IV Domenica di Pasqua

At 20,7-12; Sal 29; 1Tim 4,22-16; Gv 10,27-30

Ci sono alcuni testi che si capiscono e diventano significativi solo quando si leggono a partire da un particolare. Accade così per chi si innamora: è un particolare spesso a venirgli incontro improvvisamente e a rendere quel volto, quella storia, quella lettura diversa da tutte le altre.
Così avviene per questa pagina biblica. Mille volte ci hanno detto che Gesù si è definito il buon pastore e che noi siamo il suo gregge, ma questo non ha significato molto. Infatti, serve un particolare che dia senso e sapore. Qual’è questo particolare dal quale ricomprendere tutto? “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco e mi seguono. E io do loro vita eterna…
Il particolare da capire e approfondire è per me l’aggettivo possessivo “mie”. E’ con questa parolina che Gesù si è tradito, ha mostrato la sua debolezza. Senza questo “mie pecore”, senza l’espressione di questo possesso, di questo attaccamento, l’immagine non dice nulla, non esprime la sua bellezza. Nel vangelo di Giovanni questo possessivo era diventato un nome stesso: “i suoi”.
Infatti, lo capiamo tutti: è brutto essere di nessuno. Nell’antichità era così chiaro che chi era di nessuno erano gli schiavi, che erano schiavi proprio perché non erano di nessuno, mentre si era liberi non quando si era soli, ma al contrario quando si era di qualcuno.

Questo attaccamento è l’espressione di tutta l’affezione di Dio. Uso apposta la parola “affezione” e non “amore” perché qui non c’è in gioco un sentimento di piacevolezza, ma un legame, un vincolo. La cosa bella è che nella vita possiamo provare benissimo questa affezione e dunque possiamo capire perfettamente questa espressione di Gesù. Accade quando viviamo l’espressione di una fragilità, di una dipendenza che ci fa stare con il fiato sospeso. Ciò che ci fa simili a Dio, ci rende uomini veri, non è l’essere indipendenti dagli altri o autonomi, ma al contrario è il poter vivere questa fragilità di un legame sperato che diventa così forte da cambiare la nostra identità.
Dio si era già tradito allo stesso modo nel primo comandamento: “io sono il Signore Dio tuo” aveva detto. Anche qui il significato della frase risiede tutto in questa parola “tuo”. Se non avesse detto “tuo” sarebbe stata una frase ovvia come tante altre, ma è con questo tuo che si tradisce.

E’ lui che ci conosce, non siamo tanto noi che conosciamo lui. Questa dipendenza, questo essere dei “suoi”, si può sperimentare nella nostalgia della sua assenza. Riconoscere questa nostalgia, questo “sigillo a fuoco” che non ci permette mai di allontanarci troppo da Dio, mai definitivamente e del tutto, è forse la forma più paradossale ma più vera per capire cosa sia l’essere sue pecore.

L’ultima pagina del vangelo di Giovanni ce lo ricorda. Pietro che ha tradito il Signore deve mettersi di fronte a questa nostalgia e alla consapevolezza insieme che lui sa tutto, che lui conosce tutto, comprese le nostre ambiguità. Dopo che per tre volte si sente rivolgere la domanda “mi vuoi bene?” è costretto a sbottare e a mettersi di fronte alla verità di sé: “tu Signore sai tutto”, ovvero tu conosci il groviglio del mio cuore, conosci i miei tradimenti e la mia incapacità a esserti fedele… “Ti basti questo!” dice Pietro. E questo davvero basta a renderci suoi, perché è lui a scegliere noi e non viceversa.
Contro ogni moralismo è Dio che tiene salda la mano su di noi e non viceversa. “Anche se andassi nell’oscurità più tetra lontano da te, anche il buio per te è come la luce e la notte è chiara come il giorno” dice il salmista esprimendo la stessa consapevolezza.

Non è importante sapere tutto su Dio, l’unità con lui non deriva da questo moralismo. Deriva invece dalla consapevolezza opposta, dall’onestà con il quale riconosciamo che “tu Signore sai tutto!” e solo questo ci renderà fino alla fine sue pecore.

III Domenica di Pasqua

At 16, 22-34; Sal 97; Col 1, 24-29; Gv 14, 1-11a

Vorrei approfondire le due domande che sono contenute in questo vangelo. La prima di Tommaso che dice “non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?” e la seconda di Filippo che afferma: “mostraci il Padre e ci basta”. Penso sia importante capire il senso di queste obiezioni. Sono rimaste nella memoria dei discepoli forse perché riguardavano anche la prima comunità e dunque anche noi. Vedo in queste domande due grandi modi di pensare che sempre dobbiamo fronteggiare.

La domanda di Tommaso: “non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?” suona totalmente stonata nel contesto. Gesù ha appena detto dove sta andando, Pietro glielo aveva chiesto: “vado al Padre”. O Tommaso era veramente distratto, oppure qui si sottolinea che dove va Gesù “Tommaso non può andare” o almeno “non subito”, come per Pietro del resto. Prima deve accadere per Gesù, poi potrà accadere per gli altri.
E’ questa una grande obbiezione: se non so chi è Dio, se non conosco il Padre, se non conosco la destinazione della mia vita, che senso ha una strada, un cammino, una compagnia, una comunità? Che è come dire: se anche i cristiani hanno anche loro i loro dubbi, le loro incertezze, “non sono mica così sicuri”, che senso ha percorrere quel cammino?

La seconda domanda è ancora più radicale: “mostraci il Padre e ci basta”. Quasi senza una strada, una via, sarebbe sufficiente avere su Dio una qualche certezza, avere sulla morte e sulla vita una qualche forma di sicurezza. Perché senza tale sicurezza anche il cammino di tanti anni assieme con Gesù appare inutile.

Eppure in tanti anni che Gesù era stato con loro, possiamo pensare tre o più anni, lui si era mosso in modo diverso. Da quel primo incontro dove gli aveva chiesto “cosa cercate” e loro avevano risposto “dove abiti” e lui “venite e vedrete”, da quel primo invito, altro non aveva dato loro che una compagnia di vita quotidiana fatta delle sue parole e dei suoi gesti. Nessuna certezza evidente su Dio, nessun volto del Padre se non un cammino quotidiano lungo e continuo, un assimilare giorno per giorno il modo affascinante di vita di questo uomo.

