II Domenica di Pasqua

At 4,8-24; Sal 117; Col 2,8-15; Gv 20,19-31

Siamo di fronte a due racconti di riconoscimento del Risorto e ci sono dei particolari che non ci devono sfuggire. Entrambi avvengono “il primo giorno della settimana”, entrambi hanno a che fare con una “pace” che viene donata e un perdono, entrambi mostrano un corpo che ricorda proprio la morte di Gesù, entrambi non durano molto e sembrano invece invitare a una missione, a un compito, come se su quel riconoscimento non ci si debba fermare troppo a lungo, ma una volta sicuri che è proprio lui sia necessario fare altro.

Mi soffermo su alcuni di questi elementi che mi sembrano importanti. Non è un caso che tutto si ripeta solo alla domenica. In altre parole, quel riconoscimento ha a che fare con la nostra celebrazione, almeno per chi sa ben vedere. Fin da subito quel “primo giorno della settimana” divenne luogo della “frazione del pane” e del riconoscimento del quel Gesù morto e risorto. Dovremmo sentirci coinvolti in questo. Quello che accade in questa pagina è lo stesso che accade oggi.

Il saluto di Gesù non è retorico. Lo aveva detto: “vi do la pace non come la da il mondo” e lo ripetiamo anche oggi prima della comunione “vi dono la pace…”. Perché non è retorico? Non è retorico se è preso sul serio, se è preso sul serio il guazzabuglio delle paure che investe la nostra vita, come per i discepoli che “stavano a porte chiuse per paura dei giudei”. Oppure come Pietro, quando dirà, riconoscendo la sua pochezza di traditore: “tu Signore sai tutto”. Accogliere la pace, se uno è serio, non è affatto banale. Noi abbiamo stilizzato questo gesto nello scambio della pace ma sappiamo benissimo che se fosse vero, se quel gesto esprimesse davvero quello che dice, se invece di avere uno sconosciuto avessi una persona che conosciamo bene o amiamo, sapremmo quanto è difficile perché facilmente siamo orgogliosi e cocciuti…
E quella pace non è quella del mondo perché significa ritrovare quel luogo, che tutti abbiamo perché ce l’ha messo il Padreterno, della nostra assoluta dignità di figli. Quella dignità per cui qualunque cosa possiamo fare, qualunque tradimento possiamo commettere, noi resteremo sempre uomini e figli agli occhi di Dio. Dio non vuole adoratori, non vuole persone che si sommergono nello sconforto e si prostrano afflitti. Il Signore Gesù ci ha chiamati “amici” e non “servi”. C’è questa radice inalienabile di dignità che tuttavia va sempre ritrovata perché potrebbe anche spegnersi. E’ in base a questa dignità che due persone per me si possono sposare promettendosi fedeltà reciproca. Mi son sempre chiesto: ma come è possibile? come fanno a dire quella cosa conoscendo la propria fragilità umana?
Lo si dice seriamente perché non si ha vergogna di questa dignità ritrovata sulla quale sempre si può fare affidamento e che ci viene data (da Dio ma anche attraverso i fratelli che ci perdonano, dice Giovanni) e che non possiamo darci da soli, ma la possiamo solo riconoscere in noi. Altrimenti è un atto di arroganza.

Un’ultima osservazione. Questo riconoscimento del Risorto è davvero quello che avviene oggi, nel senso che appare breve, folgorante e non è mai fine a sé stesso. Sembra davvero che sia solo la certezza intuita dai discepoli ma che vedere Cristo sarà poi vivere Cristo: c’è un prolungamento tra quel riconoscimento, il nostro nell’eucarestia, e tutta la vita. Fin da subito, una volta riconosciuto, si sa di avere un compito e che quel riconoscimento è fine a questo compito e non a sé stesso. Se no, a che serve questa notizia? A che serve dire che è Risorto? Invece, il riconoscimento che non ci si era sbagliati, che ciò che lui ci aveva insegnato a vivere e a sperare non va perduto, è la conferma che quella strada va percorsa tutta fino in fondo, giorno dopo giorno. Come quando sorridi, il tuo sorriso pur essendo proprio il tuo, tuttavia non serve a te stesso ma ha senso per gli altri ai quali è rivolto e solo così è davvero un sorriso. Allo stesso modo la stranezza di questo riconoscimento che può essere anche solo l’intuizione di un uomo nell’istante del pane spezzato, ma sarà poi vero nel compito di ci rilancia sempre, di domenica in domenica, per vivere il suo Vangelo.

Pasqua del Signore

At 1,1-8a; Sal 117; 1Cor 15,3-10a; Gv 20,11-18

“Riconoscere è un dio” scriveva Euripide nella tragedia Elena. La questione della festa di oggi non è solo la celebrazione di una “rinascita” o di una speranza sulla morte. E’ invece prima di tutto questione di riconoscere, come accade per Maria in questo Vangelo. Questa è la questione della risurrezione: riconoscere Cristo oggi. Se c’è un motivo per cui ancora seguo il Vangelo di Gesù è che quello che leggo in quella storia lo riconosco vivo e presente, anche attraverso la testimonianza concreta di molti uomini. “Riconoscere è un dio”.

Invece, la questione della resurrezione come rinascita ha sempre fatto parte delle culture, antiche e moderne. I miti della rigenerazione sono presenti in quasi tutte le culture e certamente hanno un profondo legame con la ciclicità dell’anno, con i mesi e i ritmi della natura. Oggi forse lo sfondo è quello delle crisi economiche, dei cicli del benessere… In ogni caso, per i greci Persefone ritorna dal regno dell’Ade ogni sei mesi, ma anche Alcesti ed Admeto in tutte le sue rivisitazioni, fino a Erminone nel Racconto d’Inverno di Shakespeare… Se fosse tutto qui, il racconto cristiano, sarebbe una delle tante riscritture di una ciclicità della vita. Invece è tutto diverso da subito e impropriamente i cristiani parleranno allo stesso modo di “risurrezione”. Non solo perché in tutti i miti il regno dei morti fa ritornare non più uguali a prima (come Cristo), ma profondamente trasformati, come se si trattasse di una esperienza non condivisibile con i vivi. Non ci sono solo tutte queste differenze importanti di una diversa visione di rinascita e risurrezione. Molto prima c’è il fatto che la questione della resurrezione si pone in un altro modo: si pone come riconoscimento del Risorto.

