Ascensione del Signore

At 1,6-13a; Sal 46; Ef 4,7-13; Lc 24,36b-53

La prima questione che pone l’ascensione è che il Signore non si è lasciato trattenere a lungo. Se fosse capitato a me di essere stato tra i dodici, di poter rivedere qualcuno non più sotto il potere della morte, di poter stare di nuovo con il Signore che amavo, avrei voluto che quel momento durasse per sempre, avrei voluto trattenerlo il più possibile. Dai vangeli appare chiaro che ai discepoli invece basta quell’incontro, basta sapere che quell’uomo non è sotto la morte. Non si intrattengono a lungo e di nuovo lui se ne va.

Accade anche a me che vorrei possedere e afferrare ciò che reputo essere il mio bene. Eppure, se non lo lascio andare, se non lo lascio libero, accade spesso che lo soffoco e così lo perdo. Se invece permetto che se ne vada, mi rimane interiormente come bene indistruttibile. E’ così con i figli: più si trattengono, più non si permette il rischio della loro partenza, più li soffochiamo. E’ così anche con le persone che amiamo, già i Greci se ne erano accorti: quanto pretendiamo di conoscere tutto o di sapere tutto di qualcuno, senza custodire alcuna distanza, alcun “mistero”, accade che al tempo stesso perdiamo l’amore. L’amore è desiderio –dicevano– e il desiderio è una povertà, è una mancanza. Se possiedi tutto, se sai tutto, allora non desideri più nulla dell’altro e quindi smetti anche di amare. Al più amerai te stesso, in quanto cercherai di trasformare i pensieri dell’altro noi tuoi.
Noi oggi costruiamo relazioni dove siamo sempre “virtualmente presenti”. Pure lontani ci scambiamo il saluto del buongiorno o di buonanotte, messaggiamo tra noi per ogni questione… tutto questo ci fa credere che siamo sempre vicini agli altri, mai soli, mai desideranti, mai “senza” qualcuno. Questo è una delle grandi malattie del nostro tempo: fatichiamo a custodire delle distanze sane, ci aggrediamo (anche verbalmente) l’un l’altro molto facilmente. Non accettiamo facilmente di rischiare di perdere il “bene”.

Questo forse accade perché è davvero difficile fidarsi. Credere che ciò che non possiamo possedere, ciò che dobbiamo lasciare, non sia per questo perduto. In fondo i discepoli lo permettono perché hanno fatto questa esperienza: sanno che il Signore va via, ma lo rincontreranno, non è perduto per sempre. Solo lasciandolo andare lo ritroveranno. Forse, Gesù stesso ha permesso di “consegnare” la propria vita perché non aveva paura di perderla, ma sapeva gli sarebbe stata restituita dal Padre. Per questo la fede è superiore ad ogni possesso. Per questo chiede che molliamo la presa sugli altri e sul Signore stesso.

Un’ultima osservazione. Ogni volta che il Signore compare invita i discepoli a capire che “così doveva accadere”. Ogni volta che incontriamo il Signore ci si riappacifica con un pezzo della nostra storia, o delle prove che abbiamo affrontato, perché forse capiamo che “così doveva accadere”… Non è il “così” di un fato cieco o la rassegnazione di chi si sente sconfitto, ma di chi coglie il senso, la logica che lo porta non più a vedere la sofferenza e la morte ma la vittoria su di essa. Gli esempi possono essere molti e personali. A volte occorrono anni perché ciò che ci appariva soltanto una sconfitta possa mostrare qualche segno di resurrezione. Altre volte, dobbiamo proprio aspettare che ci sia qualcuno che riesca a spiegarci perché “bisogna che si compiano tutte le cose…”

VI domenica di Pasqua

At 4,8-14; Sal 117; 1Cor 2,12-16; Gv 14,25-29

Vorrei partire dal tema della paura che mi pare contenuto in questo Vangelo. Anche se viviamo in una società che non ci fa mancare nulla per la nostra sussistenza, nel senso che non dobbiamo lottare per la sopravvivenza come accade nei paesi del terzo mondo, tuttavia, non per questo, viviamo privi di paure o di ansie. Al contrario, l’ansia e la paura sono qualcosa che sentiamo molto forte. La paura della scuola, la paura di perdere il lavoro, la paura per il futuro dei figli, per una ragazza, per il futuro di un matrimonio, per la riuscita di qualcosa… Sembrerebbe che non riusciamo a liberarcene mai, neanche per noi uomini di fede.

Cosa significa allora questo “dono della pace”, “dello Spirito del Signore”?
Io non penso che “credere” significhi non sentire più ansie o paure. Non penso sia vero, come afferma qualcuno, che “si crede per non avere paura”. Se la pace che riceviamo è la “pace del Signore” e non la “pace del mondo” dobbiamo guardare alla vita di Gesù. Gesù ha più volte sentito e patito per gli altri e si è persino arrabbiato. La fede non produce un volto irenico che non ci fa sentire cosa accade nel mondo. Al contrario: c’è della rabbia nella speranza cristiana. Proprio perché sento il male e il dolore di un altro, allora mi arrabbio. Questo l’ha fatto Gesù. Mentre la pace come semplice assenza di rabbia o di problemi, sarebbe la noia. In fondo, la pace che promette il mondo è quella che oggi chiamiamo “sicurezza”. La “sicurezza” è la falsa promessa che per proteggerti ti isola e ti allontana dagli altri.

In questo senso –osservava il sociologo Zygmunt Bauman– è interessante come oggi si parli di “rischi” e non più di “pericoli”. I “pericoli” si differenziano dai “rischi” perché possono essere localizzati, fronteggiati o almeno contrastati, sono esterni alle relazioni dell’uomo. I “rischi” invece invadono tutto, sono un tratto caratteristico di ogni azione e relazione, non li si possono sconfiggere mai del tutto.
Se il “rischio” contamina in modo imprescindibile ogni relazione, a differenza del “pericolo” che può essere visto e combattuto in sé, l’unica strada per non sentire il “rischio” è allora di isolarsi, di non giocarsi, di non coinvolgersi… “La pace del mondo”, ovvero la sicurezza, non è combattere dei pericoli, ma prevenire dei rischi isolandosi.

