II domenica dopo il martirio

Is 5,1-7; Sal 79; Gal 2,15-20; Mt 21,28-32

Si è soliti pensare alla questione della fede come questione del credere: credo o non credo in Dio. E’ un modo di pensare diffuso, tant’è vero che per i ragazzi sembra essere la questione dirimente della religione. Sei religioso se credi in Dio, non lo sei se non ci credi. Al più poi si aggiunge un oggetto più specifico o la questione del praticante (“credente più o meno praticante”).

E’ interessante che per il Vangelo la questione si pone diversamente. Non solo perché per esso non avrebbe senso parlare di un “credente non praticante”, ma perché –più radicalmente– la questione della fede non è semplicemente la questione del credere o meno in Dio.
Il Vangelo di oggi e la prima lettura ricordano che questione della fede è questione della conversione. Come se, credere in Dio, nei Santi e nella Madonna, non fosse davvero ancora decisivo se non a partire da uno scarto, da una differenza che deve incominciare a essere percepita: la differenza tra quello che “spontaneamente farei” o “penserei” e quello che il Vangelo insegna e chiede. E’ a partire da questo scarto, lo scarto tra quello che sono e ciò al quale sono chiamato, tra quello che faccio e quello che sarebbe giusto fare… a partire da questo scarto percepisco (e a volte patisco) una relazione che è anche un credo, un affidamento, una fede.

E’ quello che racconta il Vangelo. “Non ne ho voglia, ma poi si pentì e vi andò”. Questo movimento è il movimento continuo del credere cristiano, forse fino all’ultimo giorno della vita. In questo senso non c’è credente cristiano che lo sia sempre stato allo stesso modo. Chi vive una vita spirituale lo sa: la vita spirituale non è sempre identica ma è fatta di momenti dove si è arrabbiati, distanti, dove si soffre anche la nostalgia, dove si è stanchi oppure, viceversa, nei quali ci si sente più vicini al Signore.
Se è vero questo, non c’è uomo di fede che non sia un uomo che sempre “si pente”, “sempre si converte” e il proprio punto di partenza (sacerdote, casalinga, impiegato o prostituta) non è davvero importante.

La cosa straordinaria di questo movimento resta per me il fatto che non c’è vergogna. La conversione avviene attraverso una visione di sé privata del muro che genera la vergogna. E’ come se la vergogna venisse meno e ci si potesse riconoscere per quello che si è, senza però “accettarsi” e basta per quello che si è –come si è soliti dire oggi e lasciando intravvedere che in fondo la mediocrità ci piace e il lamentarci di noi e degli altri è ciò che ci fa stare bene.
Accade invece quello che accade nella scena finale del vangelo di Giovanni. Gesù insiste tre volte con Pietro a chiedergli conto della sua amicizia (e del suo tradimento), fino a quando Pietro non ce la fa più e dice, quasi sbottando: “Signore tu sai tutto, tu sai come ti voglio bene”. Quel groviglio del cuore nel quale rimango non lo nascondo a me stesso e a te, e non lo accetto passivamente, ma ti dico cosa è…
La domanda di Dio nella pagina di Isaia rimane questa: cosa devo fare io perché tu te ne accorga, perché tu venga scosso e possa guardare ciò del quale sei fatto? Quale incontro deve accadere perché uno possa scoprire la sua inquietudine?

E’ quello che aveva capito Manzoni e lo racconta in modo eccezionale in quella pagina bellissima della conversione dell’innominato. L’innominato è un uomo che ha tutto (la posizione del suo castello che domina è metafora di questo potere illimitato), ma a un certo punto “viene visitato” da una ragazzina che ovviamente non è “più potente di lui” (il potere non si sconfigge con più potere), ma l’opposto di lui: “donna, indifesa, un po’ piagnucolona, impaurita ecc.”. E quando si ritira nella sua camera, dopo essersi spogliato, inizia a pensare al suo passato e pensa alle scelleratezze commesse, ma anche al fatto (interessante!) che quando le commetteva non gli sembravano tali. E improvvisamente non riesce più a dormire. E pensa allora di scappare, ma sa dell’impossibilità di andarsene. Manzoni usa una espressione bellissima e dice: sapeva che ovunque sarebbe andato sarebbe sempre rimasto in compagnia di sé stesso.

E quando, due capitoli dopo, l’innominato porrà al cardinal Borromeo la questione del credere –dice al prelato: “Dio, Dio, sempre Dio! L’avessi visto questo Dio che voi dite”. Ecco la risposta che definisce la fede: “chi più di voi lo ha accanto e vi inquieta e al tempo stesso vi attira…”. Credere è sempre un ritornare a convertirsi che tu sia come uno dei personaggi di Manzoni, o come uno dei protagonisti del Vangelo.

VIII domenica dopo Pentecoste

1Sam 8,1-22a; Sal 88; 1Tm 2,1-8; Mt 22, 15-22

La domanda posta a Gesù è una domanda insidiosa, sopratutto se si tiene presente che il potere Romano era considerato illegittimo o nemico. Qualsiasi risposta “sì” o “no” che Gesù poteva dare era pericolosa: poteva essere denunciato ai romani o viceversa essere linciato dal popolo. Si cerca di far prendere posizione a Gesù su una divisione tra uomini dettata da questioni del potere. Gesù capisce che non si tratta di dare ragione a una parte o all’altra ma di rivelare qualcosa di più profondo, qualcosa che è all’origine stessa dell’odio dei due partiti politici.
Anche oggi si cerca di dividere i cristiani su vicende politiche e di farli cadere nello stesso tranello: su tante tematiche etiche schierarsi con un “sì” o “no” significa cadere nello stesso tranello. Il mondo cerca sempre di creare divisioni tra i cristiani usando divisioni che sono in realtà tra gli uomini e a volte la scaltrezza di Gesù deve essere la nostra.