Per alcuni oggi la questione religiosa sembra essersi ridotta alla questione del credere o meno in Dio. Per essi, il punto è riconoscere se c’è o meno un Dio nella nostra vita, un Dio del quale possiamo fare esperienza, un Dio riconoscibile, presente, non indifferente alle vicende umane… Per il cristiano invece, tutto questo è troppo generico. La questione è quale Dio si riconosce? Quale presenza? La presenza di un Dio tanto creatore quanto distruttore? Un Dio che getta i dadi del nostro destino? “Cosa vuoi riconoscere?”, sapendo che c’è in gioco un certo modo di vivere e di comprendersi come uomini.

Maria riconosce il Risorto ed è un fatto storico. Da questo primo riconoscimento, nella storia degli uomini l’agire di Dio ha iniziato ad essere identificato non più come l’agire di un “fato”, ma come l’agire di quel “maestro” che i dodici hanno incontrato. Ciò che accade oggi, quando riaccade il Vangelo, è lo stesso Cristo di allora. Agisce nella vita degli uomini trasforandoli dall’interno, agisce per conformazione, facendoci rinascere come uomini… eppure riaccade quello che accadeva allora. Chi ha letto il vangelo sa che è Lui. Il modo con il quale Maria sente venire pronunciato il proprio nome — ovvero il mondo con il quale noi rinasciamo a noi stessi, troviamo la nostra vocazione, ci riconosciamo pienamente uomini — non può che avvenire tramite l’incontro con quella verità che è il Vangelo di Cristo. Non diventiamo uomini autentici, non ci riconosciamo pianamente, se non attraverso uno che ci ami con una profondità che vediamo solo in quel maestro. Almeno per chi lo ha conosciuto, perché per poterlo “riconoscere” bisogna prima averlo conosciuto, essere entrati in contatto con la sua memoria.

Così, riconoscerlo significa, come per Maria, superare una crisi, ridare senso a una esperienza il cui significato è stata frantumato. Aristotele la chiamava “agnizione”: era quel tassello che in una trama narrativa rimetteva tutto a posto, era quel riconoscimento finale che dava senso al tutto. Del resto, solo così si trova davvero la proprio vocazione e quello che facciamo, per esempio il proprio lavoro, acquista un significato e un valore nuovo, non è solo un “fare” ma diviene un “essere”.
Solo dopo il riconoscimento Maria, pur non potendo trattenere il Signore, da un senso nuovo anche alla morte e alla vicenda passata. Dare senso al tutto, a ciò che si è fatto di vero e si farà ancora (riconoscere chi ci ha amato non come uno che si è perduto per sempre) tutto questo richiede di sapere non solo che c’è Dio, ma che è proprio il Risorto.

Per questo i greci avevano ragione: riconoscere è opera di una grazia, “riconoscere quelli che amiamo –ritrovarli e dargli così un senso totale sull’esistenza– è questione che deve avere a che fare con Dio”. Per noi, ciò che possiede questo senso totale, è solo ciò che riconosciamo in Cristo.

Giovedì Santo – Messa in Coena Domini

Gn 1,1-3,5.10; 1Cor 11,20-34; Mt 26, 17-75

Siamo al cuore della vicenda del Signore, momento decisivo lungamente atteso e annunciato. In questa cena rimane solo il Signore con “i suoi”, con quelli che non sono andati via, quelli che –pur non capendo tutto– hanno continuato a seguirlo, non sono stati presi da altro da fare nella vita — perché nella vita sembra tante volte che ci sia sempre altro da fare… Non sono i migliori, non sono quelli che conoscono la teologia (e la donna Cananea, dice Gesù, ha più fede dei dodici), ma sono quelli che in ogni caso hanno voluto bene a questo Maestro e hanno deciso di seguirlo, come noi questa sera se in qualche modo ci riconosciamo così.

Cosa emerge? Che per loro c’è in gioco tutto. C’è in gioco il senso di quella morte e, insieme ad esso, il senso di ciò che c’è stato, di quella relazione, di quell’affetto, il senso della fatica di quegli anni (in giro, su e giù per i villaggi…). E vorrei che fosse così per noi. L’eucaristia, il pane spezzato di Gesù, la memoria di quella cena, o ha a che fare con il senso dei miei affetti, del mio voler bene che sembra così fragile, oppure non serve a nulla.
Perché l’eucaristia non è un rito scaramantico per propiziarsi Dio e se non si va a Messa chissà cosa succede… E non è neanche l’onorare una tradizione, come se Dio avesse bisogno dei nostri onori e dei nostri riti. Qui invece c’è in gioco il senso di un sacrificio e dunque il senso dell’affetto e dell’amicizia, quella reale che Pietro voleva a Gesù, che Giacomo o Andrea volevano a questo Maestro che sta per morire. Quella reale che c’è tra di noi, con i nostri figli, con nostra moglie…

In questo momento Gesù, contro ogni sospetto e ogni fraintendimento (sull’amore e su Dio), mostra ai suoi la verità di Dio e la verità di ogni legame che è questa: “accogliere e riconsegnare” tutto, senza nulla trattenere per sé. Abbiamo ascoltato Paolo: “quello che ho ricevuto a mia volta l’ho trasmesso a voi”. E Gesù: “prendete e mangiate” e poi “fate…”. La mia morte è la riconsegna della mia vita perché voi (voi discepoli) non moriate, perché non mettano in croce voi. Si consegna per proteggerli dai Romani e dal sospetto invincibile che Dio ci chieda qualcosa per sé e che ogni dono, ogni riconsegna, sia in fondo soltanto una perdita.

