Is 45,14-17; Sal 83; Eb 2,11-17; Lc 2,41-52

Due osservazioni a partire dal Vangelo che abbiamo letto.

C’è una logica di questo racconto che – se ci fate caso – è davvero vicina alla logica della risurezione. Perché lo dico? Perché capiamo che la Risurrezione è un evento (l’Evento) che contiene però una dinamica che ritorna, che viene anticipata o che si verifica sempre.
Ecco le somigliaze non certo casuali:
a) L’episodio è a Gerusalemme, nella cornice della Pasqua ebraica.
b) Per tre giorni Gesù non viene trovato come per tre giorni rimarrà nel sepolcro.
c) I suoi genitori lo cercano, ma non lo trovano. Come le donne che vanno al sepolcro e lo trovano imporvvisamente vuoto.
d) Al sepolcro due uomini pongono una domanda proprio simile alla risposta di Gesù “perché cercate tra i morti colui che è vivo”.

Questa osservazione ci permette di capire che c’è un gesto di Gesù (la logica della sua Croce) che è più grande di un semplice fatto che capita, di un incidente di percorso. C’è una logica della croce.
In settimana raccontavo ai ragazzi della strage di cristiani del Messico…. E raccontavo della morte di Padre Costantino Pro che quando è lì per essere fucilato dalle guardie capisce che l’unica cosa che c’è da fare è aprire le braccia in forma di crice. Perchè? Perché c’è qualcosa di quel gesto e di quell’evento che contiene una logica che è comprensibile a tutti, che accade ancora oggi, che è stata anche anticipata nell’infazia di Gesù.

Quali parole assume in questo racconto questa logica? Il perdere e il ritrovare il proprio Figlio.
Il comportamento di Gesù disorienta i genitori. L’andare a morire di Gesù disorienterà i discepoli (!). C’è un’asia tanto più grande quanto più questo figlio era il figlio di una promessa. E quando viene ritrovato rifiuta di riconoscere in loro il padre e la madre. (C’è un altro padre…). La risposta non fa che aumentare l’incomprensione.
Allora ecco come siamo lontanti dalla nostra retorica della famiglia. Perchè se è vera questa logica per un cristiano, la famiglia deve passare un bel disorientamento, un ordine più grande a sé… deve mettersi “madre contro padre” e “figlio contro figlia”. Invece da noi non accade nulla.
Siamo abituati a dire: se i figli hanno una bella famiglia alle spalle le cose vanno bene… non è così. Questo non è il Vangelo cristiano. Non è così perché lo abbiamo sotto gli occhi: abbiamo genitori “santi” e figli che sono da un’altra parte. E abbiamo famiglie “bene”. Ma abbiamo anche ragazzini tra noi e famigli da un’altra parte (potrei fare nome e congome di chi ha lottato con i suoi per venire a messa). Questo nostro discorso basta giusto per dire: se la famiglia è buona qualche valore… ma il Vangelo cristiano non è questa roba dei valori dei bravi ragazzi. Per i buoni valori, della buona educazione, non c’è bisogno di Gesù.
C’è qualcosa di più grande della carne, c’è qualcosa di più grande della famiglia naturale. C’è una comunità dove – come in Giovanni ai piedi della croce – si può tornare a essere famiglia. “Tornare”, significa che non è spontaneo, che spontaneamente faremmo “due cuori e una capanna”. “Tornare” significa che si deve perdere qualcosa (si deve perdere questa esclusività Genitore-Figlio per esmpio). Perdere qualcosa, perdere un figlio, è qualcosa di difficilissimo che va contro il DNA delle mamme. Che quando accade non se non è contro qualcuno (Gesù non scappa perché è contro Maria) ma per qualcuno (Gesù scappa per il Padre), anche se accade così e nelle migliori intenzioni, genera semper molto risentimento (fidatevi). Ma per ritrovare il nostro essere madri e padri cristiani, come paternità non solo della carne ma della fede.

Is 25,6-10a; Sal 71; Col 2,1-10a; Gv 2,1-11

E’ interessante mettersi dal punto di vista degli sposi di questo racconto. Essi sarebbero i protagonisti ma sono allo scuro di quello che accade. Ne sanno di più i servi. E ne sanno anche di più del personaggio che dirige il banchetto.
Gli sposi – senza saperlo – superano una grossa mancanza perché un’altro è intervenuto al loro posto. E non è più interessante se sono colpevoli o meno di quella mancanza (noi ragioniamo così). Come non è neanche interessante che loro lo sappiano che c’è stato un altro che ha cambiato la loro mancanza.

Non è il fatto miracoloso, ma il fatto che questa è la nostra esperienza quotidiana – se la sappiamo vedere. L’esperienza primaria è la coscienza che il mondo (tutti) viviamo come questi sposi, senza rendercene conto, di qualcosa che hanno fatto altri per noi. C’è qualcun altro che continuamente permette a me di vivere – semplicemente. Non saremmo vivi, senza il gesto di (non sappiamo chi neanche noi) ha pensato a fare in modo che il mondo prosegua.