Invece, cosa osservo se guardo quello che sta accadendo in questo vangelo? C’è un uomo che sta per morire di morte violenta, negli anni ha radunato attorno a se un gruppo di discepoli che l’hanno seguito, ma che sembra non comprendere quasi nulla. Per questo uomo, il fallimento umano rispetto a ciò che in quel momento della storia si può vedere sembra totale: non solo per la morte di Gesù ma sopratutto per l’incomprensione dei discepoli. Eppure, questo uomo sa che ciò che non può vedere non è semplicemente inesistente. Crede ci sia altro (oltre e dopo) a custodire il buono della storia che ha passato con loro. In altri termini, crede che i “pericoli” che conosce non siano più importanti delle relazioni che ha vissuto. Verrebbe da chiedersi: se in tre anni questi discepoli non ti hanno capito, cosa puoi credere che accada ancora?
Del resto, chi di noi, quando guarda un figlio adolescente ormai perso riesce a pensare che c’è altro che lui non sa nella storia di quel figlio? Che non è andato perduto il bene che abbiamo fatto per loro?

La pace del Signore è ciò che permette di non ridurre gli altri a quello che io vedo di loro. Patire per loro e con loro, ma senza avvicinarli troppo, senza ridurli a “ciò che vorrei io”, all’opera delle mie mani. Se riduco la mia vita alla realizzazione dei miei ideali, se riduco gli altri a quello che vorrei che loro fossero –in altri termini se non credo in un terzo protagonista della storia, in uno Spirito– la paura si trasforma in rabbia distruttiva o in catene paralizzanti, in vuoto depressivo. Mi paralizzo quando ho paura del giudizio su di me, ho paura del mio fallimento, del non essere riuscito a far combaciare i miei sogni con la realtà. Mi sento definitivamente condannato perché non vedo altro. Non credo più nella lotta tra l’uomo “spirituale” e l’uomo “carnale”, perché vedo solo la sconfitta.

Mi ha sempre colpito la testimonianza del killer di don Pino Puglisi, Salvatore Grigoli. Racconta che quando gli rubarono il borsello sotto la porta di casa, dicendo, “padre, questa è una rapina”, lui rispose sorridendo: “me l’aspettavo”. Chi può sorridere davanti ai propri sicari? Non certo uno che non ha patito per gli altri o non si è dato da fare per loro. Penso un uomo che –come Gesù– sa vedere oltre l’apparente fallimento della sua morte e del dramma di non vedere realizzato il proprio ideale. Così, dopo la morte di don Pino e dopo dopo 46 omicidi per conto della mafia, Salvatore Grigoli si costituì allo Stato, proprio per quel sorriso .

V domenica di Pasqua

At 10,1-5.24.34-36.44-48a; Sal 65; Fil 2,12-16; Gv 14,21-24

Il messaggio che propone questo vangelo, come anche la prima lettura, è sintetizzabile in una espressione: “Dio non esclude nessuno”. Se ne rende conto Pietro, nel corso della sua storia e afferma: “mi accorgo che Dio non fa differenza di persona ma chiunque pratichi la giustizia…”. E’ lo stesso pensiero che porterà Paolo a dire: “non c’è più Greco o Giudeo, schiavo o libero, uomo o donna…”.
Anche Gesù nel vangelo sembra dirlo esplicitamente. A Giuda che si domandava il perché di una elezione particolare dei dodici risponde dicendo: chiunque mi ama e osserva la mia parola verrà amato dal Padre. Semplice. .
Molti anni dopo anche San Tommaso dirà: “Homini facienti quod in se est deus non denegat gratiam”, Dio non nega la sua grazia a chiunque compia ciò che si deve.

Penso che non dobbiamo banalizzare la scoperta cristiana che “Dio non esclude nessuno”. Anzitutto significa che possiamo riconoscere la sua grazia ben oltre i nostri confini o le nostre esclusioni. Possiamo riconoscere qualcosa della grazia di Cristo pure nel mussulmano che inizia con fede il suo ramadam. Possiamo vedere la stessa grazia di Cristo nel gesto di carità del nipote che non va più a messa da anni ma non si rifiuta di andare al ricovero a trovare sua nonna. Noi sappiamo riconoscerla, sappiamo la sua sorgente, la sua verità, sappiamo che è la grazia o la manifestazione di Cristo, ma la vediamo operare anche dove non si conosce, dove la gente non la sa legata alla verità di Dio.

C’è poi un secondo aspetto per cui possiamo non banalizzare il fatto che “Dio non esclude nessuno”. Che ci accorgiamo di vivere in un mondo sempre più evoluto, sempre più scristianizzato ma che allo stesso tempo ha sempre più bisogno di “escludere molti”. Dietro agli ideali della crescita, del progresso, dell’eccellenza, io vedo molta gente che viene esclusa dal sistema o che non ce la fa.
Il tasso di abbandono scolastico alle superiori è in crescita, ormai il 17%. La forbice tra chi ce la fa e chi rimane indietro, tra chi lavora tantissimo e chi un lavoro non lo trova, tra chi è molto ricco e chi è molto povero… è sempre in aumento. In america il dieci percento della popolazione detiene ormai il novanta percento del patrimonio.
Un amico che vive a Londra mi spiegava che le scuole pubbliche per creare scuole di elite, che escludano chi non ce la fa lasciandolo, hanno introdotto un criterio geografico di residenza: se non risiedi in quel quartiere non puoi accedervi. Con la conseguenza che chi è ricco e abita in quartieri costosi, avrà solo compagni come lui e la scuola migliore sarà solo per lui. E’ l’ideale dell’eccellenza: a parole si dice che siamo tutti uguali, ma nella realtà, se sei laureato… Lo si dice implicitamente ai figli dopo la terza media: “scegli quello che vuoi”, ma sotto sotto sappiamo che se farà economia in Bocconi saremo più contenti…