La rilettura di questo vangelo ha avuto poi un peso grande nella tradizione, sopratutto quando i cristiani hanno cominciato ad essere numerosi e si sono domandati riguardo al loro rapporto con il potere politico. In questo contesto Gesù dice qualcosa di affatto scontato per la religione. Sappiamo per esempio che il diritto occidentale è nato su questa divisione: c’è un campo della politica che non trae dalla religione la sua legittimazione. Per noi è normale che la religione non sia la fonde del diritto, eppure è stata una rivoluzione portata dai cristiani stessi. Gesù non fonda una società civile alternativa alle altre, come ad esempio hanno fatto l’Islam o il buddismo o altre culture orientali.
S. Agostino diceva che l’ambito di Cesare è quella del governo di una buona società dove conta la moneta e infatti in essa (sulla moneta) vi è la sua immagine (di Cesare).

Eppure il potere non è tutto e questo, dal punto di vista della politica e del potere che tendono sempre a pensarsi in modo “assoluto”, è un bel problema. C’è qualcosa di più grande e che confina il potere politico. Una società che dimentichi Dio rende il potere umano e politico un assoluto pericoloso all’uomo. Non a caso, il periodo della grande secolarizzazione è coinciso con i totalitarismi.

Mi vengono in mente due esempi pratici, uno recente e uno del passato. Ho degli amici che hanno portato avanti negli anni una amicizia cristiana e per poterla portare avanti hanno dovuto cambiare casa, prendere una casa comune e vivere assieme. Così si sono allontanati delle loro famiglie di origine. Sono convinto che se l’avessero fatto per lavoro, o per una promozione della carriera professionale, nessuno dei parenti si sarebbe lamentato di questo allontanamento. Ma siccome l’hanno fatto per Dio, per qualcosa che non è Cesare, allora ha dato enormemente fastidio.
Del resto, molti ragazzi dicono di noi preti che è assurdo che non abbiamo famiglia e che non è naturale e che “fa male”… ma anche per questo, se uno invece rinuncia alla famiglia perché il lavoro glielo impedisce o si occupa solo dell’azienda o della carriera universitaria (ne conosco tanti) allora nessuno dice nulla… Ecco, almeno come uno arbitrariamente si sottomette a Cesare dovremmo ricordare che esiste anche Dio.

Un secondo esempio è quello di San Tommaso Moro. Lord cancelliere del Re di Inghilterra, seconda autorità dopo il re, della cui dedizione nessuno dubitava, ma quando Enrico VIII ebbe la controversia con il Papa, Tommaso Moro disse al Re: “Tu sei il Re ma non puoi comandarmi oltre..”
Verrà decapitato nella torre di Londra. Così avvenne lo scisma di Inghilterra.

VI domenica dopo Pentecoste

Es 24,3-18; Sal 49; Eb 8,6-13a; Gv 19,30-35

Vorrei soffermarmi sulla parola alleanza che è centrale nelle letture di oggi. Può sembrare una parola strana ma è infondo qualcosa che molto semplicemente identifica la relazione che abbiamo con Dio. Come se ci chiedessimo: questo Dio per il quale sono qui oggi che rapporto ha con me e con la mia vita? Cosa mi chiede, cosa vuole da me, che relazione ha con me?
In questo senso parlare di “alleanza” non è nulla di strano. Tuttavia, la cultura biblica non era individualista come la nostra e questa domanda non risuonava solo in senso personalistico e individuale: che relazione ho io con Dio. Si trattava invece della relazione di un popolo. La relazione che ciascuno può incontrare nella sua storia ma che non è solo storia sua individuale ma è storia “nostra”.
Sarebbe interessante riflettere su come abbiamo perso questo carattere comunitario che porta la Bibbia a non parlare di “relazioni personali con Dio”, ma appunto di “alleanza” di un popolo. Ma non mi soffermo su questo.

Vorrei invece far notare come la parola alleanza (o relazione) sia sempre legata alla parola sacrificio. C’è una alleanza che è sancita sempre da del sangue. Così la definitiva alleanza è legata al sacrificio di Gesù. Questo appare meno scontato e ovvio da capire. Ho impressione che noi vogliamo bollare come antiquato tutto questo. La nostra è società liquida apparentemente squalifica l’idea di sacrificio in nome di un idea di benessere assoluto (slegato dalla fatica come dal legame con gli altri). La fatica non è una forma della dignità dell’uomo o l’opera della sua libertà ma l’ostacolo da evitare, il prezzo apparentemente inutile. Vorrei invece sottolineare il legame tra relazione (alleanza) e sacrificio (sangue).