Facciamo qualche esempio: credere di poter fondare una società (la nostra) su una specie di contratto, su un insieme di diritti e di doveri, come se la relazione tra me e l’altro fosse in qualche modo riducibile a questo: diritti e doveri. Come se io vivessi di questo, come se a me bastasse questo. E abbiamo trascritto tutto in questo schema, ogni rapporto: il lavoro (contratto…), la casa (questione di comprarla), il divorzio (diritti della donna), la scola (i diritti di lavoratori e studenti)…

Ma ragionare così, pensare che non si viva invece di un “di più” invece di un “dovuto”, questa è la questione vitale! Vivere di un insime di contratti e doveri: ci fa sopravvivere ma non vivere. E oggi neanche più questo.
Ci fa dimenticare della storia nostra: parlavo con un muratore ieri, queste case non ce le abbiamo per un contratto ma … una cosa bella nasce sempre così. E senza cose belle non si vive. Si vive di questo, mentre “se è dovuto è perso”.

Il segno di Gesù è il semplice segno del fatto che di questo surpluss noi viviamo, sempre. Di Dio e della sua misericordia noi vivivamo. 10 litri o 1000 litri che siano. Senza sapere neanche il nome di chi li manda. Non è un fatto economico – anche se ci verrebbe in mente subito. E’ il fatto che non erano dovuti (come dice Gesù: cosa ci viene da questo?). Ma se non sono vovuto, qualcuno – posso dirlo – mi vuole bene davvero e allora vale la pena vivere, e allora il futuro è sempre bello. Per il nsotro domani ci basterebbero 10 litri gratis e capiremmo che la realtà vale davvero la pena di essere affrontata, sempre.

Messa di Natale

C’è sempre un gioco tra il buoio e la luce.
Quando ero piccolo, una sera d’inverno è saltata la luce in tutta la via e siamo rimasti al buio per un’ora.
Per noi è normale accendere e spegnare una luce. Così ce ne sentiamo padroni. Quella sera però abbiamo dovuto fare l’esperienza del buio e accendere delle piccole candele. Ma con le candele non si riesce a fare tutto quello che si fa con una lampadina o con il sole. E io non sopportavo stare a lungo al buio. Quando mi alzavo di notte per andare in bagno, non potendo accendere la luce perché nella stanza c’era mio fratello che dormiva, mi immaginavo che in quel buio potesse accadere di tutto e che si nascondessero dei mostri che sarebbero magari usciti da un momento con l’altro.
Per questo tutte le culture festeggiano la fine del buio e l’inizio della luce. Perché nella vita c’è sempre un gioco tra il buoio e la luce.

Ma diventati grandi si diventa padroni della luce e si smette di avere paura del buio. Si insegna ai piccoli la “serietà delle cose e della vita”. La luce non scaccia i mostri delle tenebre (che sono una fantasia della mente), ma è solo uno strumento per il lavoro. Al più è una decorazione, un bell’effetto, un’emozione. Non c’è tempo per fantasticare sulla luce e sul buio. Non c’è quasi più tempo per stupirsi neanche di quelle luci che con i fuochi, nel periodo più buoio dell’anno, rompono il clima cupo per creare uno spazio di mille lucine. Non c’è tempo: la serietà della vita insegna che la luce è solo strumento e costa, costa sulla bolletta, e mi raccomando di spegnarela.

Non lasciatevi ingannare. Portate i ragazzi dove non si vedono che le stelle, e in quel buoio insegnategli cosa è l’uomo. Portateli in montagna di notte al chiaro della luna e insegnategli a ringraziare per quella luce. E andateci quando non c’è la luna, e avete poche tornce. Insegnategli a pensare alla luce non come il costo della bolletta o come all’emozione che passa. E insegnategli a guardare al sole non come l’artefice dell’abbronzatura. Insegnateglielo andando a fondo nella realtà — se siete grandi e seri — perché anche la luce è mistero – a fisica il mio professore di “ottica quantistica” diceva: se c’è una cosa che non sappiamo cos’è davvero è proprio la luce.

Nella vita c’è sempre un gioco di buoio e luce. Non è solo una bella immagine. Alle mie spalle c’è un grande mosaico che sono tante perline o pietrine una vicino all’altra. Lo hanno inventato i cristiani da un gesto molto affettuoso del gioco del buoio e della luce. I cristiani delle catacombe mettevano delle perline sulle tombe dei loro cari, perché lì sotto non si vedeva niente. Le catacombe erano cimiteri. E ce n’erano migliaia: tutti i morti li mettevano lì, non solo quelli delle persecuzioni. Tutti i morti li mettevano lì, perché i credenti non avevano un posto al sole, e ci mettevano delle perline. Qualcuno ce ne metteva un po’ di più. E poi qualcuno ha cominciato a formare una figura. Così, quando passavano con la lanterna, brillava qualcosa, lì. E dicevano: “E’ la zia, lo so”. Un gesto d’affetto, che diventa immagine e gioca con la luce.

Qui impariamo che, dietro a segni anche molto semplici e molto modesti, se abbiamo la delicatezza e l’avvertenza di volerli percepire, per tutti noi piccoli uomini, donne, bambini e cuccioli quanti siamo, dietro quei segni c’è qualche cosa di inimmaginabile.