Cosa voleva dire Gesù con questo stile? Cosa vuole dire ora con questa risposta quasi enigmatica: “io sono la via, la verità e la vita”? Che sapere di Dio, come sapere del Padre, è troppo poco all’uomo. Troppo poco! Sapere delle cose su Dio non è l’obbiettivo di Gesù, non è dove va Gesù. Per “sapere” delle cose su Dio, per avere una verità certa da mettersi in tasca, basta un libro o un catechismo. Perché è poco? Perché un sapere implica una distanza: ci sei tu e c’è ciò che sai. Invece qui Gesù parla di una comunione: bisogna essere uniti a Dio e al Padre per sapere davvero di Lui. Non vuole dirti di Dio, ma farti come lui. Per questo occorre che prima accada per lui. Conosci delle cose di tua moglie o di tuo marito solo nel vincolo di una comunione che ti trasforma, altrimenti quella conoscenza sarà sempre adombrata da un dubbio, da una distanza, da una non comprensione.

La conoscenza di Dio è un partecipare, è un conformarsi, è un essere trasformati così come lui è. Solo questa vale la pena di essere scoperta e seguita. Solo così si conosce il Padre, diventando come il Padre è. Diventando! Come quando scopri alcune capacità che hai (per esempio che sai suonare la chitarra) e così scopri chi sei: questa scoperta non avviene perché qualcuno te lo dice, ma perché ci provi, perché le riconosci vivendole.

Per questo la risposta di Cristo, conformemente al senso di tutta la sua vita non è: la “via” Tommaso è questa… o il Padre è fatto così… Ma dice: “sono io”, cioè “è una relazione con me che te lo farà assimilare per partecipazione giorno per giorno”. Solo una relazione è in grado di trasformare e quindi di far scoprire una verità. Non c’è verità reale che non nasca da un lento assimilare e che ci trasformi. Le verità che non ci trasformano sono verità astratte e inutili.

Riconosciamo sempre il rischio della domanda di Tommaso e di Filippo: chiedere altro fuorché la relazione. Essa nasce nel momento in cui cogliamo il rischio di volerci togliere da una relazione o forse di non volerla neanche cominciare. Del resto –lo sappiamo benissimo– una relazione con persone, con la Chiesa, con una comunità, chiede la tua disponibilità a lasciarti conoscere, a coinvolgerti, a legarti, a seguire qualcuno. Una via che sappiamo potrebbe essere rischiosa e trasformarci, ma è l’unica che porta davvero al Padre.

II Domenica di Pasqua

At 4,8-24; Sal 117; Col 2,8-15; Gv 20,19-31

I ragazzi mi chiedono spesso che differenza ci sia tra la fede religiosa e una superstizione. Molti di loro vivono gesti o abitudini che sono piccole superstizioni e scaramanzie (chi ne è esente?) e considerano i riti cristiani come una forma sociale di superstizione collettiva.
Non è una domanda così sciocca. Cos’è in fondo una superstizione? Il tentativo di dominare o controllare una paura. Il futuro, con tutto ciò che può accadere, è sempre fonte di una certa ansia e paura, è sempre misterioso e incontrollato ai nostri occhi. La superstizione è credere che determinati gesti o comportamenti permettano di controllare meglio ciò che è incontrollabile. Non importa se siano reali o meno, se funzionino davvero, è una “fede” (si dice) che te li fa compiere. Così –si dice– è una “fede”, un “credo”, che ti fa credere in un Dio buono, in una vittoria sulla morte e così, similmente, noi cristiani compiremmo i nostri riti per sconfiggere la nostra paura.
Inoltre, la religione cristiana come la superstizione si sono spesso appoggiatati al senso di colpa. Se non compi il tuo rito scaramantico, come se non fai il tuo rito religioso (non vai a Messa, non preghi…) ti senti potenzialmente punibile, in colpa, in balia del caso. Dunque, concluderemmo che la nostra fede è una forma di superstizione?

Il racconto del Vangelo di oggi mostra però tutt’altro. Non c’è una fede cieca per qualcosa che non sai, ma c’è l’incontro con una persona che cambia i discepoli. L’incontro con una persona reale e fisica che loro identificano come proprio quel Gesù di Nazareth che conoscevano. Nulla che ti fa faccia andare bene le cose come vorresti tu.
I riti scaramantici ti proteggono da una paura ma non ti cambiano, non ti trasformano. Essi sono il rapporto con un gesto magico che non si capisce e non la relazione con una persona, con una storia. Qui abbiamo persone cambiate che –come dice la prima lettura– non possono fare a meno di parlare di Cristo. Abbiamo un Tommaso scettico che, dopo un incontro, professa tutta la sua pochezza e la sua fede. Abbiamo persone cambiate nella vita, come una scaramanzia non è capace di fare. Ma da cosa sono state cambiate nel profondo? Da cosa io posso essere cambiato nella vita? Cosa mi cambia davvero? L’incontro con delle persone: quelle relazioni dove io mi faccio conoscere all’altro e l’altro inizia a conoscere me, quelle relazioni dove io percepisco un bisogno, un affetto, un legame. E’ l’incontro con una donna, con un maestro, con un amico, quando esso diventa un incontro che mi mette in gioco.

Questo è il cristianesimo: incontro con persone nelle quali uno riconosce qualcosa di grande, riconosce l’impronta unica e inconfondibile di quell’uomo Gesù. Là dove riconosci persone afferrate da Dio, allora riconosci Cristo e dove, pur nella tua miseria, sai di essere stato afferrato e affascinato anche tu da Lui. E’ necessario ritornare a questo che significa ritornare alla Chiesa, alle amicizie nella loro verità.

Bisogna lasciarsi coinvolgere in un incontro, accettare di essere conosciuti e coinvolti in profondità e verità: nella tua parrocchia, con degli amici, in un movimento, con un prete amico, con alcune persone… Altrimenti siamo come Tommaso: sempre altrove nei momenti decisivi. Il momento decisivo è l’amicizia cristiana, il ritrovo dei dodici. Se sei disponibile a farti conoscere, allora scopri che il Signore entra anche a porte chiuse… Ma non si può venire a Messa pensando di portarsi via qualcosa senza accettare di essere coinvolti, senza pensare di dover poi conoscere qualcuno… A volte tra noi si ha l’impressione che si prende la Messa come fosse una scaramanzia, perché manca la disponibilità a un incontro reale. Ma se manca questo, non è più la cena del Signore, la memoria di Lui nella storia di un pane condiviso, ed è sì un rito magico dove il Signore non c’è. Se è così, come Tommaso, dobbiamo ancora aspettare di incontrarlo.

