V Domenica di Avvento

Vorrei parlare di due temi che emergono da questo vangelo e che mi sembrano utili ai fini del nostro cammino.
Le domande che i farisei pongono al Battista sulla sua identità mi sembrano interessanti nel loro carattere evasivo, come tentativi di non cogliere e vedere la questione che sta a cuore al battezzatore e che è decisiva nella sequela cristiana. Il loro problema infatti è come collocare la questione religiosa e il battesimo di Giovanni, come inquadrarla o considerarla (il profetismo, Elia, l’apocalittica…).
Invece, la questione è altrove: non è –come diciamo noi– quale sia la religione giusta o sbagliata, come far funzionare la parrocchia o i valori, ma il fatto della mia personale conversione. Questo è l’unico tema interessante e decisivo per Giovanni: non qualcosa che riguarda la società, gli altri o un’appartenenza (gli esseni, i movimento dei farisei, i gruppi rivoluzionari gli zeloti), ma “raddrizzare i propri cammini”.

Duemila anni fa come oggi le domande evasive che poniamo agli uomini religiosi –pur di non considerare quell’unica e vera questione– sono infinite. Il mondo che va male, la politica che non ci aiuta, l’economia, l’IMU, i vescovi corrotti… quanti luoghi comuni e quanto perdere fiato pur di non mettere a tema e di non non capire che la consistenza della nostra vita sta da un’altra parte! La cosa impressionante è che si può passare una vita anche frequentando la parrocchia senza mai considerare quest’altra questione: il proprio rapporto con Dio, la propria fatica di vivere, il proprio dramma esistenziale fatto di tutti i nostri difetti, vizi, errori… La parrocchia, il Bar dell’oratorio, i gruppi parrocchiali… si possono fare cento cose senza mettere a tema che invece sono io con il mio cammino di vita che devo continuamente “raddrizzare”. Non è la scuola che è cattiva, la crisi che ci opprime… ma la questione sono io!
Invece, si vede la differenza di spessore umano di chi non si accontenta della mediocrità delle cose, del fatto che “tanto le cose vanno così”, che “tanto sono fatto così” e fa un cammino personale, legge il Vangelo, mette mano al proprio carattere, ai propri difetti… magari cambiandoli di pochissimo, ma sempre riponendo la questione del proprio vivere nella relazione con Dio.

La seconda sottolineatura è la seguente. Giovanni sa che, quando sono state rimosse tutte le domande evasive, quando siamo a tema noi stessi e la qualità del nostro cammino, allora è necessario un giudizio di bene e di male ed è necessaria una strada buona. E’ necessario intuire una qualità etica del proprio vivere. Non tutte le strade sono buone, non tutte le scelte sono uguali, non tutti i cammini portano a umanizzarci. E dobbiamo sentire un compito e una responsabilità verso una sempre maggiore “umanizzazione” di noi stessi. Quando si perde questa tensione tutto è permesso, tutto è dovuto, tutto è indifferente. Leggere un libro, suonare il pianoforte o fare bene un mobile impiegando anche più del tempo necessario, diventa identico a sbrigare le cose in fretta, a lavorare male, ad accontentarsi della superficie, a svagarsi con la partita della domenica. Ma non sono la stessa cosa, non costruiscono persone uguali! C’è sempre un cammino da raddrizzare verso bene, perché c’è una qualità del vivere che emerge nella propria vita e che può essere bella, può uscire con gli anni, può renderci persone come Giovanni.

Una grande menzogna del nostro tempo tende a farci credere che non sia necessario per vivere da persone felici un discernimento personale, un giudizio etico, una qualità della vita. Tutto sembra essere uguale o ridotto alla personale libertà che viene vista come un “fare quello che si vuole”. Ma se un uomo ha come unico interessa la partita della domenica e un’altro invece viaggia, si interessa alla storia o agli altri che ha sotto casa (ognuno a modo suo e con i suoi carismi)… Beh, non indifferente agli altri e la società nella quale vivremo sarà ben diversa.
Scriveva il libro di Isaia qualche capitolo prima della lettura di oggi: “Guai a quelli che chiamano bene il male, e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro”.

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IV Domenica di Avvento

La questione della venuta del Signore ha a che fare con un lavoro dei discepoli. Essi devono seguire il comando di Gesù che li invita ad andare a prendere un puledro lungo la strada. Il comando è così importante che viene descritto due volte nel testo: sia come indicazione del Signore sia come esecuzione dei discepoli. Questa insistenza non mi sembra causale.

