I domenica dopo Pentecoste

Gen 18,1-10a; Sal 104; 1Cor 12,2-6; Gv 14,21-26

Nella mentalità comune la parola “amore” è quasi all’opposto della parola “comando”. Amore è un fatto totalmente libero, un sentimento che muove felicemente la vita. Al contrario i comandi, o i comandamenti sono –anche quelli giusti– qualcosa che non dipende dalla libertà degli uomini: sono un obbligo da compiere. Il “comando dell’amore” suona dunque oggi quasi come una contraddizione. E anche se l’amore fosse l’oggetto di un comandamento, verrebbe da chiedersi: come comandare, come obbligarci in qualcosa che non può che nascere da un atto libero?
Così suonano alcune obiezioni: “come potrei amare i miei nemici?” Come forzarmi a fare ciò che invece magari non sento come mio? Potrebbe uscirne un’immagine quasi ridicola del cristiano: come colui continuamente mosso dai rimorsi di non riuscire a amare chi dovrebbe per imposizione sa che “deve” amare.

Penso che il fraintendimento oggi si faccia molto sentire e vada ricompreso nella sua origine. Bisogna di nuovo capire come “amore” e “comando” non siano due idee una all’opposto dell’altra.
Non è difficile scalfire la retorica dell’amore come libero sentimento. Basta avere un figlio o un amico che è da aiutare per capire subito come il libero sentimento diventi presto un “vincolo” un legame dal quale non è facile scappare. Oggi è l’aspetto più difficile da accettare che impedisce che una semplice conoscenza diventi qualcosa di più. Si ha paura di un limite della nostra libertà futura, di un condizionamento nel domani, di un impegno. Eppure, se siamo adulti, sappiamo che non c’è amore o amicizia senza questo legame vincolante. Diceva lo scrittore C. S. Lewis che la parola “obbedienza” è una parola simile alla parola “amicizia”, non perché è necessario diventare schiavi l’uno dell’altro ma perché è necessario per essere amici seguire entrambi uno stesso sentiero, una stessa passione, essere fedeli a una meta comune.
L’amore mostra il suo carattere vincolante non solo quando dobbiamo donarlo a qualcuno ma anche e soprattutto quando dobbiamo riceverlo. Possiamo riceverlo a cuor leggere se veniamo amati per una delle nostre qualità, perché lo sentiamo come ricompensa di qualcosa che facciamo, ma se veniamo amati soltanto per quello che siamo? Questa è in realtà un’esperienza non facile perché chiede di uscire dal proprio narcisismo e dalla preoccupazione di sé, richiamando la nostra responsabilità che spesso non si mostra all’altezza delle aspettative che sente.

Anche la parola “comando” andrebbe ricompresa. Nel brano di vangelo di oggi è un evidente sinonimo della di “parola”. “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama” e poi la stessa frase invertita “Se uno mi ama, osserverà la mia parola”. Il comando è una “parola”, è un “ascolta”; tant’è che quelli che noi chiamiamo i “dieci comandamenti” sono in realtà chiamate le “dieci parole”. Non è solo una differenza linguistica. Prima che identificarsi con un dovere, il comando è la parola alla quale tu presti ascolto nella vita. Quale voce ascolti, a cosa presti attenzione, cosa segui di importante?
Paolo dice che da pagani “si servivano gli idoli muti”. Interessante: il comando non è un “dovere” che ciò che sempre si sta servendo, perché sempre serviamo qualcuno, abbiamo dei valori, presti ascolto a un ideale. Il problema è: quale? Quale idolo ascoltare? Il punto non è che si è trasgredito il comando per seguire la propria libertà, ma il punto è sempre di chi si è schiavi.

Dunque potremmo dire: “ascolta e impara ad amare”. Così il dittico appare più comprensibile perché si ama solo se ci si mette in ascolto di una verità. Come dice Giovanni: c’è uno spirito che ti permette di vedere e di ascoltare ciò che tu neanche saresti in grado di sentire. Così accade tra noi: solo chi davvero sa “vedere” e sa “ascoltare” il fratello nella sua verità, nel riconoscimento della sua assoluta dignità, allora si rende conto di poterlo anche liberamente amare.

Pentecoste

At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20

Quando sei anni fa sono diventato prete, diverse persone mi hanno chiesto come mai avessi fatto una scelta del genere. Nell’imbarazzo che genera una domanda come questa –e sopratutto nella sproporzione tra la richiesta e una possibile risposta– percepivo che la vera difficoltà era data dal fatto che sembrava difficile, anche per gente cattolica che va in Chiesa, pensare che Dio agisca davvero nella vita delle persone, pensare che davvero esista uno Spirito.
Parlo di me, ma potrei parlare di tanti di voi che sono qui: i ragazzi che sono qui nonostante i loro coetanei li considerino “bigotti”, le famiglie che si danno da fare in parrocchia nonostante le fatiche, nonostante si possa andare a sciare nei weekend, o i quei giovani che magari si trova a leggere assieme il Vangelo, malgrado abbiamo tanti altri impegni…
Sembra diventato difficile dire che l’intuizione che ci ha mosso e continua a muoverci su questa strada, facendoci intravedere una verità, possa essere chiamata semplicemente un dono dello Spirito, la presenza reale del Signore incarnato nella nostra vita, nella nostra coscienza che –come grillo parlante– ci suggerisce la verità.