“Accogliere e riconsegnare”, questo è il senso di ogni legame, di ogni affetto che non tema la morte. C’è un pane e un corpo che ci è dato, perché lo accogliamo e lo riconsegnamo per gli altri. Nessun affetto sdolcinato a due o “due cuori e una capanna”. Ogni affetto vero è invece quello che si compie in questo gesto: vita ricevuta e riconsegnata al Padre.
Non lo sanno bene i genitori che vedono crescere i figli? Sono forse per loro i figli? Non sta proprio qui forse la fatica di ogni legame? Nell’accogliere l’altro ma poi nel “mollare la presa” per non “divorarlo” nei nostri progetti… Non c’è in ogni legame, nel cuore do ogni legame vero, qualcosa da “accogliere e subito da riconsegnare”?

Tutti i fraintendimenti di questa notte sono sul sospetto che lotta contro questo “accogliere e riconsegnare”. Perché Giona scappa? Perché è duro per lui “accogliere” la sua vocazione. Così come –possiamo dirlo?– è duro “accogliere” davvero uno che ci ama, “accogliere un abbraccio… Non è forse difficile per Pietro lasciare che Gesù gli lavi i piedi?
Al tempo stesso, è duro per Giona consegnare il perdono agli abitanti di Ninive, come è duro consegnare la vita, consegnare il Maestro all’orto senza estrarre la spada, o consegnarsi alla verità smascherata della servetta nel cortile senza mentire, come fa Pietro.

Interessante: solo la memoria della parola di Gesù, farà riconoscere a Pietro il suo errore e lo farà piangere. Così, attraverso quella memoria, Pietro capisce e così toccherà anche a lui accogliere quella parola che gli era stata consegnata, quel lasciarsi lavare i piedi, quel prendere il corpo del Signore (così come si è!) e poi accettare quel “perdono” dopo quel pianto… e poi toccherà anche a lui riconsegnare tutto questo, senza trattenere nulla per sé, senza trattenere neanche la vita. E Pietro lo sa, come forse nel fondo lo sappiamo anche noi ogni volta che cerchiamo davvero di amare imitando Gesù.

Domenica delle palme

Is 52, 13-53,12; Sal 87; Eb 12,1b-3; Gv 11,55-12,11

Il gesto che sta al centro di questa pagina è inaspettato e inopportuno. Vorrei immaginare quale determinazione e quale affetto servirebbero per compiere davvero un gesto del genere, per chinarsi davanti a tutti e ungere i piedi di un uomo. Noi saremmo bloccati dal pudore o dall’imbarazzo. Tra adulti fatichiamo a mostrare gesti di affetto ben più semplici e banali di questo…

Ma al di là della fisicità e dell’imbarazzo, ciò che rende questo gesto degno di essere ricordato sta per me nella logica che lo ha generato: è un gesto che supera “quello che si doveva fare”: la logica di qualcosa di dovuto, del calcolo del costo o del soldo speso bene… In altre parole, contiene un eccesso e una gratuità che non possono essere contenuti in regole morali o norme di comportamento, neanche religiose. E’ la logica di una gratuità che non calcola e non segue diritto e doveri…

Tutto ciò non è semplicemente un’opera buona, ma ciò che rende un uomo un vero uomo. La logica del calcolo è indispensabile alla nostra vita, ci permette di pagare le bollette, di avere delle leggi, di regolare la società ecc. Ma questa logica, questo insieme di diritti e doveri, questo baratto calcolato, non è per me sufficiente a vivere una vita bella e a rendere l’esistenza qualcosa che meriti di essere vissuta. L’uomo non si accontenta dalla logica di Giuda (quella del calcolo) ma ha bisogno quella di Maria (quella più irrazionale dell’inaspettato e del gratuito).

Tante volte nel Vangelo era emersa questa logica nuova: “non amate solo gli amici…”, “non fate del bene solo a quelli dai quali sperate ricevere…” ecc. Spesso il Regno di Dio si era identificato come il luogo di una comunità, di piccoli gruppi (non della società intera o del mondo) dove si vivesse questa diversa logica, dove poteva accadere qualcosa di sovrabbondante e non calcolabile, come il lievito che ingrandisce la pasta o il semino che diventa un albero. La comunità come un luogo di relazioni diverse dal solito: dove ci si poteva perdonare infinite volte, dove si mettevano i beni in comune, dove non si aveva da temere l’altro, dove non c’erano regole scritte o diritti e doveri… e questo Gesù lo chiama Regno.

Già nei rapporti affettivi è evidente il ruolo di questa differente logica. Dove muoiono anche oggi le relazioni? Dove non hai più nulla da aspettarti, nulla ti stupisce e pensi ormai di sapere tutto su quello che accadrà o sull’altro e su ciò che è giusto e sbagliato… Il medico Jérôme Lejeune, scopritore della sindrome Down, ammoniva la società civile dicendo che nel momento in cui si sarebbe messa a calcolare le nascite secondo una logica della convenienza, senza mettere da parte risorse per dare vita e speranza anche per esempio a un bambino autistico o Down, allora era il momento che quella società non sarebbe più stata una società pienamente umana. L’umanità stessa della società dipendeva dal saper riconoscere questo sovrappiù del quale l’uomo è capace di farsi carico, oltre ogni calcolo utilitaristico.