Riprendiamo il filo delle nostre riflessioni, settimana scorsa il cammino di avvento ci suggeriva di uscire dall’immediatezza. Oggi il vangelo sembra chiederci la fiducia di eseguire un comando del tutto nuovo e forse anche un po’ strano. La fiducia che ci fa accorgere che c’è altro rispetto a quanto pensavamo. Come può infatti venire il Signore Gesù se non desideriamo nulla più di nuovo che venga a ci stupisca? Come più arrivare una grazia se si ha paura della novità o la si crede sempre negativa? Perché oggi domina questo: “la novità è negativa e temuta”.

Invece, il vangelo insegna che c’è qualcosa di nuovo e anche apparentemente strano, c’è un comando che non sai a cosa serve (magari ti sembra assurdo). Ma se non ti fidi di una novità, come stupirsi ancora? come desiderare ancora? come sperare ancora? Dobbiamo accorgerci invece che c’è altro e c’è del nuovo senza paura, per capire che il Signore viene.
Certo, dobbiamo anche sapere dove guardare per aspettarci del buono dal nuovo: se abbiamo sempre lo sguardo verso le notizie del mondo non vedremo nessun comando del Signore che ci indirizzerà da qualche parte. Se guadiamo alla politica, all’economia, al clima internazionale… cosa avremo da sperare? Ma questo accadeva anche 2000 anni fa ai discepoli: se guardavano l’impero romano con tutte le sue tasse e guerre, cosa avevano da sperare o da desiderare?
Invece, i discepoli sono invitati a guardare quello che di nuovo e di buono possono fare loro. Non quello che si devono attendere dal mondo o dagli altri. Quello che accadeva di miracoloso accadeva anzitutto dentro di loro, nel loro modo di pregare, di vivere assieme, di avvicinare i malati, di pensare a Dio. Questa è la novità che dobbiamo guardare e dalla quale abbiamo modo di sperare con favore che il Signore certamente verrà! Perché è anzitutto da noi stessi, dalla nostra solitudine, dal nostro sentirci in balia di un destino cattivo che dobbiamo smettere di avere paura.

Alessandro Baricco, alla fine degli anni ’90, aveva scritto un bel monologo, divenuto un libro e poi un film: “Novecento”, mentre il film si intitola “La leggenda del pianista sull’oceano”. La storia racconta di un pianista nato e cresciuto su una nave da crociera. Questo protagonista ha senza dubbio una dote eccezionale di musicista e supera di gran lunga tutti i pianisti esistiti sulla terra ferma. Tuttavia, non vuole scendere dalla nave. Mentre il racconto va avanti, si capisce che Novecento (è questo il suo nome) non è una persona felice. Potrebbe scendere, ma la paura di scegliere nelle infinite possibilità della vita reale lo blocca. La paura di questa novità è schiacciate e preferisce la regolarità di viaggi di andata e ritorno, affollati di persone diverse, ma in fondo sempre uguali. Tuttavia, per non essere ucciso dai suoi desideri spontanei che nascevano in lui (il desiderio di avere una famiglia, una ragazza ecc.) trova una tecnica per farli morire, uno ad uno, lasciandoli dietro di sé.