C’è un uomo che desidera e che sa che i mostri del buio non sono solo il frutto delle immaginazioni dei bambini. Dietro questi segni c’è un uomo religioso, pauroso e fragile, che aspetta una certezza. Dietro alla bolletta o alla luce “al neon” c’è solo un uomo economico. Ma dietro a quei gesti di luce c’è il nostro essere uomini religiosi. E solo in questo essere uomini religiosi capiamo chi siamo veramente come uomini. E allora capiamo perché festeggiamo questa notte e perché accendiamo piccole candele. Non è una fantasia della mente, ma quello che siamo realemente. E’ un pezzo di storia. Anche perché, quando è nato, era davvero notte in quella parte del mondo, per molti uomini. Come è davvero notte ora. Non dimentichiamocelo.

Is 51,1-6; Sal 45; 2Cor 2,14-16a; Gv 5,33-39

Due cose da mettere in luce:
1) Gesù dice che c’è qualcosa di Dio che neanche Giovanni ha potuto testimoniare (io tuttavia non ricevo testimonianza da un uomo…), ma soltanto guardando a lui. E’ il carattere incondizionatamente buono di Dio. Dio non è mai contento quando vede un uomo che piange, non è mai soddisfatto se vede morire qualcuno, non è mai appagato se . Preferisce far catturare e morire qualcosa di suo (Gesù) piuttosto che i diescepoli. I disepoli avrebbero meritati di più, ma Dio preferisce mettere qualcosa di sé e proteggerli.

Sembra una cosa in fondo scontata. Che Dio è buono, lo si dice come fosse marmellata. Ma è tutta un’altra cosa quando riguarda me… Perché dire che Dio salva, che Dio è buono… è retorica e lo dicevano anche i diavoletti che uscivano dagli indemognati. Invece dire che Dio mi salva, che Dio è con me incondizionatamente buono e che non c’è posto al mondo dove posso finire dove merito di sentirmi umiliato da lui o di temerlo in qualcosa… questo è qualcosa che chiamiamo fede.

Non c’è una cosa sola dal quel io debba temere o possa meritarmi il castigo di Dio. Perché non c’è nessun castigo di Dio. E cosa è l’inferno allora direte: l’inferno è proprio quando io non spero più che lui possa perdonare anche me. L’inferno è quando credo che ci sia qualcosa che meriti una punizione.

2) Per credere questo – dice il Vangelo – ho bisogno di una testimonianza. Giovanni la dava (a modo suo), Gesù è piena testimonianza e anche le scritture sono testimonianza. Questo è un sapere (su Dio) che si sa solo come testimonianza. Ci sono delle cose che si conoscono perché si misurano o perchè si verificano. Ma non sono vere conoscenze, ma solo deduzioni. Quando misuro (quanto sono ricco, quanto vale una cosa, quanto…) non faccio altro che ripetere una cosa che conosco (la mia unità di misura). Quando misuro non conosco nulla di nuovo.
Ma se voglio conoscere qualcosa di veramente nuovo ho bisogno di qualcuno che mi faccia fare esperienza. Questo è un testimone. E’ conoscenza di una realtà che esiste solo attraverso la fiducia verso un testimone. Il nostro sospetto, a furia di essere ingannati a comprare cose, è oggi verso la possibilità di dare questa fiducia.
Eppure non avremmo nessuna conoscenza senza questa fiducia. Nemmeno quella più banale della scuola: se non ti fidi dei tui professori e maestri non sperimenti perchè è bene imparare a leggere e fare di conto.
Dobbiamo ritrovarla. Dibbiamo ritrovare la fiducia nella testimonianza cristiana. Oggi dobbiamo ritrovare la fiducia verso la nostra Chiesa. I gesti di Gesù passono da lei. E’ compito primario. Anche questo ci chiede l’Avvento.

2Sam 7,1-6.8-9.12-14a.16-17; Sal 44; Col 1,9b-14; Gv 18,33c-37

La prima lettura e il vangelo intrecciano due temi di grande interesse. Il primo è quello del pellegrinare o del dimorare, della casa o della tenda (nella prima lettura), del collocarsi pienamente nel mondo o nel non essere totalmente di questo mondo (per dirlo con il vangelo). A Natan Dio dice: non ti ricordi che io ti ho seguito, ho pellegrinato con te, senza preoccuparmi di legarmi totalmente a un luogo (come per un santuario). E così Gesù risponde: il Regno di cui parlo non si identifica con qualcosa di questa terra, non è il potere delle nazioni o dei politici, non è il potere della chiesa…
Tema interessante e intrecciato con il secondo – che vedremo dopo.

Io penso che tutti possano riconoscere l’importanza di questo primo tema. Lo si percepisce fortemente nell’esperienza della giustizia. La giustizia non è la giustezza – dico ai ragazzi. La giustezza è un calcolo, una retribuzione. La giustizia è molto di più, dipende da chi sei tu e dalla tua storia. La giustizia per esprimersi davvero deve amare, deve conoscere in profondità, non gli basta applicare una regola. Lo sperimentano i ragazzi che a parità di voto, a parità di esercizio,- rispetto per esempio alla fatica – sento che non è giusto dare la stessa valutazione, quella non sarebbe giustizia. Sarà anche matematicamente esatto, è giustezza, ma non è giustizia.
Allora si capisce che la vera giustizia (nella vita), l’avere giustizia per sé, non è questione di questo mondo. Leggete Manzoni per capirlo. La giustizia è questione di Dio, è questione che solo uno che ti conosce meglio dei tuoi genitori e ti ama più di loro può avere su di te una parola giusta davvero.
Ecco lo scarto. In questo senso la giustizia non è di questo mondo, non è delle leggi, dei compiti in classe, delle multe, della politica…. non che siano queste sbagliate, ma non corrispondono pienamente al senso che abbiamo dentro e che sentiamo che con la sola giustezza, pur essendo esatta, spesso suona come “indigusta”. Il Regno non è di questo mondo. Dio sta in una tenda. In questo senso noi attendiamo qualcosa nella vita.

