At 1,15-26; Sal 138; 1Tm 3,14-16; Gv 17,11-19

Raccolgo due idee dal Vangelo di oggi che spero di sviluppare con voi.

1) La prima è questa, Gesù dice: “io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo” e più avanti “Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo”. Tutto il Vangelo di Giovanni, fin dal Prologo è attraversato da queste parole: i discepoli e il mondo. Cosa significano? Due domeniche fa si leggeva: “io non prego per il mondo”? Perché qualcuno non è del mondo?
Penso che da subito dobbiamo cancellare due immagini immediate. Da un lato l’immagine degli adulti (o degli anziani) che si lamentano che il mondo va male (non si va a Messa, non ci si sposa più in Chiesa, non ci sono i Valori). Insopportabile e ti viene da chiedere a queste persone: ma tu? oggi, nel tuo oggi, il Signore lo ha incontrato o vivi di ricordi? E altrettanto insopportabili quei ragazzi non sanno guardare la realtà e per loro tutto è uguale e tutti sono uguali: “che preghi o non preghi”, tanto tutti “pregano o non pregano in cuor loro”, “che sei cristiano o no”, tanto tutti siamo peccatori, che vieni o no all’oratorio, tanto tutti ci vengono o non ci vengono. Dove nulla è preso sul serio, e non c’è un vero no o un vero sì (su alcuni ragazzi io sono qui alla porta e li aspetto che si decidano una buona volta).
Tutto questo ha a che fare con un modo di vedere il posto dove siamo (dagli amici alla politica) che non è quello che ha in mente il Signore Gesù quando dice: siete nel mondo e non siete del mondo. Perché questa affermazione è molto più profonda e crea una divisione, prima che tra noi e gli altri, crea una divisione dentro di noi. Cosa in me è del mondo e cosa in me è solo nel mondo? Non è una divisione che subito separa me dagli altri ma separa me da me. Questo mi sembra importante.
Cosa è una divisione interna? Lo dico con un esempio.
Un grande pittore, Marc Chagalle, dipingeva dei quadri che avevano spesso l’ebreo errante. C’è tra gli ebrei una figura di uomo che non si ferma (come Gesù del resto) in un villaggio, ma porta in giro la sua sacca e viaggia senza fermarsi. Bene, quell’ebreo errane è importante tra gli ebrei non tanto perché tutti gli ebrei si ricordino che anche loro che hanno casa devo essere -nel modo di vivere la loro dimora – anche loro in fondo ebrei erranti. Tante sono le immagini: quella eterna del pellegrino. Non serve per dire che bisogna abbandonare il mondo, ma che non siamo di questo mondo.
Vorrei dire: è uno sguardo che non si lascia appiattire dal presente, ma capisce il desiderio più profondo che lo abita e ma chiama da lontano. Appiattirsi al presente e perdere memoria è la malattia di oggi.

2) Questa preghiera insegna anche un’altra cosa. Insegna cosa significa amare e volere veramente bene a una persona. Amare non significa togliere ogni separazione tra me e chi mi sta di fronte. Amare non è una fusione. Amare non è stare sempre attaccato. Anche se il mio desiderio va in questa direzione, io posso dire che se amare fosse questo io ucciderei chi mi sta di fronte e anche me stesso. Gesù sta per sperimentare una separazione forte dai i suoi e per questo desidera. Si impegna con una promessa di custodire l’altro e desiderare profondamente di rivederlo. Bonhoeffer scriveva in vita comune: “non dovete vergognarvi, quando siete lontani dai fratelli, di desiderare di rivedere il loro volto”.
“Custodire” ecco cosa significa. Molto più che curare, molto più di possedere, è invece portare in sé l’altro, anche nel tempo dell’assenza e dei distacchi, come perla preziosa. Accompagnare ed essere accompagnati, avere negli occhi la sua luce, la memoria delle parole dette, i silenzi, altra parola, i gesti. Tutto. L’assenza si confonde con la presenza e ne rompe il confine; necessaria, quasi – come una conferma che l’Altro c’è in noi…

At 26, 1-23; Sal 21; 1Cor 15, 3-11; Gv 15, 26-16, 4

La liturgia di oggi vuole farci riflettere sull’idea dello Spirito che il Signore dona ai Suoi, che non fa scandalizzare della morte, da testimonianza e consola.
Mi soffermo su tre aspetti.
1) Dice questo Vangelo che lo Spirito viene da Dio ma che dal principio noi gli apparteniamo. Lo spirito è dentro di noi, ma non è una cosa nostra perché viene da Dio. Nei primi capitoli del libro della Sapienza si dice che lo spirito è una realtà sottile che ascolta tutto e protegge tutto, ma nel cap. 7 Salomone deve invocarlo come Spirito che viene dall’alto – perché non è una cosa che si possiede. Detto in modo molto semplice: ci sono cose che dividendole si perdono o si disperdono perché esistono solo nella forma di un possesso. I soldi, per esempio, sono così: se li divido sono meno. Ma dobbiamo riconoscere che ci sono cose altrettanto vere e che ci danno felicità solo quando non sono solo nostre o non le possediamo solo noi: per esempio, l’amicizia; c’è solo se è tra me e te. Il respiro di un uomo – sapete che l’immagine dello Spirito è questa – è una cosa che c’è solo quando non la trattengo. Bisogna entrare in questa logica di una cosa da sempre donata, antica e sempre nuova. Avete in mente una mamma che da al figlio tutto quello che ha e il figlio non si accorge di nulla. Perché non si accorge di nulla? Perché non è entrata nella logica che usa sua mamma che è felice quando può fare un regale.
Agostino riconosce Dio quando riconosce questa logica di un dono che lo attende da sempre: tu Signore eri già lì che mi attendevi. Io non c’ero, io non ero presso di me, ma tu eri lì ad aspettarmi.
Dico sempre ai ragazzi: o la Chiesa è il luogo dove percepiamo una chiamata che viene da lontano o falliamo il nostro incontro con il Signore.

2) Lo spirito è Paraclito, è difensore e da testimonianza. Io direi così con qualche esempio: lo Spirito è riserva di affettività. Cosa intendo? Avete in mente Adamo ed Eva? Ricordate che la prima parola che Dio gli rivolge non è “non mangiare”, ma “tutto questo è tuo”. Bene, tuttavia un attimo dopo nasce il sospetto. Il sospetto che Dio sia geloso, che sia invidioso o abbia paura degli uomini e per questo gli tenga nascosto qualcosa. Allora lì cosa accade? O mi affido o mi lascio vincere dal sospetto. Lo Spirito è quella riserva affettiva che mi fa ricordare i dono ricevuti e non mi fa cedere a nessun sospetto.
Nella scrittura Israele si fida, vive l’esperienza della prova, poi dice: mi fido anche se non vedo e in questo spazio posso credere che tu farai qualcosa di nuovo. Ecco il grande grido di Gesù sulla croce: Luca dice che Gesù sulla croce dice “consegno (paredoke) lo Spirito”. Questa riserva affettiva io la grido a te.
E’ una esperienza che accade quanto un’immagine si frantuma perché non la sento più e io faccio memoria e mi affido a questa forza.
Il grande S. Bonaventura diceva: il problema è che a volte amiamo di più l’immagine della fidanzata più della fidanzata. A volte amiamo l’immagine di Dio più del nostro Dio vivevete. Ma come faccio ad amarlo al di là della mia immagine di Dio? E il santo diceva (da mistico): l’immagine più bella non è quella che ti rappresenta, ma quella che ti mette una nostalgia per cui continui a cercare Dio attraverso tante immagini. Lo Spirito non è interessato a quale immagine, ma che quella funzioni come un sigillo che crei una nostalgia: un vuoto che diventi invocazione.
Nel dialogo tra le religioni Giovanni Paolo II continuava a dire: non stare a discutere sulle immagini di Dio nel Corano, ma preoccupati se attraverso quelle immagini lo Spirito di Cristo riesce a imprimere una nostalgia di fede e carità. Noi conosciamo Dio con lo Spirito di Dio, non perché abbiamo una immagine, ma perché lo Spirito imprime una nostalgia nel nostro cuore e la vita diventa un cammino.