Io, che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia vita. Gradino dopo gradino. E ogni gradino era un desiderio. Per ogni passo, un desiderio a cui dicevo addio.
Non sono pazzo, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci. Siamo astuti come animali affamati. Non c’entra la pazzia. È genio, quello. È geometria. Perfezione. I desideri stavano strappandomi l’anima. Potevo viverli, ma non ci sono riuscito. Allora li ho incantati. E a uno a uno li ho lasciati dietro di me.
Tutte le donne del mondo le ho incantate suonando una notte intera per una donna, una, la pelle trasparente, le mani senza un gioiello, le gambe sottili, ondeggiava la testa al suono della mia musica, senza un sorriso, senza piegare lo sguardo, mai, una notte intera, quando si alzò non fu lei che uscì dalla mia vita, furono tutte le donne del mondo.
Il padre che non sarò mai, l’ho incantato guardando un bambino morire, per giorni, seduto accanto a lui, senza perdere nulla di quello spettacolo tremendo bellissimo, volevo essere l’ultima cosa che guardava al mondo, quando se ne andò, guardandomi negli occhi, non fu lui ad andarsene, ma tutti i figli che mai ho avuto.
La terra che era la mia terra, da qualche parte del mondo, l’ho incantata sentendo cantare un uomo che veniva dal nord, e tu lo ascoltavi e vedevi, vedevi la valle, i monti intorno, il fiume che adagio scendeva, la neve d’inverno, i lupi la notte, quando quell’uomo finì di cantare finì la mia terra, per sempre, ovunque essa sia.
Gli amici che ho desiderato li ho incantati suonando per te e con te quella sera, nella faccia che avevi, negli occhi, io li ho visti, tutti, miei amici amati, quando te ne sei andato, sono venuti via con te.
Ho detto addio alla meraviglia quando ho visto gli immani iceberg del mare del Nord crollare vinti dal caldo, ho detto addio ai miracoli quando ho visto ridere gli uomini che la guerra aveva fatto a pezzi, ho detto addio alla rabbia quando ho visto riempire questa nave di dinamite, ho detto addio alla musica, alla mia musica, il giorno che sono riuscito a suonarla tutta in una sola nota di un istante, e ho detto addio alla gioia, incatenandola, quando ti ho chiesto di entrare qui.
Ho disarmato l’infelicità. Ho sfilato via la mia vita dai miei desideri.

Smettere di desiderare perché si ha paura del nuovo sarebbe il modo migliore per non slegare mai quel puledro che attende soltanto che crediamo al comando del Signore.

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Marc Chagall. Mia soltanto è la patria della mia anima

Diapositiva1Io non sono uno storico dell’arte né uno specialista di Chagall. Vengo da una famiglia di persone che si sono occupate di arte da più generazioni e da bambino sono stato circondato da opere e libri d’arte, ma poi ho deciso di fare altro nella mia vita, di vivere diversamente e di conseguenza anche di guardare in un altro modo lil linguaggio artistico. Non dovete aspettarvi dal mio discorso un contenuto accademico o critico, ma proverò a raccontare qualcosa del “mio” Chagall, quello che fin da ragazzo ho imparato ad amare.

Mi sono appassionato a Chagall nel 2001. A Lugano c’era una grande mostra antologica ed io avevo appena conseguito la patente di guida. Era una mostra molto simile a quella che c’è ora a Milano, una grande antologica, e fu per me una vera rivelazione; importante almeno quanto il primo viaggio che feci in autostrada! Da allora ho continuato ad amare questo artista, che ha accompagnato molte mie riflessioni e catechesi. Ho portato, per esempio, più volte i ragazzi a Nizza a vedere il grande “Museo del messaggio Biblico” , un museo che è stata l’ultima grande opera spirituale dell’artista: lui era convinto che la destinazione del cuore dell’uomo non poteva che essere “la” religione e non “una” religione.
Ricordo che a Lugano ho capito subito una cosa: Chagall è un artista che per essere compreso va amato; che è più facile da amare se non si pretende di comprenderlo e spiegarlo razionalmente del tutto. Chagall non ama essere spiegato.

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Inizierei da una domanda, la più banale possibile: chi è Marc Chagall? Di solito si chiede di un artista a quale corrente appartiene, dove ha vissuto, quali sono i suoi maestri, ecc. Capirete subito che la risposta a questa domanda è un tema stesso delle opere, è un problema ricorrente e decisivo di tutta la lunghissima vita di Chagall (vive 98 anni!). Il problema della sua identità, di trovare sé stesso –ma più in generale il problema dell’identità dell’uomo– è forse la grande e centrale questione del suo lavoro.
Diapositiva5La mostra di Milano, non a caso, si apre e si chiude proprio su questo tema. La prima sala presenta infatti questa riflessione sull’autoritratto a partire da un piccolissimo bozzetto di un autoritratta con aureola . L’ultima sala si chiude con un grande autoritratto di Chagall nelle vesti di don Chisciotte (1974) . Esso è parte di un gruppo di quadri dipinti negli ultimi anni che parlano tutti dell’artista stesso: la caduta di Icaro e il figliol Prodigo. Quest’ultimo quadro merita particolare attenzione perché il tema è certamene cristiano e il soggetto è ispirato dalla sua profonda conoscenza e affinità spirituale con Rembrandt, che dipinge questo stesso soggetto alla fine della sua vita proprio in forma autobiografica. Chagall nei suoi ultimi anni si rispecchia in don Chisciotte (per l’artista è l’uomo che combatte per un ideale e non tanto contro i mulini a vento), in Icaro che cade spinto anch’esso da un ideale di conquista e nel protagonista della parabola di Cristo che si riconcilia con il padre. Queste tre opere costituiscono un intero trittico autobiografico.