Perché sei entrato in Seminario? Perché segui ancora questi amici? Perché vai ancora in oratorio? A volte le risposte che immediatamente possiamo darci appaiono molto più umane e comprensibili: perché sono stato educato così, perché ho avuto questa storia, per la psicologia, perché mi sono trovato bene… Eppure queste risposte non mi hanno mai convito del tutto. Sono vere? “Forse anche”, ma nessuno potrebbe spingersi più in là di un “forse” e sapere con assoluta certezza il motivo di una decisione.
Tutte quelle risposte materialiste dimenticano che io sono sempre libero di andarmene, di non starci più, di fare la scelta opposta… perché la mia libertà è un mistero a me stesso (libertà è in fondo il nome che diamo a questo mistero) e non è qualcosa che mi sono dato da solo, né posso togliermi questa libertà da solo, senza togliermi anche la vita. Pensate come si possa incarcerare o torturare qualcuno, ma non si possa togliere la libertà, la libertà di amare qualcosa. C’è un mistero che ci abita: nessuno può costringere un altro ad amarlo liberamente.

Le risposte materialiste sono risposte che spiegano solo in parte la realtà e dimenticano quello che invece in molte occasione ci è davvero evidente: che siamo mistero a noi stessi e che la nostra coscienza, le nostre intuizioni, i dubbi e le domande, come le scelte definitive, hanno sempre a che fare con una sostanza che non possediamo del tutto, che non è in mano nostra. In altri termini: nessuno è in grado di dimostrare Dio agli altri, e questo è evidente a chiunque abbia un figlio o faccia l’educatore, ma dovremmo anche dire che nemmeno a noi stessi e non siamo in grado di andare da soli verso Dio.

Il mondo si stupisce perché la Chiesa dice che le scritture sono state ispirate da Dio, come se questo fosse un fatto impossibile. Tuttavia non si stupisce del mistero che abita ogni scelta e ogni vita, in particolare quelle che decidono di essere “diverse” dal previsto o dal “prevedibile”. Non si stupisce che ti sei deciso ad amare per sempre proprio quella ragazza (e non un’altra magari), non si stupisce della fedeltà a quegli amici, del fascino di quella parola evangelica…
E’ così: se uccidi il mistero che ci abita, se smetti di credere in uno Spirito (che è una ragione della nostra singolarità), nulla più ti stupirà della tua vita da adulto. Ma se nulla ti stupisce davvero, per cosa vale realmente la pena vivere? Una vita così non assomiglierebbe troppo a un vivacchiare inconsapevole?

Vorrei fare un passo ulteriore. Cosa distingue lo Spirito di Dio da ogni generica intuizione, da ogni generico moto della coscienza e dell’anima del quale non conosciamo l’origine? O da ogni mistero che potrebbe spalancarsi in noi stessi?
Gesù dice in questo Vangelo che questo Spirito rimane per sempre. La fede dei discepoli è consapevole del fatto che la vita di Gesù non è sotto il potere della fine, della morte, dell’invecchiare del tempo. E il suo Spirito si distingue da questo: semplicemente non muore. Per quanto possiamo nasconderci quella verità, per quanto per diversi anni abbia cercato di assopire la mia vocazione, essa riemergeva sempre sistematicamente. Lo Spirito di Gesù si riconosce perché non abbandona.

I legami che rimangono sono il segno del suo Spirito. Tutto ciò che la storia (o la morte) non è in grado di uccidere, di far morire. E questo non significa che si debba sempre stare assieme o continuare a vedersi ogni giorno. Ma tutto ciò che viene coltivato di buono, nelle relazioni, a infiniti livelli, se viene dal Signore porta frutto altrimenti muore. Ed è meglio che muoia, a volte smascherando l’illusione o il narcisismo che la nutriva. Quello che è certo è che se una cosa non viene dal Signore la storia se lo mangerà via, lasciandoci non più ricchi ma più poveri e arrabbiati a volte, o nostalgici e malinconici.

Per questo, più che fare tante attività, è necessario imparare a pregare gli uni per gli altri. E più lo si fa, più ci si accorge che è davvero il Signore a tenere in piedi la nostra storia ed è solo per questo che possiamo anche permetterci di non angosciarci troppo del domani che avrà già le sue inquietudini.

Ascensione del Signore

At 1, 6-13a; Sal 46; Ef 4, 7-13; Lc 24, 36b-53

La festa di oggi mi ricorda di non spiritualizzare la vita cristiana perché il cielo sarà fatto dei nostri affetti “carnali” e non da altro. Quello che qui il Signore ha legato, le sua amicizie come i suoi fraintendimenti, sarà ciò che ritroveremo –purificato nel nostro desiderio, ma non “altro”. Non è scontato che il volto di Dio porterà i tratti della nostra vita quotidiana e non altro. Non è scontato, anzi, all’inizio è difficile da credere.

Spontaneamente, noi facciamo l’esperienza che il nostro senso religioso, il senso di Dio, aumenta al diminuire della nostra piena forza e umanità. Spontaneamente, dove ci sentiamo nulla, dove andiamo in crisi, dove siamo presi della malattia… allora sentiamo la potenza o il desiderio di un “oltre”. Tanto più noi facciamo esperienza della nostra fragilità, del nostro essere nulla, quanto più sentiamo la presenza di un creatore, di un Dio al quale rivolgerci. Non è un caso che le esperienze religiose siano piene di segni della propria piccolezza: ci si inginocchia, si chiede perdono, si fanno rinunce… La vita ascetica è stata spesso pensata come una “fuga” (S. Francesco scrive “uscii dal mondo”). Speso sentiamo l’incompatibilità tra Dio e le cose di ogni giorno, come se Dio fosse altrove rispetto ai nostri affetti più terreni e alle nostre passioni più quotidiane.