3) Se è vero questo le comunità si fanno in due modi, o secondo lo Spirito o -diceva un grande uomo morto in un campo di concentramento- secondo lo psicologico o i pruriti o le simpatie della pancia. Quante volte da prete ho sentito dire: se c’è quella lì non vengo. Se c’è quell’altro che mi sta antipatico allora non ci sono. Oppure dire ai giovani che sono invitati: “sì ma dimmi chi viene”. Ma cos’è questa paura delle simpatie, questo modo di farci amicizie secondo la pancia e non secondo un fratello che mi è donato? Non è l’ideale o la mia immediata amicizia che fa una comunità ma un cammino dove imparo a ricevere il fratello a un nuovo livello, oltre le mie antipatie e i miei ideali di famiglia o di comunità. Questo è ciò che fa lo Spirito.

At 7,2-8.11-12a.17.20-22.30-34.36-42a.44-48a.51-54; Sal 117; 1Cor 2,6-12; Gv 17,1b-11

Il Vangelo di oggi è una delle pagine più belle di tutto il Vangelo e uno dei pochi testi (non ne abbiamo così tanti) dove possiamo capire lo stile e le parole della preghiera di Gesù.
Siamo durante la cena di addio e Gesù passa da un lungo discorso ai discepoli a un discorso diretto con Dio.
C’è una confidenza con Dio (Padre) che penso non possa non colpirci. Se siamo onesti: chi di noi ha questo coraggio di rivolgersi a Dio nei momenti della sua vita in questa perfetta confidenza, come parlasse all’amico più caro che ha. Già questo più farci interrogare sul nostro stile della preghiera.

Vorrei fermarmi su due espressione che usa Gesù.

1) “glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te”.

Cosa significa questo glorificare che dice Gesù e che sa essere reciproco?
Immediatamente per noi la gloria è una parola che indica una cosa esteriore. E’ un successo, una riuscita, una immagine bella. Nulla di più lontano dal senso di questa gloria.
Nel linguaggio di chi scrive “gloria” si dice “kavod” che significa il “peso”, in senso positivo. Meglio, “gloria” significa il “peso” di una cosa che c’è, di una presenza (“shekinà” altra parola importante).
La “gloria” è il peso di una presenza. Glorificare allora è un termine più vicino a “dare peso”, “dare importanza”, “riempire di una presenza” che da importanza.

Quanto è significativa allora questa espressione di Gesù. Io ho proprio impressione che dobbiamo imparare a “glorificare” per essere “glorificati”, nel senso di imparare a dare peso alle cose per riceverne sostanza. Dare peso alla vita. Si passa una vacanza insieme in montagna, si passano ore a cena con i ragazzi… e hai sempre l’impressione che non si è colto il peso di quello che si è fatto perché sembra che non rimanga mai nulla nella nostra coscienza. E’ il male del nostro relativismo. Mi diceva una ragazza: “don, è proprio vero, per le mie compagne di università tutto in fondo è uguale purché ci si diverta. Cosa manca? il peso di qualcosa che rimane nella mia anima.”

2) La seconda espressione che vogliamo commentare è che questa frase è legata a un’altra: la vita eterna.

“Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo.”

La gloria (il peso) è legata a una vita eterna che è un conoscere. Cosa è questa vita eterna? Sarebbe meglio tradurre la “vita vera” che poi è anche eterna. Ma qui si parla di “vita vera”, “vita autentica”. Potremmo anche dire “vita felice”, ma questa “felicità” è oggi un vocabolo troppo ambiguo.
C’è una bella e famosa espressione di Henry David Thoreau nel libro “la vita nei boschi”, citata nel film “l’attimo fuggente” che dice:

…vivere con profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.

Accorgersi di non essere vissuti è come non avere mai avuto nulla che sia stato abbastanza solido e pensante nella vita.
Il Vangelo dice che c’è un modo di vivere che è “vita vera” (e glorifica) e c’è un modo che è “non vita” perché non ha peso e non rimane.
La “vita vera” si apprende solo dal modo di vivere di Gesù, per questo lui dice che noi siamo suoi. Nella Chiesa si cerca questo. La vita vera è “non dire mai: mio”, come dice S. Agostino in una lettera. E’ la sfida che c’è una comunione, una condivisione della vita, che anche se è imperfetta non è un pio ideale.
Non mi pare che oggi, nella nostra società così individualistica, si stia tanto meglio e si possa vantare di vivere una vita più vera. Ma è vita davvero quella di chi ha bisogno sempre di esperienze forti per sentirsi in vita e perché in realtà non coglie mai il peso di ciò che vive.
Una ragazza in settimana mi diceva, “però don è vero, sbagliamo tutti e sbagliate anche voi di Chiesa, però in questa serata trascorsa tra noi ho colto un clima diverso rispetto a tutte le sere in al bar, perché si vede che ci credete a una vita condivisa”. Ecco, questo è “conoscere il Figlio, l’essere di Gesù”, per il quale ognuno deve pregare l’uno per l’altro.

At 20,7-12; Sal 29; 1Tim 4,22-16; Gv 10,17-30

Le letture di oggi vogliono farci riflettere sulla vocazione sacerdotale nella Chiesa. La prima lettura racconta una celebrazione di Paolo a Troade dove c’era una delle prime comunità. Noi diremmo una catechesi o una celebrazione della parola. Come si nota, Paolo si dilunga molto a parlare tanto che qualcuno si addormenta (vedete non accade solo oggi…). Così, nella lettera pastorale a Timoteo, l’autore esorta un giovane presbitero a non avere paura della sua giovane età (perché non è più la saggezza degli anni il metro di paragone).
Il tema di tutto questo è certamente il ruolo di un ministero particolare che chiamiamo sacerdozio (o i preti).

Mi colpisce quanto sia oggi in fondo anche molto discussa e chiacchierata questa figura. Nella forma del nostro pensiero la si discute oggi sempre nell’ottica di una contestazione o di uno scandalo — ma non ci stupiamo. Il discorso è interessante solo quando contiene una trasgressione. Un mio amico diceva per cogliere questo “principio trasgressivo”: oggi sembra che non voglia farsi prete nessuno se non le donne, non si voglia sposare in chiesa se non gli omosessuali, non voglia fare la comunione se non i risposati. Questo per dire che bisogna sfuggire questo principio trasgressivo che pure veicola l’interesse del 90 % dei nostri discorsi.
Si parla dei preti quando si innamorano o fanno danni, quando c’è la questione del sacerdozio femminile, quando sono pochi ecc. ecc. Poi nell’immaginario comune non si sa sa molto di loro se non frasi molto altisonanti (i ministri del sacro, i mediatori) oppure, nella pratica, semplicemente “quelli che non si sposano”.

Qualche tempo fa, su Youtube, dei miei compagni di seminario avevano rilasciato una intervista. Era interessante leggere i commenti disgustati di molti. Per lo più si leggevano frasi del tipo “siete fuori dal mondo”, “vivete nel medioevo” ecc. Inutile dirlo: non sembra che la figura del prete abbia un buon posto oggi. Ma non solo solo i ragazzi i guardarsi bene da questa possibilità ma anche tra noi -se siamo onesti- a vedere i nostri figli entrare in Seminario forse non saremmo così felici.

Cosa invece ha da dire il Vangelo su questo? Anzitutto dice che il Signore e pastore delle pecore è Lui e non il prete. Perché c’è una pretesa eccessiva: che sia il prete bravo a far apparire il Signore e che il prete cattivo ci faccia perdere la fede. Invece, nessun prete è il Signore e il pastore. E fino a quando un essere umano avrà alito sulla faccia della terra, non ce ne sarà un altro. E quando lo incontreremo non lo confonderemo con nessun altro. Perché se c’è qualcosa o qualcuno che è Unico, con la u maiuscola, che non può essere sostituito da nessuno, che non può essere confuso con nessuno, questo è il Signore.
Questo deve insegnare il sacerdote, se ha abbastanza fegato per farlo.
A nessun prete posso accollare il peso, che pure sento dire, di aver fatto perdere la fede. Perché la fede non la fa il prete.

La seconda cosa che mi sembra importante è questa: per il prete (che non ha figli e quindi nessun ricatto o scusa da poter far valere come attenuante) c’è una relazione con questo Pastore che nulla può distruggere.
Per questo l’essere preti è un sacramento, è ontologico (sei prete anche se fai soltanto una cosa come leggere la messa), perché riguarda un relazione che ti costituisce fin dal midollo. E alla luce di questo, per un prete, tantissime delle altre cose sono solo chiacchiera che distrae.
Io sono entrato in seminario e non mi importava nulla se il prete è solo, se deve avere famiglia, se è giusto che… ma c’era una cosa che per me è diventata una certezza: che non sarei mai stato felice lontano da lui e lontano da quello che devo essere per esservi vicino ogni giorno.
Il resto è chiacchiera da scandalo che scrive chi non è prete o non sa quale sia questo Pastore.