Ma il Vangelo fa un passo oltre. Il gesto di Maria, per avere il suo senso pieno e non risultare un vano masochismo o un inutile spreco di soldi, deve essere riferito alla morte e resurrezione di Cristo (“lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura”). La filantropia, l’altruismo, il buonismo, l’irrazionalità, il dono… sono tutte belle parole ma restano tali e non avranno mai, nella vita di un uomo, un significato pieno, un senso vero, un riscatto reale, se non sono il modo –pure a volte inconsapevole– di imitare proprio Cristo e da Lui traggono il loro riscatto. E’ la morte e resurrezione di Cristo a rendere il gesto di questa donna vero e non è il gesto in sé a giustificare lo spreco. Questo perché è soltanto nella sequela di qualcuno e non da sé stessi che si può dare senso alla vita.

Alla vecchietta ugandese che aveva iniziato a raccogliere i bambini scampati al massacro di una tribù africana nemica, i suoi connazionali chiedevano: “Perché lo fai?” E la vecchietta rispondeva: “perché Gesù Cristo ci ha detto di amare anche i nemici”. Non rispondeva: “perché sono buona” o “perché sono brava”, ma riconosceva il nome e la storia che dava fondamento al valore del suo agire e della sua vita.
Questo è quello che ci aspetta durante la settimana santa che si apre.

IV domenica di quaresima

Es 17,1-11; Sal 35; 1Ts 5,1-11; Gv 9,1-38b

Il racconto del vangelo di oggi mi sembra una stupenda descrizione di cosa sia una ideologia. Penso all’atteggiamento dei Giudei che proprio non riescono a vedere ciò che appare evidente perché premettono la loro decisione a ciò che è realmente accaduto. Ogni ideologia funziona così: premette una idea o una convinzione al manifestarsi di una realtà. Come se il proprio pensiero –sempre così fortemente legato alla propria identità– fosse più importante della realtà. Interessante notare che ogni ideologia è sempre una strategia di difesa: i Giudei devono difendere la loro religione, i genitori del cieco devono difendere la loro posizione ecc. L’unico che nulla ha da difendere sembra proprio essere il cieco che non sa nulla del Messia (“chi è costui perché io creda in lui”), ma proprio questo gli permette di vedere realmente. Non a caso il brano si conclude con una frase sulla capacità di vedere, Gesù rivolto ai farisei dice: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane».

Nel passato abbiamo vissuto forti ideologie che hanno prodotto grandi scontri. Si combatteva in nome del pensiero e chi ha vissuto il ’68 lo sa. Oggi, sembra che tutto ciò che sia finito e che le ideologie forti siano scomparse. Tuttavia, io credo che questa pagina sia attuale ancora oggi, perché se sono scomparse le ideologie forti sono apparsi le piccolo ideologie. Se è vero quanto detto, è difficile non avere nulla da difendere e far prevalere la realtà sul pensiero. Lo si vede bene a scuola o nei dibattiti televisivi: tutto parte dal presupposto che devi convincere chi non la pensa come te, appunto, si dice “dibattito” con un riferimento alla lotta.

Intravedo oggi due ideologie presente. C’è una ideologia contro la chiesa che inizia a essere particolarmente faziosa. Io potrei raccontare fino a domani decine di storie di ragazzi in qualche modo “salvati” dall’oratorio, da una comunità. Educati grazie al loro camino di fede a una dedizione verso la società, verso gli altri… tutto ciò ha, sopratutto dalle nostre parti, una evidenza che è come quella del cieco nato (basterebbe raccontare della caritas qui da noi…). Eppure, tutto ciò non ha alcuna evidenza o è visto da alcuni nel sospetto di un secondo fine, nella trama immaginaria e irreale di una Chiesa matrigna che -non si sa dove- ci guadagnerebbe sopra per alti fini…
Dobbiamo essere accorti perché questa ideologia oggi rischia di dividerci e l’unico rimedio resta una “genuina” onestà che nulla ha da difendere ma che cerca la realtà, come quella del cieco nato.

C’è una seconda ideologia che intravedo. La difesa estrema di una certa forma religiosa cattolica, che da millenni si è imposta, senza vedere che il Signore opera anche al di fuori della nostra cerchia e addirittura della nostra religione. Se stiamo attaccati al Signore sappiamo intravedere la fonte e l’origine di ogni miracolo, ma senza sospetti e sapendoci anche stupire perché opera dove non non immaginavamo.
Difendere l’appartenenza ecclesiale come unico luogo dell’agire di Dio è anch’essa una forma ideologica. Se penso ai nostri ragazzi vorrei saper vedere questo: che il Signore opera sempre anche tra di loro (anche in quelli ormai lontani da ogni sacramento) e si distingue il suo agire perché non chiede davvero nulla (il “cieco” non sa nulla di religione). Eppure nella vita di quelle persone compara la certezza che qualcuno o qualcosa è venuto per te a salvarti. E noi sappiamo che questo si chiama Vangelo.

II domenica di Quaresima

Dt 6a;11,18-28; Sal 18; Gal 6,1-10; Gv 4.5-42

Da cosa è stata colpita la donna Samaritana nel suo dialogo con Gesù? Cosa ha davvero mosso questa donna a riconoscere in questo uomo il “Cristo” e a lasciare l’anfora correndo in città?
Probabilmente molte cose hanno stupito da subito questa donna, anche se all’inizio non sono state forse cose così eclatanti. C’è uno stupore “semplice” che accompagna il venire alla fede. Come quando ci si innamora o si scopre un amico: all’inizio tutto può cominciare da qualcosa di poco conto, proprio come il chiedere dell’acqua quando si è assetati. Così, all’inizio, il bene in gioco può essere piccolo piccolo, e non necessariamente travolgente o passionale, può addirittura lasciare perplesso (come accade in questa donna). Ma credo realmente che qui sia custodita una delle ricchezze più sorprendenti della persona umana: nella nostra vita, gli inizi di ciò che per noi può diventare straordinario (un legame affettivo, un’amicizia, una fede) sono assai spesso sotto il segno dell’insignificanza. Si tratta di coglierne come un invito a proseguire, a fidarsi e molto dipenderà da noi. “Se quel giorno non avessi perso l’autobus…”, “se non avessi chiesto quella cosa….”, “se non fossi andato a quella vacanza…”. Due, tre, dieci storie simili che cominciano da qualcosa che è quasi insignificante e che pure conterranno una promessa di bene, un dono per il quale valeva proprio la pena continuare il discorso.