Invece, ci dobbiamo ricordare che c’è un modo diverso di vivere questo spontaneo senso religioso, dove “Dio è tutto quando tu sei nulla” ed è la buona notizia del Vangelo. In Cristo nulla viene scartato ma tutto diviene segno. Dicono queste letture che persino la morte non è più una sconfitta. Essere pienamente uomini equivale ad essere pienamente cristiani; non c’è differenza e nulla di ciò che è umano può essere escluso, persino il peccato.

Dico ogni tanto ai ragazzi che è meglio sbagliare perché si è osato troppo, si è desiderato troppo piuttosto che troppo poco, perché si ha avuto paura. Lo diceva anche Dante nel canto diciassettesimo del Purgatorio: la questione umana non è di smettere di desiderare (di astenersi dalle cose) perché il desiderio ha a che fare con Dio e Dio stesso è desiderio dell’altro. Si può aver desiderato cose sbagliate, si può aver desiderato per “poco” o per “troppo” di vigore –dice il Poeta– ma non bisogna smettere di desiderare.

Dice Paolo: “colui che discese è lo stesso che anche ascese per essere pienezza di tutte le cose”. “Tutte le cose” significa tutti i volti e le persone e le passioni che –pur sbagliando– il Signore mi ha insegnato a voler bene. Proprio loro non avranno mai fine e ne vedremo davvero il riscatto… e tutto il resto per me finirà “come in un batter di ciglia”.

II Domenica di Pasqua

At 4,8-24; Sal 117; Col 2,8-15; Gv 20,19-31

Siamo di fronte a due racconti di riconoscimento del Risorto e ci sono dei particolari che non ci devono sfuggire. Entrambi avvengono “il primo giorno della settimana”, entrambi hanno a che fare con una “pace” che viene donata e un perdono, entrambi mostrano un corpo che ricorda proprio la morte di Gesù, entrambi non durano molto e sembrano invece invitare a una missione, a un compito, come se su quel riconoscimento non ci si debba fermare troppo a lungo, ma una volta sicuri che è proprio lui sia necessario fare altro.

Mi soffermo su alcuni di questi elementi che mi sembrano importanti. Non è un caso che tutto si ripeta solo alla domenica. In altre parole, quel riconoscimento ha a che fare con la nostra celebrazione, almeno per chi sa ben vedere. Fin da subito quel “primo giorno della settimana” divenne luogo della “frazione del pane” e del riconoscimento del quel Gesù morto e risorto. Dovremmo sentirci coinvolti in questo. Quello che accade in questa pagina è lo stesso che accade oggi.

Il saluto di Gesù non è retorico. Lo aveva detto: “vi do la pace non come la da il mondo” e lo ripetiamo anche oggi prima della comunione “vi dono la pace…”. Perché non è retorico? Non è retorico se è preso sul serio, se è preso sul serio il guazzabuglio delle paure che investe la nostra vita, come per i discepoli che “stavano a porte chiuse per paura dei giudei”. Oppure come Pietro, quando dirà, riconoscendo la sua pochezza di traditore: “tu Signore sai tutto”. Accogliere la pace, se uno è serio, non è affatto banale. Noi abbiamo stilizzato questo gesto nello scambio della pace ma sappiamo benissimo che se fosse vero, se quel gesto esprimesse davvero quello che dice, se invece di avere uno sconosciuto avessi una persona che conosciamo bene o amiamo, sapremmo quanto è difficile perché facilmente siamo orgogliosi e cocciuti…
E quella pace non è quella del mondo perché significa ritrovare quel luogo, che tutti abbiamo perché ce l’ha messo il Padreterno, della nostra assoluta dignità di figli. Quella dignità per cui qualunque cosa possiamo fare, qualunque tradimento possiamo commettere, noi resteremo sempre uomini e figli agli occhi di Dio. Dio non vuole adoratori, non vuole persone che si sommergono nello sconforto e si prostrano afflitti. Il Signore Gesù ci ha chiamati “amici” e non “servi”. C’è questa radice inalienabile di dignità che tuttavia va sempre ritrovata perché potrebbe anche spegnersi. E’ in base a questa dignità che due persone per me si possono sposare promettendosi fedeltà reciproca. Mi son sempre chiesto: ma come è possibile? come fanno a dire quella cosa conoscendo la propria fragilità umana?
Lo si dice seriamente perché non si ha vergogna di questa dignità ritrovata sulla quale sempre si può fare affidamento e che ci viene data (da Dio ma anche attraverso i fratelli che ci perdonano, dice Giovanni) e che non possiamo darci da soli, ma la possiamo solo riconoscere in noi. Altrimenti è un atto di arroganza.

Un’ultima osservazione. Questo riconoscimento del Risorto è davvero quello che avviene oggi, nel senso che appare breve, folgorante e non è mai fine a sé stesso. Sembra davvero che sia solo la certezza intuita dai discepoli ma che vedere Cristo sarà poi vivere Cristo: c’è un prolungamento tra quel riconoscimento, il nostro nell’eucarestia, e tutta la vita. Fin da subito, una volta riconosciuto, si sa di avere un compito e che quel riconoscimento è fine a questo compito e non a sé stesso. Se no, a che serve questa notizia? A che serve dire che è Risorto? Invece, il riconoscimento che non ci si era sbagliati, che ciò che lui ci aveva insegnato a vivere e a sperare non va perduto, è la conferma che quella strada va percorsa tutta fino in fondo, giorno dopo giorno. Come quando sorridi, il tuo sorriso pur essendo proprio il tuo, tuttavia non serve a te stesso ma ha senso per gli altri ai quali è rivolto e solo così è davvero un sorriso. Allo stesso modo la stranezza di questo riconoscimento che può essere anche solo l’intuizione di un uomo nell’istante del pane spezzato, ma sarà poi vero nel compito di ci rilancia sempre, di domenica in domenica, per vivere il suo Vangelo.