Detto in altri termini, da quando le questioni economiche sono diventate il cardine della società, “tutti siamo uguali” è scritto solo sulla carta, perché nella realtà tutto è stato costruito perché “si possano escludano molti”. Cosa fare? Io non penso che il sistema o la società si possano aggiustare. Non sono un utopista. Forse sempre nella storia, in forme e modi diversi, “si sono esclusi molti”. Forse davvero solo “Dio non esclude nessuno”. Però, posso imparare a chiamare le cose con il loro nome (ingiustizia) e posso riconoscere tutta la fatica che faccio a vedere gli altri senza “escludere nessuno”, riconoscendo in ciascuno un segno della grazia Cristo per me. Posso almeno sapere di questa alternativa e sapere che essa non si basa su nuove riforme economiche o governi più giusti o teorie diverse sull’occupazione… si basa sul cuore dell’uomo che deve seguire Cristo. Forse tutto ciò avviene con il tempo, come è accaduto anche a Pietro che dice: “sto rendendomi conto…”, come per dire “in tutti questi anni sto pian piano capendo, sto imparando anche io”.

IV domenica di Pasqua

At 6,1-7; Sal 134; Rm 10, 11-15; Gv 10, 11-18

Leggendo per intero il Vangelo si capisce che Gesù deve aver vissuto realmente le relazioni con i discepoli come il buon pastore che descrive. Forse non è stato l’unico uomo nella storia a vivere esponendo la propria vita, rischiando l’incolumità anche fisica per il bene delle persone che ama. Ma Gesù è esistito e ha vissuto così: disposto a mettere in pericolo la vita o la reputazione per qualcuno.
Mi fa riflettere che oggi si parli così tanto di sicurezza in tantissimi settori della vita: sul lavoro siamo oberati da “norme sulla sicurezza”. Nella società civile non si fa che chiedere più sicurezza rispetto per esempio al rischio attentati. Persino all’interno della famiglia si verrebbe più sicurezza, o –come diciamo– più “serenità”. Il rischio e il pericolo sono vissuti con grande ansia. Ma è possibile amare e vivere, legarsi a qualcuno, senza il rischio che si assume il pastore per le pecore? E’ possibile la felicità senza aver trovato qualcuno per cui valga la pena rischiare?

L’immagine del pastore buono e la vita di Gesù mi ricordano che se si vuole bene non si può stare tranquilli, non si può essere sicuri, ma al contrario è necessario rischiare. Non c’è voler bene senza un certo rischio personale, senza una personale esposizione. Chi fugge, chi scappa e si mette in salvo avrà la propria personale sicurezza, ma non protegge nessuno, non aiuta nessuno, “non gli importa di nessuno”. In qualche modo se ami devi assumerti un rischio: il rischio che l’altro ti rifiuti, che faccia di testa sua… il rischio del fallimento. La sicurezza si ottiene soltanto stando da soli.

Gesù espone la propria vita come il buon pastore. Viene da chiederci: dov’è oggi Gesù Cristo? Dove sono oggi i buoni pastori? Ha forse delegato questo compito alla Chiesa? E’ difficile rispondere a questa domanda. Io ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere personalmente persone che sono state state come Gesù: pastori buoni. Tuttavia ho incontrato, anche all’interno della Chiesa tanti “mercenari”. E ora, mi accorgo e vedo anche in me steso che si può essere al tempo stesso “pastori” e “mercenari”. E’ uno scandalo difficile da capire e da credere: non si è solo “o pastori” “o mercenari”, ma si può essere entrambi. L’unica cosa che posso aggiungere su questo è che –per me– l’essere pastori buoni rivela qualcosa di Gesù, mi parla di Cristo dove posso vederlo.

Dunque, ci si può chiedere dove sono oggi i pastori buoni, magari nella Chiesa. Ma ci si dovrà anche chiedere dov’è il gregge. L’immagine di un gregge è adatta a descrivere la società nella quale viviamo? Un mondo, il nostro molto evoluto e ricco, dove ognuno vive per sé, per la sua famiglia, per i suoi amici, per realizzare l’ideale della sua “indipendenza”? Per trovare un pastore come Gesù è necessario anche fare esperienza di una dipendenza reciproca. A volte ho impressione che manchi il gregge, manchi il legame, manchi l’aver sperimentato una dipendenza, una socializzazione profonda. Ognuno vive per sé stesso. Un documentario sulla vita in Svezia (“La teoria svedese dell’amore”) racconta di come, ormai in questo evoluto paese del primo mondo, la metà degli svedesi viva da solo e di come uno su quattro addirittura muoia da solo, ovvero muoia senza mancare a nessuno, senza che più nessuno si accorga di lui. Si ha tutto, ci si realizza, si vive sicuri, ma manca un legame o un legame che tenga nella storia delle nostre vite.

Alla fine del documentario, una intervista a Baumann mi pare affermi cose molto vicine a quel coraggio del “buon Pastore” che vediamo in Gesù: «Felicità non significa una vita priva di problemi. Una vita felice si ottiene superando le difficoltà, fronteggiando i problemi, risolvendoli. La via dell’indipendenza non porta alla felicità, ma a una vita vuota, all’insignificanza della vita e a una noia assoluta e inimmaginabile

III domenica di Pasqua

At 19,1b-7; Sal 106; Eb 9,11-15; Gv 1,29-34

Vorrei sottolineare solo un aspetto di questo vangelo che trovo ricorrente anche nella mia vita: Giovanni vede la propria salvezza indicando qualcuno da seguire. Non indica sé stesso, non indica un modello di vita né confida nella forza di volontà dei singoli che possano sistemare i propri errori. La salvezza è qualcuno che si incontra fuori da sé. Non ci si salva facendo bene, ma riconoscendo qualcuno che ci sta davanti, che è fuori da noi. Come il dito di Grunewald nella pala di Colmar: punta non verso sé stessi, ma punta a un uomo che ti sta di fronte (e che muore).

