IV domenica di Quaresima

Es 34,27-35,1; Sal 35; 2Cor 3,7-18; Gv 9,1-38b

Non posso non commentare questo vangelo alla luce di quanto abbiamo vissuto ieri. Mi sono accorto che sempre abbiamo bisogno di qualcuno che “ci apra un po’ gli occhi“. E’ quello che Francesco riesce a testimoniare con grande semplicità ed è qualcosa che si deve risvegliare in noi piuttosto che solamente capire: se siamo ripiegati su noi stessi e sui nostri problemi diventano tristi e chiusi, se impariamo a vedere la realtà e gli altri allora si incontra il Signore. Francesco è capace di smascherare gli inganni che il nostro tempo vuole far passare per qualità umane o per fatti normali: il principio assoluto del guadagno o dell’eccellenza, l’assenza del tempo, la distruzione della famiglia, le povertà nascoste… così noi ritorniamo a vedere le cose vere, le cose che davvero contano. E lo fa così come accade nel vangelo dove si guarisce dalla cecità più che per un buon discorso per l’agire concreto di un uomo (Gesù), per la sua vicinanza, per un suo comando.

La seconda osservazione riguarda la semplicità del cieco nato. E’ un uomo pratico che non sembra conoscere molto la religione, non sa le regole del sabato né chi sia il “figlio dell’uomo”… tuttavia sa cosa funziona e cosa no, sa cosa gli è accaduto. Senza troppa filosofia si accontenta dei fatti. Il lungo dialogo con i farisei mostra come una ideologia, un troppo ragionare, possa far dimenticare la realtà dei fatti. I ragionamenti farisaici possono essere così ostinati e forti da far travisare tutta la realtà… pur di sostenere il nostro punto di vista. Così conosco persone che si rovinano la vita con ragionamenti e continuano a pensare e pensare (sul futuro o sul passato, sui “se” e sui “ma”) senza vedere la realtà della loro vita…
Così è stato per me questo milione di persone accorse al parco di Monza. Si possono fare mille ipotesi sul perché e sul come, si può riflettere sul pontificato del papa… ma qui c’è una evidenza che non può essere taciuta. Lungo la fiumana di gente che dalla stazione andava al parco ho incontrato molti ragazzi (alcuni mie studenti di scuola che non ne vogliono sapere di religione) e, sarà stato anche per una effimera curiosità, però erano presi da una domanda buona: vedere chi era quella persona stanca e vecchia, ma forse non solo… Già, perché un milione di persone è accorsa festosa al parco? Per una persona?

Mi viene in mente quanto racconta il Manzoni nei “Promessi sposi”. L’innominato non è un uomo religioso o avvezzo alla teologia. E’ un uomo pratico, dell’agire e del domino. Tuttavia, viene messo in crisi dall’incontro strano con una donnetta indifesa (Lucia). Passa la notte preso da quelle domande che non si possono cancellare del tutto dal cuore dell’uomo, sul senso e sulla giustizia del proprio agire. Tormentato tutta la notte si alza e, alle prime luci dell’alba, vede fuori dal suo castello una fiumana di gente allegra e festosa che accorre. Perché accorre? Mosso dalla curiosità di tanta folla si informa e scopre che accorre per il cardinal Borromeo che era quel giorno in visita pastorale. Così viene attraversato dalla domanda sul perché la gente vada da lui tanto numerosa (cosa avrà quest’uomo di tanto speciale?) e poi dal dubbio che in quel luogo possa trovare qualcosa per sé, qualche risposta alle sue domande…

A volte bisogna fidarsi di questa curiosità che la realtà stessa ci sollecita: un cieco nato guarito in modo strano o un milione di persone al parco. E, senza inquinare la realtà dei fatti dai sofismi farisaici, sperare di trovare anche per sé qualcuno che sappia tirarci fuori dalle piccole o grandi angosce della vita, mostrandoci la via.

III Domenica di Quaresima

Es 34,1-10; Sal 105; Gal 3,6-14; Gv 8,31-59

Il dialogo prende avvio da una parola di Gesù che invita a custodire il suo messaggio come garanzia di autentica libertà e procede con uno schema dialettico di opposizione tra Gesù e i suoi interlocutori. L’opposizione fondamentale è tra due “paternità” disparate: quella di Dio e quella del diavolo. Tutto il dibattito infatti, da un certo punto in poi, si basa sulla nozione di “padre” per sfociare nella doppia dichiarazione: “da Dio / non da Dio”, secondo che si ascolti o no la Parola. Prima indicata con qualche allusione (“fate le opere del padre vostro… non siamo nati da prostituzione”) e poi messa a nudo, la figura del diavolo crea lo sfondo di falsità sul quale si compie il dramma dell’incredulità e della sfiducia in Gesù. Il comportamento del diavolo, d’altra parte, è descritto come l’inverso di quello di Gesù stesso: quello preferisce “ciò che è propriamente suo”, mentre Gesù ciò che ha inteso dal Padre e non “da sé stesso”. Quello è omicida fin dal principio; Gesù libera dalla morte. Quello proferisce menzogna, mentre Gesù dice la verità.

Vorrei approfondire questo esplicito riferimento alla figura di un “diavolo” ormai totalmente scomparso nella predicazione moderna. Tra Dio e l’uomo si troverebbe un personaggio il quale, senza togliere all’uomo la sua responsabilità, darebbe ragione del rifiuto della Parola di Dio e dell’odio omicida. Un simile modo di parlare viene percepito bene dalle persone formate al catechismo tradizionale, ma oggi? Sono numerosi coloro che relegano questa rappresentazione delle cose al museo delle immaginazioni inutili se non dannose. Ma rifiutare l’intervento del diavolo non sarebbe buttare via il bambino con l’acqua sporca?