Pasqua del Signore

At 1,1-8a; Sal 117; 1Cor 15,3-10a; Gv 20,11-18

“Riconoscere è un dio” scriveva Euripide nella tragedia Elena. La questione della festa di oggi non è solo la celebrazione di una “rinascita” o di una speranza sulla morte. E’ invece prima di tutto questione di riconoscere, come accade per Maria in questo Vangelo. Questa è la questione della risurrezione: riconoscere Cristo oggi. Se c’è un motivo per cui ancora seguo il Vangelo di Gesù è che quello che leggo in quella storia lo riconosco vivo e presente, anche attraverso la testimonianza concreta di molti uomini. “Riconoscere è un dio”.

Invece, la questione della resurrezione come rinascita ha sempre fatto parte delle culture, antiche e moderne. I miti della rigenerazione sono presenti in quasi tutte le culture e certamente hanno un profondo legame con la ciclicità dell’anno, con i mesi e i ritmi della natura. Oggi forse lo sfondo è quello delle crisi economiche, dei cicli del benessere… In ogni caso, per i greci Persefone ritorna dal regno dell’Ade ogni sei mesi, ma anche Alcesti ed Admeto in tutte le sue rivisitazioni, fino a Erminone nel Racconto d’Inverno di Shakespeare… Se fosse tutto qui, il racconto cristiano, sarebbe una delle tante riscritture di una ciclicità della vita. Invece è tutto diverso da subito e impropriamente i cristiani parleranno allo stesso modo di “risurrezione”. Non solo perché in tutti i miti il regno dei morti fa ritornare non più uguali a prima (come Cristo), ma profondamente trasformati, come se si trattasse di una esperienza non condivisibile con i vivi. Non ci sono solo tutte queste differenze importanti di una diversa visione di rinascita e risurrezione. Molto prima c’è il fatto che la questione della resurrezione si pone in un altro modo: si pone come riconoscimento del Risorto.

Per alcuni oggi la questione religiosa sembra essersi ridotta alla questione del credere o meno in Dio. Per essi, il punto è riconoscere se c’è o meno un Dio nella nostra vita, un Dio del quale possiamo fare esperienza, un Dio riconoscibile, presente, non indifferente alle vicende umane… Per il cristiano invece, tutto questo è troppo generico. La questione è quale Dio si riconosce? Quale presenza? La presenza di un Dio tanto creatore quanto distruttore? Un Dio che getta i dadi del nostro destino? “Cosa vuoi riconoscere?”, sapendo che c’è in gioco un certo modo di vivere e di comprendersi come uomini.

Maria riconosce il Risorto ed è un fatto storico. Da questo primo riconoscimento, nella storia degli uomini l’agire di Dio ha iniziato ad essere identificato non più come l’agire di un “fato”, ma come l’agire di quel “maestro” che i dodici hanno incontrato. Ciò che accade oggi, quando riaccade il Vangelo, è lo stesso Cristo di allora. Agisce nella vita degli uomini trasforandoli dall’interno, agisce per conformazione, facendoci rinascere come uomini… eppure riaccade quello che accadeva allora. Chi ha letto il vangelo sa che è Lui. Il modo con il quale Maria sente venire pronunciato il proprio nome — ovvero il mondo con il quale noi rinasciamo a noi stessi, troviamo la nostra vocazione, ci riconosciamo pienamente uomini — non può che avvenire tramite l’incontro con quella verità che è il Vangelo di Cristo. Non diventiamo uomini autentici, non ci riconosciamo pianamente, se non attraverso uno che ci ami con una profondità che vediamo solo in quel maestro. Almeno per chi lo ha conosciuto, perché per poterlo “riconoscere” bisogna prima averlo conosciuto, essere entrati in contatto con la sua memoria.

Così, riconoscerlo significa, come per Maria, superare una crisi, ridare senso a una esperienza il cui significato è stata frantumato. Aristotele la chiamava “agnizione”: era quel tassello che in una trama narrativa rimetteva tutto a posto, era quel riconoscimento finale che dava senso al tutto. Del resto, solo così si trova davvero la proprio vocazione e quello che facciamo, per esempio il proprio lavoro, acquista un significato e un valore nuovo, non è solo un “fare” ma diviene un “essere”.
Solo dopo il riconoscimento Maria, pur non potendo trattenere il Signore, da un senso nuovo anche alla morte e alla vicenda passata. Dare senso al tutto, a ciò che si è fatto di vero e si farà ancora (riconoscere chi ci ha amato non come uno che si è perduto per sempre) tutto questo richiede di sapere non solo che c’è Dio, ma che è proprio il Risorto.

Per questo i greci avevano ragione: riconoscere è opera di una grazia, “riconoscere quelli che amiamo –ritrovarli e dargli così un senso totale sull’esistenza– è questione che deve avere a che fare con Dio”. Per noi, ciò che possiede questo senso totale, è solo ciò che riconosciamo in Cristo.