At 16, 22-34; Sal 97; Col 1, 24-29; Gv 14, 1-11a

In queste domeniche stiamo riflettendo su cosa sia il nostro incontro con il Risorto o — meglio — l’esperienza (globale) dell’incontro con il Risorto.
Domenica scorsa dicevamo che questa esperienza può coincide, come per Tommaso, con il poter mettere la propria mano in una ferita senza restare per sempre schiacciati da una colpa. Se non si è incontrato Cristo, ogni ferita rischia di legarci a una colpa più o meno indelebile. Perché non c’è nulla, tra le cose che incontro, che valga di più del mio errore, che valga la vita comunque.

Oggi il Vangelo ci propone un’altra forma dell’esperienza dell’incontro con il Risorto che direi così: chi incontra Cristo nella vita fa esperienza di una certezza. Chi incontra Cristo sa — è sicuro nel senso che c’è un modo vero di sapere che è proprio un sapere e non una fantasia — che ha incontrato una certezza del vivere.

Questo mi sembra anzitutto la grande pretesa di Gesù in tutto il suo Vangelo. Lui non dice: chi vede me vede la storia di un “uomo buono” o di un saggio “rabbino del tempo”… Ma dice: chi vede me vede Dio, vede l’unica certezza per la quale la vita valga la pena di essere vissuta. L’unica certezza per la quale la vita può resistere alla tentazione di dire: “ma in fondo cos’è tutto quanto abbiamo fatto e detto?”, “in fondo non rimane che un nulla”, “siamo qui provvisori”. Resistere a questa tentazione perché si ha incontrato una certezza.

Approfondiamo questo punto con una osservazione dal Vangelo di oggi.

“Da tutto questo tempo sto con voi, e non mi conosci ancora, tu, Filippo?”.La sensazione perenne, di Filippo come anche nostra, che manchi sempre qualcosa alla nostra esperienza cristiana. Anche con i migliori propositi si dice: “se fossi migliore”, “se avessi più fede”… eternamente alla ricerca di qualcosa che sazi definitivamente il nostro desiderio. E invece Gesù dice: se pensi sempre che la tua felicità sia altrove perdi la qualità del tempo che stai vivendo. Ecco perché ogni cristiano deve imparare a dire ogni sera: “ora lascia Signore che il tuo servo vada in pace perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza”.
Se uno non è capace di dire oggi “in questo sguardo”, “in questo” io ho colto la tua pretesa e ho visto la tua salvezza (che io non sono niente e che questo sguardo se è buono è destinato a non morire) tutto si perde, tutto vola via, nulla ci basta.
I ragazzi passano insoddisfatti da una esperienza forte all’altra perché noi adulti non sappiamo dare un “peso di salvezza” al nostro oggi.

Permettete un esempio. Commentavamo con i ragazzi la canzone di De André il Testamento di Tito. Tito è il ladrone che mure insieme a Gesù. E De André se la prende contro tutti i comandamenti, gli sembrano tutti ingiusti… ma poi alla fine, sulla cosa importante, che è la questione della vita o della morte, cioè per cosa ho vissuto e sto vivendo, lui dice “io mi commuovo” e capisco che c’è solo spazio per una fede che chiama “pietà senza rabbia” — la “pietà che non cede al rancore”, e quella è la sua salvezza. E davvero in tutta la canzone gli basta quello sguardo lì rubato all’ultimo, ma di questo sa dire — sono convinto che è l’unico che sorregge la mia esistenza, altrimenti sono perduto: “ma adesso che viene la sera ed il buio, mi toglie il dolore dagli occhi”.

Serve appunto credere in una destinazione buona (che nulla finisce in nulla), che c’è un posto per noi, e l’incontro con il Risorto è quell’esperienza dove si trova questa certezza, cioè che questa speranza è fondata e non è una illusione. Anche perché, quando la si trova, essa è davvero quell’unica certezza che corrisponde davvero alla profondità del nostro desiderio.

At 4,8-24; Sal 117; Col 2,8-15; Gv 20,19-31

Il questo tempo di Pasqua dobbiamo meditare l’incontro dei discepoli con il Risorto. E’ qui che nasce -lo abbiamo detto tante volte- non semplicemente la religiosità ma la fede Cristiana. E’ una esperienza che ha tanti nomi e la si chiama in tanti modi diversi: il Risorto, il Signore, il Glorificato o semplicemente Gesù.
Ha tante espressioni proprio perché è complessa. Dico complessa e non difficile perché c’è un momento, come per questi discepoli, nel quale ognuno di noi sa e sa con certezza di avere incontrato proprio Lui nella vita. Anche se questo incontro non è una cosa che mettiamo in tasca — anche qui il Signore dice subito “andate…” e non si trattiene.
A volte, questo incontro è davvero difficile da raccontare e appunto a Tommaso lo raccontano ma lui non ci crede. E’ difficile o impossibile farsi capire da uno che non ha fatto la stessa esperienza o almeno non lascia aperta questa possibilità per se. Perché questo accade (dicevamo in quaresima): che uno spesso non incontra il Signore perché ha già deciso che non incontrerà mai il Signore, che è una cosa impossibile, ecc. ecc.

C’è una caratteristica di questo incontro che mi sembra compaia in questo Vangelo, come anche nella lettera ai Colossesi di Paolo (che scrive da un carcere). Il fatto è questo, lo ha messo in luce Caravaggio in un suo quadro bellissimo che rappresenta proprio questa scena, e cioè che Tommaso metta il dito dentro le ferite di Gesù. Così come quando Gesù compare e dice “Pace!” e poi subito mostra le ferite. E Paolo dice anche lui così: anche a noi tocca la stessa sorte di Gesù, di avere ricevuto queste ferite, che abbiamo ricevuto nella carne come una ustione bruciante –il battesimo che ci ha uccisi per farci rinascere– che così anche per noi, passati attraverso questo incontro, siamo persone nuove.

Questa cosa dobbiamo meditare ed è sempre vera: l’incontro con il Signore ci fa passare attraverso il contatto con delle ferite (o con una morte) che addirittura dobbiamo toccare o abbracciare (come immagina Caravaggio) e che altrimenti non avremmo il coraggio di fare, che altrimenti diventerebbero sicuramente una colpa. Detto in altri termini: se non si è in grado di guardare una ferita con Cristo questa diventa colpa.
L’incontro con il Risorto è quell’incontro che mi permette di toccare tutta la mia ferita senza permettere alla colpa di divorarmi (per i discepoli addirittura la colpa di avere tradito Gesù). E aggiungo: se manca il Signore ogni ferita necessiterà di un colpevole, ogni errore o non si guarda in faccia o farà una caccia alle streghe.

Vorrei fare due esempi su questo: sono andato di recente a una conferenza di un famoso fisico italiano che è stato responsabile di un grave incidente alla macchina di fisica più avanzata al mondo (il Cern di Ginevra). Diceva così: quando uno non percepisce più il Mistero di quello che sta facendo (che è più grande di lui) alla fine nutre sempre una paura di sbagliare e quando questo accade ha sempre il bisogno di incolpare qualcuno. Diceva: il guaio non è sbagliare ma restare legati all’errore. E aggiungeva: questo grosso errore ci ha permesso di vedere meglio la realtà, di abbracciare e andare fino in fondo al nostro errore, ma abbiamo potuto farlo perché ci eravamo liberati dalla preoccupazione di un colpevole.
E con i ragazzi accade proprio così. Più ci si colpevolizza (sono stato un stupido a non fare nulla tutto il pomeriggio) meno si è in grado di toccare le ferite veramente, di abbracciare il proprio errore, e andare a fondo per non restarci invischiati. E il punto è proprio questo: dire ai ragazzi quando si sbaglia che proprio l’errore c’è (toccare la ferita), ma non c’è nulla che possano fare che li possa schiacciare mai del tutto. Ma possiamo dire questo solo se noi stessi lo abbiamo sperimentato, solo se crediamo in questo Dio.

E’ una esperienza e una domanda che ognuno deve fare per sé e non si può delegare ad altri, come accade a Tommaso.
Ecco perché quello che racconta Giovanni, questo “Pace a voi”, e quello che racconta Paolo, è tutt’altro che retorico nella vita. Tocca un punto per il quale ognuno di noi capisce chi è e quanto vale. E’ il punto dove si inizia a incontrare il Signore per davvero.