Giovedì Santo – Messa in Caena Domini

Fa impressione leggere nel vangelo questo contrasto: è il momento della massima intimità con il Signore, è il momento decisivo, il momento “lungamente atteso” e, al tempo stesso, esso diventa il tempo del massimo tradimento, della fuga, del sonno e del rinnegamento.
Così siamo noi: ci ritroviamo così spesso vicini al Signore, ogni domenica andiamo a Messa e ormai abbiamo una certa relazione con lui, ma poi anche ci confondiamo, ci distraiamo, lo rinneghiamo… In questo senso, questa pagina ci è davvero vicina e così possiamo forse comprendere l’invito che Gesù rivolge: “fare questo in memoria di me”, ovvero ritornare continuamente alla sua memoria. Se vogliamo rimanere attaccati alla verità della vita dobbiamo tornare a questi gesti.
Anzitutto il nostro scappare non è raccontato come il peccato di un mancato precetto, ma come il tradimento di una persona, il controsenso di una storia. Gesù stesso lo permette e dice quasi una bugia per proteggere i suoi (“questo non c’entrano”). Ma quello che fanno appare come tradimento di un incontro, di una amicizia, di una storia durata tre anni e non è il senso di colpa di una legge infranta. Dobbiamo ricordarcelo: il nostro peccato è fuggire la verità di una amicizia, la distrazione nella verità di una storia e dei suoi incontri, la fuga da una persona che abbiamo amato e non il senso di colpa per precetti mancati o cose sporche.

Di fronte a questo, Gesù ci chiede di tornare alla memoria del suo gesto. Lo fa lui per noi, lo compie anche per Giuda, e lo fa senza chiederci nulla in cambio, pur conoscendo cosa accadrà dopo.
Ma cosa svela questo gesto per noi? Esprime tutta la verità della vita che Gesù compie nell‘atto della assunzione e della riconsegna di sé. Vediamo questi due movimenti.
L’atto dell’assunzione: “prese il pane e rese grazie”. Al Getzemani dirà: “non come voglio io ma come vuoi tu”. Lo stesso dirà anche Paolo: “ho dato a voi quello che a mia volta ho ricevuto“. Si diventa uomini solo con un atto della libertà che fa “mia” la vita che mi è data. Un libera scelta che rende “propria” la vita perché assunta responsabilmente anche nel suo destino imprevedibile. Significa, per esempio, fare nostra la relazione con Dio che i genitori ci hanno trasmesso, fare nostro il Vangelo custodendo quella pagina alla quale ci siamo legati, fare nostro il racconto che altri hanno fatto di Lui, fare nostro anche il lavoro che a volte non è quello che vorremmo, fare nostre le circostanze che non ci scegliamo… Noi uomini abbiamo questa capacità della libertà di “assumere responsabilmente”.
E il secondo gesto –forse quello solitamente più sottolineato ma che esiste in relazione al primo– è quello di riconsegnare. Come abbiamo detto mille volte: non si studia per sé stessi ma per riconsegnare un domani ad altri quello che saremo diventati. Nulla può essere trattenuto avidamente che non finisca per marcire. Così le amicizie per le quali dobbiamo imparare a non attaccarci in modo morboso e lamentarci che non ci corrispondono…

L’eucaristia non è dunque un oggetto sacro e scaramantico che si prende, quasi un portafortuna che ci toglie un senso di colpa o assolve un dovere verso il sacro. Non è neanche qualcosa da temere. E’ invece il manifestarsi per noi di questa verità della vita, dell’assumere e del riconsegnare la vita.
Conosco due rischi di fronte a questa verità. Il primo è quella dell’aver ridotto la Messa a un rito sacro, a una routine settimanale. Tutto si deve ripetere sempre identico senza più dire nulla. E’ in realtà la routine della nostra stessa vita diventata così: “la solita settimana si dice”, le “solite battute tra amici”… tutto ciò rivela la paura nell’assumere la nostra fragilità e povertà. La ripetizione di un identico contiene la certezza di un controllo, perché nella routine la nostra povertà è come se diventasse addomesticata, controllata. E’ come se non fosse necessario alcun rischio di un azzardo in più…
Il secondo rischio è quello di ridurre la Messa alla cena tra gli amici. Invece questo pane è spezzato “per voi e per tutti”. Dunque anche per quelli che non ci si è scelti, per quelli che non sopportiamo e persino per i nemici. E’ il rischio di vivere le amicizie come protezione dagli altri. Nel gruppo dove ci si sceglie, ci si rispecchia anche e ci si sentirà per forza un po’ belli… invece l’eucarestia, come la nostra vita, è fatta anche per quelli meno belli, per quelli che incontriamo ogni giorno, per gli anziani, per gli altri che sono davvero altro da noi.

Cristo compie questo gesto ogni domenica per noi, anche se noi siamo distratti, e sa benissimo che entrambe queste tentazioni (come molte altre) saranno dietro l’angolo l’ora dopo. Tuttavia, almeno ora, noi ci cibiamo di questo e siamo lieti che ci potremo sempre tornare. Siamo lieti di poter imparare sempre, ogni settimana, a guardarci negli occhi e a dirci amici così, nella memoria del gesto di lui, nella verità di una vita che abbiamo riconosciuto come la nostra salvezza.