E man mano che la donna coglie questa promessa e continua il dialogo con quell’uomo, si rivela qualcosa di unico che la stupisce, che le fa lasciar lì la brocca e correre via. Cosa la stupisce? Non sono dei miracoli, delle guarigioni o delle gambe raddrizziate. E’ uno sguardo di questo uomo che è rivelatore di un umano al quale non ci si poteva sottrarre. Non c’è nulla che convinca l’uomo come uno sguardo che afferri e riconosca ciò che noi stessi siamo realmente, che ci faccia “scoprire” a noi stessi. E Gesù ha colpito più che per la sua intelligenza perché vedeva “dentro l’uomo” e nessuno poteva nascondersi davanti a lui. Di fronte a lui la profondità della coscienza non aveva segreti.
Così la Samaritana si sente raccontare la sua vita e proprio questo riferisce ai suoi compaesani a testimonianza della grandezza di quell’uomo: “Mi ha detto tutto quello che ho fatto”. E lo stesso avviene in moti altri casi del Vangelo: per Matteo, per Zaccheo,per Natanaele…
Essere accolti e penetrati da uno sguardo che ci riconosce e ci ama così come siamo. La capacità di coglier il cuore dell’uomo è il miracolo più grande e persuasivo. Questo sguardo rivelatore dell’umano è ciò che anche oggi fa esistere la Chiesa e rende affascinante il Vangelo.

Chi è cristiano ha colto questo nel vangelo. Per esempio: pensavo di nascondermi convincendomi che in fondo va bene perdonare, ma fino a un certo punto, e invece quella parola lì che leggo “perdona settanta volte sette” mi colpisce, perché rivela qualcosa che pure sento vero io stesso e al quale so di essere chiamato per essere autenticamente uomo. Ma c’è di più: c’è un incontro nella Chiesa dove si scoprono amicizie grazie alle quali possiamo riconoscere quello che siamo realmente. Intendo qualcuno che ci guardi non per quello che rendiamo o produciamo, non perché siamo simpatici o siamo ricchi, ma sappia guardarci in un altro modo… Accade sempre così, anche la mamma, ad esempio, attraverso il suo sguardo severo, quando il bambino che ha combinato qualcosa di storto, permette al piccolo di scoprire il male che lui stesso è capace di compiere. E’ la profondità amante di una relazione vera che ci fa scoprire a noi stessi.

Per noi, come per la Samaritana, il vangelo è rivelatore della nostra umanità più profonda, del nostro bisogno di essere riconosciuti da Dio, quella umanità che tante volte, privati di uno sguardo davvero amante su di noi, risulta essere così tanto un mistero a noi stessi.

I domenica di Quaresima

Gl 2,12b-18; Sal 50; 1Cor 9,24-27; Mt 4,1-11

Ci sono molti temi e molte letture di questa pagina delle tentazioni. Potremmo quasi dire che è uno degli episodi più interpretati del Vangelo: dalla letteratura al cinema, da Dostoievskij a Martin Scorzese… Capiamo la sua importanza considerando che ha come tema l’identità e la singolarità di Gesù. Per questo la meditiamo ogni anno, all’inizio della Quaresima, e oggi mi soffermo solamente su un particolare che mi sembra attuale.

Abbiamo detto più volte che dobbiamo osservare come ciò che chiede il Satana non sia la trasgressione di un comandamento. Non si tratta di uccidere qualcuno o di bestemmiare o di “desiderare la donna di altri”… Non è dunque la tentazione a fare qualcosa che non andrebbe fatto. C’è qualcosa di ben più profondo nella tentazione, qualcosa che opera a livello del desiderio e della immaginazione e non a livello della trasgressione di un comando. Nel testo, ciò che concretamente propone il Satana è qualcosa che ha un suo aspetto positivo: risolverebbe il problema della fame, il problema della fede e della conversione dei cuori…
Dunque, cosa contengono di sbagliato? Perché Gesù le rifiuta e cosa dicono queste tentazioni a noi che –sembrerebbe– non abbiamo mai vissuto la possibilità di trasformare pietre in pani o di possedere regni interi (magari avessimo questa possibilità! direbbe qualcuno).

Io penso che uno degli aspetti diabolici sia il fatto che sono dei “sogni” che contengono un certo “automatismo”, una certa “magia”. Come se potesse non esserci “tempo e fatica” tra il desiderio e la sua realizzazione. Come dire: vuoi del pane, eccolo! Eccolo subito!
Noi stessi a volte lo desideriamo: come sarebbe bello –diciamo– se invece di fare tanta fatica, in un attimo, potessimo avere ciò che desideriamo o potessimo risolvere i nostri problemi. E aggiungiamo: “perché Dio non lo fa?”. Magari sono problemi anche buoni: con i figli o con una persona in difficoltà o che non capisce…
Questo propone il Satana: dare voce al sospetto che Dio possa subito. Se tu vuoi, Gesù, puoi subito, magicamente. Senza neanche chiederti la fede, senza chiederti la tua fiducia, la tua libertà. Ricordo che neanche i miracoli avverranno senza la fede di chi li chiede e dove non c’era questa fede fiduciale l’evangelista dice: “Gesù lì non poté fare molti miracoli”.
Vuoi del pane? Puoi subito averlo, puoi senza fatica essere riconosciuto, puoi immediatamente dominare. E se fai così, magicamente (capite?), risolvi anche i problemi degli uomini: non dovranno più soffrire per lavorare, non dovranno più aspettare, desiderare, non si tradiranno ecc.
In fondo, questo chiede il Satana: Gesù fai quello che gli uomini spontaneamente ti chiedono: di rinunciare al cammino faticoso della loro libertà.