Nei confronti degli uomini
E’ il problema del conflitto e del diverso. Cosa fai quando l’altro non la pensa come te? Il sacrificio è legato alla gestione di un conflitto. Devo sacrificare parti di me per dare spazio all’altro, oppure posso direttamente sacrificare l’altro che non la pensa come me.
Anche nella società ho bisogno dei meccanismi perché il conflitto venga gestito se voglio convivere. Sempre la società sacrifica. Lo fa in vari modi, a volte nascosti, ma non è vero che non sacrifica: sacrifica chi non ce la fa, chi non eccelle, chi non riesce nell’università… perché la visione che insegna è molto conflittuale (quella del mercato): noi siamo dei singoli in eterna competizione tra loro. Quindi l’altro lo devi sacrificare prima che ti sacrifichi lui. Devi sgomitare, devi farti valere (si dice). Ad esempio, non ti chiede forse oggi implicitamente questa società di sacrificare la famiglia per il lavoro, magari gli affetti degli amici per lavorare dove l’azienda ti chiede? E se non dopo qualche anno non resisti?
Da un lato oggi siamo indotti a pensare che il sacrificio sia eliminabile, nella realtà tutto è una lotta. Paradossalmente nessuno ci dice che invece c’è una parte del sacrificio nostro e libero che è necessario alla nostra identità di adulti che sanno “convivere” e creare legami, che sanno “mediare”. Quanti matrimoni saltano oggi in realtà per questo? Perché il sacrificio è sacrificare l’altro e non considerare di sacrificare parte di sé (una propria idea o una propria abitudine) per l’altro, salvo poi ritrovarci anche noi vittima degli altri.
Un altro esempio: si noti come nelle recenti votazioni della Brexit una parte ha sacrificato le aspirazioni dell’altra. Con un vero e proprio conflitto in atto per cui si sente dire: hanno vinto i vecchi, hanno vinto gli ignoranti… Perché deve dominare un pensiero unico, incapaci di accettare che il nostro pensiero non sia quello degli altri.

Nei confronti di Dio
Riguarda il sospetto profondo che Dio abbia bisogno del mio sangue e del mio sacrificio. Riguarda il sospetto che ciò che mi accade e che non vorrei che mi accadesse, sia immediatamente una sfortuna che viene da Dio o magari una punizione. Come quando implicitamente pensiamo: se mi va male è perché Dio mi ha punito. Contro questo sospetto antico c’è il sacrificio di Gesù stesso. Gesù che muore è la più grossa immagine che possa farci dimenticare che Dio ci vuole punire per qualcosa. Al contrario, il sacrificio voluto dagli uomini (e non da Dio) lo prende su di sé lui solo. Sacrificio è atto gratuito della vita donata in favore dell’altro, portando liberamente su di sé il conflitto che avrebbe scatenato odio, che avrebbe ucciso altri.
Alleanza nuova di Gesù è questo: non ci sono chiesti sacrifici per propiziarci Dio. Non servono più i riti di scaramanzia. Non veniamo puniti per nulla del male che pure possiamo avere fatto. Smettiamola di temere Dio e temiamo di più il male degli uomini. Lui non ci toglie nulla per davvero. Forse per diventare uomini autentici ci sarà chiesto di imparare la fatica del sacrificio, per avere relazioni vere dovremo anche noi imparare a sacrificare qualcosa di noi per gli altri, ma non per fare un servizio a Dio, non per sentirlo vicino. Lui ci è vicino ben oltre quello che noi siamo capaci. Se per un instante riusciamo a percepirlo sapremo per sempre della novità della relazione con il Dio cristiano.

V domenica dopo Pentecoste

Gen 18,1-2a.16-33; Sal 27; Rm 4,16-25; Lc 13,23-29

“Abramo credette, saldo nella speranza contro ogni speranza (spes contra spem)”.
Richiamo queste parole perché mi sembrano molto attuali. Se penso a molti discorsi che gli adulti fanno ai ragazzi, se penso a come vediamo il futuro dei nostri figli o il nostro –anche da parte di persone molto cattoliche– non posso non constatare un forte pessimismo che mi fa domandare se siamo ancora credenti e in che cosa crediamo davvero.
Ci sono e ci si sono sempre stati profeti di sventure. Per dirvi come i profeti di sventura abbiano sempre fatto parte del mondo vi leggo queste citazioni:

“Non c’è più alcuna speranza
per l’avvenire del nostro paese
se la gioventù di oggi prenderà il potere domani,
poiché questa gioventù è insopportabile,
senza ritegno, terribile”

Sembra tratto dal Corriere dalla Sera invece è di ESIODO 720 a.C.

“Questa gioventù è persa nel profondo del cuore.
I giovani sono maligni e pigri,
non saranno mai come la gioventù di una volta;
quelli di oggi non saranno capaci
di mantenere la nostra cultura”

Sembra una tipica osservazione ti tanti professori di scuola invece è una INCISIONE SU VASO DI ARGILLA DI BABILONIA DEL 3000 a.C.

Voglio qui tralasciare di esporre i danni che questo “profetismo di sventura” provoca sui giovani e sui nostri ragazzi. Sono sotto gli occhi di tutti e se ci lamentiamo che i “giovani” non hanno voglia di fare nulla dobbiamo tornare a domandarci quale speranza gli stiamo insegnando.
Vorrei invece spendere una parola sulla speranza cristiana, perché c’è speranza e speranza dice Paolo.
L’uomo di oggi alterna molto facilmente due sentimenti opposti: da una parte un ottimismo tecnico scientifico (la scienza, la medicina e il progresso) e dall’altra il più totale pessimismo sul futuro. Tutto è su questa altalena dei sentimenti.
In questo senso, noi citiamo la speranza come se fosse il sentimento dell’ultimo momento, quello opposto al pessimismo che insorge dentro di noi davanti a tanti fatti che vediamo, come se fosse quella cosa che diciamo quando non c’è più nulla da dire, come l’irresponsabilità di chi attende un miracolo, perché ormai non si attende più nulla, quasi come una magra consolazione. Infatti diciamo “la speranza è l’ultima a morire”, ma constatiamo che è falso! La speranza così intesa (come magra consolazione) è la prima che muore e muore non appena finisce il sentimento, non appena riappare la realtà.