Seconda Domenica di Quaresima

Dt 5,1-2. 6-21; Sal 18; Ef 4,1-7; Gv 4, 5-42

Siamo abituati a pensare alla fede di Pietro come all’unica e autentica forma della fede. La fede di Pietro è la fede di chi ha bisogno di seguire il Signore, di fare un cammino, di vivere una forma della comunità dove viene richiamato, dove condivide la vita e riconosce in questa una presenza del Signore. Gli atti degli apostoli dicono che i discepoli mettevano ogni cosa in comune e spezzavano il pane nella memoria del Maestro. È la fede di chi poi darà testimonianza della sua relazione con Dio. Non sono persone che hanno capito di più e non sono migliori di altri. Come in questo vangelo e in molti altri i discepoli capiscono poco di quello che accade ma sono interessati a rimanere vicini al Signore: “chi gli avrà dato da mangiare?”, “perché parla con una donna?” ecc. E il Signore li rimprovererà molte volte, li proteggerà nell’ora decisiva, ma lungo il cammino non risparmia parole dure. È la loro storia a fargli capire che non possono allontanarsi da Gesù. E anche nei momenti di crisi, Pietro è costretto ad ammettere: “dove andremo lontano da Te?”.
Tuttavia il Vangelo di oggi ci ricorda che quella dei discepoli non è l’unica forma della fede. Gesù molte volte incontrerà persone che non lo seguiranno, che avranno con lui solo un dialogo fugace, che non vivranno con i dodici o in una sequela costante, che non fonderanno comunità…. Per essi sembra essere sufficiente un tipo di incontro così, poi rimarranno nella loro vita, avranno il loro lavoro, le loro amicizie, non diverse da quelle del mondo, ma contenti di quell’incontro che in modi diversi li ha “salvati”: a volte con una speranza nuova (a volte guariti, a volte soltanto “curati” o con una parola in più su Dio). Questa è la fede della folla, del centurione con una figlia malata, della donna siro-efraemita, della donna emorroissa, della samaritana… A loro Gesù non chiede un cammino né una testimonianza. Addirittura all’indemoniato guarito che voleva seguirlo dice di tornare a casa. In queste perone spesso Gesù riconosce una fede anche più grande di quella dei discepolo ed è costretto a farglielo notare.
Come parla Gesù a queste persone? Nella forma di questo dialogo, dove più che fare affermazioni sembra provocare e suscitare domande (acqua viva, spirito e verità…), oppure –secondo i vangeli sinottici- in parabole. In altre parole, è una forma della provocazione dove o arrivi tu stesso alla verità della tua vita perché intuisci qualcosa (una fascino, una giustizia diversa) oppure non cogli nulla. La parabola funziona come questo dialogo: o lo capisci tu, e hai come una illuminazione, sai che ti riguarda ed è vero, o sono parole che non dicono nulla. La parabola o il dialogo evitano così di diventare un modo della propaganda, un’opera di convincimento, qualcosa per attirarti dentro un’appartenenza, ma sono vissuti nella totale libertà di chi intuisce per sé.
Io incontro spesso persone così: non sono quelli della parrocchia, non sono a volte neanche battezzati, come il centurione con il figlio malato o la samaritana che era una straniera, ma possiedono una giustizia, una tenacia di fronte alle ferite, uno spirito di carità e di dedizione che spesso mi fanno dire: hanno più fede di me e di tanti che sono tutte le settimane in parrocchia… Accadeva nel vangelo e accade anche oggi. Perché la fede non è una questione di cricca, di elite o di gruppetto. Per questo anche noi dobbiamo chiederci a cosa ci chiama il Signore nella vita? Alla fede di Pietro perché intuiamo che le nostre relazione sono la fraternità che ci fa intuire il bene della vita e dal quale non possiamo sganciarci (c’è il Signore) oppure ci è bastato un incontro e poi avremo le nostre cose, dispersi come tutti e come il mondo ci chiederà di essere? Qual è la forma della fede che io devo vivere? Sono come la folla, come questo villaggio di samaritani contento di un incontro che ho avuto, o come Pietro che capisce poco ma sa che deve rimanere attaccato a quella Chiesa?

Prima domenica di Quaresima

Is 57,15-58,4a; Sal 50; 2Cor 4,16b-5,9; Mt 4,1-11

Inizia il cammino di Quaresima e, se siamo qui, vorremmo anche che inizi un cammino di conversione. Ad ogni età, corriamo il rischio di vivere il nostro cristianesimo come un semplice “modo di comportarsi”, come un insieme di valori e di buona educazione, appiattiti, nella realtà, al modo comune di pensare o al buonsenso. Ce ne accorgiamo perché non percepiamo il bisogno di un Vangelo di salvezza.
Cosa ci può aiutare a desiderare una salvezza, a chiedere ancora una conversione? Il Vangelo ci porta a guardare a noi stessi. Se fosse la prima volta che lo leggiamo potremmo domandarci: che male c’è a sfamarsi quando si può? che male c’è a un po’ di riconoscimento? che male c’è al potere quando, oltretutto, è a fin di bene? Alla logica umana, questo cammino nel deserto appare inutile o forse anche dannoso. La logica umana direbbe: una dottrina vecchia, che spingeva verso l’astinenza per nascondere il fatto che è nel godere la felicità umana. Ma questa logica, che ci allontana dal prendere sul serio questa pagina, dimentica una cosa, una particolare stranezza dell’umano. Esiste qualcosa di non risolto in noi, di drammatico, di attraente e allo stesso tempo di insufficiente. La stessa parola “tentazione” rimanda a qualcosa di irrisolto, non totalmente evidente, qualcosa che ha un fascino, ma anche che sappiamo essere insoddisfacente alla nostra vita.

Vorrei approfondire questa “stranezza dell’umano” che è il motivo per cui le proposte del Satana non sono all’altezza dell’uomo e il motivo per cui Paolo parla di una dimora celeste che dobbiamo continuare a tenere a mente, oltre la “tenda” che viviamo. Di cosa si tratta? Si potrebbe dire questa questione in tanti modi diversi, ma io la dico così: dai 12 anni in avanti, se uno è serio con sé stesso, ognuno di noi si accorge che ha un desiderio che non è interpretabile come semplice appetito. Un desiderio che non è un semplice bisogno di qualcosa (cibo, sesso, potere, successo…). Faccio un esempio: ho uno studente che desidera moltissimo un motorino e me ne parla tutte la volte che finisce la lezione. Io lo prendo sul serio e lo ascolto e capisco come la sua felicità dipenda da questo sogno. Il ragazzo dunque è abitato da questo desiderio. Vuole il motorino? Sì… ma io dico anche “no”. La risposta non è solo “sì”, lui stesso sa benissimo che quando lo avrà vorrà anche altro. Dunque “sì, ma anche no”. No, perché poi servirà altro. No, perché non è sicuro che quel problema sia davvero “il” problema. Lo stesso vale per la ragazza, per il lavoro. Vorremmo un lavoro migliore? Sì, è innegabile. Ma, “anche no” perché ci sarà dell’altro.