At 1,1-8a; Sal 117; 1Cor 15,3-10a; Gv 20,11-18

Ci hanno insegnato, fin da piccolo, a guardare alla vita “reale” e a tenere bene i piedi per terra. Ci hanno invitato a “non sognare troppo” – come si dice – a guardare bene il male del mondo. A non confonderlo con le fiabe. Ci sono anche dei cartelloni – giustissimi, mi raccomando – che dicono: fidatevi solo degli amici. Il messaggio è quello di fare attenzione.
Tuttavia dietro queste affermazioni di “realismo” (non siamo “creduloni”) nascondiamo anche molto pregiudizio. Per esempio anche il fatto che una giornata debba essere uguale all’altra, che non accada mai nulla di veramente nuovo, che io sia sempre lo stesso e non cambi mai. La noia dei ragazzi non è questo in fondo? Non deriva forse dalla nostra “serietà del vivere”. Da questo finto realismo.
Essere convinti che la fede cristiana sia in fondo un bello slogan significa essere realisti o essere così pieni di pregiudizi da escludere a priori che nella vita si possa davvero cambiare, si possa davvero incontrare il Signore, o lo si abbia già incontrato?

Come accade a questa donna, come accade ai discepoli che incontrano il Signore nelle forme più impensate a prima vista, come sappiamo da tutti questi racconti sul Risorto, loro non lo riconoscono.
Così anche noi: si cammina, si passano anni nella parrocchia, ma non si saprebbe dire nulla di lui. Nulla di nostro – si intende, non le formule del catechismo. Lo si scambia per il giardiniere o per qualcuno che non conosciamo, o per qualcuno il cui sguardo non ci sembra quello che cerchiamo.

Eppure, capita a tutti, anche se dura un istante, che viviamo momenti di speranza concreta, come un soprassalto di nostalgia che ci fa dire che questo legame infranto era bello quando c’era ancora, che questa speranza delusa sarebbe stato bello se ci fosse stata ancora.
Bisogna che facciamo spazio dentro di noi a questa speranza che ha una segreta corrispondenza dentro di noi (non nasce del nulla) e che è – in fondo – la speranza che la morte non sia l’ultima parola.

Ogni volta che incrociamo un amico, o il nostro sguardo incrocia soltanto uno che ci serve per qualche cosa, per qualche favore, oppure c’è sempre dentro di noi questo soprassalto: la consapevolezza della nostra singolare condizione umana e la voglia che il nostro desiderio di vita eterna con lui non sia una illusione.

Il Signore si mostra nel punto di questo soprassalto di verità. Nel punto in cui si rimane in sospeso tra la delusione e la speranza che quanto desideriamo profondamente sia vero.
E non si vedono forse in questo modo tutte le cose più importanti e più vere della vita? Chi può vedere ad occhio nudo quanto è amato? Eppure lo sa. Lo si sa, senza poterne dare nessuna prova, ma sempre nella speranze e quindi con trepidazione di non trovare più domani lo stesso sguardo che ci ha lungamente amati.

Ecco perché afferrata questa certezza, come per Maria in questo Vangelo, essa al tempo stesso non si può trattenere. Il Signore non si ferma a lungo. Non ci possiamo fermate troppo a contemplare questo mistero, a farci infinite domande (sarà vero? avrò visto bene? sarò stato un po’ credulone?). Se lo riconosciamo davvero, sappiamo che la vita può cambiare, che i giorni non sono davvero tutti uguali e potremo sempre fare affidamento su quanto abbiamo sperimentato dentro di noi. Se il nostro sguardo invece vuole indagare sperando di poterlo afferrare per sé, rimarrà sempre deluso e forse anche un po’ annoiato.

Vorrei che questo ritiro fosse un momento particolare per la nostra piccola storia. Lo dico perché i momenti non sono mai quelli che “capitano” ma quelli che “vogliamo fare capitare”. Senza un volere, nella nostra vita, non accade nulla, ma al massimo ci “accadono addosso” delle cose. Una prima domanda riguarda sempre l’atteggiamento con il quale voglio stare davanti al tempo e agli altri.
Premessa
Mi immagino che uno spesso si trovi nella situazione di non avere nulla da chiedere, perché non sa neanche cosa desiderare, o cosa volere. Lo dice per esempio Paolo in una sua bellissima confessione di fede: “noi non sappiamo bene che cosa dobbiamo chiedere, ma è lo Spirito stesso che prega per noi con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). Proprio a causa della nostra situazione di confusione o di mediocrità del vivere (“le cose vanno così, né bene né male…”) è necessario scolpire nella nostra coscienza dei momenti nei quali vogliamo fare chiarezza, delle Pasque, delle Quaresime. Dire di noi: ecco c’è stato il tempo dell’innamoramento, del gruppo, della adolescenza, gli anni di don Fabio, ora questo tempo per cosa è? Per cosa mi devo adoperare per essere cristiano? Cosa devo imparare a desiderare? Insegna il libro di Qoelet che perdere la qualità del tempo è più grave di non avere tempo. Perdere la qualità del tempo (per cosa è questo mio tempo? viene dopo cosa e andrà dove?) è come perdere l’incontro con il Signore. Si può leggere Qoelet al capitolo 3.
Il lavoro di guardare alla propria vita interiore non lo si può delegare a nessuno. Non si può delegare al prete o alla mamma o alla società. E così anche non accade da solo quasi fosse una cosa in sé naturale. Al contrario, ha bisogno di una educazione personale. Nessuno ti potrà dire cosa devi fare oggi, per esempio: in cosa ti devi appassionare, cosa fare con i genitori, quali amici frequentare, cosa fare con loro, come spendere il tuo tempo libero, come devi progettare il tuo futuro… Qualcuno ti potrà solo suggerire, per come ti conosce, ma è al tuo rapporto interiore che devi guardare. Non è mai troppo tardi per dedicarsi a questo. Non è mai tempo buttato. E non c’è domani propizio per farlo.
Faccio due considerazioni che hanno come sfondo il lungo discorso di Gesù ai discepoli durante l’Ultima Cena. Lo tengo come sfondo per non fare la predica ma chiedo nel vostro tempo di leggere queste pagine e di meditarle voi personalmente. Il Vangelo di Giovanni da grande peso a questo momento (su 21 capitoli, i discorsi dell’ultima cena occupano 5 capitolo: dal 13 al 17). Faccio due precisazioni sulle quali vi chiedo di riflettere. Le prendo anche da temi cari a S. Agostino, uomo con il quale prima o poi bisognerà confrontarsi.
(1) Il Signore è il nostro Maestro Interiore
S. Agostino, riprendendo S. Paolo, fa ripetutamente questa affermazione, che mi sembra una buona introduzione al discorso di Gesù: “Il Signore è il nostro Maestro interiore”.
Questo significa che la nostra educazione spirituale, come anche il nostro educare, passa certamente attraverso molti incontri, molte simpatie, molte celebrazioni, ecc. ma noi non ci dobbiamo dimenticare che, “prima” e “dopo” tutto, il nostro unico Maestro è il Signore. Dobbiamo poter ricorrere a questa relazione: è una relazione sulla quale ogni discepolo deve sapere di poter contare. Poter contare anche sul fatto che questa relazione sia significativa per noi come anche per ogni altro uomo che incontriamo, anche per i propri ragazzini, per i propri genitori, per il proprio prete ecc.
Il Maestro interiore non smette di insegnarci neanche quando tutti gli altri non hanno più nulla da dirci. Non delude neanche quando tutti gli altri iniziano (prima o poi) a deluderci.
Faccio un’ultima nota su questo: dobbiamo nutrire la persuasione che non c’è nessuno che sia così abbandonato da Dio da aver perso la possibilità di una discernimento interiore o di una vita interiore. Un discernimento interiore significa che il peso della nostra vita non si appoggia solo all’esteriorità, all’opera pratica, ai soliti modi di divertirsi o di lavorare/studiare, alla simpatia o alla routine delle abitudini.
Oggi abbiamo molta più tecnologia e potere comunicativo o emotivo sulle cose. Pensate a questo uso tremendo e ininterrotto dei cellulari per cui si è a cena e non si riesce a parlare perché nel frattempo massaggiamo con altri. Pensate a quanto stia diventando strutturale il nostro essere vicini fisicamente ma lontani con la mente e il cuore perché abbiamo bisogno un mezzo meno diretto e più mediato, come un sms, per dire qualcosa all’altro. Essere connessi con tutti significa non essere con nessuno. Oppure, basterebbe guardare quanto questo non rispetti i tempi della vita e della comunicazione degli uomini (dico una cosa a te e allo stesso tempo parlo a un altro).
Viceversa nutriamo anche il più forte senso che l’interiorità sia un sentimento evanescente, indecifrabile e incerto, oppure peggio il luogo di uno psicologico meccanismo. Che i pensieri e le emozioni interiori siano appunto difficili da decifrare, che capitino soltanto con gli umori, che vengano solamente in gran parte subiti (sono triste perché ricomincia la scuola…) e molto spesso confusi con semplici “stati emotivi”. Educare significa imparare a dare parole e apprezzare personalmente le infinite differenze tra i diversi stati d’animo. Dice il Signore: non c’è interiorità priva di possibile orientamento. E ogni volta che i nostri sguardi si incrociano e scopriamo un desiderio di bene per l’altro, non è solo un’emozione interiore quella che ci percuote, ma il Maestro interiore ridesta la consapevolezza della singolare nostra condizione umana e il riconoscimento del carattere non illusorio del desiderio di vita eterna che lo abita.
Su questo primo punto si potrebbe leggere la promessa che fa Gesù ai suoi, proprio poco prima dell’addio:

Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.
Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. Chi odia me, odia anche il Padre mio. Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro mai ha fatto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. Questo perché si adempisse la parola scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza ragione.
Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza.