Accade spesso così nella mia vita: quando penso a sistemarla, in realtà, si incasina ancora di più! Più rifletto su di me, più può accadere di vedere ben poche cose di buono. Si può diventare tristi quando il dito punta su noi stessi. Di recente, mi è capitato che il peso di tante circostanze si facesse sentire. Poi (per dirne una) una mattina, bussa alla porta della classe un mio ex studente, un ragazzo senza padre e madre, senza famiglia, che ha girato le comunità ed ora, perché ha compiuto diciott’anni, è in strada… Passi un pomeriggio con lui, lo porti da una famiglia che lo ospita, ritorni a casa alla sera e pensi: 1) che ci sono famiglie che sono angeli (semplicemente) 2) che non ti importa nulla di tutto ciò che ti manca o di ciò che hai sbagliato o fatto giusto. Tutto l’importante della giornata è lì. Basta.
Ecco il dito puntato verso il “fuori da te“! Ecco il battesimo dello Spirito, cioè l’inizio di ciò che lo Spirito suscita dentro la storia di ciascuno. Esso soffia e va dove vuole, non sono incontri che sai o prevedi. Lo “Spirito” non sai da dove vanga o dove vada, dice Gesù a Nicodemo.

Mi viene in mente la teoria delle percentuali di un mio caro amico. Una volta, mi dice: “penso che la vita sia fatta di queste percentuali (più o meno): un venticinque percento è il tuo lavoro, un altro venticinque percento la tua ragazza o moglie, un altro venticinque la famiglia o gli amici o i figli, un altro venticinque magri gli interessi personali.” Beh, ovviamente le percentuali e i pesi possono cambiare, ma più o meno questo –dice– fa la vita. Ci ho pensato tanto a questa teoria, il punto è che le percentuali per me non tornano. Non conosco una vita che abbia tutte le percentuali perfette o “a posto”. Dunque, sarebbe una vita condannata. Ma, a ben pensarci, questo è un dito puntato solo verso noi stessi, a cercare la salvezza dentro gli equilibri della nostra esistenza, come uno che deve bilanciare degli ingredienti. Forse è una vita che ha paura di chi possa venire a scombussolare il tutto, del “battesimo dello Spirito” che improvvisamente ti fa fare spazio per quel ragazzo che azzera le tue percentuali… Dice Giovanni: la salvezza passa attraverso quelle persone che hanno scombussolato la tua vita, ovvero ti hanno fatto capire quanto poco importi realizzare te stesso… e che lo Spirito ti ha fatto incontrare senza che lo prevedessi.
Dobbiamo smettere di guardare a noi stessi, come fossimo allo specchio, analizzando lo schema dei nostri equilibri. E’ un conto che non tornerà mai! Come dice Gaber in una famosa canzone: sarebbe come risolvere un’equazione algebrica dove nei vari passaggi si commette magari un piccolo errorino, una cosa minuscola di distrazione, ma poi “ce lo portiamo dietro” e in essa vediamo uscire numeri tremendi e sgraziati…

La vita non è questa equazione che si vorrebbe perfetta. La salvezza non è fare le mosse giuste o i calcoli esatti. La salvezza è fuori da noi, spesso proprio ora e davanti ai nostri occhi, nelle vite che ci sono affianco o che bussano. Nella vita di Cristo che incontriamo certamente in tutti quei poveri che lo Spirito ci permette di incontrare.

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G. Gaber, L’Equazione (prosa) – 1995/1996

E quando fuori dalla tua finestra il cielo si fa più grigio.
E quando dentro ai tuoi pensieri si insinua un senso di amarezza.
E quando avverti una crescente mancanza di energia.
E quando ti senti profondamente solo… ecco, quello è il giorno dell’appuntamento con il bilancio della tua vita. Generalmente non é un bel giorno… e non tanto perché il cielo si fa un po’ più grigio… quanto perché tu, ti fai un po’ più schifo.
Dunque: il lavoro, bè il lavoro non manca. Voglio dire, c’é anche chi ce l’ha. Ma in genere non gode. L’impegno sociale morale civile, mi viene da ridere. La salute finché uno ce l’ha non ci pensa. Non resta che l’amore, la sfera degli affetti dei sentimenti. Che forse dentro, é la cosa che conta di più. E poi quella almeno, ce la scegliamo da noi. Un disastro!
Ma se si fallisce sempre, ci sarà una ragione. Dov’è che si sbaglia? Eh? Colpa mia… colpa tua… no, io a quelle cose lì non ci credo. L’errore dev’essere prima. Non una cosa recente. Probabilmente da bambino, un errore che ha influenzato tutta la nostra vita affettiva. Chi lo sa? Forse, il famoso Edipo. Forse, mamma ce n’é una sola. Anche troppa. Oppure nonni, zii fratelli, insomma figure, fotografie dell’infanzia che rimangono dentro di noi per tutta la vita.
Sì, un errore innocente impercettibile, che poi col tempo si è ripetuto moltiplicato ingigantito, fino a diventare gravissimo, irreparabile.
Già, ma perché l’errore si ingigantisce? Dev’essere un po’ come quando a scuola, facevamo le equazioni algebriche. Cioè, tu fai uno sbaglietto una svista, un più o un meno, chi lo sa… E’ che poi te lo porti dietro, e nella riga sotto cominci già a vedere degli strani numeri. E dici, va bè tanto poi si semplifica. E poi numeri sempre più brutti più grossi, sgraziati anche. Addirittura enormi, incontenibili, schifosi.
E alla fine: X =  472.827.324 / √87.225.035 + C
E ora prova un po’ a semplificare.
Non c’è niente da fare. La matematica deve avere una sua estetica: X = 2. Bello, la semplicità.
Forse, per fare bene un’equazione é sufficiente avere delle buone basi. Ma per fare una storia d’amore vera e duratura, è necessario essere capaci di scrostare quella vernice indelebile, con cui abbiamo dipinto i nostri sentimenti.