Gesù invece dice che questo modo di pensare la propria vita (o di illudersi a riguardo della propria vita), come se magicamente la religione risolvesse dei problemi, è una tentazione e sarebbe mortale all’uomo stesso. Le pietre si cambieranno in pane, ma ci vorrà il lavoro e la pazienza. Serve e servirà la fatica dell’agricoltore (la sua libertà!) che deve seminare e aspettare la stagione buona e sperare nel raccolto… La gente si convertirà al Vangelo, ma senza spettacoli magici, da un affetto e un amore straordinario dei discepoli che andrà imparato, con il tempo, dentro ad alcuni errori, nella possibilità che qualcuno non creda. Tutto il mondo avrà l’annuncio del Vangelo, ma con la fatica dei missionari, delle mamme e dei papà che insegnano il Vangelo ai loro figli… Non ci sono automatismi per il Vangelo.

Perché questo rifiuto? Perché sarebbe mortale l’annuncio di un Dio che assolve subito ai miei desideri?
Per tanti motivi. Primo, perché i miei desideri possono essere “falsi”, “nocivi”, “mortali”, possono cambiare… ma sopratutto perché la nostra vita ha luogo in un tempo e noi sperimentiamo solo nel tempo (come il lungo tempo della quaresima) che il legame con qualcuno al quale vogliamo bene (che è la cosa più importante) è davvero “consistente” e libero al tempo stesso.
Solo nel tempo si capisce la “responsabilità”. Di più, è il tempo stesso che chiede la responsabilità nella tenuta dei legami, negli anni che passano, nel fatto, magari, che tu ti ritrovi non più giovane e non per questo devi rimpiangere malinconico i tempi passati, ma puoi leggere la gratitudine di una “storia” stupendamente unica.
Ogni automatismo può cambiare le circostanze, ma non può cambiare il cuore di una relazione che si misura nel “peso” della nostra responsabilità lungo un tempo e senza il quale ogni relazione risulta momentanea e sfiorisce nella continua rincorsa di sempre nuovi problemi o di nuove emozioni.

Gesù insegna che serve tempo –serve il lungo tempo di una e poi tante quaresime– per cambiare le pietre in pane. Solo così però si cambia il cuore dell’uomo, in modo da imparare molto altro oltre alla propria necessità di sfamarsi.

Festa della Santa Famiglia di Gesù

Sir 44,25-45,1c.2-5; Sal 111; Ef 5,33-6,4; Mt 2,19-23

Penso che il tema del legame genitore-figlio sia questione attuale e meriterebbe una riflessione approfondita. Per noi cristiani, mi aspetterei una riflessione meno fatta di slogan, meno riferita alle correnti della moderna psicologia e un po’ più coraggiosa. Non nell’ottica di chi difende qualcosa perché si sente minacciato. E se è vero che bisogna anche andare in Egitto (o a Roma) per difendere i propri figli dalle “potenze del mondo”, pure dall’Egitto bisogna poi ritornare. E il Signore sa anche lui, senza illusioni ma con un sano realismo, che da queste “potenze” dovrà tante volte anche nascondersi: a Natzaret, tra la folla quando volevano lapidarlo, nel deserto quando uccidono Giovanni… Non sempre le “potenze” del mondo, che dettano le loro leggi, possono essere affrontate di petto. Le “potenze” sempre fanno e faranno il loro gioco: non sono interessate ai “figli”, né ai “padri”, ma sono preoccupate del loro potere, della loro immagine. Come Erode, esse legiferano solo per questo. Non hanno mai provato ad insegnare in una classe di “figli” senza “padri” o senza “madri”, non sanno cosa sia l’orfanezza, né capiscono il vuoto di genitori o di nonni che vedo “perdersi” i propri figli. Non dobbiamo stupirci di questo, ma tenere a mente i nomi e cognomi dei nostri cuccioli.

Tante cose dovremmo dire su questa “orfanezza”, dove una paternità o maternità riuscita viene fatta dipendere troppo spesso dalla corrispondenza o dal ricambio dell’affetto dei figli, come se il comando dicesse: “sei padre quando tuo figlio ti onorerà”. E invece non è così. E’ anche interessante che questo quinto comando sia l’ultimo dei primi cinque comandi che riguardano la dimensione “verticale dell’uomo” e non quella orizzontale. A suggerire che questa paternità deve alimentarsi da un’altra parte rispetto al rapporto orizzontale con i figli, perché se dipende da esso, non è una vera paternità.
Si potrebbe parlare molto su questo, ma non mi dilungo.

Vorrei invece mettere in luce una buona notizia che è insita nella scoperta cristiana perché Vangelo significa pure “buona notizia”. Se non siamo superficiali capiamo subito che nel rapporto genitore-figlio c’è sempre insediato potenzialmente un conflitto. Proprio perché al tema del figlio è sempre legato il tema dell’eredità (come nella prima lettura, del resto in “patrimonio” c’è la parola “padre”) e il tema della propria identità (nel figlio mi rivedo, il figlio prolunga la mia opera), c’è sempre un potenziale conflitto. E’ quasi impossibile tagliare il proprio cordone ombelicale e diventare adulti senza un conflitto o uno scontro con i genitori. Tutta la letteratura da sempre ne parla: pensate alla figura di Geltrude, a re Lear di Shekpeer, alla lettera di Kafka al proprio padre… Con due derive estreme: o essere in qualche modo vittima dei propri genitori (subirli) oppure essere carnefici (sia pure metaforicamente, magari tagliando totalmente i ponti).
Potremmo dunque pensare che noi siamo per forza destinati a questo, a vivere dentro questa opposizione strutturale, o almeno minacciati da questo.