Vediamo cosa comporta il linguaggio di Gesù secondo Giovanni. In origine, il termine “satan” significava semplicemente un avversario spesso politico o religioso. A partire dalla fine dell’esilio babilonese questo termine, sotto l’influenza del pensiero iranico-babilonese, il termine diventa assume prima il senso di “tentatore” e poi acquista la funzione di sgravare Dio dalla responsabilità delle azioni malvage che, secondo la mentalità semitica, gli venivano in definitiva attribuite: non dipende forse tutto da Dio? La prova alla quale Abramo è sottoposto da Dio, diviene, nel libro dei Giubilei del 100 a.C., la prova che il “satana” sottopone al patriarca. Da allora questo personaggio diviene malefico e nel libro della Sapienza assimilato al serpente dell’Eden.
Al tempo di Gesù la personificazione di questa potenza del Male era così avanzata che, anche per influsso del pensiero iranico, i “demoni” si moltiplicano sotto il dominio di un “principe dei demoni”. In questa situazione l’uomo si trova alle prese di due potenze: l’angelo di Dio e l’angelo delle tenebre, il quale acquisisce una esistenza quasi autonoma e una personalità non ben determinata.

I vangeli evitano molti eccessi di molta letteratura al loro contemporanea, ma sono ugualmente convinti che ci siano dei demoni che infestano l’esistenza degli uomini e che Gesù trionfa su di essi con i suoi esorcismi. Giovanni evita molto folklore, tuttavia: Satana è entrato in giuda, quando accetta il boccone datogli in segno di comunione e spinge ora a rifiutare il messaggio di Gesù.

Si deve prendere alla lettera questa messa in scena? Io ritengo di no. Conviene anzitutto rispettare un principio di ordine linguistico: in una proposizione si deve distinguere ciò che viene affermato e il presupposto che rende comprensibile tale affermazione. Un esempio: quando Gesù si richiama al personaggio Giona per invitare i suoi uditori alla conversione ne parla come di un personaggio in carne ed ossa. Tuttavia, nessuno ai nostri giorni oserebbe dedurre da ciò che Gesù ha affermato l’esistenza storica di Giona. Non ci troviamo sulla stessa linea a proposito di Satana? Gesù ne parla secondo le credenze giudaiche del tempo, ma non ne afferma direttamente l’esistenza come di un essere individuale. A questo proposito è interessante notare come Giovanni usi alternativamente anche la categoria di “mondo” o “Principe di questo mondo” per indicare il principio dell’opposizione alla logica del vangelo. Ora, se “Satana” è stato sostituito dal “mondo”, significa che egli era soltanto una figura del Male.

Si deve allora negare l’esistenza di Satana? Certamente no, se ciò significasse misconoscere, ignorare quella connivenza che il Male in tutte le sue forme ha in ciascuno di noi: sarebbe ignorare il carattere universale della potenza di divisione di cui noi siamo vittime e che pure noi stessi alimentiamo. Alcuni per questo continuano a parlare di Satana come di un individuo nefasto, altri ritengono che sia la personificazione del Male universale; ma che importa! L’essenziale è poterlo ancora distinguere e su questo punto sarà bene sostenere il nostro credo. Qualora infatti, insieme all’abolizione del Satana, venisse anche meno la capacità di vedere il male che universalmente ci tenta, nella nostra lotta personale come nella storia universale, saremmo già stati sconfitti. Il relativismo nel quale siamo immersi continua a tentare questa operazione: in ogni epoca “il Satana” sa manifestarsi ma anche nascondersi. Si può perdere il folklore con il quale è stato rappresentato questo personaggio per secoli, ma non si può perdere la dualità della “paternità” sotto la quale decidiamo di stare e che Gesù richiama ai suoi interlocutori.

II Domenica di Quaresima

Es 20,2-24; Sal 18; Ef 1,15-23; Gv 4,5-42

Non era solito che una donna uscisse a prendere acqua proprio a mezzogiorno, l’ora più calda della giornata. Il momento giustifica la sete di Gesù, ma non quella della donna che comprenderemo alla luce della sua situazione famigliare: non è bene farsi vedere quando non si ha un marito. Almeno non in un villaggio di qualche centinaia di abitanti dove tutti sanno tutto, dove l’andare al pozzo sarà stato non diverso dai nostri luoghi di pettegolezzo. Dunque, c’è una donna che non vorrebbe essere vista da nessuno, teme forse un po’ lo sguardo degli altri e se ne starebbe tutta sola.
Gesù invece la guarda e deve inventarsi una scusa per parlare con lei: le chiede un favore. Chiedere un favore è tra gli atti più accoglienti e difficili tra gli uomini, è l’atto coraggioso per cui una persona osa il proprio bisogno, si espone nella sua mancanza. Domandate a una donna anziana non più autosufficiente “qual’è la cosa più difficile da vivere?”, quasi sicuramente dirà: “dipendere dai favori degli altri”. Personalmente mi sono accorto di quanto sia difficile esporsi a chiedere un favore quando mi si è fermata una sera la moto. Era tardi e un mio amico si è proposto di venirmi a prende. Quanto è stato faticoso chiedere un favore! Così faticoso che ho preferito farmela a piedi. Invece, Gesù non ha avuto paura di questo. Non ci pensiamo mai, ma il modo che ha avuto Gesù di incontrare questa donna, che neanche avrebbe voluto essere vista, è stato quello di chiedere un favore.

Questo ha aperto uno spazio che porterà a un duplice riconoscimento: della donna come sola, senza marito e di Gesù come Messia. Sono due riconoscimenti collegati tra loro: cosa infatti fa abbandonare la brocca al pozzo e mettersi a correre in città? Lo stupore di essere stata riconosciuta, di essere stata vista e non condannata, di essere stata riconosciuta nel proprio segreto. “Tutto ciò che ho fatto”, dice il testo, che significa: “tutta la mia storia, tutto di me”. Ho incontrato su di me uno che mi ha guardato in modo diverso, come neanche io mi sono mai vista. Come accade nel film “Luci sulla città” nello sguardo finale di Charlie Chaplin che viene riconosciuto dalla fiorista che amava (prima era cieca) scoprendo la propria povertà.