Due esempi della letteratura descrivono bene questa “fame” inquieta dell’uomo. Sono due immagini estreme perché devono mettere in evidenza qualcosa che è comune a tutti. Una è la figura del don Giovanni che non è un personaggio felice come ci aspetteremmo. E’ interessante che nell’elenco sulle sue donne, Leporello dice: “in Italia sono… in Francia sono… e in Spagna son già 1003“. Molti studiosi si interrogano come mai proprio questo numero “1003”, così strano, e alcuni dicono che sia il numero dell’infinito. Penso abbiano ragione, perché il don Giovanni va a cercare dove non potrà mai trovare. Se ricerchi nel possesso o nella fame di qualcosa la risposta al tuo desiderio, avrai sempre bisogno di cambiare oggetto al desiderio. Diceva uno psicologo: “l’essenza dell’oggetto è il fallimento”. Su questo fatto si basa il successo del marketing. Anche il desiderio sessuale, protetto dalla morale dalla sua mercificazione, segue oggi appieno la stessa regola di cambio dell’oggetto, perché fissandosi solamente su una donna o su una scena non è in grado alla lunga di continuare ad attivare il desiderio, lo si vede per esempio nel consumo moderno della pornografia dove si è portati a cambiare continuamente filmato.
Un secondo esempio dalla letteratura è il racconto “La lupa” di Verga. La descrizione di una donna sempre affamata di uomini, una figura mostruosa, che vuole portarsi tutti a letto, persino il marito della figlia. E’ una figura divorata da questo suo desiderio insaziabile e mortale. Perché in fondo anche la lupa non sa cosa vole e va a cercare dove non potrà mai trovare.

Insisto nel sottolineare che l’uomo è strano. Vuole una cosa, pensa sia essenziale, ma poi non la vuole più, oppure vuole addirittura l’opposto. E siccome non sa cosa vuole, tendenzialmente cerca quello che vogliono gli altri. Come nell’esperienza dei bambini: ci sono dieci giochi che nessuno vuole, poi uno ne prende uno e tutti vogliono quello. Non è così?
Per questo l’uomo, nella sua vita, non sarà mai riducibile alla sua fame. Anche l’esperienza del cibo, del mangiare, lo dimostra: non è vero che l’uomo mangia soltanto perché ha fame. Ho visto passando davanti a un ristorante di lusso il prezzo di un tiramisù. C’era scritto nel menù: 22,5€. Cosa fa uno che mangia un dolce da 22,5€? Ha fame e si sazia? No, come direbbero i miei ragazzi di scuola: “prof, quello se la tira!”. Perché mangia sì, ma ha anche bisogno di altro. E –per sottolineare la stranezza dell’umano– ciò di cui sente il bisogno è anche spesso in contraddizione: vuole affetto, ma anche autonomia, è violento ma anche si nasconderebbe, cerca un amico ma anche ha bisogno di solitudine e autonomia ecc.

Accorgersi di questa stranezza e del fatto che non siamo riconducibili alla nostra fame, alla soddisfazione di un desiderio, come invece io credo accada negli animali, questo è il presupposto per capire il senso delle rinunce che opera il signore Gesù. E’ duro da credere, ma non è nella sazietà a dei desideri che si realizza la vita vera dell’uomo. Gesù abita un deserto, una fame, una povertà, una mancanza. Non che questa mancanza sia il suo scopo. Verrà poi chiamato “mangione e beone”, verrà rimproverato perché non praticava il digiuno come i discepoli di Giovanni, tirerà fuori il pane dai sassi per i cinquemila e una seconda volta per la folla che lo seguiva da giorni — e lì non sarà una tentazione. Eppure abbiamo tutti l’impressione che quel pane moltiplicato non era opera di un godimento per sé, ma sempre la condivisione amicale con gli altri. Perché anche Gesù deve sperimentare, all’inizio del suo cammino, che la mancanza non è il tutto della vita e che la vita sazia senza bisogni è l’illusione di una autosufficienza che porta alla morte. E la fame può essere non il segno di una maledizione, ma lo strumento della condivisione della vita.

Si può anche non digiunare il primo venerdì di Quaresima, perché –come dicono alcuni– ormai ci siamo emancipati. Si può. Si può digiunare perché ci si sentirebbe in colpa a non farlo, per via di una educazione particolarmente morale oggi quasi scomparsa. Si può anche digiunare nel proprio atto di orgoglio, per sentirsi veri cristiani, per riaffermare la nostra identità (lo facevano anche i farisei). Oppure c’è il digiuno di Cristo: condividere, non a parole, la vita di chi davvero il pane non ce l’ha perché il mistero dell’uomo è la relazione e non la sazietà. E questo spesso ce lo dimentichiamo. Imparare a stare da soli nel deserto per sapere che soli non si è mai davvero. Il mondo non cambia, ma quando mi capiterà nella vita di incrociare, sotto la porta di casa o nella corsia di un ospedale o in un viaggio remoto, la vita di un uomo che non ha pane davvero o che vive solo davvero, perché vedovo o perché orfano… allora sentirò quella persona in modo diverso (non è solo un discorso ma un’umanità umana diversa, un’empatia) e non lo penserò come lo sfortunato di turno che per fortuna non mi assomiglia. Così infatti ha fatto il Signore Gesù che ha preso sul serio i nostri bisogni fino a renderli suoi, rifiutando gli idoli che promettono di saziare i desideri, senza un tesoro geloso da custodire per sé. Di questa umanità nuova abbiamo davvero bisogno.

Ultima domenica dopo l’Epifania

Is 54,5-10; Sal 129; Rm 14,9-13; Lc 18,9-14

C’è una tragica illusione che racconta questo Vangelo. Dobbiamo intenderla così, come possibilità reale, come deriva drammatica ma esistente, come una menzogna che purtroppo non appare tale. C’è una relazione con Dio che può essere un’illusione, la proiezione della nostra mente, l’auto-consolazione di sé. Dunque una perdita di tempo, una vanità inutile. Essa può essere un modo per parlare con noi stessi, con la nostra mente e i nostri pensieri e non con un Altro che è Dio. In questa possibilità Dio diviene uno specchio di noi, un amico immaginario e irreale. “Non vi ho mai conosciuti” dirà Gesù in alcune parabole rivolgendosi a coloro che si sono fatti una falsa immagine di Dio. Per questo il fariseo non viene ascoltato: perché non ha mai pregato Dio, ha solo parlato con sé stesso.
Questa “illusione” non riguarda solo quelli che tengono Dio lontano volontariamente, ma può coinvolgere anche i credenti, i preti o i cattolici di ogni domenica. Essa non riguarda solo la relazione con Dio, ma contamina anche la relazione con gli alti. Dice questo fariseo: “grazie che non mi hai fatto come gli altri peccatori”. Una relazione distante e arrogante con Dio tiene anche a debita distanza tutti gli altri.

