, sia per noi come singoli, sia per la storia totale di tutti gli uomini. La vita dunque, nonostante le apparenti contraddizioni, è destinata a qualcosa di buono che ci aspetta (“la gloria del Signore” dice Paolo).

Perché tutto ciò è così importante? Perché ho impressione che oggi manchi lo “scopo”, manchi il “perché”. Lavoriamo molto, siamo presi o soffocati tra mille impegni, ma ho impressione che spesso non sappiamo “per chi” o “per cosa”. A volte, i genitori dicono: lo faccio per i figli. Ma poi i figli crescono, hanno le loro strade, si distaccano… e più forte si fa sentire il vuoto.
Lo “scopo” è uno sguardo che indirizza al futuro. Se il futuro non offre nulla di buono, nulla di interessante o sicuro, allora si genera la routine, l’apatia. Hanno un bel da fare gli adulti a incitare i ragazzi che starebbero tutto il giorno sul divano se loro stessi pensando al futuro non vendono nulla. Se i grandi vedono solo incertezza sul domani dei loro figli. Questo “niente”, questa “incertezza” che si vede nel futuro, retroagisce nell’oggi.

Mi vengono in mente i ragazzi che quando vogliono bene a una ragazza e iniziano a frequentarsi (ma succede anche nella vita sposata), dopo un po’ si accorgono del “niente” che accade, del ripetersi sempre delle stesse cose. Se vengono interrogati sul futuro si capisce che manca un perché, manca qualcosa che renda “sempre le stesse cose” attese e desiderate, cariche di senso perché indirizzate alla ricerca di qualcosa di bello assieme, magari nell’idea di una famiglia o di un cammino, di un legame eterno. Tutto era schiacciato all’esigenza di oggi di non rimanere solo, nel desiderio di qualcuno affianco. Ma manca uno scopo. Se, stando assieme, si pensa che poi tanto “ci si lascerà”, se stando assieme “non vedo niente nel futuro”, allora dopo un po’ accade la noia… Pavese diceva: “l’ora è spietata per chi non attende più nulla”. Ed è altrettanto problematico per me quando a questo nulla si “inventano” piccoli provvisori obbietti o interessi, ma che nascondono la routine di un legame: mettere su casa, scegliere i mobili, fare figli… nascondendo che sono compensazioni di un nulla che sta di fronte ad entrambi e che cerca nel “nuovo” e nel “diverso” la sua compensazione.

“Manca un perché” significa che ritorniamo a pensare come facevano i pagani: c’è un eterno ritorno delle cose, nulla di nuovo accade sotto il sole. Il tempo per gli antichi era ciclico. Gli anziani erano più saggi perché avevano visto più cicli della storia. Anzi, non c’è “storia”, ma c’è “cronaca”, c’è solo un accadere di fatti che si può raccontare, ma che non portano da nessuna parte. Tucidide, il primo storico, dice che fare storia è raccontare quello che si conosce, non vedere il senso di ciò che accade.
Il cristianesimo aveva introdotto invece una direzione, un senso lineare del tempo. Il tempo non si ripete, ma va verso il suo incontro con il Signore che passa attraverso la tribolazione. Questo accade nella vita personale come nella storia universale. Perché vivo? Perché mi sposo? Perché pure soffro? Per imparare a desiderare come Dio, per riconoscere alla fine il Signore che viene, come quando si cammina in montagna e si vuole arrivare cima (che spesso ha in cima una croce).
Cosa dicono i ragazzi quando vivono una relazione non solo come qualcosa che “è accaduta”? Dicono “ho avuto una storia” e dicendo questo imparano a collocare quel tempo nella loro vita, dandogli un “perché”, magari attraverso una maturazione o dei cambiamenti che intravedono.

Chiudo raccontando ciò che mi è accaduto di recente. E’ morta pochi giorni fa la mamma di un mio studente che era malata da tempo. Chiedo al figlio: “tua mamma ha sofferto molto?”. Il figlio risponde: “sì, deve aver sofferto molto. Ma non voleva farcelo pesare e sorrideva sempre”.
Mi sono chiesto: “perché sorrideva?” Sorrideva perché aveva di fronte a sé non il vuoto, non l’incertezza, ma un bene ben più grande della sua malattia: l’affetto per i figli. Se la tua vita va verso un bene, sai che sarà il Signore ad attenderti, sei anche disposto a sopportare molto e pure a sorridere. Se invece di fronte a te non vedi nulla, non c’è niente, allora basterà una fatica qualsiasi a rendere la vita insopportabile e persino indegna.