Intrecciato a questo (lo scarto tra nel mondo e del mondo), c’è il tema della regalità della croce. In Samuele Dio la esprime con la frase “io ti sarò padre e tu mi sarai figlio”, mentre il Vangelo lo espime con la frase di Gesù “manifestare la verità”, ovvero la croce. La Croce svela la vera regalità che non è di questo mondo, che non è nella nostra logica spontanea.
Come può essere regalità questa impotenza? Come può essere potente -regale- questa croce, questo manifestarsi della verità come dono di sé totale?

Guardando a noi, dovremmo almeno dire questo: tutto ciò che genera, porta frutti, ci affascina davvero, trasforma e cambia le cose, dura… non proviene mai da una violenza, da una forza e da una costrizione. Se ci pensiamo le cose più belle che abbiamo ricevuto le abbiamo sempre ricevute come appello alla nostra libertà, questo davvero ci ha cambiato. Un esempio: un padre non cambia un figlio costringendolo con la forza a studiare (che potenza è questa? è da schiavi ma finisce) ma facendo un appello alla sua libertà che faccia capire al ragazzo: ti do tutto quello che ho di prezioso, quello che per me è prezioso, quello che sono io.

Questo è davvero potente: quando noi diciamo questo, nudo, senza protezioni e senza ruoli o maschiere, che tutto quello che sono è per te nelle tue mani. Questo cambia il cuore. E’ come guardare negli occhi e sostenere lo sguardo, tu così ti consegni e sai che questa “impotente e gratuita consegna” è la cosa più forte e più vera che tu puoi operare nell’altro.
Ecco la regalità dell’amore, questa potenza infinita e impotente in quanto è il segno più forte alla tua libertà.

Interessante. La regalità di Gesù (la sua potenza) non è la struttura (neanche dell’oratorio), non è l’abitudine (neanche della Messa), non è l’istituzione (neanche della Chiesa)… è la potenza di uno sguardo che dona tutto all’altro facendo appello alla sua libertà. Le braccia aperte sulla croce. Il dispiegarsi della verità.
Qui c’è la verità di Dio che non è onnipotente perchè può tutto quello che vuole (il nubifragio…). Quello sarebbe un dittatore, ma è onnipontete perché l’amore è l’unica forma vera di potenza in grado di cambiare le cose, perché è come uno che ti guarda negli occhi consegnandosi nudo per come è, dandoti tutto quello che ha.
E – noi aggiungiamo – ogni altra potenza che non viene dall’amore, dal proprio mettersi in gioco e consegnarsi, ma dal male (dalla costrizione, dall’obbligo, dal ricatto morale), è semplicemente destinata a perdersi, non sarà mai fruttuosa, farà danni e muorirà lei stessa.

At 10,34-48a; Sal 95; 1Cor 1,17b-24; Lc 24,44-49a

Le letture di oggi ci spingono a riflettere su caso serio del nostro essere cristiani.
Dico il “caso serio”, perché fino a che si ha in mente che il cristianesimo è un fatto di “bella compagnia”, di “ritrovi colarati”, di “bar dell’oratorio”… Senza accorgerci che – anche in parrocchia – già subito ci sbraniamo e litighiamo e che anche tra ragazzi dopo un attimo nascono le divisioni… E c’è una sofferenza anche tra noi. Allora nasce il “caso serio della fede”, allora ci si domanda cosa è questa fede che “colora il mondo”, che dà la “vera letizia”, che vale la pena di essere portata fino ai “confini della terra”. Ecco che nasce il caso serio.

E il caso serio è questo: c’è una logica del Vangelo, una logica di Dio e, dall’altra parte, una logica del mondo, non necessariamente “cattiva”, “distruttiva”, “perversa”, ma lontana dalla logica del Vangelo.
Lo abbiamo ascoltato: “noi annunciamo il Vangelo – dice Paolo – che è scandalo per i Giudei (uomini religiosi) e stoltezza per i pagani (i non religiosi)”.

Un esempio?
Abbiamo visto sui giornali in questi giorni le foto di una Roma distrutta dai vandali. Tremendo. Ma abbiamo pensato che quello che c’è di tremendo non è solo il danno economico, la quantità della distruzione, ma il vero danno è il non-senso di questo atto? Il danno non è solo la macchina incendiata ma il gusto di distruggere una macchiana per distruggere. La logica del mondo dice che il male c’è per il danno (economico) che produce. La logica del vangelo dice che – non è prima una questione economica – ma che anche se non si fanno danni, l’uomo non è fatto per fare del male. Anche stuzzicare il compagno di banco, per il gusto di fare del male, non avrà le stesse conseguenze di quei vandali e non andrà sui giornali, ma se è – nel nostro cuore – fare male per fare male, è assolutamente uguale. Anzi, meno il male è eclatente, più è meschino, se non vale neanche i soldi dell’avvocato, più è cristianamente tremendo, anche se socialmente meno evidente ed eclatante.