(Gv 15,15-26)
Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: Dove vai? Anzi, perché vi ho detto queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado dal Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà.
(Gv 15,5-15)
(2) Non ho incontrato nulla di più prezioso di Te
La seconda espressione di S. Agostino sulla quale vorrei che meditassimo insieme –che mi pare fare eco a Gv 15,13 (nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici) è quella di poter dire: “non ho amato mai altri quanto Te”, “non ho incontrato nulla di più prezioso di Te”.
Penso che ognuno possa confrontarsi con questa frase non a partire dalla coerenza del proprio comportamento (quanto dedico al Signore?) ma a partire dal desiderio e dalla dialogo appassionato con il proprio Dio. La verità di questa frase non è una conseguenza da verificare nelle mie azioni, ma un desiderio del cuore.
“Il Signore Gesù è la cosa che di più caro ho nella vita”. Quando uno prega, se in fondo non è consapevole di questa cosa, mi chiedo se stia pregando davvero. Osservate: potrei fare a meno di molto – per assurdo e con infinito dolore potrei anche sopportare la mancanza di molti – ma non potrei fare a meno del fatto che ho incontrato il Signore, che posso rivolgergli la parola e sapere di essere ascoltato, che posso leggere la sua storia tra gli uomini.
Sottolineo alcuni rischi di questa relazione e della nostra religiosità: 1) una relazione puramente nominalistica, ridotta a un “dovere” posto sotto la condizione di un “senso di colpa” o di un rimorso. Ad esempio: se non prego, se non vado a messa, mi viene un rimorso… 2) Una pratica della comunità e della frequentazione fin troppo “normale”. Dove ogni slancio di fede è visto come “impossibile” o “non per me”. Dove lo sguardo su di me dei miei compagni conta molto di più di un criterio evangelico.
E’ necessario – direbbe l’Apocalisse – ritrovare l’amore di un tempo. Ognuno di noi si confronti sempre anzitutto con questo: con l’eros (il desiderio) che lo tiene legato a questo Dio, prima che tutto il resto.
Dove nasce questo desiderio? Agostino direbbe dal nostro cuore inquieto. Giovanni direbbe nell’ultima cena: “dal fatto che conoscete Dio e lo conoscete perché lui vi ha amati e vi ha sottratti dal potere del mondo”. In ogni caso è questa origine erotica che ci rende cristiani, non la nostra abituata frequentazione.
Pascal, nel momento della sua conversione annota nel suo diario una frase che per me resta bellissima e merita di essere da tutti meditata.

L’anno di grazia 1654,
Lunedí, 23 novembre, giorno di san Clemente papa e martire e di altri nel martirologio,
Vigilia di san Crisogono martire e di altri,
Dalle dieci e mezzo circa di sera sino a circa mezzanotte e mezzo,
Fuoco.
Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, non dei filosofi e dei sapienti.
Certezza, Certezza. Sentimento. Gioia. Pace.
Dio di Gesú Cristo.
Deum meum et Deum vestrum.
“Il tuo Dio sarà il mio Dio”.
Oblio del mondo e di tutto, fuorché di Dio.
Lo si trova soltanto per le vie insegnate dal Vangelo.
Grandezza dell’anima umana.
“Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto”.
Ch’io non debba essere separato da lui in eterno.
Gioia, gioia, gioia, pianti di gioia.
Mi sono separato da lui.
Dereliquerunt me fontes aquae vivae.
“Mio Dio, mi abbandonerai?”.
“Questa è la vita eterna, che essi ti riconoscano solo vero Dio e colui che hai inviato: Gesú Cristo”.

(B. Pascal, Pensieri, a cura di P. Serini, Einaudi, Torino, 1967, pagg. 421-422)

L’origine di questo cuore inquieto, dell’eros verso il nostro Dio che ci fa dire “nulla ho incontrato di più caro” può essere letto anche in una pagina di Siddharta che rappresenta un bellissimo cammino “spirituale” non cristiano ma che parte dalla stessa inquietudini di Agostino:

Il cuore del padre balzava di gioia per quel figlio così studioso, così avido di sapere; era un grande sapiente, un sommo sacerdote quello ch’egli vedeva svilupparsi in lui: un principe fra i Brahmini.
La gioia gonfiava il petto di sua madre quand’ella lo guardava, quando lo vedeva camminare, quando lo vedeva sedere e alzarsi: Siddharta, così forte, così bello, che procedeva col suo passo snello, che la salutava con garbo così compìto. L’amore si agitava nel cuore delle giovani figlie dei Brahmini, quando Siddharta passava per le strade della città, con la sua fronte luminosa, con i suoi occhi regali, così slanciato e nobile nella persona.
Ma più di tutti lo amava l’amico suo Govinda, il figlio del Brahmino. Amava gli occhi di Siddharta e la sua cara voce, amava il suo passo e il garbo perfetto dei movimenti, amava tutto ciò che Siddharta diceva e faceva, ma soprattutto ne amava lo spirito, i suoi alti, generosi pensieri, la sua volontà ardente, la vocazione sublime. Sapeva bene Govinda: questo non diventerà un Brahmino come ce n’è tanti, un pigro ministro di sacrifici, o un avido mercante d’incantesimi, un vano e vacuo retore, un prete astuto e cattivo, e non sarà nemmeno una buona, sciocca pecora nel gregge dei molti. No, e anch’egli, Govinda, non voleva diventare tale, un Brahmino come ce ne son migliaia. Voleva seguire Siddharta, il prediletto, il magnifico. E se un giorno Siddharta fosse diventato un dio, se fosse asceso un giorno nella gloria dei celesti, allora Govinda l’avrebbe seguìto, come suo amico, suo compagno, suo servo, suo scudiere, sua ombra.
Così tutti amavano Siddharta. A tutti egli dava gioia, tutti ne traevano piacere. Ma egli, Siddharta, a se stesso non procurava piacere, non era di gioia a se stesso. Passeggiando sui sentieri rosati del frutteto, sedendo nell’ombra azzurrina del boschetto delle contemplazioni, purificando le proprie membra nel quotidiano lavacro di espiazione, celebrando i sacrifici nel bosco di mango dalle ombre profonde, con la sua perfetta compitezza d’atteggiamenti, amato da tutti, di gioia a tutti, pure non portava gioia in cuore. Lo assalivano sogni e pensieri irrequieti, portati fino a lui dalla corrente del fiume, scintillati dalle stelle della notte, dardeggiati dai raggi del sole; sogni lo assalivano, e un’agitazione dell’anima, vaporata dai sacrifici, esalante dai versi del Rig-Veda, stillata dalle dottrine dei vecchi testi brahminici.
Siddharta aveva cominciato ad alimentare in sé la scontentezza. Aveva cominciato a sentire che l’amore di suo padre e di sua madre, e anche lo amore dell’amico suo, Govinda, non avrebbero fatto per sempre la sua eterna felicità, non gli avrebbero dato la quiete, non l’avrebbero saziato, non gli sarebbero bastati. Aveva cominciato a sospettare che il suo. degnissimo padre e gli altri suoi maestri, cioè i saggi Brahmini, gli avevano già impartito il più e il meglio della loro saggezza, avevano già versato interamente i loro vasi pieni nel suo recipiente in attesa, ma questo recipiente non s’era riempito, lo spirito non era soddisfatto, l’anima non era tranquilla, non placato il cuore. Buona cosa le abluzioni, certo: ma erano acqua, non lavavano via il peccato, non guarivano la sete dello spirito, non scioglievano gli affanni del cuore. Eccellente cosa i sacrifici e la preghiera agli dèi: ma questo era tutto? Davano i sacrifici la felicità? E come stava questa faccenda degli dèi? Era realmente Prajapati che aveva creato il mondo? Non era invece 1′Atman, l’unico, il solo, il tutto? Che gli dèi non fossero poi forme create, come tu e io, soggette al tempo, caduche? Anzi, era poi bene, era giusto, era un atto sensato e sublime sacrificare agli dèi? A chi altri si doveva sacrificare, a chi altri si doveva rendere onore, se non a Lui, allo unico, all’Atman? E dove si poteva trovare 1′Atman, dove abitava, dove batteva il suo eterno cuore, dove altro mai se non nel più profondo del proprio io, in quel che di indistruttibile ognuno porta in sé? Ma dove, dov’era questo Io, questa interiorità, questo assoluto? Non era carne e ossa, non era pensiero né coscienza: così insegnavano i più saggi. Dove, dove dunque era? Penetrare laggiù, fino all’Io, a me, all’Atman: c’era forse un’altra via che mettesse conto di esplorare? Ahimè! questa via nessuno la insegnava, nessuno la conosceva, non il padre, non i maestri e i saggi, non i pii canti dei sacrifici! Tutto sapevano i Brahmini e i loro libri sacri, tutto, e perfino qualche cosa di più; di tutto s’erano occupati, della creazione del mondo, della natura del linguaggio, dei cibi, dell’inspirare e dell’espirare, della gerarchia dei cinque sensi, dei fatti degli dèi… cose infinite sapevano… Ma valeva la pena saper tutto questo, se non si sapeva l’uno e il tutto, la cosa più importante di tutte, la sola cosa importante?
Certo, molti versi dei libri santi, specialmente nelle Upanishad di Samaveda, parlavano di questa interiorità e di quest’assoluto; splendidi versi. « La anima tua è l’intero mondo »: così vi stava scritto. E vi stava scritto che l’uomo nel sonno, nel profondo sonno, penetra nel proprio Io e prende stanza nell’Atman. Meravigliosa saggezza stava in questi versi, tutta la scienza dei più saggi stava qui radunata in magiche parole, pura come miele. No, non si doveva certo far poco conto della prodigiosa conoscenza che qui era stata raccolta e conservata da innumerevoli generazioni di Brahmini. Ma dov’erano i saggi, dove i sacerdoti o i penitenti, ai quali fosse riuscito, non soltanto di conoscerla, questa profondissima scienza, ma di viverla? Dove era l’esperto che sapesse magicamente richiamare dal sonno allo stato di veglia l’esperienza dell’Atman, ricondurla nella vita quotidiana, nella parola e nell’azione? Molti degni Brahmini conosceva Siddharta, suo padre prima di tutti, il puro, il dotto, degno sopra ogni altro. Ammirabile era suo padre, nobile e calmo il suo contegno, pura la sua vita, saggia la sua parola, squisiti e alti pensieri avevano dimora dietro la sua fronte… ma anche lui, che tanto sapeva, viveva forse nella beatitudine, possedeva la pace, non era anche lui soltanto un uomo che cerca, un assetato? Non doveva egli sempre riattingere, come un assetato, alle sacre fonti, sacrifici, libri, conversazioni dei Brahmini? Perché doveva anche lui, l’irreprensibile, purificarsi ogni giorno dal peccato, affannarsi per le abluzioni, sempre da capo, ogni giorno? Dunque non era in lui 1′Atman, non zampillava nel suo cuore la fonte originaria? Eppure era questa che bisognava trovare: scoprire la fonte originaria nel proprio Io, e impadronirsene! Tutto il resto era ricerca, era errore e deviazione.
Tali erano i pensieri di Siddharta, questa era la sua sete, questo il suo tormento.

Cosa siamo qui a fare? Siamo venuti per vedere cosa?
E’ importante che ce lo chiediamo. Lo chiedeva il più giovane al più anziano nel rito ebraico della Pasqua.
Così anche noi non possiamo perdere il “perché” di quello che stiamo vivendo. Anche se già lo sappiamo ogni anno ci è chiesto di dirlo in modo diverso e con parole nuove. Del resto, accade come quando si è innamorati o si è tra marito e moglie o tra amici: o ogni anno si impara a ridirsi le cose in modo diverso e nuovo oppure quell’amicizia e quell’amore hanno già perso il loro “perché” e stanno morendo.

E questo vale ancora di più per il nostro rapporto con il Signore, con l’eucaristia. Una volta una signora un po’ anziana mi diceva: “sa, non so se credo proprio nella risurrezione, mi è difficile, chi è stato di là?”. E io gli ho detto: “ma venire a Messa tutte le domeniche e credere che questo Pane sia il Corpo del Signore sarebbe più facile?”. O forse ce ne siamo abituati?

Dunque: cosa siamo qui a fare?
Siamo qui ancora a guardare un gesto del Signore e a guardare la “realtà” della nostra. Non ci è chiesto di guardare in cielo, ma di guardare profondamente la realtà della vita. Lo dico con uno slogan: imparare a cancellare dal nostro sguardo quel sospetto profondo che nutriamo contro di noi e contro Dio. Solo a questo spezzare del pane si cancella per sempre il sospetto profondo che abbiamo su Dio e su di noi.

Ma quale sospetto? Quello che insegna il serpente nella Genesi, quello che abbatte Giona rendendolo triste fino alla morte. Lo dico in termini moderni: il sospetto che Dio sia un po’ ambiguo e che per questo ci siano uomini fortunati e uomini sfortunati e che tutto stia qui. Uomini per i quali la vita è una benedizione, uomini che hanno trovato la loro strada, uomini che possono essere felici; e allo stesso modo ci siano uomini disgraziati e maledetti, uomini per i quali vivere è e sarà solo una fatica.

Noi siamo qui a dire che questo è falso. E’ profondamente falso. E’ una voce che mettono in giro che non corrisponde alla realtà e al nostro desiderio.
E anche se il mondo andrà in giro a dire ai giovani che l’importante “è la fortuna” e che “quando c’è la salute c’è tutto” –sottintendendo anche– “spera bene di essere tra questi” e a volte “fai come dico io per essere tra questi”, “prendi questo per essere tra i fortunati”…
E se il mondo andrà in giro a insegnare che la destinazione degli uomini è buona per chi ha avuto un po’ di fortuna ed è dubbia per tutti gli altri. Bene, noi diciamo che non è così.

Non c’è neanche un uomo al mondo che non meriti il nostro sorriso perché non merita in fondo l’abbraccio di Dio. Qualsiasi cosa abbia fatto. Nessuno di noi è segnato dalla nascita “fortunato” o “sfortunato” irrimediabilmente.
E la nostra volontà è capace di cambiare per noi e per gli altri qui e realmente anche le vite più disgraziate (e questo a volte si chiama miracolo).

Quando Dio è una cosa ambigua (è un essere perfettissimo e ignoto) allora la fortuna o sfortuna ti segna irrimediabilmente e tu non sei più capace di quasi nulla. E infatti è quello che continuano a dire i ragazzi che ancora non credono in questo Dio: “io non sono capace”, “eh ma io non ce la faccio”…

Invece, se uno capisce che “Dio è questo pane spezzato”, “che Dio è così”, allora nella vita non c’è fortuna o sfortuna che tenga, non c’è età (una cambia a 14 anni come a 20 come a 50), uno alza il telefono, uno non subisce la vita, uno si inventa cose per gli altri.
E se invece Dio è “l’essere perfettissimo creatore del cielo e della terra”, posso stare in ginocchio tutta la vita in pia adorazione ma è la fortuna e sfortuna che mi farà terrore e che governerà al mio posto.

La Chiesa è quella compagnia di uomini che non hanno paura di Dio perché lo hanno conosciuto così, ogni domenica allo spezzare del pane. Per questo non hanno paura di fortune o sfortune.
Ecco perché l’anno scorso dicevamo di non usare la parola “amore”, che appunto è cieco ed è ancora legato all’ambiguità della vita. Credere nell’amore significa non cancellare ancora la delusione che dice “ma per chi lo facciamo”, ma “perché tanta fatica”?