Essere riconosciuti è il nostro grande bisogno di uomini ed è la fine della nostra più profonda solitudine. La prima lettura dice di non farsi idoli. Ma cosa è un idolo? Qualcosa sul quale ci appoggiamo per “sentirci” qualcuno, per sentirci “riconosciuti”. Ogni stagione della vita si appoggia ai propri idoli per saziare la sete del nostro riconoscimento: da ragazzo c’è il look, la ragazza che ci voglia bene o i soldi, poi la famiglia da costruire, poi i titoli di studio, poi i figli… tutti sono i nostri “appoggi affettivi”, tutti sono la nostra preoccupazione per poter dire di “essere”, di “esistere”, per sentire che valiamo ed così “essere riconosciuti”. Si dice infatti così: ci riconosciamo nei soldi che abbiamo, nella nostra casa, nei nostri titoli di studio, nel nostro modo di vestire, nei nostri figli… ci riconosciamo! Di questo abbiamo bisogno. Tutto questo è necessario come l’acqua che beviamo, ma ogni tanto è acqua “morta” perché ci accorgiamo che non “ci basta mai”, che non ci pare abbastanza, che non abbiamo più marito, che siamo soli…

L’incontro cristiano è questione di questo riconoscimento, ma come di un’acqua diversa, viva. L’acqua viva è la fine di ogni falso idolo: non occorre neanche più andare a Gerusalemme perché in Spirito e verità, “chiusa la porta di camera tua”, si può stare davanti al Padre ritrovando la propria dignità, come sotto lo sguardo di uno che sa realmente chi sono. Quando ero ragazzo ho visto questo sguardo nel sorriso, nella cura e nell’affetto dei molti amici cristiani che ho incontrato e mi sono sentito come la Samaritana. Ho capito essere uno sguardo diverso da quello del “mondo” e dopo un po’ ho capito provenire da quello stesso modo di guardare agli altri che aveva il Signore Gesù che insegna ad “adorare” senza aver bisogno di idoli e senza neanche la paura di mostrare il proprio bisogno.

I domenica di Quaresima

Is 58, 4b-12b; Sal 102; 2Cor 5, 18-6,2; Mt 4, 1-11

Dove non si soffre per problemi economici o malattie fisiche, il malessere più diffuso deriva da una fragilità o crisi di identità. Cosa intendo? Non ci manca nulla eppure avvertiamo un disagio che non sappiamo ben spiegare. C’è una crisi di identità dei padri, delle donne, dei giovani, dei preti, dei cristiani e praticamente di ogni altra figura umana che una volta sembrava capace di plasmare l’identità personale dei soggetti interessati. E’ come se ci si chiedesse continuamente: cosa devo “fare” o come devo “essere” per fare il buon padre, per essere un giovane non più adolescente ecc… senza arrivare mai a una risposta definitiva. E’ come se le categorie e i modi di qualche decennio fa, magari prima un po’ rigidi, non bastassero più. Anche per i cristiani ritorna questa domanda: chi è il cristiano oggi? Un ragazzo può avere una nonna cattolica praticante, un padre ateo, una madre credente non praticante, una zia suora e uno zio mussulmano… a cosa verrà educata? cosa sarà?

Il disagio è certamente dovuto alla rapidità di alcuni cambiamenti, a un contesto frammentato e in continua evoluzione, al crollo di alcuni valori di riferimento nei quali prima ci si riconosceva. Oggi tutto è sotto discussione: la famiglia, il matrimonio, i tempi del lavoro (la domenica), la sessualità, il volersi bene… Tutto pare davvero libero e liquido. Ma tutta questa liquidità non ci aiuta a capire la nostra identità, a vivere sicuri di noi stessi e delle nostre scelte. Paghiamo come prezzo un malessere strano che ci rende un po’ depressi e molto vulnerabili.

Perché cito questo fatto della nostra cultura ambiente? Perché penso che le tentazioni raccontate in questo Vangelo, come il tempo forte della Quaresima, tocchino la stessa questione: come scoprire la nostra identità o vera vocazione. Sembra che anche per Gesù non sia andato diversamente: ha dovuto attraversare un tempo di crisi, un tempo dove nasceva la tentazione di un’altra strada, la tentazione di vie più facili o diverse. Questo lo ha portato a scoprire più veramente la propria identità di Figlio. Non è un caso che solo dopo questo episodio Gesù inizi la sua predicazione. In altri termini: non si può scoprire chi siamo, diventare persone adulte e solide che vincono il malessere della fragilità, se non “essendo stati provati nel deserto”.

Il tempo della tentazione è dunque anzitutto il tempo dove si consolida o si scopre l’identità, ciò per cui la nostra vita ha senso. Possiamo leggere anche così ogni suggerimento quaresimale: il digiuno, il fioretto, la penitenza, la preghiera, la carità… Noi non facciamo tutto ciò per spirito masochista o per far contento Dio, ma perché è l’unica strada per non fuggire realmente a noi stessi. Ciò che c’è in gioco è ciò che di più importante abbiamo: scoprire chi siamo e cosa ci fa stare in piedi. La tentazione non è dunque solo resistere da qualcosa che sappiamo essere male, ma smascherare un inganno, ciò che potrebbe apparire anche come un bene. Solo tale prova consente a te stesso di capire quanto vale la tua parola, quanto vale quando dici a qualcuno “ti voglio bene”. Puoi conoscere il tuo valore quando hai resistito a qualche tentazione e sei diventato diverso: adesso puoi reggere molti rischi e molti azzardi che prima non avresti mai potuto permetterti. Così fu da Abramo fino a Gesù e non sarà diverso per noi. Se il nostro tempo ci vuole far credere che la vita non ha “prove” o “tentazioni” vere, ma si può seguire liberamente qualsiasi nostro desiderio… pagheremo il prezzo di rimanere sempre fragili e insicuri.