Ma il Vangelo dice altre due cose importanti che vorrei mettere in luce:
1) Questa “logica del mondo” e “logica del vangelo”, non è una suddivisione tra credenti e atei, tra uomini religiosi e libertini. E’ invece anzitutto una divisione che sta dentro ogni uomo e quindi anche dentro ciascuno di noi come cristiani.
Dice Pietro “sto rendendomi conto che Dio non fa differenza di persone”. Riguarda circoncisi e non circoncisi, uomini spontaneamente religiosi e altri. Riguarda il cuore che viene diviso, direbbe Paolo altrove, per cui “faccio quello che non voglio e non riesco a fare quello che vorrei”.
Il Vangelo non divide gli uomini tra di loro, ma divede il loro cuore, divide il nostro cuore. La chiesa non divide gli uomini tra credenti e non, ma (come scrive Bonhoeffer) divide ogni uomo, ogni giorno, tra la decisione di aderire al Vangelo e quella di perderlo.

2) Questa possibilità appare come scoperta sicura, come certezza trovata, soltanto alla luce del Vangelo. Accade per noi sempre ogni giorno, come per ogni uomo al quale viene raccontata la storia di Gesù. E accade come scoperta. Abbiamo ascoltato “mi rendo conto che Dio non fa differenze”. E nel Vangelo “Gesù aprì le loro menti al senso delle scritture”. Non ci arrivavano da soli. Pensavano che l’unica possibiltià erano le cose così come vanno. Invece il Vangelo è scoperta e la scoperta è lo stupore che una cosa c’è e poteva non esserci.

Oggi il mondo fa di tutto per dici che invece non c’è alternativa, che le cose sono solo così. Che l’uomo è fatto per la sua sopravvivenza e realizzazione (e se questo costa a qualcun altro, non importa, peggio per lui, nascondiamolo). Che è d’obbligo, per esempio, che quanti ti sposi cerchi casa vicino al lavoro e non vicino alla tua comunità e che poi si è destinati a vivere da soli, anche dopo anni di “comunità” in oratorio. Perché, cosa vuole, prima c’è… Come a dire: non c’è alternativa.
Annunciare il Vangelo è smascherare questo inganno: che la logica del mondo non è l’unica possibilità. Che si può vivere felici anche con nulla, amati anche se fisicamente da soli, sorridenti anche malati.
Si può, e noi lo abbiamo visto sulla faccia di tanti uomini che ce lo hanno testimonianto con la vita. Se questo ci divide il cuore, all’inizio ci farà un po’ male, ma è Vangelo, è il caso serio della vita.

Gv 20,24-29; Bar 3,24-38;oppure Ap 1,10;21,2-5; Sal 86; 2Tm 2,19-22; Mt 21,10-17

Faccio solo un pensiero perché questa eucaristia – su pensata di un genio! – sarà accupata anche dall’elelezione del consiglio pastoriale.

Gesù è entrato a Gerusalemme – lo sappiamo – e si dirige al Tempo. Il suo ingresso pone alla folla una domanda: chi è costui? C’è chi ne ha paura e chi lo loda. Anche all’ingresso del tempio, poi, la domanda si ripete: Chi è costui? E Gesù fa due gesti (se ne ricorda sempre uno, ma fa due gesti): scaccia i mercanti e guarisce. E insieme a questi dice due parole: una sul tempio e una sulla lode.

Cosa è importante di tutto questo? Forse l’atto di carità di Gesù che guarisce i ciechi? Forse l’atto di giustizia che toglie di mezzo le bancarelle dei mercanti? Tutti, in fondo, abbiamo in mente questa scena così. Abbiamo in mente che “finalmente arriva Gesù” e fa giustizia. Come a dire: vedi che bravo? bisogna fare così anche noi. Dobbiamo impegnarci anche noi perché il Tempio, la Chiesa, non sia commercio e non si facciano ingiustizie.

Non che questo sia sbagliato – si intende. Tuttavia, è questo il cuore che dobbiamo capire di questo testo? Che bisogna evitare che la Chiesa diventi commercio e che si deve proteggere i deboli e che, in fondo, questo è il Sacro, questa è la Chiesa. Di recente un film di Olmi azzarda questa tesi Il viaggio di cartone. Si spoglia una chiesa degli arredi e si dà ospitalità a degli immigrati.
Ma è tutto qui? E, se è tutto qui, perché continuiamo a sbagliare? E perché servirebbe Gesù per questo, non c’era già una giustizia del povero nel diritto Romano?