Giovedì Santo – Messa in Coena Domini

Gn 1,1-3,5.10; 1Cor 11,20-34; Mt 26, 17-75

Siamo al cuore della vicenda del Signore, momento decisivo lungamente atteso e annunciato. In questa cena rimane solo il Signore con “i suoi”, con quelli che non sono andati via, quelli che –pur non capendo tutto– hanno continuato a seguirlo, non sono stati presi da altro da fare nella vita — perché nella vita sembra tante volte che ci sia sempre altro da fare… Non sono i migliori, non sono quelli che conoscono la teologia (e la donna Cananea, dice Gesù, ha più fede dei dodici), ma sono quelli che in ogni caso hanno voluto bene a questo Maestro e hanno deciso di seguirlo, come noi questa sera se in qualche modo ci riconosciamo così.

Cosa emerge? Che per loro c’è in gioco tutto. C’è in gioco il senso di quella morte e, insieme ad esso, il senso di ciò che c’è stato, di quella relazione, di quell’affetto, il senso della fatica di quegli anni (in giro, su e giù per i villaggi…). E vorrei che fosse così per noi. L’eucaristia, il pane spezzato di Gesù, la memoria di quella cena, o ha a che fare con il senso dei miei affetti, del mio voler bene che sembra così fragile, oppure non serve a nulla.
Perché l’eucaristia non è un rito scaramantico per propiziarsi Dio e se non si va a Messa chissà cosa succede… E non è neanche l’onorare una tradizione, come se Dio avesse bisogno dei nostri onori e dei nostri riti. Qui invece c’è in gioco il senso di un sacrificio e dunque il senso dell’affetto e dell’amicizia, quella reale che Pietro voleva a Gesù, che Giacomo o Andrea volevano a questo Maestro che sta per morire. Quella reale che c’è tra di noi, con i nostri figli, con nostra moglie…

In questo momento Gesù, contro ogni sospetto e ogni fraintendimento (sull’amore e su Dio), mostra ai suoi la verità di Dio e la verità di ogni legame che è questa: “accogliere e riconsegnare” tutto, senza nulla trattenere per sé. Abbiamo ascoltato Paolo: “quello che ho ricevuto a mia volta l’ho trasmesso a voi”. E Gesù: “prendete e mangiate” e poi “fate…”. La mia morte è la riconsegna della mia vita perché voi (voi discepoli) non moriate, perché non mettano in croce voi. Si consegna per proteggerli dai Romani e dal sospetto invincibile che Dio ci chieda qualcosa per sé e che ogni dono, ogni riconsegna, sia in fondo soltanto una perdita.

“Accogliere e riconsegnare”, questo è il senso di ogni legame, di ogni affetto che non tema la morte. C’è un pane e un corpo che ci è dato, perché lo accogliamo e lo riconsegnamo per gli altri. Nessun affetto sdolcinato a due o “due cuori e una capanna”. Ogni affetto vero è invece quello che si compie in questo gesto: vita ricevuta e riconsegnata al Padre.
Non lo sanno bene i genitori che vedono crescere i figli? Sono forse per loro i figli? Non sta proprio qui forse la fatica di ogni legame? Nell’accogliere l’altro ma poi nel “mollare la presa” per non “divorarlo” nei nostri progetti… Non c’è in ogni legame, nel cuore do ogni legame vero, qualcosa da “accogliere e subito da riconsegnare”?

Tutti i fraintendimenti di questa notte sono sul sospetto che lotta contro questo “accogliere e riconsegnare”. Perché Giona scappa? Perché è duro per lui “accogliere” la sua vocazione. Così come –possiamo dirlo?– è duro “accogliere” davvero uno che ci ama, “accogliere un abbraccio… Non è forse difficile per Pietro lasciare che Gesù gli lavi i piedi?
Al tempo stesso, è duro per Giona consegnare il perdono agli abitanti di Ninive, come è duro consegnare la vita, consegnare il Maestro all’orto senza estrarre la spada, o consegnarsi alla verità smascherata della servetta nel cortile senza mentire, come fa Pietro.

Interessante: solo la memoria della parola di Gesù, farà riconoscere a Pietro il suo errore e lo farà piangere. Così, attraverso quella memoria, Pietro capisce e così toccherà anche a lui accogliere quella parola che gli era stata consegnata, quel lasciarsi lavare i piedi, quel prendere il corpo del Signore (così come si è!) e poi accettare quel “perdono” dopo quel pianto… e poi toccherà anche a lui riconsegnare tutto questo, senza trattenere nulla per sé, senza trattenere neanche la vita. E Pietro lo sa, come forse nel fondo lo sappiamo anche noi ogni volta che cerchiamo davvero di amare imitando Gesù.

Domenica delle palme

Is 52, 13-53,12; Sal 87; Eb 12,1b-3; Gv 11,55-12,11

Il gesto che sta al centro di questa pagina è inaspettato e inopportuno. Vorrei immaginare quale determinazione e quale affetto servirebbero per compiere davvero un gesto del genere, per chinarsi davanti a tutti e ungere i piedi di un uomo. Noi saremmo bloccati dal pudore o dall’imbarazzo. Tra adulti fatichiamo a mostrare gesti di affetto ben più semplici e banali di questo…

Ma al di là della fisicità e dell’imbarazzo, ciò che rende questo gesto degno di essere ricordato sta per me nella logica che lo ha generato: è un gesto che supera “quello che si doveva fare”: la logica di qualcosa di dovuto, del calcolo del costo o del soldo speso bene… In altre parole, contiene un eccesso e una gratuità che non possono essere contenuti in regole morali o norme di comportamento, neanche religiose. E’ la logica di una gratuità che non calcola e non segue diritto e doveri…

Tutto ciò non è semplicemente un’opera buona, ma ciò che rende un uomo un vero uomo. La logica del calcolo è indispensabile alla nostra vita, ci permette di pagare le bollette, di avere delle leggi, di regolare la società ecc. Ma questa logica, questo insieme di diritti e doveri, questo baratto calcolato, non è per me sufficiente a vivere una vita bella e a rendere l’esistenza qualcosa che meriti di essere vissuta. L’uomo non si accontenta dalla logica di Giuda (quella del calcolo) ma ha bisogno quella di Maria (quella più irrazionale dell’inaspettato e del gratuito).