Cosa accomuna la falsa relazione con Dio che diviene una auto-cosolazione con la diffidenza nutrita verso gli altri uomini? Direi così: alla base c’è sempre un modo di voler dire “io”, di voler affermare sé. Più noi abbiamo bisogno di dire “io”, di affermare la nostra identità, più in realtà la nostra persona è fragile e la nostra ricerca di affermazione è vana. Ci sono infiniti modi di dire “io”, di affermare in modo forte questo bisogno a discapito degli altri. C’è chi dice “io” perché ha una macchina di grande valore, c’è chi dice “io” mostrando i suoi titoli di studio, c’è chi dice io mostrando la propria “ragazza” carina, il proprio orologio… c’è chi dice “io” litigando perché sul pianerottolo di casa i vicini (che magari hanno quattro figli) lasciano posteggiata la loro carrozzina, e “non è che non si passi”… ma ho bisogno di dire “io” e anche “mio” (riguardo allo spazio). Quanti esempi potremmo fare su questo bisogno di dire “io”? Non perché siamo “cattivi”, ma perché spontaneamente ragioniamo come il fariseo del vangelo e ci sembrerebbe di morire, di rimanere insignificanti, di restare delle mosche senza poter affermare fortemente in qualche modo noi stessi. Il fariseo del vangelo lo fa come lo facciamo noi, lui dice quello che pensiamo anche noi: “io non sono come questi altri…”.
E se il nostro “io” dipendesse invece solo da un libero riconoscimento degli altri, da una grazia che ci viene data, da uno sguardo che non possiamo che aspettare con trepidazione da qualcuno… che paura che avremmo!

Perché la relazione del fariseo con Dio e con gli altri sarebbe una strada percorribile e anche affascinante? Cosa c’è di affascinante nel fariseo che riguarda anche noi? Io dico: la sua serenità, la sua tranquillità, il modo semplice con il quale ha diviso il mondo e ha fatto spazio per sé, senza dipendere dagli altri. E’ una serenità che deve tenere per forza a distanza l’altro. Perché l’altro quando si avvicina mi incasina, mi compromette, mi chiede, mi fa vacillare… Mi chiedo se a volte questa “serenità” morale, questa tranquillità delle cose “chiare e distinte”, che tengono a distanza l’altro o Altro, non sia quello che cerchiamo anche noi, non sia proprio alla base di una certa pratica religiosa che è diventata routine. Una pratica che esegui solo per sentirti “a posto”, “tranquillo con Dio” (come se fosse possibile prendere sul serio Dio e rimanere tranquilli?). Non si dice forse così del precetto della Messa? Ho assolto il “precetto”, “mi sento a posto”…?
Potremmo chiederci allora: cosa ci sarebbe di male nel cercare questa sicurezza? Nel volere, in questo mondo turbolento, una relazione “chiara” e “regolata” almeno con Dio. Il male lo mette in luce Gesù: semplicemente hai perso la relazione stessa, l’hai vissuta a partire da un sospetto. Il sospetto che lui ti punisca, che ti prepari qualche tragedia… dunque meglio incasellarlo in una relazione sicura. Ma se perdi l’inquietudine, l’ansia, l’attesa, la domanda, allora perdi anche la relazione con Dio come con gli altri.
Pensiamo: gli altri non li “sentiamo” forse solo attraverso qualche angoscia, qualche patimento? Eppure così impariamo a essere vicini a loro. Chi tra noi ama un figlio e non ha provato l’ansia di perderlo. Eppure essa è anche ciò che ci indica che l’altro è davvero altro da noi, non è una nostra proiezione o un nostro burattino.

La preghiera cristiana raccoglie le nostre mancanze più con inquietudine, con affidamento patito, con una confidenza sentita, che con rasserenanti certezze o formule da assolvere per ottenere in cambio qualcosa. E’ vero: essa chiede tante volte anche la serenità e la pace (prima per gli altri e poi per sé), ma la chiede con il cuore pulsante del pubblicano e non con l’arroganza di chi sa che ha fatto tutto quello che doveva fare. Essa vive dei patimenti per gli altri e per sé, per le proprie mancanze delle quali tante volte non abbiamo che da domandare perdono. Essa porta il peso della vita nella forza del suo riscatto, nella domanda di una redenzione. L’altra preghiera non è preghiera cristiana, ma puro flatus vocis, lettera morta, tempo perso… perché, per quanto rassicurante possa essere, essa non vive come in una relazione vera.