La cosa che mi stupisce del Vangelo è che Gesù vive la sua identità di figlio in relazione al padre e non in opposizione al padre. C’è un padre che non minaccia più l’identità del figlio e c’è un figlio che non vive la relazione con il padre come un antagonista. E’ una rivoluzione e tocca una paternità che non è “della carne” o il semplice “fare dei figli”.
Questo modo nuovo di essere “Padre” da parte di Dio, che si rivela in Gesù, non come possibile antagonista del figlio o di noi uomini (Nietzsche diceva: “o io o Dio” perché intuiva che per entrambi non c’era posto), può fondare in modo diverso anche il nostro possibile modo di essere “padri” e non semplicemente verso i nostri figli naturali “di carne”.
Detto con un esempio: possiamo vivere il lusso di lasciare andare i nostri figli per le loro terre e dargli la loro parte di eredità (il figliol prodigo) senza sentirci minacciati di essere stati genitori falliti. Possiamo vivere il nostro essere padri senza chiedere a loro di adorarci o di onorare i nostri progetti o di sacrificare qualcosa per noi… E’ su un altro modello che traiamo la nostra paternità. Lo sappiamo perché viviamo il nostro rimanere figli, non schiacciati da un Padre, come Gesù è stato figlio del Padre.
Sono convito che se guardiamo a quella relazione, se sappiamo cosa sia il nostro essere figli, sapremo anche più facilmente essere padri sia per i nostri figli di carne che per molti altri.

III domenica dopo l’Epifania

Nm 13, 1-2. 17-27; Sal 104; 2Cor 9, 7-14; Mt 15, 32-38

Le letture di oggi parlano dell’esperienza di una sovrabbondanza inaspettata. Si tratta di una sovrabbondanza che nasce dalla condivisione di ciò che appare poco, troppo poco rispetto alla domanda dell’uomo. Sette pani e pochi pesciolini appaiono davvero poca cosa per quattromila uomini. Come è possibile che così poco basti davvero per tante persone? E’ tuttavia certamente l’esperienza che ha fatto Matteo nella prima comunità, è lo stesso messaggio delle Beatitudini: come è possibile che poveri, afflitti, umili possano essere beati? Eppure anche Luca aveva fatto questa esperienza quando nel Magnificat scrive: “hai rimandato i ricchi a mani vuote…”.

Si potrebbero dire molte cose su questo tema che sembra un paradosso o qualcosa di miracolistico. Ma se viene letto così, come qualcosa di miracolistico, può essere davvero confuso con la tentazione del Satana nel deserto: “di che questi sassi diventino pane”. Già, due gesti apparentemente simili eppure opposti.

Scelgo due pensieri su questo tema.
Il primo pensiero mi viene dalla mia esperienza personale. Penso infatti che questa “sovrabbondanza di un poco” sia anzitutto un’esperienza che si può fare a patto che ci si fidi del Vangelo. Se penso alla mia vita non posso non riconoscere che questo mi è dato: la povertà che un prete sceglie di vivere (se la sceglie) cosa è in fondo? è il fatto che non hai casa “tua”, non hai una famiglia “tua”, non hai dei figli “tuoi”. Non rinunci alla casa ma rinunci in qualche modo al possessivo “mio”. Perché farlo? Lo si può fare non perché si è dei matti ma perché si conosce l’affidabilità del Signore (a dispetto della inaffidabilità degli uomini). Se esiste questa fiducia il poco diventa molto: una casa l’avrai sempre, avrai mille inviti a cena e “se hai lasciato padre, madre e fratelli” ne avrai centro in cambio. A patto però che ti sia fidato davvero. Intendo dire: dentro il contesto reale di una comunità si può imparare a fidarsi del Signore e dei fratelli (ma più del Signore mi viene da dire) che non ci farà mancare mai nulla. Ma è necessario vivere di una “cassa comune”, è necessario lasciare i “sette pani” e pochi pesciolini che si hanno. Se continui a trattenerli pensando che siano “chissà quanto” li farai marcire di sicuro (come la manna). Intendo dire: se uno continua a vivere da borghese e non molla la presa su nulla, non compie mai un passo di reale fiducia e comunione, quello che gli resta tra mani sarà sempre una povera vita.

Il secondo pensiero lo traggo da un libro molto interessante: Rahnema, “Quando la povertà diventa miseria” (il titolo originale sarebbe “Quando la miseria scaccia la povertà”). Rahnema è un iraniano vissuto poverissimo nel suo paese, poi è riuscito a studiare, è diventato ministro negli anni sessanta in Iran e poi a collaborato con l’ONU per diversi progetti nei paesi in via di sviluppo.
E’ davvero interessante questo libro perché scalza l’ideologia che ci fa credere che noi sappiamo bene cosa sia il tanto e il poco, cosa sia la povertà e la ricchezza, come fossero soltanto questioni di “quantità”. Rahnema dice che povertà e ricchezza, tanto e poco, non sono solo concetti quantitativi. Semplificando: la povertà non è la miseria, pur essendo entrambe esperienze dove manca qualcosa. Dice Rahnema: si può avere molto ma essere poveri, nel senso di miseri, perché insaziabili divoratori di cose, si può avere poco ed essere poveri, non nel senso di miseri, perché pieni di dignità nella propria indigenza.
Scrive ad esempio che ha conosciuto diversi tipi di povertà: «Quella scelta da mia madre e da mio nonno sufi, alla stregua dei grandi poveri del misticismo persiano; quella di certi poveri del quartiere in cui ho passato i primi dodici anni della mia vita; quella delle donne e degli uomini in un mondo in via di modernizzazione, con un reddito insufficiente per seguire la corsa ai bisogni creati dalla società; quella legate alle insopportabili privazioni subite da una moltitudine di esseri umani ridotti a forme di miseria umilianti; quella rappresentata dalla miseria morale delle classi possidenti e di alcuni ambienti sociali in cui mi sono imbattuto nel corso della mia carriera». Tutte povertà, non tutte ugualmente esperienze disumane.
Il libro racconta anche come siano falliti molti progetti che pensavano di combattere la povertà e invece l’hanno trasformata in miseria perché hanno tolto la cultura di una condivisione che rendeva le persone capaci di umanità piena.