No. Io penso che il centro di questa pagina non siano i gesti eclatanti e giusti (ma è facile dirlo noi), con tutto il loro significato. Il centro per me resta l’identità di Gesù: chi è Gesù?
Ora spiego. E’ importante percepire che questi gesti, allora, non furono scandalosi in sé, ma lo furono per il fatto che li facesse semplicemente un uomo, Gesù. Che li facesse senza essersi comportato come ogni altro uomo giusto fa in questi casi. Senza, per esempio, essersi confrontato con gli esperti sul caso, senza aver chiesto a chi di dovere e in più, con la pretesa di essere lodato. Un uomo?
Voi immaginate il caso di uno entra in una scuola, magari un ex insegnate, e va dal preside e dice: ma non si fa mica così, non si insegna così, non è questa la didattica… Ti faccio vedere io come si fa. Ma noi come resteremmo? La prima cosa che diremmo non è tanto se sia giusto o meno quello che ha fatto (sai, siamo tutti un po’ capaci lì per lì per un attimo di fare bene), ma la prima cosa che ci verrebbe in mente è: ma chi è costui per fare così? per saltare tutte le procedure? Per non stare in un confronto. Cosa ne sa delle spese del tetto della Chiesa? Cosa ne sa della gestione o delle difficoltà che abbiamo noi tutti i giorni? E poi: ci sono anche altri che danno altri consigli su come bisognerebbe agire…

Questo è il centro di questa pagiana. E – se siamo onesti – questo era lo scandalo di allora come è ancora lo scandalo di oggi. Non sentiamo dire da tutte le parti: chi sei tu Chiesa per dire che hai un verità? Non diciamo oggi: anche tu Chiesa, ti devi mettere in coda come tutti gli altri, e non pretendere di avere qualche verità (fosse anche un bel gesto o un gesto di giustizia e carità) perché ci sono anche tanti altri.
Per esempio, anche su Gesù, tu dici di avere i Vangeli, un dogma, la trinità… invece noi sappiamo che tu hai solo una immagine di Gesù… E poi cosa dici del matrimonio, della vita… come se fosse la verità.

Ecco la pretesa che dà fastidio, anche a noi oggi. Ecco il vero gesto di Gesù al Tempio, che dà fastidio anche a noi. Non è solo un gesto di giutizia e di misericordia, ma è un gesto che ha una pretesa, che pretende, che dice una verità assoluta. Oggi come allora, questo è lo scandalo. Noi diremmo a Gesù: fai una commissione, vedi se i soldi presi all’ingresso del tempio vanno in buoni scopi. Confrontati con chi ha studiato la legge! Ecco lo scandalo.
E pensiamo a noi. Chi dei nostri ragazzi pensa ancora che i gesti della Chiesa che ripetono la cura di Gesù siano nulla di meno che una verità assoluta e universale? Che la cena di catechismo dell’altra sera contenga una verità assoluta, una certezza e una giustizia intoccabili e universali. E non sono soltanto il mio modo di essere fortunato (di vivere qui in occidente da cattolico) e di passare del tempo insieme agli amici.
Con che pretesa crediamo che i gesti di uomo siano per sempre la verità assoluta di tutti gli uomini? E che lo siano così, di un balzo, senza stare a trattare, pur saltando in qualche modo una verifica e confronto?
Ecco in qualche modo lo scandalo. Bisognerà pensarci se vogliamo davvero essere cristiani.

Gb 1,13-21; Sal 16; 2Tm 2,6-15; Lc 17,7-10

La lettura del libro di Giobbe meriterebbe un lungo discorso a parte. Visto che siamo in una predica, vorrei solo fare un’osservazione importante, perché questo ritaglio di lettura rischia di dare un’immagine diversa da quella del libro. Giobbe non è l’uomo paziente che accetta tutto e rimanendo in silenzio. Al contrario, è il furibondo accusatore di Dio, fino a dire di rimanere “ossa e pelle” ma di non farsi andare bene ciò che gli accade (il dolore innocente). Fino ad accusare Dio e a chiamarlo in giudizio.
Una cosa, tuttavia, deve essere mantenuta – ed è un altro aspetto che non c’entra con il dolore innocente di Giobbe: “amare Dio per nulla” (Come dice P. Ricoeur). In questo stà una sfida anche per Giobbe.
Diceva S. Agostino: godere non per le cose belle, ma per ciò che fa belle le cose. Cogliere al di là del dono, la grazia del donatore. Pensate a questa festa: non essere contenti per il cibo buono, ma per ciò che rende buono questo cibo e questa compagnia. Godere non per l’amico simpatico, ma per quel legame in forza del quale questi amici mi sono diventati anche simpatici.
Questa è una delle grandi sfide del cristianesimo. Cogliere la forza che trasforma i semini in alberi, direbbe Gesù. Perché è qui il vangelo e la felicità degli uomini. Non nell’albero già bello, ma nella forza che ha trasformato il semino in albero. Non nell’uomo che vede e cammina, ma nel miracolo che mi fa camminare e mi fa tornare a vedere. Il Regno è questa forza trasformatrice. “Amare Dio per nulla”, come dovrà imparare Giobbe è anche questo: cogliere il donatore al di là del dono.