Santa Famiglia di Gesù

Lc 2,41-52

Il racconto del ritrovamento di Gesù al tempio, come tutti gli episodi dei vangeli dell’infanzia, nasconde una lettura più profonda della semplice narrazione di un episodio biografico. In esso troviamo, quasi in filigrana, un’anticipazione simbolica della morte e risurrezione del Signore. Tutti gli elementi del testo portano a evidenziare questo contenuto come l’unico dato rilevante della narrazione. L’incipit del racconto già inserisce l’episodio durante la festività della Pasqua ebraica; per tre giorni Gesù non viene trovato, come per tre giorni rimarrà nel sepolcro prima di essere ritrovato dai suoi; come le donne al sepolcro, i genitori lo cercano angosciati senza trovarlo; come al sepolcro due uomini sfolgoranti pongono la domanda “perché cercate tra i morti colui che è vivo” (Lc 24,5), così appare la risposta di Gesù alla domanda stupita di Maria in questo Vangelo (“non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio”).
In altre parole, quello che interessa a Luca, non è tanto l’episodio folcloristico di questo ritrovamento ma la logica nuova della morte-risurrezione che già compare all’inizio del Vangelo. Come nei quadri dei pittori dove il corallo rosso al collo del bambino Gesù ricordava la sua morte, come nella passione di Bach secondo Matteo che riprende lo stesso motivo del corale della nascita, come nel vangelo di Marco l’annuncio della passione scandisce ogni tappa del cammino con i discepoli… così anche qui il tema è quello di un annuncio del senso della vita di Cristo: la logica nuova della sua morte e risurrezione. Dirà Gesù ai discepoli di Emmaus, sempre nel Vangelo di Luca, non capirete me e non mi ritroverete non: “se non credete a quello che vi dicono le donne che mi hanno visto risorto”, ma “se non comprendete il motivo della mia morte, la logica nuova del mistero della morte e risurrezione”.
In altre parole, Cristo chiede di affrontare il dramma di poter essere perso, cercato affannosamente, prima di poterlo ritrovare a un livello nuovo. E’ la logica del seme che deve morire per dare frutto, del dare la vita per ritrovarla. E’ una logica che scalfisce il nostro rapporto spontaneo con gli altri e con le cose perché noi preferiamo trattenere che rinunciare. E’ la logica della manna donata da Dio che non puoi accumulare, ma per la quale devi affrontare il rischio di non averla anche domani.
Così è anche la nostra logica che affronta la vita? Pensiamo di poter affrontare una crisi sapendo che non sarà il tutto e che potrebbe nascondere un seme, un germe, un incontro diverso con la realtà? Oppure dalla crisi solamente vogliamo fuggire? Consideriamo ogni mancanza solamente una perdita e una ingiusta privazione? E se accadesse come accade nell’inverno dove la neve custodisce quei semi che spunteranno solo dopo una lunga incubazione? Scriveva Kierkegaard per parlare di questo passaggio: “quando il bimbo dev’esser svezzato, la madre si tinge di nero il seno, perché sarebbe cosa crudele che esso restasse desiderabile quando il bambino non deve più trarne nutrimento. Così il bambino crede che sua madre è mutata, ma la madre è sempre la stessa ed il suo sguardo è sempre pieno di tenerezza e di amore.”
Se possediamo tutto, se cerchiamo di trattenere tutto, se vogliamo essere tutto, davvero moriamo. Uccidiamo i figli quando li facciamo di proprietà nostra –oggi tutti i sociologi moderni ce lo ricordano. Uccidiamo chi amiamo se lo tratteniamo solo presso di noi e non patiamo mai la sua mancanza o il rischio di perderlo. Ho conosciuto un medico che è diventato antiabortista dopo che da una madre, alla quale aveva mostrato il feto sano ma con un dito mancante, si è sentito rispondere: “il figlio è mio e decido io”. No, il figlio ti è dato, la vita ti è data… e ti è data perché tu sappia non trattenerla. Questa è la logica pasquale. Ce lo dice anche il respiro con il quale viviamo: ci sono due movimenti che ci fanno vivere e uno di questi implica una perdita, uno svuotamento.
Dicevano i padri della chiesa con un’immagine che parlava delle crisi che affrontavano le comunità nei primi secoli: hai visto la luna? Essa risplende la luce del sole in una fase calante, crescente e splendente. Il sole per loro era Cristo e la luna la chiesa. Così dunque anche la chiesa riflette la luce di Cristo con la logica del mistero pasquale, dicevano.
Ma noi crediamo ancora nella fecondità di questo smarrimento, di questa ricerca che ci chiede di abbandonare le piccole sicurezze del mondo sulle quali pensiamo di poter affidare la quotidianità della vita?

S. Natale

Siamo qui oggi non solo per ricordarci che Gesù è nato. Perché che Gesù sia nato può essere ancora una cosa che non significa nulla. Che Dio si è fatto uomo può essere una bella frase, ma nulla di più.
Invece, noi siamo qui per qualcosa che ha a che fare con la storia unica di ciascuno di noi. Ovvero, la buona notizia non è solo che Dio si è fatto uomo, ma che Lui è venuto a cercarti. Il punto è la coscienza che Dio è venuto a cercati: non che Dio c’è, che Gesù c’è, ma che, nelle pagine della tua storia, Lui ti cerca e non vuole che tu vada perduto.

Me ne accorgo, anzitutto per il fatto che qualcuno ci ha messo nel cuore il desiderio e la nostalgia di Lui che solo a fatica si può estirpare del tutto. Ma questo desiderio di avere un senso, di avere un destino buono, che la fatica che facciamo per le persone alle quali vogliamo bene non vada perduta… tutto questo chi ce lo ha insegnato fin da bambini? Chi ce lo ha promesso? Chi ce lo ha fatto desiderare? Da sempre Dio è venuto a cercarci, anzitutto insegnandoci la sua nostalgia.

E poi, accade oggi esattamente come accadeva al tempo di Gesù. Lui è andato a cercare Pietro, Paolo, Giacomo, Giovanni e poi anche il centurione, la donna siro-eframita, la sammaritana… (è vero, a volte è dovuto anche scappare, a volte erano i discepoli a mettersi sulle sue tracce perché lui si nascondeva “in un luogo di deserto”, ma questo accadeva sempre perché prima egli si era avvicinato, li aveva provocati, li aveva affascinati, li aveva chiamati). E quando Gesù stesso era ancora in vita e ha iniziato a mandare a predicare i suoi perché le folle erano numerose, allora, fin da subito, il volto di Dio che ti cerca era anche il volto di Pietro, di Giovanni, di Paolo… Così per noi: il volto di Dio che ti cerca ha nomi e storie precise.

Ma tutti quei volti erano sempre lo stesso volto di Dio, lo stesso Gesù bambino, perché avevano lo stesso stile, lo stesso modo di presentarsi: non la prepotenza di un ideale, di una organizzazione, non la violenza di una ideologia o di una moda, ma la fragilità di una relazione affidata alla libertà umana e anche al suo fraintendimento. Questo è il significato di quella pietà popolare che insisteva sulla povertà di Gesù bambino. Come quel soffio leggero, quel “silenzio svuotato”, dove Elia ritrova il Dio che andava fuggendo. Lui che cercava Dio sul monte non lo trovava nel tuono, né nel fuoco, né nel terremoto, ma in quel “silenzio svuotato” così fragile e per nulla “eterno” o “potente”. Allo stesso modo, Dio viene a cercare “i suoi” da una sperduta provincia romana e quante volte, lungo la sua storia, lo vedremo frainteso dagli uomini e anche “dai suoi”. Da allora anche noi lo incontreremo così: in incontri nei quali magari non avremmo scommesso un centesimo.