Pasqua del Signore

Oscar Wilde diceva che è più facile simpatizzare con il dolore di un amico che rallegrarsi delle sue gioie. Forse è anche per questo che è difficile parlare della resurrezione di Gesù e più facile della sua morte nella quale possiamo ritrovarci. Andò così anche a Paolo quando parò all’areopago: lo ascoltarono proprio fino a quando non parlò di risurrezione, allora dissero: “su questo ti ascolteremo un’altra volta” per congedarlo gentilmente.

Vorrei allora ricordare con onestà, senza retorica o bluff, perché io sono qui e credo nella risurrezione di Gesù.
Onestamente devo dire che ho creduto a qualcuno che me l’ha detto. Da quando sono bambino qualcuno me lo dice. C’è una moltitudine enorme di persone che prima di me hanno creduto in quello che ora credo anche io. Questo non basta, ma è il primo fatto dal quale partire: qualcuno prima di me ci crede. E’ vero che si potrebbe farlo per interesse o solo per tradizione o semplicemente ci si potrebbe essere sbagliati. Però questo non posso dirlo di tutti così facilmente. Sopratutto fatico a dirlo dove conosco bene chi me ne parla, oppure dove non vedo un movente vero per mentire su una cosa così grande.
In altri termini, non sono mai riuscito a credere che tutto sia nato dall’inganno, che questo racconto sia nato come una menzogna. Sopratutto negli anni del liceo, molti compagni mi hanno insinuato questo sospetto e allora ricordo che fu importante andare a fondo e leggere diverse storie del cristianesimo… ma non sono mai riuscito a trovare un convincente motivo che mi dicesse che questi testi dicono una cosa che deve essere stata inventata. Ovviamente esistano molti racconti di miracoli o stranezze alle quali io non credo, ma se li confrontate con il Vangelo capite subito da voi stessi che è tutto diverso.
Mi ha anche sempre stupito che questa fede ha accomunato persone diversissime: una ragazzina semi analfabeta di un paesino rurale della francia come uno scienziato al pari di Einstein. Perché doveva mentire gente così diversa? Dunque, il primo motivo per cui credo è che credo nelle persone che me l’hanno testimoniato.

Il secondo motivo l’ho invece capito io stesso nel tempo. Ho capito che dopo la morte di Gesù non si può continuare a credere nella sua importanza e nel suo messaggio senza di Lui. Senza di Lui, questo rabbino del primo secolo che non lasciò nulla di scritto sarebbe stato dimenticato come tanti altri uomini del suo tempo. Senza di Lui, io stesso non potrei continuare a dare credito ai suoi discorsi, alle sue preghiere, al suo modo di parlare di Dio, alla sua novità. Senza di Lui, oggi non si parlerebbe davvero più di Gesù e io mi sarei già stufato di parlare di religione. Quale testo del resto viene letto e riletto così tante volte e non si logora, non si consuma, ma appare per tanti (e per me) ancora capace di parlare al cuore. Senza di Lui, la fine di tutto sarebbe stato il naturale corso alla vicenda. Invece, coloro che l’avevano amato continuarono ad amarlo e dopo duemila anni anche noi continuiamo a farlo… davvero potrebbe essere accaduto tutto senza di Lui?
Lo aveva capito anche un ebreo di nome Gamaliele quando imprigionarono questi primi testimoni: “se questo è un progetto o un’impresa messa su dagli uomini, sarà distrutta; ma se viene da Dio, non potrete annientarli”. Ecco, io so che questo è un fatto.
Forse c’è anche dell’altro per il quale io credo, ma non vorrei dirlo stasera.

Però è difficile credere. Forse anche perché aveva ragione Oscar Wilde: è più facile piangere che rallegrarsi. Per farlo occorre dare credito al desiderio più grande che abbiamo, un desiderio che ci sembra così bello da non poterlo sperare come vero: di poter abbracciare per sempre chi amiamo. E’ forse la cosa che più ci importa profondamente perché pone fine all’apparente non senso di una vita destinata soltanto alla morte.

Messa in Coena Domini

Quest’anno ho il privilegio di non dover predicare e di poter vivere la celebrazione in silenzio come voi. Ogni anno arrivo a questa S. Messa in modo diverso e, anche se il rito è sempre uguale, so che tante cose sono cambiate dall’anno precedente.
Ho sempre temuto che l’eucaristia diventasse nella mia vita una routine, come forse un marito può temere che vedere sua moglie diventi solo abitudine. Posso dire che ad oggi il Signore mi ha risparmiato da questo rischio. Senza alcuno sforzo, questa Pasqua mi pare nuova. Nuovo è tutto quello che è accaduto in questo anno, tutti i passi fatti o non fatti, le preoccupazioni e le gioie che si sono aggiunte, insieme a un buon numero di capelli bianchi che sono spuntati. Non penso ai miei passi o alle novità della mia vita (che per la verità sono ben poche!), ma a tutte quelle che ho condiviso: chi si sposa, chi si è lasciato, chi ha trovato la morosa, chi ha iniziato una università nuova, chi è all’estero, chi è stato in ansia, chi ha trovato lavoro, chi ha perso la fede, chi è in crisi… Sono queste tutte le cose che rendono ogni anno il mio essere prete diverso e questa celebrazione vera. Dentro questa storia, non posso non percepire la preoccupazione del Signore di questa notte: non per la sua vita, ma per quella delle persone che gli sono state affidate. Cosa accadrà a Giuda? cosa a Pietro?… Ma, insieme alla preoccupazione, c’è al tempo stesso un infinito senso di espropriazione delle relazioni da parte di Gesù che rivolgendosi al Padre dice: “li hai dati a me, ora però sono tuoi”. Questa espropriazione fa di Gesù non il mercenario, ma il pastore. E’ una grazia poter arrivare qui questa sera con una storia, con tante storie di persone alle quali si è voluto bene e dire al Signore: “ora però sono tuoi!”.