Tante volte nel Vangelo era emersa questa logica nuova: “non amate solo gli amici…”, “non fate del bene solo a quelli dai quali sperate ricevere…” ecc. Spesso il Regno di Dio si era identificato come il luogo di una comunità, di piccoli gruppi (non della società intera o del mondo) dove si vivesse questa diversa logica, dove poteva accadere qualcosa di sovrabbondante e non calcolabile, come il lievito che ingrandisce la pasta o il semino che diventa un albero. La comunità come un luogo di relazioni diverse dal solito: dove ci si poteva perdonare infinite volte, dove si mettevano i beni in comune, dove non si aveva da temere l’altro, dove non c’erano regole scritte o diritti e doveri… e questo Gesù lo chiama Regno.

Già nei rapporti affettivi è evidente il ruolo di questa differente logica. Dove muoiono anche oggi le relazioni? Dove non hai più nulla da aspettarti, nulla ti stupisce e pensi ormai di sapere tutto su quello che accadrà o sull’altro e su ciò che è giusto e sbagliato… Il medico Jérôme Lejeune, scopritore della sindrome Down, ammoniva la società civile dicendo che nel momento in cui si sarebbe messa a calcolare le nascite secondo una logica della convenienza, senza mettere da parte risorse per dare vita e speranza anche per esempio a un bambino autistico o Down, allora era il momento che quella società non sarebbe più stata una società pienamente umana. L’umanità stessa della società dipendeva dal saper riconoscere questo sovrappiù del quale l’uomo è capace di farsi carico, oltre ogni calcolo utilitaristico.

Ma il Vangelo fa un passo oltre. Il gesto di Maria, per avere il suo senso pieno e non risultare un vano masochismo o un inutile spreco di soldi, deve essere riferito alla morte e resurrezione di Cristo (“lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura”). La filantropia, l’altruismo, il buonismo, l’irrazionalità, il dono… sono tutte belle parole ma restano tali e non avranno mai, nella vita di un uomo, un significato pieno, un senso vero, un riscatto reale, se non sono il modo –pure a volte inconsapevole– di imitare proprio Cristo e da Lui traggono il loro riscatto. E’ la morte e resurrezione di Cristo a rendere il gesto di questa donna vero e non è il gesto in sé a giustificare lo spreco. Questo perché è soltanto nella sequela di qualcuno e non da sé stessi che si può dare senso alla vita.

Alla vecchietta ugandese che aveva iniziato a raccogliere i bambini scampati al massacro di una tribù africana nemica, i suoi connazionali chiedevano: “Perché lo fai?” E la vecchietta rispondeva: “perché Gesù Cristo ci ha detto di amare anche i nemici”. Non rispondeva: “perché sono buona” o “perché sono brava”, ma riconosceva il nome e la storia che dava fondamento al valore del suo agire e della sua vita.
Questo è quello che ci aspetta durante la settimana santa che si apre.

IV domenica di quaresima

Es 17,1-11; Sal 35; 1Ts 5,1-11; Gv 9,1-38b

Il racconto del vangelo di oggi mi sembra una stupenda descrizione di cosa sia una ideologia. Penso all’atteggiamento dei Giudei che proprio non riescono a vedere ciò che appare evidente perché premettono la loro decisione a ciò che è realmente accaduto. Ogni ideologia funziona così: premette una idea o una convinzione al manifestarsi di una realtà. Come se il proprio pensiero –sempre così fortemente legato alla propria identità– fosse più importante della realtà. Interessante notare che ogni ideologia è sempre una strategia di difesa: i Giudei devono difendere la loro religione, i genitori del cieco devono difendere la loro posizione ecc. L’unico che nulla ha da difendere sembra proprio essere il cieco che non sa nulla del Messia (“chi è costui perché io creda in lui”), ma proprio questo gli permette di vedere realmente. Non a caso il brano si conclude con una frase sulla capacità di vedere, Gesù rivolto ai farisei dice: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane».

Nel passato abbiamo vissuto forti ideologie che hanno prodotto grandi scontri. Si combatteva in nome del pensiero e chi ha vissuto il ’68 lo sa. Oggi, sembra che tutto ciò che sia finito e che le ideologie forti siano scomparse. Tuttavia, io credo che questa pagina sia attuale ancora oggi, perché se sono scomparse le ideologie forti sono apparsi le piccolo ideologie. Se è vero quanto detto, è difficile non avere nulla da difendere e far prevalere la realtà sul pensiero. Lo si vede bene a scuola o nei dibattiti televisivi: tutto parte dal presupposto che devi convincere chi non la pensa come te, appunto, si dice “dibattito” con un riferimento alla lotta.