Ma è sempre lui che ci viene a cercare. E per chi lo incontra, nasce questo sentore, questa sensazione che è anche la certezza che non ci sbagliavamo: quando lo troviamo, era come se lo avessimo conosciuto da sempre, era come ci cercasse e lo cercassimo da sempre. Era quella verità che desideravamo davvero, era quella certezza che speravamo esistesse.
Agostino, un uomo che aveva passato una vita intera senza Dio, quando lo trova dirà: “da sempre tu mi cercavi”, “tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova.”
Dio era da subito nel giardino della nostra vita pronto a dire: “Adamo dove sei?”. Ad ogni età, e per quanto ognuno sia perduto nei suoi affanni, nei suoi lavori, nella sua vita frammentata o dispersa, c’è sempre un angolo in noi dove risuona questa parola della nascita di Dio: Giacomo o Filippo o Andrea o Matteo o Federico… tu dove sei? La parola della nascita di Dio non è più una conoscenza su Dio, non è un sapere delle cose su Dio, ma è parola che chiede conto di te, è una parola sull’uomo e sulla sua verità. È la voce che ricorda: “Adamo dove sei?”, dove ti sei perduto? Dove io e te ci siamo persi?
Anche Pascal, un grande uomo matematico (si dice che avesse trovato i teoremi della clicloide durante una notte sofferta e insonne per il mal di denti) scrisse dopo la sua conversione: “io non ti cercherei se tu non mi avessi già trovato”.

Dio non cerca in generale il mondo, cerca proprio te, cerca i “suoi” direbbe il Vangelo. Lo abbiamo ascoltato nel Prologo: “venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto”. È vero, non lo accolgono, ma il testo dice ugualmente “la sua gente”, “i suoi”. I “suoi” non sono quelli che lo hanno trovato, non sono neanche gli uomini religiosi, ma sono quelli che lui cerca. Questo è tutto quello che basta per definirli.
Così aveva detto: “io sono il Signore tuo Dio”. Dov’è la potenza di questa frase? In questo “tuo”, in questo “io sono tuo”. Avrebbe potuto dire “io sono Dio”, invece con questo “tuo” si tradisce, è il suo punto debole. E’ come “i suoi” del prologo di Giovanni. Questo è il fascino della scoperta di questa notte, che Dio ha questo punto debole, per quanto tu ti possa allontanare, lui ha sempre bisogno di te e torna a cercarti, di anno in anno, di Natale in Natale, anche quanto ti sembra che siano tutti uguali e che la magia della vita sia ormai andata perduta, pronti solo a “tirare avanti”. Proprio per questo Lui torna a cercarti e a domandare a te uomo “dove sei?”, “dove ti ho perduto?”

V Domenica di Avvento

Vorrei parlare di due temi che emergono da questo vangelo e che mi sembrano utili ai fini del nostro cammino.
Le domande che i farisei pongono al Battista sulla sua identità mi sembrano interessanti nel loro carattere evasivo, come tentativi di non cogliere e vedere la questione che sta a cuore al battezzatore e che è decisiva nella sequela cristiana. Il loro problema infatti è come collocare la questione religiosa e il battesimo di Giovanni, come inquadrarla o considerarla (il profetismo, Elia, l’apocalittica…).
Invece, la questione è altrove: non è –come diciamo noi– quale sia la religione giusta o sbagliata, come far funzionare la parrocchia o i valori, ma il fatto della mia personale conversione. Questo è l’unico tema interessante e decisivo per Giovanni: non qualcosa che riguarda la società, gli altri o un’appartenenza (gli esseni, i movimento dei farisei, i gruppi rivoluzionari gli zeloti), ma “raddrizzare i propri cammini”.

Duemila anni fa come oggi le domande evasive che poniamo agli uomini religiosi –pur di non considerare quell’unica e vera questione– sono infinite. Il mondo che va male, la politica che non ci aiuta, l’economia, l’IMU, i vescovi corrotti… quanti luoghi comuni e quanto perdere fiato pur di non mettere a tema e di non non capire che la consistenza della nostra vita sta da un’altra parte! La cosa impressionante è che si può passare una vita anche frequentando la parrocchia senza mai considerare quest’altra questione: il proprio rapporto con Dio, la propria fatica di vivere, il proprio dramma esistenziale fatto di tutti i nostri difetti, vizi, errori… La parrocchia, il Bar dell’oratorio, i gruppi parrocchiali… si possono fare cento cose senza mettere a tema che invece sono io con il mio cammino di vita che devo continuamente “raddrizzare”. Non è la scuola che è cattiva, la crisi che ci opprime… ma la questione sono io!
Invece, si vede la differenza di spessore umano di chi non si accontenta della mediocrità delle cose, del fatto che “tanto le cose vanno così”, che “tanto sono fatto così” e fa un cammino personale, legge il Vangelo, mette mano al proprio carattere, ai propri difetti… magari cambiandoli di pochissimo, ma sempre riponendo la questione del proprio vivere nella relazione con Dio.

La seconda sottolineatura è la seguente. Giovanni sa che, quando sono state rimosse tutte le domande evasive, quando siamo a tema noi stessi e la qualità del nostro cammino, allora è necessario un giudizio di bene e di male ed è necessaria una strada buona. E’ necessario intuire una qualità etica del proprio vivere. Non tutte le strade sono buone, non tutte le scelte sono uguali, non tutti i cammini portano a umanizzarci. E dobbiamo sentire un compito e una responsabilità verso una sempre maggiore “umanizzazione” di noi stessi. Quando si perde questa tensione tutto è permesso, tutto è dovuto, tutto è indifferente. Leggere un libro, suonare il pianoforte o fare bene un mobile impiegando anche più del tempo necessario, diventa identico a sbrigare le cose in fretta, a lavorare male, ad accontentarsi della superficie, a svagarsi con la partita della domenica. Ma non sono la stessa cosa, non costruiscono persone uguali! C’è sempre un cammino da raddrizzare verso bene, perché c’è una qualità del vivere che emerge nella propria vita e che può essere bella, può uscire con gli anni, può renderci persone come Giovanni.

Una grande menzogna del nostro tempo tende a farci credere che non sia necessario per vivere da persone felici un discernimento personale, un giudizio etico, una qualità della vita. Tutto sembra essere uguale o ridotto alla personale libertà che viene vista come un “fare quello che si vuole”. Ma se un uomo ha come unico interessa la partita della domenica e un’altro invece viaggia, si interessa alla storia o agli altri che ha sotto casa (ognuno a modo suo e con i suoi carismi)… Beh, non indifferente agli altri e la società nella quale vivremo sarà ben diversa.
Scriveva il libro di Isaia qualche capitolo prima della lettura di oggi: “Guai a quelli che chiamano bene il male, e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro”.