Questo sentimento non è la speranza cristiana. La speranza cristiana è altra cosa e lotta (come dice Paolo) contro questo bipolarismo dell’uomo moderno: combatte sia il finto sentimento irresponsabile sia i profeti di sventura.
La speranza cristiana è una virtù teologale, per la teologia cattolica. Essa è opera della liberà, è porta stratta del Vangelo, è cammino sul quale ci si mette e si deve essere educati. Bisogna educare alla speranza cristiana! Non è un sentimento spontaneo dal quale farsi travolgere, per poi accorgersi che scompare. Bisogna insegnare a sperare.

La speranza cristiana si impara solo vivendo il Vangelo, facendo l’esperienza del Regno (o della “Signoria di Dio”, che il “Signore c’è nella mia vita”) e scoprendo o riscoprendo ogni giorno quello per cui la vita vale la pena di essere vissuta, ovvero quello che Luca chiama “la giustizia”. La giustizia non è soltanto il fare la carità, ma la vita giusta è la vita di chi ha qualcosa per cui vale la pena di vivere e morire, la vita giusta è la vita che ha senso. E il senso della nostra vita non è l’opulenza nella quale siamo vissuti e che vediamo scomparire. Il senso della nostra vita è visibile solo nel rapporto stretto con Dio. Lui ci insegna –contro ogni tecnicismo e storicismo della vita– il modo dell’impegno cristiano (le beatitudini) e al tempo stesso che la nostra vita non sarà mai riducibile alla semplice causa-effetto. Non possiamo ridurre la vita alla conseguenza delle nostre buone/cattive azioni o alla fortuna/sfortuna che ci sfiora. La fede in Gesù Cristo conosce un altro modo, ben più umano, per saper vivere la vita piena di una speranza “certa”, oltre la schizofrenia moderna. Come dice S. Agostino:
La nostra speranza è così certa che è come se già fosse divenuta realtà.

IV domenica dopo Pentecoste

Gen 4,1-16; Sal 49; Eb 11,1-6; Mt 5,21-24

«Dov’è Abele, tuo fratello?» è la domanda che Dio rivolge a Caino. Poche pagine prima Dio aveva rivolto ad Adamo una domanda del tutto simile: «Dove sei?». Mi stupisce questo modo di Dio di chiedere all’uomo dove sia, di chiedergli conto del suo agire, di sapere di lui, cosa ha fatto, se si è perduto… Perché solitamente siamo noi a chiedere a Dio dove sia, a chiedergli perché non lo sentiamo vicino o perché non si fa vedere, come se questa fosse la vera domanda. Come se la vera questione fosse di “trovare Dio”. Qui invece accade il contrario: la vera questione è ritrovare noi stessi e ciò che ne abbiamo fatto della nostra vita. Il punto è vivere da uomini, all’altezza di noi. Dove sei? sei felice? giri ramingo e fuggiasco? dove stai andando? cosa ne fai di ciò che hai e degli amici che hai affianco?

In questi sei anni ho capito che la differenza tra “studiare” e “capire”, tra “guadagnarsi da vivere” e “lavorare”, tra “amare” e “avere una donna”… non sta nella fortuna di avere trovato ciò che ci piace davvero, ma nella capacità di avere dato un senso pieno a quello che viviamo. E questo senso pieno è sempre un dialogo con Dio, una risposta a chi ci ha dato questa vita.
Nessuno di noi ha deciso di venire in questa vita, di fare certi incontri, di nascere in una determinata famiglia. Nessuno ci chiederà conto di questo, ma ciò che è decisivo è come rispondiamo a ciò che noi non abbiamo deciso. Quando dodici anni fa sono entrato in seminario, la questione della mia vocazione si è posta esattamente in questi termini: cosa ne fai degli incontri che hai ricevuto? Come rispondi a ciò che hai avuto la fortuna di vivere e di ricevere?
La nostra vita vera nasce come risposta a una domanda che nel fondo percepiamo tutti: “cosa ne fai della vita che ti è stata data?”. Senza questa domanda non c’è vocazione, non c’è vita autentica né la possibilità di dire un incontro vero con Dio.

In sei anni che sono prete posso dire che spesso ho percepito questa domanda: “dove sei finito? cosa ne hai fatto di te?”, ma anche sopratutto una seconda domanda: “cosa ne hai fatto di quelli ai quali vuoi bene?”, “dove li hai portati?”… La domanda della propria responsabilità è sempre una domanda che ci salva e che ci rimette in carreggiata (non è mai una domanda di condanna). A volte me la sono posta io stesso, altre volte sono stati gli amici a pormela. La routine delle cose rischia sempre di farci perdere il senso e la strada di ciò che facciamo che è in fondo la nostra relazione con Dio.
A volte, non ho potuto che riconoscere di essere anche io “ramingo e fuggiasco”. Esistono momenti nei quali in onestà non possiamo che dire di esserci persi, di vagare sperando solo di incontrare qualcosa. Eppure questo non è tutto. Perché anche là dove si riconosce di essersi persi, di essersi distratti, di essere stati deboli… pure rimane un segno della nostra dignità. La tradizione vuole che il segno di Caino della sua intoccabile dignità, anche se peccatore, fosse una compagnia, un cane fedele che non lo lasciava solo, non un semplice segno o oggetto.

Anche quando mi sono perso pure non sono mai stato abbandonato. Così posso dire: “il Signore c’è” e poter dire –nonostante me (nonostante i miei tradimenti e il mio essere Caino)– “il Signore c’è nella mia storia” è la cosa più bella che io possa dire agli altri. Pensateci: cosa potremmo dire di più grande e di più bello se non “il Signore c’è”. Cosa avremmo da dire di più importante ai nostri figli? Forse una bella carriera, una bella casa, saper bene l’inglese o qualsiasi altra cosa varrebbero il poter dire “il Signore c’è e non mi ha abbandonato”? Cosa potrebbe dire un uomo di più bello di questo?