C’è un ultimo aspetto che vorrei sottolineare. Il racconto delle tentazioni è sempre stato per me una grande promessa che il bene è realmente possibile e alla nostra portata. Non è vero che l’uomo deve per forza soccombere alla tentazione. Non lo vediamo solo in Gesù, ma in tanti esempi di vita che abbiamo conosciuto e per i quali possiamo dire: “che bella persona”, “che grande vita”…
Dobbiamo percepire questa promessa alla nostra portata, altrimenti ci sentiremo sempre schiavi di ciò che forse neanche vorremmo seguire. Essere uomini è continuare a credere nella realizzabilità di questa promessa: che l’uomo possa reggere il peso della sua libertà. Così era anche in Genesi: a Caino viene detto “il male è accovacciato alla tua porta ma tu puoi resistergli”. Questo puoi è la promessa che ci rende realmente umani.

Ultima domenica dopo l’Epifania

Os 1,9a;2,7a.b-10; Sal 102; Rm 8,1-4; Lc 15,11-32

Il senso ultimo di questa parabola, letta nel suo contesto, è che nessuno si può considerare mai definitivamente perduto. Non esiste una situazione definitiva della vita che crei una distanza tale da non permettere un ritorno, una conversione. Nessun peccato allontana definitivamente da Dio. Come dice Osea: si può tornare come quando si amava da giovani –“risponderà come nei giorni della sua giovinezza…”—e la vita non è così definitivamente amara e cinica da non avere una strada di ritorno o di perdono.
Vorrei fare alcune osservazioni su questo. Anzitutto che il male non è tanto visto come un semplice “peccato” che si è commesso, ma più globalmente come un “allontanamento”, come un “perdersi” generale nella vita. Si può non trasgredire alcun comandamento –non “fare del male a nessuno” come si dice di solito– eppure ugualmente accorgersi che ci si è persi. Per esempio, ci si può sentire soli, abbandonati, incapaci di voler bene a qualcuno… Non è una singola azione, è tutto un contesto, è “il cuore” a essere lontano dalla pace.
Semplificando, mi pare che il vangelo tracci due strade di questo perdersi: vivere secondo il principio del proprio piacere e vivere secondo il principio del proprio dovere. Sono le due strade opposte dei due fratelli che hanno entrambi un momento dove maturano la loro sofferenza: nella fame del fratello uscito di casa che non ha più nulla da mangiare e nell’invidia dell’altro fratello che si sente anch’esso privato di qualcosa. Entrambe le strade sono strade che portano a “perdersi”, ovvero, non tanto a “peccare”, quanto a perdere il centro e l’orientamento vero della nostra vita, a vivere per sé stessi.
Seguire il “principio del proprio piacere” è come un rincorrere il vento e quando tutto ciò che ci dava piacere finisce veniamo sempre miseramente scartati. Come accade a Pinocchio che viene gettato in mare perché dopo essere stato nel mondo dei balocchi, diventato asino e sfruttato, poi finisce a non servire più a nulla. Se ognuno segue il principio del proprio piacere il mondo è un posto di lupi affamanti… e accade così a tutti quelli che confidavano nel successo lavorativo, nelle gratificazioni famigliari o affettive: accade sempre che qualcosa prima o poi vada storto e loro si sentono “buttati via” dal sistema o da qualcuno. Sarà quello il momento dove si potrà “ritornare in sé stessi”, ribaltare la logica per la quale si era vissuti.
Ma anche il principio del dovere “perdere” l’uomo. Tutta la vita si era trasformata in un grigio servilismo, come ormai rassegnati costretti in schiavitù. Sono quegli uomini che ti dicono: “cosa vuole don, ormai ho questa moglie, ormai ho questo lavoro… lo sopportiamo”. Vado a vanti solo perché devo andare avanti, ma privo di motivazioni, senza la gioia per quanto possiedo, senza vedere la ricchezza che si è ricevuta, senza mai rendere “grazie”. La vita grigia è rassegnata è ugualmente una vita persa.
Entrambe queste forme hanno come punto comune una riduzione degli altri: gli altri sono gli oggetti del mio piacere oppure gli altri sono coloro che mi tolgono ciò che è mio. Il Padre non ragiona così. Come nel quadro di Rembrand ha gli occhi consumati dal pianto, ma non si è “perso” perché non ha smesso di desiderare il ritorno del figlio. E’ un uomo sofferente, ma è un uomo vivo. Non si è alienato e neanche rassegnato, ha continuato ad amare.

Viviamo in un tempo bastardo che consuma tutto e tutto rende effimero o grigio; a volte anche gli amori e gli affetti più profondi e intimi vengo divorati o si sfilacciano dando vita a sofferenze inaudite. Fino a perdere anche la speranza di un vero ritorno, di una vera possibilità di bellezza, di uscita dal proprio ripiegamento. La sfida più difficile è quella di esperienze che ci diano la speranza di poter “tornare in noi stessi”. L’esperienza archetipa è come un’Itaca alla quale si desidera tornare, come la casa del Padre o come un abbraccio vero che non possiamo rassegnarci di non cercare.