La seconda cosa è che questa sera, in questa S. Messa, percepisco il senso dell’ora. L’ora di Gesù è il momento decisivo, il tempo dove si arriva al dunque, il tempo dove si fa verità di quello che è accaduto. Lo si percepisce se si pensa che è l’ultima cena. L’ultimo non è solo la fine di una serie, ma il punto prospettico privilegiato dal quale poter vedere bene il tutto. Per questo gli anziani venivano rispettati o considerati “saggi”, perché più vicini a quella fine dalla quale si possono vedere le verità che all’inizio non si era in grado di percepire.
Questa sera penso interiormente a quelle domande alle quali non posso mentire a me stesso né sfuggire, come nell’ora decisiva di Gesù: “cosa è importante? cosa conta davvero nella mia vita? a chi ho voluto bene?” Qui si rivela il cuore dell’uomo, “dov’è il nostro tesoro”– direbbe Gesù, a volte anche nell’errore o nell’amarezza, come accade in questa notte a Pietro, mai però nella disperazione.
Per molti forse, una risposta può essere simile a quella del duca De Guiche alla fine del Cyrano de Bergerac: “Quando la vita suona l’ora della raccolta, si sentono, senza aver fatto troppo di male, mille piccoli disgusti di sé stesso, il cui totale non fa un rimorso pieno ma un malessere oscuro. E il mantello del duca trascina sicuro, scalando degli onori i gradini rampanti, un crepitìo di illusioni secche e di rimpianti.” E’ l’ennesimo estremo ripiegamento su di noi che Gesù cerca di cancellare dal cuore dei suoi, per toglierci la preoccupazione di fare della vita un capolavoro perfetto, una “eccellenza” e per poi vivere del rimpianto di non esserci riusciti… Forse per questo il prete dice: “versato in remissione dei peccati”. Più che le cose che abbiamo sbagliato, i peccati rimessi sono per me questo senso superato del nostro limite, la necessita di affidarci a qualcuno che ci salvi davvero… Ho impressione che questo pane ci sia dato anche per questo: per non scivolare dentro questo laggiù, ovvero il luogo dove viviamo tutti la strana tensione tra ciò che pensiamo ci sia dovuto (o che dovevamo raggiungere) e l’essere umili creature che crepano. Per questo penso si debba passare tanto tempo davanti al Santissimo, anche se sembra all’inizio che non centri nulla. Come all’inizio i dodici avevano capito ben poco di quest’ultima cena.

V domenica di Quaresima

Es 14,15-31; Sal 105; Ef 2,4-10; Gv 11,1-53

Questa pagina di Vangelo, come anche la prima lettera, sono tutte un movimento. Tutti i personaggi lasciano il luogo in cui si trovano. Tutti escono: Gesù e i discepoli dalla Transgiordania; i giudei da Gerusalemme, Marta dal villaggio; Maria con i giudei dalla sua casa e dal villaggio; Lazzaro dalla tomba. Se Gesù, arrivato presso Betania, si ferma e non entra nella casa del lutto, si rimette ben presto in cammino col gruppo verso il luogo dove sfida la morte, mentre il movimento degli altri personaggi converge verso di lui. Tutti si muovono.
Ma due movimenti mi sembrano i più significativi: quello di Maria che esce di corsa dopo le parole di Marta “il Maestro è qui e ti chiama” e quello di Lazzaro dopo il suo diretto invito a uscire dal sepolcro: “Lazzaro, vieni fuori”. Entrambi provengono da una chiamata e mi pare di vedere in questo movimento qualcosa realmente di vocazionale: ci si muove, ci si mette a correre o si esce da un sepolcro putrido, solo in risposta a qualcuno che viene a smuoverci e –direi– ci “ri-chiama” alla vita. Qualcuno ci richiama a uscire e a vivere.

Penso a Gesù come a uno in grado di ridestare la vita, ma la vita vera. Incontrarlo è incontrare chi ci fa uscire dai nostri sepolcri di morte, dalle nostre depressioni, nelle quali –dovremmo dirlo onestamente– a volte ci lamentiamo, ma altre volte ci stiamo anche bene! Perché in realtà non sempre dal sepolcro di morte si vuole davvero uscire. Uscire dalla sicurezza delle nostre cose, di ciò che ci rispecchia… preferiamo il buio che è tomba, nel senso che non si vedono “altri” e non li si può vedere perché non li si cerca. La tomba a volte è la nostra famiglia come l’unico perimetro delle nostre relazioni vere. Oppure la tomba è lo schema dei nostri progetti che temono tanto ogni raggio luminoso che possa mostrare “altro” da ciò che noi non avevamo previsto. Meglio non rotolare via la pietra che ci metta in contatto con la vita vera, con la luce accecante. Come nel cortometraggio di Sean Penn 11’09”01.

“Vieni fuori”, esci “il Maestro è qui e ti chiama”. Riconosco che solo il Signore ha avuto nella mia vita la forza, ma anche la delicatezza, di strapparmi dalle mie quattro cose, di richiamarmi alla vita. A un certo punto ti fidi di questa parola e capisci che la routine della tua vita è così diventata una tomba che hai bisogno di qualcuno che ti richiami, che ti faccia uscire, che ti mostri un Regno per il quale la vita merita di essere vissuta. Penso che questo sia un vangelo vocazionale e il vero miracolo non sia tanto la morte fisica nella quale Lazzaro ritornerà.