III domenica dopo Pentecoste

Gen 3,1-20; Sal 129; Rm 5,18-21; Mt 1,20b-24b

Il tema della “caduta” o del “peccato originale” è tra i più importanti della nostra fede, ma anche tra i più fraintesi. Ci viene spiegato da piccoli insieme ai racconti della creazione come se si trattasse di un semplicemente fatto accaduto. Da allora, più o meno inconsapevolmente circola nella nostra testa questa idea: “veniamo puniti per qualcosa che non abbiamo commesso”. Se ci capita poi di prendere sul serio questo pensiero potremmo restarne scandalizzati: che Dio sarebbe uno Dio che ci condanna in una condizione sfavorevole per qualcosa che nemmeno abbiamo fatto? E’ questo il Dio della Bibbia? Per alcuni è meglio essere atei che credere in un dio così.

Eppure, il tema trattato da Gen 3 è centrale nella comprensione della fede cristiana. Diciamo che “Dio ci salva” e il Vangelo di oggi dice riferendosi a Gesù: “egli salverà il suo popolo”. Ma da cosa ci salva? Di quale salvezza avrebbe bisogno l’uomo? Dite a un ragazzo: “Gesù ti salva” e lui vi risponderà: “da cosa? ho da mangiare, sto bene, chi e da cosa dovrebbe salvarmi?”.
Per fare un esempio dell’importanza del tema, vorrei ricordare che nel XI e XII sec., quando la Chiesa dovette affrontare il problema di una nuova evangelizzazione (perché era così diffuso da rischiare di diventare “insipido”), inventò sulle facciate delle Chiese un’arte che aveva sempre due temi: da un lato la caduta di Adamo, dall’altro la redenzione in Gesù Cristo. Quasi tutti i portali e le facciate di quei secoli parlano di questo: la caduta e la restaurazione, perché si era capito che non si può parlare di una salvezza in Gesù Cristo se non si prende sul serio la nostra condizione di uomini.

In effetti, il tema di Gen 3 è riuscire a prendere sul serio il “male che compiamo”. Non il male che non abbiamo commesso e per il quale saremmo puniti, ma il male che esiste e ci riguarda. Una coscienza che avesse perso questa distinzione, per la quale tutto è ugualmente bene, è una coscienza che non potrà mai percepire la necessità di una salvezza. Ma questo tema è davvero ciò che ci distingue dagli animali: gli animali uccido per sopravvivenza e per essi non c’è un vero bene o un male, mentre noi percepiamo la nostra libertà, percepiamo che possiamo fare del male gratuitamente, come liberamente abbiamo sempre un’altra possibilità.
Nella saga di Harry Potter c’è una frase detta dal cattivo Voldemord che riassume la tentazione moderna (già scritta in Isaia). Voldemord dice: “non esiste bene e male… esiste solo il potere e chi è troppo debole per usarlo!”. Non c’è un bene e un male, non c’è un’etica, c’è solo “il potere” o il “non potere” fare qualcosa. Questo è, in qualche modo, la tentazione del serpente di Genesi. Forse anche un pensiero non così poco diffuso, ogni volta che si liquida la questione della “colpa” o non si percepisce più la responsabilità morale del nostro agire.

Genesi invece insegna una coscienza diversa: il male esiste e ci riguarda. L’uomo “fa” il male, questo è ciò che risulta davvero scandaloso. Ma qual’è la radice di questo male che compiamo? Non la trasgressione di un comando (il potere o il non potere fare qualcosa). Il male non è un semplice errore, ma il sospetto che prima di quella trasgressione ha costruito la fantasia che quel comando (quel “non potere”, quel “non essere Dio”) fosse qualcosa “contro” di noi. Il sospetto che Dio appunto ci abbia puniti in questa condizione “limitata” che è la nostra vita, tendosi per sé la parte migliore. Il sospetto che sarebbe bello per noi “essere come Dio” (essere quindi anche “autonomi”) invece che soltanto quello che siamo (necessariamente quindi in relazione con Lui come con tutto ciò che non dipende solamente da noi).

Questo sospetto è la vera radice del male che compiamo. Lo sappiamo anche dalle nostre relazioni: quando iniziamo a pensare che l’altro ci porti via qualcosa di nostro (il tempo, i soldi, la felicità), tutto ciò che l’altro ci chiede inizia a rivelarsi come un peso, prima ancora che possiamo fargli del male o tradirlo.
Non a caso la fede è l’opposto di questo sospetto: se ciò che mi togli non è perso perché mi fido di te, allora ogni perdita o dono non sarà qualcosa che mi opprime. E quale sarà l’antidoto più grande contro il sospetto che Dio ci abbia puniti in questa vita, tenendosi la parte migliore? Non è forse un Dio che in croce apre le braccia per te? Cosa avremmo ancora da sospettare su Dio, sulla nostra vita o sulla nostra morte, se lui stesso la dona così?

In altre parole, la questione del male non è questione di una trasgressione (ho fatto ciò che non dovevo), ma è questione della fede. Lo iniziamo a compiere a partire da un sospetto sugli altri e su Dio. Credere che siamo puniti per qualcosa che non abbiamo commesso non è altro che dare voce a quel sospetto diabolico che non si fida di Dio e che il testo di Genesi voleva indicare come la vera radice del nostro egoismo.