Se invece il Dio che sorregge la nostra vita è un pane spezzato, è un uomo che abbraccia fino a farsi inchiodare, ma potremo ancora sospettare qualcosa su di lui e sulla destinazione della nostra vita? Possiamo ancora credere che per essere fortunati e felici dovremo davvero fare tutto quello che ci dicono: e imparare l’inglese ed essere all’altezza, e avere tutto quello che ci dicono di avere? O non basterà molto meno nella vita?
Se questo pane è il Signore, se è Dio davvero, che paura posso ancora avere sul mio destino, su quello che sarò, su quello che sono stato capace di fare? E come posso pensare di rimanere solo?

Ognuno di noi quando ascolta il Vangelo traduce le parole in immagini. Un concilio del 787 (di Nicea) diceva che questa nostra immaginazione è impossibile da non avere: “Se qualcuno non ammette che i racconti evangelici siano tradotti in immagini, sia anatema”. Per secoli l’arte pittorica ha tradotto in opere questo immaginario e questa esigenza stessa della fede. Più di recente anche il cinema ha offerto numerosi volti di Cristo.

Il filosofo di Lubiana Slavoj Žižek, interpretando una intuizione dello psicologo francese Lacan, afferma che il nostro “immaginario” è composto di tre parti: il reale (l’inconscio insondabile che mi provoca), l’immaginario (l’onirico, ciò che genera sogni) e il simbolico (la cultura). Il reale è impossibile da raggiungere (nessuno raggiunge l’immagine reale di Cristo) perché è sempre visto “da un qualcuno” e con i suoi occhi letto e interpretato. L’immaginario è invece ciò che ci affascina senza chiederci uno sforzo, ma è “immediatamente” a contatto con i registri della nostra sensibilità e ci conferma nelle posizioni in cui siamo. Il simbolico è invece la fatica di un dialogo che mi mette nel confronto con la realtà.

Questa serata vuole aprire il nostro immediato immaginario su Gesù e sugli eventi della passioni per confrontarlo con un “culturale”, con una pluralità di voci cinematografiche che hanno generato immagini diverse (anche se non tutte all’altezza dei Vangeli, come anche è accaduto nella pittura). Ognuna di esse – andrà valutato – potrà essere messa più nell’immaginario o più nel culturale. Per esempio, il successo di Down Brown non sta forse nel fatto che ci conferma in un immaginario trasgressivo e misterico già vicino alla nostra cultura o “sotto-cultura”? Il lavoro di uno storico non è invece più vicino alla cultura che si produce per scalzare immaginari bigotti dei quali è fatta la nostra immaginazione?

La pluralità di immagini è invece il primo dato da raccogliere dai Vangeli. Questa pluralità permette la creazione di un simbolico o di una cultura, continuamente riscritto a partire dalla realtà (per esempio i dati della storia, della ricerca o il vissuto personale) e dal genio dei singoli uomini.
A questa pluralità delle riletture cinematografiche vogliamo rifarci questa sera.

Scegliamo tre opere: The Passion di Gibson, Jesus Christ Superstar di Tim Rice e Il Vangelo secondo Matteo di P. Pasolini.

“The Passion” di M. Gibson

Nasce nel contesto di una visione protestante della morte di Gesù ed è legato anche alle vicende personale del regista. La visione marcatamente protestante riguarda il fatto che Gesù abbia “preso” su di sé fisicamente tutto il male del mondo, che Gesù abbia subito in quel momento non solo il male della colpa dei suoi aguzzini ma del mondo intero. Come se Dio (ma dovremmo dire il male) si scagliasse su Gesù per espiare su di lui le colpe (una soddisfazione del male) invece che scagliarsi sugli uomini. Gesù prende tutto il male del mondo su di sé (anche fisicamente).
Cosa c’è di buono e di vero in questa visione? Non tanto la quantità di dolore (l’aspetto “fisico” del film) ma il fatto che siano risparmiati altri da quel dolore. Quel dolore è così tanto non perché è la quantità importante ma perché è tutto quello che risparmia al mondo, a partire dai dodici che Gesù lascia scappare.
Per dirlo con un esempio: è come quel prete che durante una retata dei nazisti vede al muro per la fucilazione un suo parrocchiano che ha figli e dice ai tedeschi: prendente me al posto di lui. E’ come se Gesù dicesse a Dio: se gli uomini hanno colpa o avranno colpe, tu preditela con me, ma non chiedere più niente a loro. Appunto: “perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Dopo quel gesto noi non possiamo aspettarci da Dio che voglia neanche una gocciolina di sangue neanche se abbiamo fatto cose pazzesche perché quel sangue è stato sparso lì e basta.
E infatti, proprio mentre Gesù viene messo in croce si ricorda la frase dell’ultima cena: “non c’è amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici”.

Per questo motivo Gibson si inserisce nel film nella mano dell’uomo che infligge il primo chiodo nella mando di Cristo. Perché il regista dice: in quella morte Dio paga il prezzo che il male vorrebbe anche per il mio peccato e dunque non devo aspettarmi più condanne da parte di Dio perché la condanna l’ha presa lui. In questo senso è un film sul perdono. Anche se vuoi direte: ma perché devo aspettarmi condanne da parte di Dio se faccio del male? Perché questo è scritto dentro il sospetto che noi abbiamo su Dio (o chiamatela Natura o Forduna o Destino), ovvero che le cose ci vadano bene o male a seconda di come Dio ce le manda e che Dio ci faccia fortunati o sfortunati a seconda del suo volere e del nostro peccato o senso di colpa. Questa cosa è radicata in tutti gli uomini e se uno crede nella croce non crede più nella Fortuna o Sfortuna che Dio ti manda, non crede più in una soddisfazione che Dio vorrebbe facendoci penare per purificarci un po’.

La visione di Gibson è “storica” e “violenta”: vuole darci un immaginario di “come è accaduto” e per questo sceglie l’aramaico e il latino o cura molti particolari. Ma la ricostruzione è molto falsamente storica (il luogo del calvario è davvero inverosimile come anche molti dettagli) e molto “romantica”. Nella sceneggiatura si è ispirato più che ai Vangeli – che riportano pochi dettagli – a un romanzo di Clemns Brentano (autore romantico) sulle visioni della passione di Cristo della mistica e beata Anna Katharina Emmerick (1774-1824).

Due cose possono interessarci, al di là del sangue:
1) I flash back presenti che rileggono i gesti del morire alla luce dell’ultima cena. E’ il punto di vista di Maria e Giovanni che mentre guardano ricordano le parole o i gesti di Gesù. Mentre la madre vede il figlio spogliato ricorda quando Gesù scoprì dai panni il pane dell’ultima cena. Quando è conficcato il chiodo ricorda “io vado a prepararvi un posto…” oppure “non c’è amore più grande di questo…”.

2) Dopo lo spirare di Gesù, la telecamera acquista il punto di vista di Dio e tutto il Golgota è visto dall’alto, come se fossimo noi Dio, attraverso una goccia di pioggia che è in realtà una lacrima. Come dire: anche Dio ha pianto per la morte del Figlio, perché in fondo questo sangue era necessario per gli uomini, per vincere definitivamente il loro sospetto genesiaco “su Dio”, ma non per Dio stesso — questa è la parte cattolica del film, non il sangue ma il compatire di Dio.

Jesus Christ Superstar di Tim Rice

Una visione completamente opposta a quella di Gibson (la scegliamo appunto per il contrasto) è quella del musical di Tim Rice, trasportato in film da Norman Jewison (usa 1973). Non è solo il genere molto distante: da una parte un film con una forte pretesa storica (recitato addirittura in aramaico), dall’altra delle canzoni rock e dei balletti che ripercorrono l’ultima settimana della vita di Gesù. E’ davvero una visione differente della figura e del morire di Gesù.
Il titolo “Superstar” dice, in tutta la sua ambiguità, il punto della questione per questo film. Gesù sarebbe andato bene se non avesse avuto la pretesa che ha espresso: “Figlio di Dio”. Questa pretesa è ritradotta volutamente in modo ambiguo con “superstar”. Come dire: hai fatto un passio eccessivo. Giuda è, in questo film, il grande antagonista. L’inizio mostra l’arrivo di un Bus nel deserto con gli attori che scendono e si preparano a recitare. Da subito Giuda prende le distanze e accusa la pretesa eccessiva del maestro e che le cose sono cominciate ad andare male quando si è insinuato il tarlo di essere Dio. Al centro il tema musicale sulle parole “Jesus Christ, who are you? What have you sacrificed?”.