Qualche tempo fa su youtube era comparsa una intervista a due seminaristi che raccontavano in breve la loro vocazione. Il video ha avuto un boom di visualizzazioni e di commenti. Avevo letto molti di questi commenti e mi stupiva il fatto che non pochi se la prendessero con la scelta di diventare prete accusandola sopratutto di aver vissuto fuori dalla realtà: «cosa ne sanno questi della vita?». Che strano tutto questo –dicevo. Perché invece dal Vangelo sembra l’opposto. Eppure, proprio come nella finale di questo racconto, nella religione sembra che ciascuno ci veda ciò che vuole vederci, ciò che pensa di trovarci, ma come se lo avesse deciso in anticipo. Come in anticipo hanno deciso di “far fuori Gesù” o di rimanere dentro i sepolcri delle proprie convinzioni prefissate.
Non so cosa evochi nel senso comune la parola “seminario” però, in una cultura – anche giovanile – così virtualizzata come la nostra, i seminaristi sono giovani che trascorrono molto del loro tempo (libero e non libero) in carcere, con i detenuti, o in ospedale, con i malati di AIDS, o con altri giovani, normali o devianti, bigotti e bulli, perché per esempio in un oratorio o in una scuola ci sono proprio tutte le categorie. E poi bambini, anziani, coppie… in nome del Vangelo. Certo: studiano, pregano, lavorano… Anche questo, perché no? Ma davvero chi vive di Vangelo e per il Vangelo vive fuori dal mondo? A me oggi sembra il contrario.

Di più, a me pare che questo richiamo a uscire dal sepolcro delle nostre chiusure sia la misura di ogni autentica vocazione. Agostino diceva: “agere contra”, agisci contro la tua routine e abitudine. Però dalla mia vita, so che questo coraggio “non ce lo si dà da soli”, come direbbe il Manzoni. Lo si ha nel momento che si è richiamati da una parola, da una vita che per me è solo quella del Signore Gesù. Come dice la bella poesia di Davide Rondoni:

Ma tu mi sorprendi!
Tu solo ormai ci riesci
e senza artificio o clowneria,
perché, mentre è venuto il tempo, il tempo delle cose cieche,
mi guardi come se ti ricordassi di me
“.

IV domenica di Quaresima

Es 34,27-35,1; Sal 35; 2Cor 3,7-18; Gv 9,1-38b

Non posso non commentare questo vangelo alla luce di quanto abbiamo vissuto ieri. Mi sono accorto che sempre abbiamo bisogno di qualcuno che “ci apra un po’ gli occhi“. E’ quello che Francesco riesce a testimoniare con grande semplicità ed è qualcosa che si deve risvegliare in noi piuttosto che solamente capire: se siamo ripiegati su noi stessi e sui nostri problemi diventano tristi e chiusi, se impariamo a vedere la realtà e gli altri allora si incontra il Signore. Francesco è capace di smascherare gli inganni che il nostro tempo vuole far passare per qualità umane o per fatti normali: il principio assoluto del guadagno o dell’eccellenza, l’assenza del tempo, la distruzione della famiglia, le povertà nascoste… così noi ritorniamo a vedere le cose vere, le cose che davvero contano. E lo fa così come accade nel vangelo dove si guarisce dalla cecità più che per un buon discorso per l’agire concreto di un uomo (Gesù), per la sua vicinanza, per un suo comando.

La seconda osservazione riguarda la semplicità del cieco nato. E’ un uomo pratico che non sembra conoscere molto la religione, non sa le regole del sabato né chi sia il “figlio dell’uomo”… tuttavia sa cosa funziona e cosa no, sa cosa gli è accaduto. Senza troppa filosofia si accontenta dei fatti. Il lungo dialogo con i farisei mostra come una ideologia, un troppo ragionare, possa far dimenticare la realtà dei fatti. I ragionamenti farisaici possono essere così ostinati e forti da far travisare tutta la realtà… pur di sostenere il nostro punto di vista. Così conosco persone che si rovinano la vita con ragionamenti e continuano a pensare e pensare (sul futuro o sul passato, sui “se” e sui “ma”) senza vedere la realtà della loro vita…
Così è stato per me questo milione di persone accorse al parco di Monza. Si possono fare mille ipotesi sul perché e sul come, si può riflettere sul pontificato del papa… ma qui c’è una evidenza che non può essere taciuta. Lungo la fiumana di gente che dalla stazione andava al parco ho incontrato molti ragazzi (alcuni mie studenti di scuola che non ne vogliono sapere di religione) e, sarà stato anche per una effimera curiosità, però erano presi da una domanda buona: vedere chi era quella persona stanca e vecchia, ma forse non solo… Già, perché un milione di persone è accorsa festosa al parco? Per una persona?

Mi viene in mente quanto racconta il Manzoni nei “Promessi sposi”. L’innominato non è un uomo religioso o avvezzo alla teologia. E’ un uomo pratico, dell’agire e del domino. Tuttavia, viene messo in crisi dall’incontro strano con una donnetta indifesa (Lucia). Passa la notte preso da quelle domande che non si possono cancellare del tutto dal cuore dell’uomo, sul senso e sulla giustizia del proprio agire. Tormentato tutta la notte si alza e, alle prime luci dell’alba, vede fuori dal suo castello una fiumana di gente allegra e festosa che accorre. Perché accorre? Mosso dalla curiosità di tanta folla si informa e scopre che accorre per il cardinal Borromeo che era quel giorno in visita pastorale. Così viene attraversato dalla domanda sul perché la gente vada da lui tanto numerosa (cosa avrà quest’uomo di tanto speciale?) e poi dal dubbio che in quel luogo possa trovare qualcosa per sé, qualche risposta alle sue domande…

A volte bisogna fidarsi di questa curiosità che la realtà stessa ci sollecita: un cieco nato guarito in modo strano o un milione di persone al parco. E, senza inquinare la realtà dei fatti dai sofismi farisaici, sperare di trovare anche per sé qualcuno che sappia tirarci fuori dalle piccole o grandi angosce della vita, mostrandoci la via.