I domenica dopo Pentecoste

Gen 18,1-10a; Sal 104; 1Cor 12,2-6; Gv 14,21-26

Nella mentalità comune la parola “amore” è quasi all’opposto della parola “comando”. Amore è un fatto totalmente libero, un sentimento che muove felicemente la vita. Al contrario i comandi, o i comandamenti sono –anche quelli giusti– qualcosa che non dipende dalla libertà degli uomini: sono un obbligo da compiere. Il “comando dell’amore” suona dunque oggi quasi come una contraddizione. E anche se l’amore fosse l’oggetto di un comandamento, verrebbe da chiedersi: come comandare, come obbligarci in qualcosa che non può che nascere da un atto libero?
Così suonano alcune obiezioni: “come potrei amare i miei nemici?” Come forzarmi a fare ciò che invece magari non sento come mio? Potrebbe uscirne un’immagine quasi ridicola del cristiano: come colui continuamente mosso dai rimorsi di non riuscire a amare chi dovrebbe per imposizione sa che “deve” amare.

Penso che il fraintendimento oggi si faccia molto sentire e vada ricompreso nella sua origine. Bisogna di nuovo capire come “amore” e “comando” non siano due idee una all’opposto dell’altra.
Non è difficile scalfire la retorica dell’amore come libero sentimento. Basta avere un figlio o un amico che è da aiutare per capire subito come il libero sentimento diventi presto un “vincolo” un legame dal quale non è facile scappare. Oggi è l’aspetto più difficile da accettare che impedisce che una semplice conoscenza diventi qualcosa di più. Si ha paura di un limite della nostra libertà futura, di un condizionamento nel domani, di un impegno. Eppure, se siamo adulti, sappiamo che non c’è amore o amicizia senza questo legame vincolante. Diceva lo scrittore C. S. Lewis che la parola “obbedienza” è una parola simile alla parola “amicizia”, non perché è necessario diventare schiavi l’uno dell’altro ma perché è necessario per essere amici seguire entrambi uno stesso sentiero, una stessa passione, essere fedeli a una meta comune.
L’amore mostra il suo carattere vincolante non solo quando dobbiamo donarlo a qualcuno ma anche e soprattutto quando dobbiamo riceverlo. Possiamo riceverlo a cuor leggere se veniamo amati per una delle nostre qualità, perché lo sentiamo come ricompensa di qualcosa che facciamo, ma se veniamo amati soltanto per quello che siamo? Questa è in realtà un’esperienza non facile perché chiede di uscire dal proprio narcisismo e dalla preoccupazione di sé, richiamando la nostra responsabilità che spesso non si mostra all’altezza delle aspettative che sente.

Anche la parola “comando” andrebbe ricompresa. Nel brano di vangelo di oggi è un evidente sinonimo della di “parola”. “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama” e poi la stessa frase invertita “Se uno mi ama, osserverà la mia parola”. Il comando è una “parola”, è un “ascolta”; tant’è che quelli che noi chiamiamo i “dieci comandamenti” sono in realtà chiamate le “dieci parole”. Non è solo una differenza linguistica. Prima che identificarsi con un dovere, il comando è la parola alla quale tu presti ascolto nella vita. Quale voce ascolti, a cosa presti attenzione, cosa segui di importante?
Paolo dice che da pagani “si servivano gli idoli muti”. Interessante: il comando non è un “dovere” che ciò che sempre si sta servendo, perché sempre serviamo qualcuno, abbiamo dei valori, presti ascolto a un ideale. Il problema è: quale? Quale idolo ascoltare? Il punto non è che si è trasgredito il comando per seguire la propria libertà, ma il punto è sempre di chi si è schiavi.

Dunque potremmo dire: “ascolta e impara ad amare”. Così il dittico appare più comprensibile perché si ama solo se ci si mette in ascolto di una verità. Come dice Giovanni: c’è uno spirito che ti permette di vedere e di ascoltare ciò che tu neanche saresti in grado di sentire. Così accade tra noi: solo chi davvero sa “vedere” e sa “ascoltare” il fratello nella sua verità, nel riconoscimento della sua assoluta dignità, allora si rende conto di poterlo anche liberamente amare.

Pentecoste

At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20

Quando sei anni fa sono diventato prete, diverse persone mi hanno chiesto come mai avessi fatto una scelta del genere. Nell’imbarazzo che genera una domanda come questa –e sopratutto nella sproporzione tra la richiesta e una possibile risposta– percepivo che la vera difficoltà era data dal fatto che sembrava difficile, anche per gente cattolica che va in Chiesa, pensare che Dio agisca davvero nella vita delle persone, pensare che davvero esista uno Spirito.
Parlo di me, ma potrei parlare di tanti di voi che sono qui: i ragazzi che sono qui nonostante i loro coetanei li considerino “bigotti”, le famiglie che si danno da fare in parrocchia nonostante le fatiche, nonostante si possa andare a sciare nei weekend, o i quei giovani che magari si trova a leggere assieme il Vangelo, malgrado abbiamo tanti altri impegni…
Sembra diventato difficile dire che l’intuizione che ci ha mosso e continua a muoverci su questa strada, facendoci intravedere una verità, possa essere chiamata semplicemente un dono dello Spirito, la presenza reale del Signore incarnato nella nostra vita, nella nostra coscienza che –come grillo parlante– ci suggerisce la verità.