Penultima domenica dopo l’Epifania

Bar 1,15a;2,9-15a; Sal 105; Rm 7,16a; Gv 8,1-11

Un modo per non essere misericordiosi non è solo quello di inchiodare all’errore gli altri, ma anche quello di non riconoscere più alcuna verità. Sono entrambe due forme che mi appaiono ben presenti oggi. L’esempio lo traggo da un fatto di cronaca che è rimbalzato sulle prime pagine di tutti i giornali. Un ragazzo sedicenne si lancia dalla finestra dopo l’ispezione della guardia di Finanza della sua camera. Non aveva molta droga ma quanto basta a essere fuorilegge. Inchiodato da solo al suo errore, senza quella capacità di dire “ho sbagliato” e non sentirsi lapidati: si è da solo lapidato. Nel mistero di una libertà che nessuno può conoscere totalmente, posso solo immaginare quanto difficile sia riuscire a dire “ho sbagliato e pago” senza il peso di un’onta o di una vergogna irremovibile. Quando accade, quando l’uomo non si inchioda alla sua povertà che è costretto a riconosce, quando la vergogna di sé non ha la meglio sulla scena, come in questo Vangelo, riconosco che di vera grazia cristiana si tratta. Non avrei un’altro nome. Insegnare a dire “ho sbagliato” senza il marchio a fuoco di uno sguardo che ci condanna non è altro che la questione stessa dell’incontro con Gesù. Potrei dire che l’incontro con Cristo è proprio quello di fronte al quale si sente accadere questo: la propria assoluta fragilità e immaturità della vita che non diventa segno di umiliazione.
Ma c’è anche l’altro versante, molto presente oggi, per non sentire la vergogna si può anche eliminare la verità. Ed ecco che appena dopo la tragedia di Lavagna, che metteva in luce la falsità della via della droga, alcuni illustri personaggi si muovono perché tutto venga liberalizzato, perché i ragazzi non percepiscano più un senso del lecito e dell’illecito, del giusto e dello sbagliato… Dimenticando un fatto: che non si tratta della questione della droga e dei commerci illeciti, ma dei ragazzi, delle loro vite, del loro modo di affrontare l’impatto con la vita… Come diceva Cesbron: «Quando un ragazzo ruba una bicicletta che cosa importa alla società? La sorte della bicicletta o quella del ragazzo?»

Una seconda riflessione. Questa donna adultera è stata spesso interpretata come immagine della Chiesa, con tutti i suoi errori e peccati. Quale paradosso è la Chiesa se ci fermassimo per un attimo a pensare, proprio come questa donna. Mi si dice che è santa, e la vedo piena di peccatori. Mi si dice che essa ha come missione quella di strappare l’uomo alle preoccupazioni terrestri, di ricordargli la sua vocazione all’eternità, e la vedo incessantemente occupata delle cose della terra. Mi assicurano che è universale, aperta come è aperta l’intelligenza e la carità divina, e io constato molto spesso che i suoi membri, per una specie di fatalità, si ripiegano timidamente in gruppi chiusi. La si proclama immutabile, l’unica stabile al di sopra del turbine della storia, ed ecco che d’improvviso, sotto i nostri occhi, essa sconcerta una quantità di fedeli coi suoi bruschi rinnovamenti… Quale paradosso, come paradossale è la figura di questa donna perdonata. C’è una bella pagina di Rahner che descrive come si possa vederla:

“Gli scribi e i farisei –ne esistono non soltanto nella Chiesa, ma dappertutto e sotto i più importanti travestimenti– continueranno pur sempre a trascinare «la donna» davanti al Signore, sbattendogliela ai piedi con la segreta euforia che «costei», grazie a Dio, non è affatto migliore di loro e accusandola così: «Signore, questa donna è stata colta in flagrante adulterio. Che ne dici?». E la donna non potrà negare: è davvero uno scandalo, non ci sono scuse che tengano.
Ella pensa ai suoi peccati, alle colpe che ha realmente commesse, obliando invece –e come potrebbe fare altrimenti l’umile serva?– la gloria occulta e palese di santità. Perciò non intende negare. Essa è la povera Chiesa dei peccatori. La sua umiltà, senza la quale non sarebbe santa, le fa ricordare solo la colpa. E ora sta davanti a colui al quale è affidata, davanti a Colui che l’ha amata e si è sacrificato per santificarla, davanti a Colui che conosce i suoi peccati meglio di tutti i suoi accusatori. Egli però tace. Scrive di lei peccati sulla sabbia della storia mondiale, che presto si estinguerà, cancellando così anche le sue colpe.
Egli tace per un piccolo lasso di tempo che a noi sembra fatto di millenni. E giudica questa donna solo con il silenzio del suo amore, che ricolma di grazie e assolve. In ogni secolo sorgono accanto a «questa donna» nuovi accusatori, che poi sgattaiolano sempre via, uno dietro l’altro, cominciando dai più anziani; si, perché non se ne è mai trovato uno senza peccato.
Alla fine del carosello il Signore si troverà solo con la donna. Allora la rialzerà da terra, guarderà in faccia alla peccatrice sua Sposa e le chiederà: «Donna, dove sono quelli che ti accusavano? Nessuno ti ha condannata?» Ed essa, con indicibile pentimento e profonda umiltà, risponderà: «Nessuno, Signore».
Rimarrà meravigliata e quasi sgomenta del fatto che nessuno, proprio nessuno, abbia osato farlo. Il Signore le andrà allora incontro dicendole: «Neppure io ti condanno». Scoccherà un bacio sulla sua fronte, dicendole con tutto l’affetto: «Sposa mia, Santa Chiesa».