A differenza di Gibson, la scena Gesù porta la croce intervallato non dai ricordi dell’ultima cena, ma da un immaginario dialogo, che segue subito la condanna di Pilato, tra l’anima di Gesù (muta e introdotta da una musica trionfale) e l’anima di Giuda che cala dall’altro su melodie rockeggianti. A parlare, in questo dialogo, è solo Giuda che pone due domande tipicamente moderne. Ma al centro del suo discorso, oltre al ritornello “chi sei? cosa è (o perché) il tuo sacrificio?” anche le parole “voglio sapere” e “non fraintendermi”. Parole centrali per capire la visione di Rice, perché -per Giuda- è proprio su un fraintendimento che muore Gesù, su una incapacità di comunicazione. Come dire: se sei Dio potevi spiegarti meglio e non lasciare fraintendimenti, e potevi anche farci capire.

Due le domande che pone direttamente: 1) perché sei nato allora, in un tempo strano e lontano, quando la comunicazione non era di massa. Significa anche: se fossi nato oggi avresti fatto meglio, ma è anche il nostro desiderio (o falso desiderio) di essere contemporanei a quegli eventi. 2) perché la tua “religione” dovrebbe essere meglio delle altre, di Budda o Maometto? In pratica: cosa ne pensi degli altri, su cosa fondi la tua pretesa diversa di unicità?

Due domande fondamentali quanto diaboliche alle quali Gesù non risponde se non con le parole della croce.
La scena della crocifissione è musicalmente molto diversa. Una melodia jezzistica ritma quasi il battito cardiaco di Gesù che stupisce i suoi aguzzini con quella frase di perdono che dice dalla Croce.
Poi accade quello che in un musical non deve mai accadere, ovvero, il momento della morte coincide con uno stacco di silenzio che assomiglia quasi a un errore tecnico. Da qui un tramonto e una dolce melodia di fine. Gli attori ritornano sul bus iniziale per lasciare il set. Tutto è davvero compiuto e Giuda è l’ultimo a salire, quasi stupito e triste di ritornare alle solite cose (in una felici coincidenza tra il ruolo degli attori che vanno via per tornare ad altri spettacoli e il ruolo degli apostoli che delusi tornano alle barche).

Nel finale, una croce vuota e un pastorello in penombra con le sue pecore, sono l’allusione più bella a un mistero (la risurrezione) che cinematograficamente sarebbe privo di immagini.

Il Vangelo secondo Matteo di P. Pasolini

E’ il film in assoluto meglio riuscito sulla figura di Gesù. Non ha una pretesa storica, di riportarci nell’ambientazione reale, né romantica, né filosofica. E’ giocato tutto sugli sguardi, sui primi piani, sulle ambientazioni e sulle musiche.
Scrive Pasolini: “Avrei potuto demistificare la reale situazione storica, i rapporti fra Pilato e Erode, avrei potuto demistificare la figura di Cristo mitizzata dal Romanticismo, dal cattolicesimo e dalla Controriforma, demistificare tutto, ma poi, come avrei potuto demistificare il problema della morte? Il problema che non posso demistificare è quel tanto di profondamente irrazionale, e quindi in qualche modo religioso, che è nel mistero del mondo. Quello non è demistificabile”.
Al centro non c’è il Gesù sofferente o storico o delle mie domande, ma il Cristo che è risposta al perché del mio vivere e morire.

Gli attori di questo film sono (a parte pochi) persone di strada trovate dal regista quasi per caso: un fabbro, un parrucchiere, un amico. Nella scena della morte – come per la mano di Mel Gibson – recita la madre stessa di Pierpaolo, nella parte di Maria. Giuda ha un volto molto simile a quello del regista.

Scrive: “… una specie di ricostruzioni per analogie. Cioè ho sostituito il paesaggio con un paesaggio analogo, le regge dei potenti con regge e ambienti analoghi, le facce del tempo con delle facce analoghe; insomma è presieduto alla mia operazione questo tema dell’analogia che sostituisce la ricostruzione”.

E sulla scelta di non cambiare una virgola dal Vangelo: “La mia idea è questa: seguire punto per punto il Vangelo secondo Matteo, senza farne una sceneggiatura o riduzione. Tradurlo fedelmente in immagini, seguendone senza una omissione o un’aggiunta il racconto. Anche i dialoghi dovrebbero essere rigorosamente quelli di San Matteo, senza nemmeno una frase di spiegazione o di raccordo: perché nessuna immagine o nessuna parola inserita potrà mai essere all’altezza poetica del testo. E’ quest’altezza poetica che così ansiosamente mi ispira. Ed è un’opera di poesia che io voglio fare. Non un’opera religiosa nel senso corrente del termine, né un’opera in qualche modo ideologica. In parole molto semplici e povere: io non credo che Cristo sia figlio di Dio, perché non sono credente, almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino: credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, rigorosa, ideale da andare al di là dei comuni termini dell’umanità. Per questo dico ‘poesia’: strumento irrazionale per esprimere questo mio sentimento irrazionale per Cristo”.

La scena della condanna mostra un sinedrio fatto di uomini dal volto cattivo. Non sono i costumi (quasi ridicoli nella loro semplicità, come anche le ambientazioni di una piazza romanica) ma le facce e i modi del parlare di questi sacerdoti il centro. Ed è la nostra prospettiva che segue gli sguardi tristi e un po’ stupiti di Giovanni (incredulo e sofferente) e Pietro (più stralunato) a fare la differenza. Gesù non viene quasi neanche flagellato. Il soffrire non importa nulla, perché la questione decisiva qui è la morte, non la quantità di schiaffi!

La scena della morte di Gesù è anticipata dalla morte di Giuda che corre in un dirupo. Come una prima morte che preannuncia la seconda. Il rilievo di questa scena fa pensare a una relazione diretta con il morire del Signore. Come a voler suscitare la domanda (ma è una mia interpretazione): non è questa l’ultima estrema incomprensione del Signore? Più che l’averlo messo a morte, il sentirci così separati e abbandonati da Dio da volere morire noi stessi.

Alla condanna di Gesù la musica diventa un inno africano degli schiavi dell’Africa. Giuda pentito rende i denari e corre a impiccarsi. Corre… non va semplicemente. Nessun sonoro accompagna la scena se non il rumore del ruscello (è la realtà nella sua crudezza). La scena prosegue con il pianto di Maria (la mamma di Pasolini) e di Giovanni. Il processo è risolto in poche battute di Pilato, che parla con accento pacato e politico. Ma è visto da lontano perché il centro sono gli occhi di pianto dell’amico Giovanni.

Il rumore della folla rende la scena della croce molto realistica, come la povertà e la marginalità della scalinata che esce dalla città. Ma al tumulto Pasolini interrompe bruscamente una musica: è la musica funebre massonica di Mozart in Do minore K477. C’è un senso di antica grandezza in questa musica. Non c’è nessuna titanica lotta contro il destino ineluttabile. La morte non spaventa Mozart: la chiama perfino “cara amica” e nella musica stessa si percepisce il dolore per la separazione, senza tuttavia lasciarsene sopraffare.
Così anche qui tutto il dolore è anticipato nell’urlo non di Gesù ma del ladrone che viene inchiodato prima di lui. Il corteo che accompagna Cristo è tutt’altro che un esercito romano inferocito, ma sono gli uomini che lo hanno sempre accompagnato per la Galilea, e la folla come l’ambientazione sembra la stessa di quella quando del discorso alla montagna.

E il momento della morte di Cristo è interpretato –prima dell’urlo– con un buio di camera (come il silenzio nel musical di Rice) dove il regista inserisce (sul nero) le parole di Giovanni: “voi udrete con le orecchie ma non intenderete e vedrete con gli occhi ma non comprenderete, poiché il cuore di questo popolo si è fatto insensibile e hanno indurito le orecchie e hanno chiuso gli occhi per non vedere con gli occhi e non sentire con le orecchie”.
Le altre parole di Gesù sulla Croce non ci sono. Cristo è uno davanti al quale ci si copre la faccia per non vedere o per non voler vedere. Ma anche questa la lettura di Pasolini che parte da una crisi della sua vita, una crisi che chiama “irrazionale”: una incapacità di comprendere e quindi un vedere senza comprendere. Il Vangelo è stato la sua vita come ammette dopo la produzione del film: “[Il Vangelo] è quindi un tema lontanissimo nella mia vita che ho ripreso, e l’ho ripreso in un momento di regressione irrazionalistica in cui quello che avevo fatto fino a quel punto non m’accontentava, mi sembrava in crisi e mi sono attaccato a questo fatto concreto di fare il Vangelo.”

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