Perché sei entrato in Seminario? Perché segui ancora questi amici? Perché vai ancora in oratorio? A volte le risposte che immediatamente possiamo darci appaiono molto più umane e comprensibili: perché sono stato educato così, perché ho avuto questa storia, per la psicologia, perché mi sono trovato bene… Eppure queste risposte non mi hanno mai convito del tutto. Sono vere? “Forse anche”, ma nessuno potrebbe spingersi più in là di un “forse” e sapere con assoluta certezza il motivo di una decisione.
Tutte quelle risposte materialiste dimenticano che io sono sempre libero di andarmene, di non starci più, di fare la scelta opposta… perché la mia libertà è un mistero a me stesso (libertà è in fondo il nome che diamo a questo mistero) e non è qualcosa che mi sono dato da solo, né posso togliermi questa libertà da solo, senza togliermi anche la vita. Pensate come si possa incarcerare o torturare qualcuno, ma non si possa togliere la libertà, la libertà di amare qualcosa. C’è un mistero che ci abita: nessuno può costringere un altro ad amarlo liberamente.

Le risposte materialiste sono risposte che spiegano solo in parte la realtà e dimenticano quello che invece in molte occasione ci è davvero evidente: che siamo mistero a noi stessi e che la nostra coscienza, le nostre intuizioni, i dubbi e le domande, come le scelte definitive, hanno sempre a che fare con una sostanza che non possediamo del tutto, che non è in mano nostra. In altri termini: nessuno è in grado di dimostrare Dio agli altri, e questo è evidente a chiunque abbia un figlio o faccia l’educatore, ma dovremmo anche dire che nemmeno a noi stessi e non siamo in grado di andare da soli verso Dio.

Il mondo si stupisce perché la Chiesa dice che le scritture sono state ispirate da Dio, come se questo fosse un fatto impossibile. Tuttavia non si stupisce del mistero che abita ogni scelta e ogni vita, in particolare quelle che decidono di essere “diverse” dal previsto o dal “prevedibile”. Non si stupisce che ti sei deciso ad amare per sempre proprio quella ragazza (e non un’altra magari), non si stupisce della fedeltà a quegli amici, del fascino di quella parola evangelica…
E’ così: se uccidi il mistero che ci abita, se smetti di credere in uno Spirito (che è una ragione della nostra singolarità), nulla più ti stupirà della tua vita da adulto. Ma se nulla ti stupisce davvero, per cosa vale realmente la pena vivere? Una vita così non assomiglierebbe troppo a un vivacchiare inconsapevole?

Vorrei fare un passo ulteriore. Cosa distingue lo Spirito di Dio da ogni generica intuizione, da ogni generico moto della coscienza e dell’anima del quale non conosciamo l’origine? O da ogni mistero che potrebbe spalancarsi in noi stessi?
Gesù dice in questo Vangelo che questo Spirito rimane per sempre. La fede dei discepoli è consapevole del fatto che la vita di Gesù non è sotto il potere della fine, della morte, dell’invecchiare del tempo. E il suo Spirito si distingue da questo: semplicemente non muore. Per quanto possiamo nasconderci quella verità, per quanto per diversi anni abbia cercato di assopire la mia vocazione, essa riemergeva sempre sistematicamente. Lo Spirito di Gesù si riconosce perché non abbandona.

I legami che rimangono sono il segno del suo Spirito. Tutto ciò che la storia (o la morte) non è in grado di uccidere, di far morire. E questo non significa che si debba sempre stare assieme o continuare a vedersi ogni giorno. Ma tutto ciò che viene coltivato di buono, nelle relazioni, a infiniti livelli, se viene dal Signore porta frutto altrimenti muore. Ed è meglio che muoia, a volte smascherando l’illusione o il narcisismo che la nutriva. Quello che è certo è che se una cosa non viene dal Signore la storia se lo mangerà via, lasciandoci non più ricchi ma più poveri e arrabbiati a volte, o nostalgici e malinconici.

Per questo, più che fare tante attività, è necessario imparare a pregare gli uni per gli altri. E più lo si fa, più ci si accorge che è davvero il Signore a tenere in piedi la nostra storia ed è solo per questo che possiamo anche permetterci di non angosciarci troppo del domani che avrà già le sue inquietudini.

Ascensione del Signore

At 1, 6-13a; Sal 46; Ef 4, 7-13; Lc 24, 36b-53

La festa di oggi mi ricorda di non spiritualizzare la vita cristiana perché il cielo sarà fatto dei nostri affetti “carnali” e non da altro. Quello che qui il Signore ha legato, le sua amicizie come i suoi fraintendimenti, sarà ciò che ritroveremo –purificato nel nostro desiderio, ma non “altro”. Non è scontato che il volto di Dio porterà i tratti della nostra vita quotidiana e non altro. Non è scontato, anzi, all’inizio è difficile da credere.

Spontaneamente, noi facciamo l’esperienza che il nostro senso religioso, il senso di Dio, aumenta al diminuire della nostra piena forza e umanità. Spontaneamente, dove ci sentiamo nulla, dove andiamo in crisi, dove siamo presi della malattia… allora sentiamo la potenza o il desiderio di un “oltre”. Tanto più noi facciamo esperienza della nostra fragilità, del nostro essere nulla, quanto più sentiamo la presenza di un creatore, di un Dio al quale rivolgerci. Non è un caso che le esperienze religiose siano piene di segni della propria piccolezza: ci si inginocchia, si chiede perdono, si fanno rinunce… La vita ascetica è stata spesso pensata come una “fuga” (S. Francesco scrive “uscii dal mondo”). Speso sentiamo l’incompatibilità tra Dio e le cose di ogni giorno, come se Dio fosse altrove rispetto ai nostri affetti più terreni e alle nostre passioni più quotidiane.

Invece, ci dobbiamo ricordare che c’è un modo diverso di vivere questo spontaneo senso religioso, dove “Dio è tutto quando tu sei nulla” ed è la buona notizia del Vangelo. In Cristo nulla viene scartato ma tutto diviene segno. Dicono queste letture che persino la morte non è più una sconfitta. Essere pienamente uomini equivale ad essere pienamente cristiani; non c’è differenza e nulla di ciò che è umano può essere escluso, persino il peccato.