Intravedo oggi due ideologie presente. C’è una ideologia contro la chiesa che inizia a essere particolarmente faziosa. Io potrei raccontare fino a domani decine di storie di ragazzi in qualche modo “salvati” dall’oratorio, da una comunità. Educati grazie al loro camino di fede a una dedizione verso la società, verso gli altri… tutto ciò ha, sopratutto dalle nostre parti, una evidenza che è come quella del cieco nato (basterebbe raccontare della caritas qui da noi…). Eppure, tutto ciò non ha alcuna evidenza o è visto da alcuni nel sospetto di un secondo fine, nella trama immaginaria e irreale di una Chiesa matrigna che -non si sa dove- ci guadagnerebbe sopra per alti fini…
Dobbiamo essere accorti perché questa ideologia oggi rischia di dividerci e l’unico rimedio resta una “genuina” onestà che nulla ha da difendere ma che cerca la realtà, come quella del cieco nato.

C’è una seconda ideologia che intravedo. La difesa estrema di una certa forma religiosa cattolica, che da millenni si è imposta, senza vedere che il Signore opera anche al di fuori della nostra cerchia e addirittura della nostra religione. Se stiamo attaccati al Signore sappiamo intravedere la fonte e l’origine di ogni miracolo, ma senza sospetti e sapendoci anche stupire perché opera dove non non immaginavamo.
Difendere l’appartenenza ecclesiale come unico luogo dell’agire di Dio è anch’essa una forma ideologica. Se penso ai nostri ragazzi vorrei saper vedere questo: che il Signore opera sempre anche tra di loro (anche in quelli ormai lontani da ogni sacramento) e si distingue il suo agire perché non chiede davvero nulla (il “cieco” non sa nulla di religione). Eppure nella vita di quelle persone compara la certezza che qualcuno o qualcosa è venuto per te a salvarti. E noi sappiamo che questo si chiama Vangelo.

II domenica di Quaresima

Dt 6a;11,18-28; Sal 18; Gal 6,1-10; Gv 4.5-42

Da cosa è stata colpita la donna Samaritana nel suo dialogo con Gesù? Cosa ha davvero mosso questa donna a riconoscere in questo uomo il “Cristo” e a lasciare l’anfora correndo in città?
Probabilmente molte cose hanno stupito da subito questa donna, anche se all’inizio non sono state forse cose così eclatanti. C’è uno stupore “semplice” che accompagna il venire alla fede. Come quando ci si innamora o si scopre un amico: all’inizio tutto può cominciare da qualcosa di poco conto, proprio come il chiedere dell’acqua quando si è assetati. Così, all’inizio, il bene in gioco può essere piccolo piccolo, e non necessariamente travolgente o passionale, può addirittura lasciare perplesso (come accade in questa donna). Ma credo realmente che qui sia custodita una delle ricchezze più sorprendenti della persona umana: nella nostra vita, gli inizi di ciò che per noi può diventare straordinario (un legame affettivo, un’amicizia, una fede) sono assai spesso sotto il segno dell’insignificanza. Si tratta di coglierne come un invito a proseguire, a fidarsi e molto dipenderà da noi. “Se quel giorno non avessi perso l’autobus…”, “se non avessi chiesto quella cosa….”, “se non fossi andato a quella vacanza…”. Due, tre, dieci storie simili che cominciano da qualcosa che è quasi insignificante e che pure conterranno una promessa di bene, un dono per il quale valeva proprio la pena continuare il discorso.

E man mano che la donna coglie questa promessa e continua il dialogo con quell’uomo, si rivela qualcosa di unico che la stupisce, che le fa lasciar lì la brocca e correre via. Cosa la stupisce? Non sono dei miracoli, delle guarigioni o delle gambe raddrizziate. E’ uno sguardo di questo uomo che è rivelatore di un umano al quale non ci si poteva sottrarre. Non c’è nulla che convinca l’uomo come uno sguardo che afferri e riconosca ciò che noi stessi siamo realmente, che ci faccia “scoprire” a noi stessi. E Gesù ha colpito più che per la sua intelligenza perché vedeva “dentro l’uomo” e nessuno poteva nascondersi davanti a lui. Di fronte a lui la profondità della coscienza non aveva segreti.
Così la Samaritana si sente raccontare la sua vita e proprio questo riferisce ai suoi compaesani a testimonianza della grandezza di quell’uomo: “Mi ha detto tutto quello che ho fatto”. E lo stesso avviene in moti altri casi del Vangelo: per Matteo, per Zaccheo,per Natanaele…
Essere accolti e penetrati da uno sguardo che ci riconosce e ci ama così come siamo. La capacità di coglier il cuore dell’uomo è il miracolo più grande e persuasivo. Questo sguardo rivelatore dell’umano è ciò che anche oggi fa esistere la Chiesa e rende affascinante il Vangelo.

Chi è cristiano ha colto questo nel vangelo. Per esempio: pensavo di nascondermi convincendomi che in fondo va bene perdonare, ma fino a un certo punto, e invece quella parola lì che leggo “perdona settanta volte sette” mi colpisce, perché rivela qualcosa che pure sento vero io stesso e al quale so di essere chiamato per essere autenticamente uomo. Ma c’è di più: c’è un incontro nella Chiesa dove si scoprono amicizie grazie alle quali possiamo riconoscere quello che siamo realmente. Intendo qualcuno che ci guardi non per quello che rendiamo o produciamo, non perché siamo simpatici o siamo ricchi, ma sappia guardarci in un altro modo… Accade sempre così, anche la mamma, ad esempio, attraverso il suo sguardo severo, quando il bambino che ha combinato qualcosa di storto, permette al piccolo di scoprire il male che lui stesso è capace di compiere. E’ la profondità amante di una relazione vera che ci fa scoprire a noi stessi.