Dovremmo meditare tutto questo perché spesso banalizziamo pensando che “la povertà è la povertà” e “o arriva un miracolo” o uno resta povero. Invece, sette pani possono essere povertà dignitosa offerta a molti o posso diventare miseria assoluta. Non è solo la quantità che fa il miracolo.

Battesimo del Signore

Is 55, 4-7; Sal 28; Ef 2,13-22; Lc 3,15-16. 21-22

Faccio due considerazioni. La prima riguarda un certo modo che abbiamo di pensare. Siamo stati abituati a pensare che ciò che è universale, ciò che vale per tutti e che unisce tutti gli uomini, non può che essere qualcosa di astratto e non qualcosa di storico che ha per noi meno valore. Molti ragazzi hanno assorbito questo pensiero, che deriva da una certa ideologia nata con l’illuminismo, e dicono: io non credo a Gesù Cristo come Dio, non credo in nella centralità di una storia e di un uomo, ma credo ai valori cristiani. Perché? Perché i valori (l’amore, la pace, il rispetto) sono considerate realtà davvero universali e trasversali, possono unire la vita della nonna con quella de ragazzo, mentre una storia è necessariamente particolare, è limitata. Una storia è singolare e dipende dal contesto. Credere a Gesù come il Cristo significa dare troppo peso a un certo contesto limitato, mentre i valori astratti sono sentito come universali.

Non è forse qui la nostra fatica a credere in Cristo? Dio, che ci hanno abituato a pensare come entità astratta e universale per eccellenza, non può coincidere con una storia di un uomo concreto, può invece significare come un valore. Per molti è così e anche l’eucaristia o il battesimo perdono il loro significato “memoriale” per acquistare un significato “valoriale”. Non si ricorda una storia, un volto, un uomo (cose troppo particolari) si cercano delle belle parole che trasmettano valori universali.
Tuttavia questo pensiero (che l’universale siano i valori astratti) è in realtà assolutamente falso. Anzitutto, di un Dio così astratto e universale non sappiamo cosa farcene. Dio, dice Gesù, è il Dio di una storia: è il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e non il Dio dei valori (o “dei filosofi” per dirla con Pascal). In secondo luogo i valori astratti non esistono, sono puri nomi privi di significato e non è questo il modo di incontrare una verità.
Ciascuno di noi non sa nulla dell’amore o della pace fin tanto che non incontra quella ragazza o quel ragazzo concreto con il quale inizia una storia ecc. Non ci si innamora dell’amore, ma di una persona con un nome e un volto. Non esiste il Dio astratto: esiste quel Dio che ho pregato e incontrato e del quale quelle persone mi hanno parlato, con il loro volto e la loro testimonianza. Non esiste “la paternità” fintanto che non hai quel figlio che ha un nome e ti fa tanto patire…
Detto in altri termini: ciò che ci unisce universalmente (ciò che ci lega persino alla nonna) non è un valore astratto, ma il fatto che cogliamo una comune destinazione, una comune promessa che attraversa la singolarità di ogni esperienza, senza tuttavia eliminare l’esperienza stessa: perché per un marito innamorato non c’è l’amore senza il nome proprio della sua donna o dei suoi figli. E non li sostituirebbe con nulla.

Se capiamo questo, capiamo la farsa che pretende di rendere universali idee astratte che sono in realtà parole vuote e inutili. Mentre il cristianesimo è tutto incarnato al punto che crediamo che in paradiso ritroviamo non l’amore, ma proprio il figlio e il padre o la madre amati. Ritroviamo Gesù e Pietro e Paolo e Giovanni… non dei valori, ma proprio loro!

Il secondo pensiero riguarda l’essere figli. Nell’esperienza del Battesimo si rivela l’essere figlio di Gesù che dipende da una relazione particolare e unica con il Padre, relazione definita qui “amatissima”, si capirà poi come “incondizionatamente amato”. Nel portale di San Zeno il battesimo di Cristo è legato al perdono incondizionato di Gesù alla donna adultera che tutti volevano condannare.
Mi sembra interessante questo punto: la percezione del nostro essere figli dipende dalla percezione di un amore incondizionato, dall’esperienza di una incondizionatezza. Non sei figlio se sei bravo, se giochi bene a calcio, se fai bene ingegneria e trovi lavoro… No, sei figlio in ogni caso, senza me e senza se.
Noi oggi abbiamo molti ragazzi che esprimono il disagio di non avere dei veri padri. Ci sono oggi molti giovani che si sentono orfani nel profondo. Non perché non abbiano dei genitori fisici né perché i loro genitori non gli vogliano bene. Ma perché non hanno mai fatto una vera esperienza di incondizionatezza. Cosa intendo? Che a parole molti genitori dicono: ti amo comunque. Ma in realtà fanno dipendere la loro felicità, il loro stare bene, dalla realizzazione del figlio, dalla performace che gli chiedono. Se fanno il liceo classico li vedi con il sorriso, se fanno i parrucchieri iniziano a chiedersi “dove ho sbagliato?”. Perché questi genitori dipendono dai risultati del figlio, vivono legati al loro successo e crollano con i loro primi insuccessi. E un figlio non vede un adulto incondizionatamente solido e amante. Avete in mente la scena di alcuni genitori a bordo campo a vedere la partita di calcio del figlio? Bene, ucciderebbero l’arbitro o l’allenatore perché “non l’ha fatto giocare abbastanza”. Un figlio così con quale stress da performance crescerà? Quale esperienza di amore incondizionato potrà solidamente avere di fronte? Al contrario penserà che la felicità dei genitori dipende da lui. E così resterà orfano e cercherà altrove un’esperienza concreta di quella paternità mancata.