Il Vangelo che abbiamo ascoltato deve essere collocato dentro la domanda “cosa significa credere?”. In particolare, “cosa significa credere per chi ha una responsabilità nella comunità?, per gli apostoli che già erano stati mandati in missione. Subito prima, infatti, i discepoli fanno a Gesù la domanda “aumenta la nostra fede”.
Il tema è dunque quello della fede, per chi fa parte della comunità. Fede, per chi ha una responsabilità, sembrerebbe “fare ciò che si deve fare”, non per un riscontro, non per un merito, “amare Dio per nulla” – si diceva – fare ciò che si deve fare per nulla. Non per vedere quanti siamo.
Dico spesso ai ragazzi. L’oratorio deve essere il luogo dove si può fare di tutto purchè lo si faccia per nulla. Cioé,
non per “abitudine” – “sono cresciuto qui”,
non perché ho la mia cricca di amici e “non so dove andare” e “allora sono qui” (c’è il bar per questo)
non per un interesse particolare – sono qui per il corso di calcio (c’è la sportiva per questo)…
L’oratorio è il luogo dove si può fare di tutto purché lo si faccia per nulla. Si coltivino amicizie purché non siano per un motivo forte, finalizzate a una utilità.
E il prete – aggiungo – deve essere autorizzato (compito difficile) a fare anche casino quando vede che in una comunità ciò che ci tiene insieme è diventato un motivo più forte di questo “per nulla”. Dove gli interessi di alcuni, dove l’abitudine di alcuni, prevale su questa idea di gratuità. Non perché piace al prete, perché è scritto qui.

Allora mi immagino un bambino che oggi pomeriggio vede fare tutto questo lavoro dai ragazzi più grandi e può domandarsi (come di fronte al servo del vangelo), ma perché questo lo fa?
Non lo fa per soldi, non lo fa perchè qualcuno gli dice “grazie”, non lo fa perché non ha null’altro da fare… non è che lo faccia anche per Dio.
Questa è la logica dei servi del vangelo. Fuori da questo, c’è solo il mondo che invece fa tutto perché gli interessa qualcosa. E non fa nulla se non ha un riscontro per qualcosa (di soldi, di fama, di abitudine…). Ma noi siamo da un’altra parte. Il Vangelo ce lo ricorda.

Sof 2,3a-d;3,12-13a.16a-b.17a-b.20a-c; Sal 56; Gal 6,14-18; Mt 11,25-30

La festa di S. Francesco ci permette di rilleggere il senso del nostro mandato di educatori. Vorrei farlo alla luce di quanto scrive Francesco all’inzio del suo testamento.

Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo.

Siamo di fronte a uno dei testi più famosi della spiritualità cristiana. In poche frasi viene detta tutta l’essenza del mistero di una conversione e di una vocazine.

Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così. Si tratta in realtà della guerra tra Assisi e Perugia, della sconfitta e dell’incarcerazione di Francesco. Ma è importante capire che si tratta di una crisi. C’è un uomo che si è abbituato a vedere le cose in un certo modo e che – a un certo punto – si scontra con una realtà che è amara. Si impatta con la realtà — amara. Gli sembrava cosa troppo amara anche solo il vederli quei lebbrosi.

Se pensiamo ai nostri ragazzi forse capiamo che è così anche oggi. A me sembrava cosa troppo amara (troppo difficile, troppo lontana) avvicinare questi ragazzi. Avvicinarli per quello che sono, nella loro totale apatia, nel loro mondo di cose futili, schiacciati sul presente, sulle voglie, sulle emozioni..
Insegno in una scuola e vi dico che il filo rosso di tutti i discorsi dei professori sui ragazzi (di questi tempo, ma secondo me è sempre stato così) è una lamentela. Il filo rosso oggi è una lamentela. E’ l’amaro di S. Francesco, non avrei un’altra parola.

Ma il Signore – dice Francesco – mi pose di fronte a loro. Questa è la realtà e se è vera, se sono capace di starci di fronte, mi scombussola sempre (al di là di ogni ottimismo) ed è amara. Dico sempre che scambiarsi la pace seriamente anche tra di noi sarebbe un gesto difficilissimo.
Fare gli educatori è così: amaro. Lo ha detto anche il papa rivolgendosi ai docenti delle università spagnole. E’ amaro stare di fronte alla povertà dei nostri ragazzi, non inventiamoci scuse.

E usai con essi misericordia, aggiunge Francesco. Cosa significa questo per un educatore? Non significa che fai la mamma! Non significa che esci con il sorriso. Significa per me che sei capace alla fine di fare affidamento a quello che c’è in comune tra te e i ragazzi che hai di fronte. Misiricordia è questo: io so posso fare affidamento sul comune desiderio della vita e della felicità, sul comune cerchio della vita. Lo dice Schekspeare in una bellissima espressione nel Mercante di Venezia: capire che anche l’altro è come me. Dice il mercante di venezia. “non ha mani un ebreo? non ha occhi un ebreo? sensi, affetti, passioni?”. Sentire questa comunanza è il senso della compassione.

Allora diventa vero che allontanandomi da essi – cioè solo dentro una distanza che si matura dalla realtà – essa lascia dentro di noi una traccia. Accade che quella distanza lascia una traccia che è la loro dolcezza, di animo e di corpo – come dice Francesco.
Davvero indelebile. (Non dice così anche il Magnificat che diciamo tutte le sere?)