Per noi, come per la Samaritana, il vangelo è rivelatore della nostra umanità più profonda, del nostro bisogno di essere riconosciuti da Dio, quella umanità che tante volte, privati di uno sguardo davvero amante su di noi, risulta essere così tanto un mistero a noi stessi.

I domenica di Quaresima

Gl 2,12b-18; Sal 50; 1Cor 9,24-27; Mt 4,1-11

Ci sono molti temi e molte letture di questa pagina delle tentazioni. Potremmo quasi dire che è uno degli episodi più interpretati del Vangelo: dalla letteratura al cinema, da Dostoievskij a Martin Scorzese… Capiamo la sua importanza considerando che ha come tema l’identità e la singolarità di Gesù. Per questo la meditiamo ogni anno, all’inizio della Quaresima, e oggi mi soffermo solamente su un particolare che mi sembra attuale.

Abbiamo detto più volte che dobbiamo osservare come ciò che chiede il Satana non sia la trasgressione di un comandamento. Non si tratta di uccidere qualcuno o di bestemmiare o di “desiderare la donna di altri”… Non è dunque la tentazione a fare qualcosa che non andrebbe fatto. C’è qualcosa di ben più profondo nella tentazione, qualcosa che opera a livello del desiderio e della immaginazione e non a livello della trasgressione di un comando. Nel testo, ciò che concretamente propone il Satana è qualcosa che ha un suo aspetto positivo: risolverebbe il problema della fame, il problema della fede e della conversione dei cuori…
Dunque, cosa contengono di sbagliato? Perché Gesù le rifiuta e cosa dicono queste tentazioni a noi che –sembrerebbe– non abbiamo mai vissuto la possibilità di trasformare pietre in pani o di possedere regni interi (magari avessimo questa possibilità! direbbe qualcuno).

Io penso che uno degli aspetti diabolici sia il fatto che sono dei “sogni” che contengono un certo “automatismo”, una certa “magia”. Come se potesse non esserci “tempo e fatica” tra il desiderio e la sua realizzazione. Come dire: vuoi del pane, eccolo! Eccolo subito!
Noi stessi a volte lo desideriamo: come sarebbe bello –diciamo– se invece di fare tanta fatica, in un attimo, potessimo avere ciò che desideriamo o potessimo risolvere i nostri problemi. E aggiungiamo: “perché Dio non lo fa?”. Magari sono problemi anche buoni: con i figli o con una persona in difficoltà o che non capisce…
Questo propone il Satana: dare voce al sospetto che Dio possa subito. Se tu vuoi, Gesù, puoi subito, magicamente. Senza neanche chiederti la fede, senza chiederti la tua fiducia, la tua libertà. Ricordo che neanche i miracoli avverranno senza la fede di chi li chiede e dove non c’era questa fede fiduciale l’evangelista dice: “Gesù lì non poté fare molti miracoli”.
Vuoi del pane? Puoi subito averlo, puoi senza fatica essere riconosciuto, puoi immediatamente dominare. E se fai così, magicamente (capite?), risolvi anche i problemi degli uomini: non dovranno più soffrire per lavorare, non dovranno più aspettare, desiderare, non si tradiranno ecc.
In fondo, questo chiede il Satana: Gesù fai quello che gli uomini spontaneamente ti chiedono: di rinunciare al cammino faticoso della loro libertà.

Gesù invece dice che questo modo di pensare la propria vita (o di illudersi a riguardo della propria vita), come se magicamente la religione risolvesse dei problemi, è una tentazione e sarebbe mortale all’uomo stesso. Le pietre si cambieranno in pane, ma ci vorrà il lavoro e la pazienza. Serve e servirà la fatica dell’agricoltore (la sua libertà!) che deve seminare e aspettare la stagione buona e sperare nel raccolto… La gente si convertirà al Vangelo, ma senza spettacoli magici, da un affetto e un amore straordinario dei discepoli che andrà imparato, con il tempo, dentro ad alcuni errori, nella possibilità che qualcuno non creda. Tutto il mondo avrà l’annuncio del Vangelo, ma con la fatica dei missionari, delle mamme e dei papà che insegnano il Vangelo ai loro figli… Non ci sono automatismi per il Vangelo.

Perché questo rifiuto? Perché sarebbe mortale l’annuncio di un Dio che assolve subito ai miei desideri?
Per tanti motivi. Primo, perché i miei desideri possono essere “falsi”, “nocivi”, “mortali”, possono cambiare… ma sopratutto perché la nostra vita ha luogo in un tempo e noi sperimentiamo solo nel tempo (come il lungo tempo della quaresima) che il legame con qualcuno al quale vogliamo bene (che è la cosa più importante) è davvero “consistente” e libero al tempo stesso.
Solo nel tempo si capisce la “responsabilità”. Di più, è il tempo stesso che chiede la responsabilità nella tenuta dei legami, negli anni che passano, nel fatto, magari, che tu ti ritrovi non più giovane e non per questo devi rimpiangere malinconico i tempi passati, ma puoi leggere la gratitudine di una “storia” stupendamente unica.
Ogni automatismo può cambiare le circostanze, ma non può cambiare il cuore di una relazione che si misura nel “peso” della nostra responsabilità lungo un tempo e senza il quale ogni relazione risulta momentanea e sfiorisce nella continua rincorsa di sempre nuovi problemi o di nuove emozioni.

Gesù insegna che serve tempo –serve il lungo tempo di una e poi tante quaresime– per cambiare le pietre in pane. Solo così però si cambia il cuore dell’uomo, in modo da imparare molto altro oltre alla propria necessità di sfamarsi.