V domenica dopo l’Epifania

Is 66,18b-22; Sal 32; Rm 4,13-17; Gv 4,46-54

Il tema comune a queste letture mi pare sia quello della fede. Paolo ne parla in rapporto alla legge, mentre il Vangelo in rapporto ai “segni e ai prodigi”. Provo a fare qualche riflessione su questo secondo aspetto.
Abbiamo di solito questa idea di fede: credere è aderire ad alcune verità. Di che tipo di adesione si tratta? Di solito, di natura intellettuale e soggettiva perché le verità proposte ci sembrano fatte così: “credere nell’eucaristia, credere in Gesù Figlio di Dio, credere nell’esistenza di Dio”… sembrano cose non totalmente evidenti e del resto si dice: “altrimenti non servirebbe credere”.
Però poi accade che a volte ci troviamo a dire frasi del tipo: “io non so se ho davvero ho fede…”, “ogni tanto dubito…”… pur sentendo che non stiamo facendo del male a qualcuno e che non siamo “più cattivi di prima”. Intendo dire: una mancanza di fede non ci appare come una mancanza di carità.

Penso che questo vangelo ci possa aiutare a fare chiarezza su questa strana cosa che chiamiamo “fede”. Anzitutto si percepisce la sua importanza “vitale”, la sua ricerca in relazione a un bisogno o a una mancanza: il funzionario aveva un figlio che stava per morire. Attenzione: non dico che sia soluzione a questo bisogno –è vero che il figlio si salva, ma è anche vero che non per forza il funzionario poteva attribuire questo a Gesù– tuttavia la ricerca della fede, la sua necessità, non sta nel campo delle cose “opzionali” della vita solo quando si percepisce un limite nostro. Si percepisce che la felicità della nostra vita non è in mano nostra. Bisogna essere onesti su questo: se ci inganniamo dicendo che noi siamo gli artefici della nostra felicità, la questione della fede non sarà mai una questione seria, perché io mi concepirò come sufficiente a me stesso. Ho bisogno della fede, della fiducia in qualcuno, solo quando inizio a capire che io non sono sufficiente a me stesso. Solo dentro un’amicizia capisco il valore del “fidarmi” o meno di un amico. Le nostre crisi di fede sono in realtà sinonimi della nostra falsa autonomia.

Questa ricerca di fede –che inizia dalla nostra dipendenza da “altro”– non è detto che arrivi alla fede in Gesù Cristo. Ma la domanda è: come è nata la fede del funzionario? Non è nata semplicemente dal prodigio. Anzitutto lui crede alla parola di Cristo prima che quel prodigio accada. Ma il testo dice che ha creduto totalmente solo dopo che si è fatto dire l’ora della guarigione del figlio e dopo aver visto che quell’ora coincideva con il momento della frase di Gesù. Detto in altri termini: per credere è necessario andare in profondità a ciò che ci accade e leggerlo capendone un disegno, un legame. I fatti singolarmente non portano alla fede ma sono muti. I fatti portano alla fede quando li capiamo, ovvero quando riusciamo a collegarli. E spesso riusciamo a collegarli e a capirne il senso solo a posteriori.

Faccio un esempio nel quale mi sono imbattuto di recente. Mi è capitato di vedere un’intervista fatta al fondatore di Apple, Steve Jobs. Era, che io sappia, l’unico discorso che ha fatto a dei ragazzi, dei neo laureati di Stanford. La cosa che mi ha impressionato di questo discorso è che, da manager di una grande azienda, Steve Jobs non fa un discorso economico o manageriale o tecnico… ma un discorso che direi di natura spirituale. Racconta come lui, che stava vivendo una pesante malattia, ha vissuto alcuni momenti della sua vita. E la prima “storia” che racconta di sé la intitola: “unire i puntini“. Unire i punti è significato, per lui, capire che lasciare l’università, frequentare un corso di tipografia… non sarebbero state cose inutili, ma dopo dieci anni “tutto è venuto buono”. Ma dice: qual’è il problema? Che si possono unire i puntini solo alla fine e anche alla fine per farlo occorre saper leggere una storia.

Ecco, io direi che la fede, almeno per me, ha a che fare anzitutto con questi momenti: i momenti nei quali so unire i “puntini” della mia vita, come quel funzionario che è andato a vedere se l’ora era esattamente la stessa. Si potrà sempre dire che sono coincidenze e si potrà sempre cercare di “non voler unire” i nostri puntini. Forse perché una volta uniti si capisce un disegno e quindi anche una responsabilità, un legame, un impegno. E di nuovo bisogna accettare di non essere “da soli”. Però quando capiamo che onestamente è così, quando sappiamo di non aver forzato nulla della realtà e sopratutto che quel disegno ci ha salvato tante volte –o ci ha persino guarito il figlio– non sarà davvero uno sforzo cieco il nostro credere.

III domenica dopo l’epifania

Es 16,2-7a.13b-18-17; Sal 104; 2Cor 8, 7-15; Lc 9,10b-17

Due riflessioni su queste letture. La prima riguarda l’episodio della “manna” o “ma-nu?”, come dissero gli ebrei, ovvero: “cosa è?”. Chiamarono questo dono “cos’è?” perché non sapevano cosa fosse. Già questo è significativo: c’è qualcosa di assolutamente inaspettato che ti fa riconoscere i doni del Signore. Il Signore spesso non sazia i nostri desideri ma fa qualcosa di diverso.
L’aspetto però più interessante per me è il fatto che questo dono non sia accumulabile e che tu non possa farne “le scorte”. E’ la stessa cosa che chiediamo nel Padrenostro in quell’aggettivo “quotidiano”. Il “pane quotidiano” è quello che serve a me oggi e non è una garanzia per domani o dopodomani. E’ la stessa idea che ritorna anche quando il Signore dice: “ogni giorno ha la sua pena”. Chiedi “giorno per giorno” e ogni giorno torna a chiedere: il pane insieme a tutto quello che serve per vivere.