Dt 6,4-12; Sal 17; Gal 5,1-14; Mt 22,34-40

Una premessa e due osservazioni, nella speranza che ciascuno possa portare a casa qualcosa per sé.

a) La premessa riguarda il tema centrale di queste letture: il senso dei comandamenti o di una legge.
Perché per un cristiano non basta una generica “legge del cuore”, un “ama e fa ciò che vuoi”? Lo ripeto: non basta. Ma, dall’altro lato, non ha senso parlare di una legge (neanche delle regole di una famiglia, o del mettere a posto l’aula giovani) senza la percezione che tutto è detto perché qualcuno si prende cura di te.
Lo dico con una citazione di P. Beauchamp che per me resta bellissima:

La legge è preceduta da un “Sei amato” e seguita da un “Amerai”. “Sei amato”: fondazione della legge, e “Amerai”: il suo superamento. Chiunque astrae la legge da questo fondamento e da questo fine, amerà il contrario della vita, fondando la vita sulla legge invece di fondare la legge sulla vita ricevuta. Il Vangelo si basa su questo punto d’impatto.

1) La prima osservazione riguarda la totalità dell’amore che è richiesto. Abbiamo letto:

amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la vita, e con tutta la tua forza

Parole che riprende Gesù, cambiado “anima e mente” al posto di “nefesh”-respiro- e “mod”-forza (nel senso dei mezzi a diposizione).

Penso che queste parole possono essere più chiare se capiamo che l’amore è sempre una esigenza totale. Non una esigenza parziale (non: mi stai simpatico fino a che mi fai ridire – questa non è una amicizia) ma esigenza totale (qualunque cosa tu diventerai io non smetterò di amarti) – pur in infinite forme diverse. Ripeto: l’amore è sempre una esigenza totale che vive in forme infinite e diverse. Ma è esigenza totale!
Non puoi dire: se mi chiedi anche questo, allora non ci stò. Se mi chiedi anche di fare fatica in parrocchia allora me ne vado. Se mi chiedi anche di “pensare” a catechismo, allora preferisco andare altrove. Dici così solo perché non hai colto il legame vero, non hai colto l’esigenza totale che tu stesso hai di voler bene nella totalità delle sue richieste. Anche perché (fidatevi) il limite, se lo pongo io, è semper bassisimo: è sempre “ti voglio bene fino a che fa comodo a me”. Invece si vuole bene solo nella totalità. Poi spettererà a te trovarne la forma. Ma la forma avrà sempre l’impressione di essere totalizzante. Altrimenti non c’è. In questo senso l’espressione “aumenta la nostra fede” è ambigua. E’ falsa, se è intesa come “rendici più disponibili”… Quando è fede è fede, ne basta un granello e sposta le montagna (paradossalemnte). E’ vera, se è intesa come richiesta di una percezione totale dell’esigenza di Dio. Ponici di fronte alla totalità che sempre richiede un amore per essere amore, una fede per essere fede. Altrimenti non è niente.

Cosa significa?
Io ho in mente la faccia di alcuni ragazzi, presi nel loro mondo, quanto gli fai una richiesta e loro ti dicono “ma è troppo”. Sai perché? Perché questo discorso che un amore è tale solo se percepisce la sua esigenza infinita è sospetto nel nostro contesto culturale. L’ho detto altre volte. Non è che tu non ce la fai – noi abbiamo fatto gli educatori, l’università, le mamme e i papà con i figli (uno a Como ha tre figli e ne ha “adottati” altri sette e in più lavora)… Non è che non ce la fai, è che vedi sospetta una richiesta totale. E’ che percepisce la tua esigenza solo parziale.
Potremmo andare avanti. Ma notate questa sera (per chi ci sarà – e non sarà chiedergli troppo di esserci) quanto è stato totale il coinvolgimento di questi ragazzi anche solo per farvi una festa…

2) La seconda osservazione riguarda il Vangelo. I due comandamenti di Gesù sono a) da non confondere b) da tenere insieme c) da percepire sproporzionati.
a) Da non confondere, in questo senso: quando ne manca uno (è il nostro problema) l’altro diventa come Dio, o io stesso con i miei problemi diventiamo come Dio. I problemi miei diventano i problemi enormi di Dio. Non c’è più nulla al di sopra tra me e te, che faccia da arbitro tra me e te, che faccia giustizia tra me e te. Io comando – sono io Dio – oppure tu comandi, sei tu Dio. Ed è un disastro. Per questo noi parliamo (a cetechismo) di un ORDINE DEGLI AFFETTI. Senza questo (senza Dio) la tesi critiana è che non esistono affetti ma solo narcisismo oppure sottomissione e servilismo (sei schiavo dell’altro).
b) Da tenere insieme, in questo senso (è facile da capire): se l’amore per Dio non ha a che fare con l’amore per i fratelli, non è difficile, non è amore per Dio, ma è una fantasia del Pensiero.
c) Da percepire sporporzionati, in questo senso. Questo è più dimenticato. I due comandamenti hanno un ordine che va rispettato e hanno misure diverse che vanno percepite. Solo di Dio è detto: “con tutto il cuore, vita e forze”, dell’amore per l’altro è detto invece “come te stesso”. E anche l’ordine ha la sua importanza: pur essendo uniti, prima c’è il comando di amare Dio e poi i fratelli. Di nuovo: l’ordine degli affetti è esigenza del comando dell’amore. Converà che prima o poi ci pensiamo.

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