III Domenica di Quaresima

Es 34,1-10; Sal 105; Gal 3,6-14; Gv 8,31-59

Il dialogo prende avvio da una parola di Gesù che invita a custodire il suo messaggio come garanzia di autentica libertà e procede con uno schema dialettico di opposizione tra Gesù e i suoi interlocutori. L’opposizione fondamentale è tra due “paternità” disparate: quella di Dio e quella del diavolo. Tutto il dibattito infatti, da un certo punto in poi, si basa sulla nozione di “padre” per sfociare nella doppia dichiarazione: “da Dio / non da Dio”, secondo che si ascolti o no la Parola. Prima indicata con qualche allusione (“fate le opere del padre vostro… non siamo nati da prostituzione”) e poi messa a nudo, la figura del diavolo crea lo sfondo di falsità sul quale si compie il dramma dell’incredulità e della sfiducia in Gesù. Il comportamento del diavolo, d’altra parte, è descritto come l’inverso di quello di Gesù stesso: quello preferisce “ciò che è propriamente suo”, mentre Gesù ciò che ha inteso dal Padre e non “da sé stesso”. Quello è omicida fin dal principio; Gesù libera dalla morte. Quello proferisce menzogna, mentre Gesù dice la verità.

Vorrei approfondire questo esplicito riferimento alla figura di un “diavolo” ormai totalmente scomparso nella predicazione moderna. Tra Dio e l’uomo si troverebbe un personaggio il quale, senza togliere all’uomo la sua responsabilità, darebbe ragione del rifiuto della Parola di Dio e dell’odio omicida. Un simile modo di parlare viene percepito bene dalle persone formate al catechismo tradizionale, ma oggi? Sono numerosi coloro che relegano questa rappresentazione delle cose al museo delle immaginazioni inutili se non dannose. Ma rifiutare l’intervento del diavolo non sarebbe buttare via il bambino con l’acqua sporca?

Vediamo cosa comporta il linguaggio di Gesù secondo Giovanni. In origine, il termine “satan” significava semplicemente un avversario spesso politico o religioso. A partire dalla fine dell’esilio babilonese questo termine, sotto l’influenza del pensiero iranico-babilonese, il termine diventa assume prima il senso di “tentatore” e poi acquista la funzione di sgravare Dio dalla responsabilità delle azioni malvage che, secondo la mentalità semitica, gli venivano in definitiva attribuite: non dipende forse tutto da Dio? La prova alla quale Abramo è sottoposto da Dio, diviene, nel libro dei Giubilei del 100 a.C., la prova che il “satana” sottopone al patriarca. Da allora questo personaggio diviene malefico e nel libro della Sapienza assimilato al serpente dell’Eden.
Al tempo di Gesù la personificazione di questa potenza del Male era così avanzata che, anche per influsso del pensiero iranico, i “demoni” si moltiplicano sotto il dominio di un “principe dei demoni”. In questa situazione l’uomo si trova alle prese di due potenze: l’angelo di Dio e l’angelo delle tenebre, il quale acquisisce una esistenza quasi autonoma e una personalità non ben determinata.

I vangeli evitano molti eccessi di molta letteratura al loro contemporanea, ma sono ugualmente convinti che ci siano dei demoni che infestano l’esistenza degli uomini e che Gesù trionfa su di essi con i suoi esorcismi. Giovanni evita molto folklore, tuttavia: Satana è entrato in giuda, quando accetta il boccone datogli in segno di comunione e spinge ora a rifiutare il messaggio di Gesù.

Si deve prendere alla lettera questa messa in scena? Io ritengo di no. Conviene anzitutto rispettare un principio di ordine linguistico: in una proposizione si deve distinguere ciò che viene affermato e il presupposto che rende comprensibile tale affermazione. Un esempio: quando Gesù si richiama al personaggio Giona per invitare i suoi uditori alla conversione ne parla come di un personaggio in carne ed ossa. Tuttavia, nessuno ai nostri giorni oserebbe dedurre da ciò che Gesù ha affermato l’esistenza storica di Giona. Non ci troviamo sulla stessa linea a proposito di Satana? Gesù ne parla secondo le credenze giudaiche del tempo, ma non ne afferma direttamente l’esistenza come di un essere individuale. A questo proposito è interessante notare come Giovanni usi alternativamente anche la categoria di “mondo” o “Principe di questo mondo” per indicare il principio dell’opposizione alla logica del vangelo. Ora, se “Satana” è stato sostituito dal “mondo”, significa che egli era soltanto una figura del Male.

Si deve allora negare l’esistenza di Satana? Certamente no, se ciò significasse misconoscere, ignorare quella connivenza che il Male in tutte le sue forme ha in ciascuno di noi: sarebbe ignorare il carattere universale della potenza di divisione di cui noi siamo vittime e che pure noi stessi alimentiamo. Alcuni per questo continuano a parlare di Satana come di un individuo nefasto, altri ritengono che sia la personificazione del Male universale; ma che importa! L’essenziale è poterlo ancora distinguere e su questo punto sarà bene sostenere il nostro credo. Qualora infatti, insieme all’abolizione del Satana, venisse anche meno la capacità di vedere il male che universalmente ci tenta, nella nostra lotta personale come nella storia universale, saremmo già stati sconfitti. Il relativismo nel quale siamo immersi continua a tentare questa operazione: in ogni epoca “il Satana” sa manifestarsi ma anche nascondersi. Si può perdere il folklore con il quale è stato rappresentato questo personaggio per secoli, ma non si può perdere la dualità della “paternità” sotto la quale decidiamo di stare e che Gesù richiama ai suoi interlocutori.