Perché non si può stare “tranquilli” per sempre, perché ogni giorno bisognerà tornare a chiedere? Perché la struttura stessa della vita è così precaria e fragile? E’ una delle domande più importanti di tutta la spiritualità cristiana. I rabbini dicono: perché se accumuli la manna essa marcisce. Ma questa risposta non mi ha mai soddisfatto. Io penso che non sia la manna a marcire ma noi stessi. Cioè che nella realtà –al di là dei discorsi da bar– ciò che possiedi, ciò che hai, non è separabile da ciò nel quale tu riponi la tua fiducia per vivere e quindi non è separabile da ciò che sei. Gesù dice: “dove è il tuo tesoro è il tuo cuore”. C’è una unità imprescindibile tra ciò che abbiamo e ciò nel quale poniamo la fiducia per vivere. Allora capisco questo: è bene avere giorno per giorno per continuare a porre fiducia in una relazione, perché io non resti soli fidandomi della mia autonomia.

Ci sono scelte che si potrebbero fare da cristiani. Sia scelte personali sia scelte economiche. Un libro dell’economista Luca Fantacci, scritto diversi anni prima dell’ultima crisi economica, diceva che la causa vera delle crisi sta nell’accumulabilità del capitale, perché il mio avanzo è la mancanza di qualcun altro. Ma noi non siamo qui per cambiare l’economia mondiale. Siamo qui per non marcire noi. Per questo penso che un cristiano debba essere coraggioso. Gesù è severo: “non si può servire Dio e mammona”. Non dico che bisogna fare di più la carità, dico invece che non bisogna mai accumulare, perché inevitabilmente si metterà lì il nostro cuore. Se abbiamo di più del necessario è bene darlo ad altri e domani il Signore non mancherà di quello che ci servirà. Non ci fidiamo?

La seconda riflessione riguarda la sproporzione che avvertono i discepoli tra quello che hanno e quello che serve. E’ una sproporzione che capiamo bene. Penso a tutte le volte che entro in classe e devo dire qualcosa sul Signore: che sproporzione tra quello che ho e che sono e quello che avverto sia importante dirgli. Così le mamme e i genitori con i figli adolescenti che avvertono la sproporzione tra quello che servirebbe a loro per un cammino cristiano e quello che possono dargli.
La sproporzione poi è ben visibile in ogni gesto di carità. Chi fa le docce ai senza tetto lo vede: che sproporzione tra quello che dovremmo fare per le loro vite e quello che possiamo fare.
Penso che questa sia la questione di fondo di questa pagina e dell’esperienza dei dodici: “cos’è questo per così tanta gente?”.
Non ho risposte facile, però è accaduto una volta che mi accorgessi che qualcosa era stato moltiplicato. Il giorno che sono diventato prete ho incontrato fuori dal Duomo tantissima gente. Molti di loro li avevo visti per poco, li avevo incrociati dando al loro pochissimo. Sapevo che non erano lì per me, ma per quello che significavo per loro. Per il significato della mia scelta. Ho pensato: cos’è questo poco per così tanti, eppure ho capito che era abbastanza. Che il nulla che era stato importante per tanti. Tuttavia, non siamo noi a moltiplicare –per fortuna. E dovrebbero bastarci pochi segni per capire che questa sproporzione non viene colmata da noi. Quando aiuto i ragazzi a studiare, finita l’ora capisco che bisognerebbe andare avanti, ma è giusto fermarmi. Perché so che il vero bisogno e desiderio di quel ragazzo io non posso colmarlo. Posso aiutarlo, ma non riempirlo, non risolverlo, non sfamarlo. Come dire: al di là della nostra ansia, solo il Signore moltiplica.

II domenica dopo l’Epifania

Nm 20,2.6-13; Sal 94; Rm 8,22-27; Gv 2,1-11

Tutte le letture hanno in comune la situazione iniziale, quella di una mancanza. Nel deserto manca acqua; alle nozze manca il vino e anche Paolo dice che la creazione e i credenti “gemono” e “sperano” nell’attesa di qualcosa. Mi colpisce come queste situazioni di mancanza siano vicine a noi che pure apparentemente abbiamo tutto. Sono andato in montagna con un gruppo di ragazzi di scuola e l’ultimo giorno abbiamo chiesto se la vacanza era piaciuta. Tanti ragazzi hanno risposto che la vacanza era stata bella perché era “vacanza” e “fine della routine”. Un professore ha obbiettato che per lui invece la vita di tutti i giorni è la cosa bella. Mi ha colpito che quasi nessuno fosse d’accordo con lui e che dei ragazzi di 16 anni pensino alla loro vita quotidiana aspettando le prossime vacanze. Mi è parsa una grande sconfitta educativa.

Anche per i ragazzi sembra che manchi l’acqua, nel senso che il quotidiano è fatto di stress, di prove, di doveri… manca l’acqua. Non ho una risposta facile a questa sensazione. Non ho il bastone di Mosè per rispondere alle lamentele del popolo né posso trasformare acqua in vino. Però ho impressione che ci sia una testimonianza da portare per questi ragazzi ma anche per noi stessi: la vita quotidiana è davvero così un deserto per noi adulti? Quando i ragazzi mi dicono che le vacanze sono belle perché in fondo sono una “fuga”, so che posso ritrovarmi e capirli: anche per me infatti ricominciare è dura. Anche per me la routine di ogni giorno può essere davvero come attraversare il deserto.

Però, posso dire che il Vangelo ha a che fare con questo. Più che con le vacanze, con quel deserto di ogni giorno. Si può dire al Signore, come fa Maria, che “manca qualcosa”. Almeno, in prima battuta lo si può chiedere. Io, in tutta onestà posso dire che alla lunga e in modi spesso inaspettati, quando davvero la vita diviene pesante, qualcosa accade. Però accade sempre o “quasi sempre” nella logica del “segno”. E si potrebbe anche non farci attenzione. Mi è capitato per esempio l’altra sera a un incontro qui in parrocchia. Quasi per caso degli amici me lo ricordano e senza sapere cosa mi aspetta, preso anche io nella fatica di ricominciare il lavoro, trovo in quella serata una parola per me. E torno a casa con la percezione che, dove io mi stavo perdendo qualcuno è venuto a cercarmi, e a darmi un po’ di quell’acqua che serve anche a me. Accade mille e poi mille volte.