Dico ogni tanto ai ragazzi che è meglio sbagliare perché si è osato troppo, si è desiderato troppo piuttosto che troppo poco, perché si ha avuto paura. Lo diceva anche Dante nel canto diciassettesimo del Purgatorio: la questione umana non è di smettere di desiderare (di astenersi dalle cose) perché il desiderio ha a che fare con Dio e Dio stesso è desiderio dell’altro. Si può aver desiderato cose sbagliate, si può aver desiderato per “poco” o per “troppo” di vigore –dice il Poeta– ma non bisogna smettere di desiderare.

Dice Paolo: “colui che discese è lo stesso che anche ascese per essere pienezza di tutte le cose”. “Tutte le cose” significa tutti i volti e le persone e le passioni che –pur sbagliando– il Signore mi ha insegnato a voler bene. Proprio loro non avranno mai fine e ne vedremo davvero il riscatto… e tutto il resto per me finirà “come in un batter di ciglia”.

II Domenica di Pasqua

At 4,8-24; Sal 117; Col 2,8-15; Gv 20,19-31

Siamo di fronte a due racconti di riconoscimento del Risorto e ci sono dei particolari che non ci devono sfuggire. Entrambi avvengono “il primo giorno della settimana”, entrambi hanno a che fare con una “pace” che viene donata e un perdono, entrambi mostrano un corpo che ricorda proprio la morte di Gesù, entrambi non durano molto e sembrano invece invitare a una missione, a un compito, come se su quel riconoscimento non ci si debba fermare troppo a lungo, ma una volta sicuri che è proprio lui sia necessario fare altro.

Mi soffermo su alcuni di questi elementi che mi sembrano importanti. Non è un caso che tutto si ripeta solo alla domenica. In altre parole, quel riconoscimento ha a che fare con la nostra celebrazione, almeno per chi sa ben vedere. Fin da subito quel “primo giorno della settimana” divenne luogo della “frazione del pane” e del riconoscimento del quel Gesù morto e risorto. Dovremmo sentirci coinvolti in questo. Quello che accade in questa pagina è lo stesso che accade oggi.

Il saluto di Gesù non è retorico. Lo aveva detto: “vi do la pace non come la da il mondo” e lo ripetiamo anche oggi prima della comunione “vi dono la pace…”. Perché non è retorico? Non è retorico se è preso sul serio, se è preso sul serio il guazzabuglio delle paure che investe la nostra vita, come per i discepoli che “stavano a porte chiuse per paura dei giudei”. Oppure come Pietro, quando dirà, riconoscendo la sua pochezza di traditore: “tu Signore sai tutto”. Accogliere la pace, se uno è serio, non è affatto banale. Noi abbiamo stilizzato questo gesto nello scambio della pace ma sappiamo benissimo che se fosse vero, se quel gesto esprimesse davvero quello che dice, se invece di avere uno sconosciuto avessi una persona che conosciamo bene o amiamo, sapremmo quanto è difficile perché facilmente siamo orgogliosi e cocciuti…
E quella pace non è quella del mondo perché significa ritrovare quel luogo, che tutti abbiamo perché ce l’ha messo il Padreterno, della nostra assoluta dignità di figli. Quella dignità per cui qualunque cosa possiamo fare, qualunque tradimento possiamo commettere, noi resteremo sempre uomini e figli agli occhi di Dio. Dio non vuole adoratori, non vuole persone che si sommergono nello sconforto e si prostrano afflitti. Il Signore Gesù ci ha chiamati “amici” e non “servi”. C’è questa radice inalienabile di dignità che tuttavia va sempre ritrovata perché potrebbe anche spegnersi. E’ in base a questa dignità che due persone per me si possono sposare promettendosi fedeltà reciproca. Mi son sempre chiesto: ma come è possibile? come fanno a dire quella cosa conoscendo la propria fragilità umana?
Lo si dice seriamente perché non si ha vergogna di questa dignità ritrovata sulla quale sempre si può fare affidamento e che ci viene data (da Dio ma anche attraverso i fratelli che ci perdonano, dice Giovanni) e che non possiamo darci da soli, ma la possiamo solo riconoscere in noi. Altrimenti è un atto di arroganza.

Un’ultima osservazione. Questo riconoscimento del Risorto è davvero quello che avviene oggi, nel senso che appare breve, folgorante e non è mai fine a sé stesso. Sembra davvero che sia solo la certezza intuita dai discepoli ma che vedere Cristo sarà poi vivere Cristo: c’è un prolungamento tra quel riconoscimento, il nostro nell’eucarestia, e tutta la vita. Fin da subito, una volta riconosciuto, si sa di avere un compito e che quel riconoscimento è fine a questo compito e non a sé stesso. Se no, a che serve questa notizia? A che serve dire che è Risorto? Invece, il riconoscimento che non ci si era sbagliati, che ciò che lui ci aveva insegnato a vivere e a sperare non va perduto, è la conferma che quella strada va percorsa tutta fino in fondo, giorno dopo giorno. Come quando sorridi, il tuo sorriso pur essendo proprio il tuo, tuttavia non serve a te stesso ma ha senso per gli altri ai quali è rivolto e solo così è davvero un sorriso. Allo stesso modo la stranezza di questo riconoscimento che può essere anche solo l’intuizione di un uomo nell’istante del pane spezzato, ma sarà poi vero nel compito di ci rilancia sempre, di domenica in domenica, per vivere il suo Vangelo.