Paolo dice: sarà sempre nella forma di una speranza, di un segno. Nessuno ci protegge definitivamente dalla fatica della vita e anche dagli errori di dimenticare il vino o altro (perché sono anche errori nostri, a essere sinceri). Però, come Israele non deve per questo ritornare schiavo in Egitto, ho impressione che non è nella fuga (pensando alle prossime vacanze) che risolveremo davvero la nostra sete.

S. Natale

Se oggi siamo qui penso sia perché c’è un senso in questa festa. C’è un senso, c’è un significato.
Siamo qui per un significato che però potremmo anche non dare. Potremmo accontentarci della cena o del pranzo, del ritrovo famigliare (per chi ha una famiglia), dei regali e forse sopratutto delle vacanze. Molti si accontentano di questo. Per molti la festa è questo e non serve alcun “perché”, alcun “contenuto”, alcun “Dio”… che dia un senso, un significato.
Io, personalmente, non sono mai riuscito ad accontentarmi di questo: se tutto finisse nel pranzo, negli auguri, nei sorrisi… mi lascerebbe un grande vuoto. Se questa festa valesse solo per la festa in sé, senza scopo, senza fede, senza un “Dio”… finirebbe lasciandomi nulla. Sarei pronto ad aspettare poi soltanto le prossime ferie, in fondo schiavo ormai del mio lavoro o della mia routine.
Tutto tornerebbe ad apparirmi un correre a vuoto intorno al vento. Diceva un canto: “Ma quando la festa è finita rimane la vita e devi pensare di nuovo. Che cosa diremo ai bambini dell’uomo che nasce che vive e che muore?”. Cosa gli diremo senza uno scopo, senza un senso?

Gli antichi guardavano le stelle. Guardavano il sole che compie i suoi giri e cicli. Noi forse guardiamo i telegiornali, i cicli del nostro benessere, delle nostre economie e dei nostri pil. A cosa guardiamo per dire il senso della vita umana? Guardiamo alla fortuna, al caso e alle sorti? Oppure insegnano a conquistarci il mondo da soli convinti che sia la nostra forza di volontà a salvarci?

Quando arrivò in occidente il cristianesimo insegnò a non guardare più le sorti delle stelle o del sole. Non guardare la fortuna o la forza di volontà. Non è lì il senso del nostro affannarci. Bisogna guardare un uomo, Gesù Cristo, storicamente nato e morto. E’ lui il senso della nostra vita. Solo guardando questo uomo scopriamo un senso che non ci mette in balia della paura e delle superstizioni o negli affanni degli arrivismi.
Il senso di questa festa è che il senso della mia vita è in Gesù Cristo. Provo a dire questo come lo direi ai miei ragazzi di scuola. Cosa significa che per me che il senso della vita è Gesù Cristo? Io direi così, ma ognuno deve poterlo dire con le sue parole, altrimenti oggi celebra ben poco.

Quando alla domenica pomeriggio vado con il mio amico Martino a passare due ore del mio tempo dai disabili del don Orione, io so che non sto in realtà salvando nessuno. E questo non è facile da vivere. Quello che questi ragazzi hanno bisogno io non ce l’ho perché non lo misuro io. Se sono onesto so che neppure la società più perfetta, l’organismo migliore, la ricchezza più ingente, la salute più di ferro, li potrà mai fare contenti. Quello che li fa contenti non è una fortuna e non è il “prodotto di un lavoro umano”, tanto meno il “mio”. Se voglio bene a qualcuno mi accorgo di questo: non posso creare io la felicità dell’altro. Quale papà può dire onestamente di essere lui l’unica causa vera del sorriso del figlio? Il sorriso e la felicità del figlio è qualcosa di più grande del mio sforzo, qualcosa che so di non potergli dare io totalmente. Io non vado al don Orione per fare contenti i disabili e per “essere contento di aver fatto contento qualcuno”. Non è in questo risultato (che non c’è) il senso al mio gesto.

Invece, mi accorgo che il mio stare lì, rivela qualcosa del senso ultimo e universale della mia vita che vale per me come per i ragazzi tamarri che ho a scuola. Imparo qualcosa di una legge della vita che mi compie davvero. Ma non è un moto pietistico o umanitario, non è la sensazione di un momento. E’ Gesù Cristo che svela questa legge. E’ Gesù Cristo che compie la mia umanità, lui rivela ciò che è la mia verità: quella legge di quelle due ore sono la legge di tutta la mia vita se sono state nel “modo” di Gesù Cristo.

Per scoprire il senso della vita, la mia felicità, non devo attendermi dalla fortuna chissà che cosa, ma devo imparare questa legge e la imparo da un uomo che ne rivela la grandezza. Cristo mi rivela la legge della mia vita. Se lo faccio, trovo il senso del mio affannarmi e dei miei affetti. Senza avere più paura della vita o di chissà cosa potrà accadermi, perché ho trovato il mio scopo. Aver trovato un senso è poter dire anche che quel tempo non andrà perduto e io non avrò corso per nulla…

Ma senza questo senso, senza essere arrivato fin lì, ho l’impressione che tutto sia “provvisorio”, tutto sia “relativo”, “incerto”, il moto del cuore di un momento, anche quelle due ore passate con i ragazzi in carrozzina. Allora devo tornare a temere la fortuna in una vita che gira senza senso, nell’affanno di tante feste che mi costringerebbero –per poterle sopportare– a non pensare dove sto andando davvero. E del Natale resterebbe soltanto una vuota convenzione.