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Perché Chagall ritorna sempre sul tema della propria storia, parla continuamente della sua vicenda umana, della sua origine ebraica o della propria città natale (Vitebsk)? Quasi volesse opporsi all’arte del suo tempo più all’avanguardia, che diventa per la prima volta completamente astratta (in Malevich e Kandisnkij, ad esempio), che elimina la storia soggettiva per cercare una visione scientifica del mondo (cubismo e futurismo)?
Troviamo una risposta in due elementi della vita di Chagall che meritano di essere approfonditi.
In primo luogo, Chagall continua a sentirsi un pellegrino, nel senso che non si identifica del tutto con il mondo a lui contemporaneo (come non capirlo?). In questo senso è davvero il profeta in senso biblico, colui che vive il suo tempo ma nel suo tempo non riesce a trovarsi a proprio agio.
Chagall si trova a disagio rispetto alla cultura secolare che incontra soprattutto a Parigi e alla conseguente visione del mondo che fa a meno di Dio e di una spiritualità. Egli scrive: “noi rifiutiamo ogni divinità, parliamo persino della sua decadenza. Ma facciamo un errore: cerchiamo qualcosa in grado di sostituire questo senso divino. Ci occupiamo freddamente, attraverso il calcolo, di migliorare la situazione materiale dell’uomo e il suo destino. Con questo, però, spesso distruggiamo in noi stessi e negli altri l’amore, il Divino, chiamatelo come volete” (1985, Conferenza all’università di Chicago).
Quindi non partecipò veramente a nessuna delle avanguardie che pure incontrò durante la sua lunga vita.
Diapositiva10Fu influenzato dal Cubismo e usò la sua scomposizione dei piani (guardate per esempio), ma non condivise nulla dei suoi principi. Dei cubisti diceva: “mangino puro le loro pere quadrate sui loro tavolini triangolari”. Di Picasso – che non amava, mentre amava molto Matisse- disse, ironizzando sulla sua smisurata produzione: “Picasso? Un grande artista, peccato che non abbia dipinto nemmeno un quadro. Scriverà a proposito delle teorie cubiste: “Io voglio un’arte della terra e non solo un’arte della testa”.

Diapositiva11Tornato in Russia dopo lo scoppio della prima guerra mondiale e durante la rivoluzione russa, fondò egli stesso una scuola di pittura, invitando amici pittori e allievi con i quali condividere la ricerca artistica. Ma anche questa esperienza si trasforma in una grave delusione: in particolare il suo rapporto con Malevic (e il suprematismo, che si rivolge alla non rappresentazione e alla pura sensibilità plastica), fu vissuto da lui come un vero tradimento.

Diapositiva12Fu invitato a far parte del movimento surrealista durante il suo secondo periodo francese, ma rifiutò esplicitamente. Il quadro Nudo sopra Vitebsk potrebbe ricordarci il mondo onirico e fantastico dei surrealisti, ma in realtà è anch’esso un quadro autobiografico: Bella e la sua città.

 

Chagall non si identifica totalmente neanche con un paese : nasce in un paese della Bielorussia, Vitebsk –nel 1887, durante un periodo molto promettente per la Russia (Dostoevskij muore nel 1881). Questa città che rimarrà sempre dentro di lui come un ricordo indelebile, ma la lascerà per trasferirsi a Parigi, finendo poi per rinnegare la Russia (ci tornerò solo ottantenne senza più riconoscerla). Otterrà la cittadinanza francese, scapperà in America, farà numerosi viaggi in Israele e infine si ritrasferirà in Costa Azzurra per trascorrere gli ultimi anni di vita. Da vero ebreo, rimane in realtà un esiliato.
Alla domanda “si sente un pittore russo?” Chagall rispose con una frase ambiguamente significativa: “sono Russo ed ebreo ma senza la Francia non sarei quello che sono”.
Penso che solo attraverso questa riflessione si capisca appieno la figura sempre presente dell’ebreo errante con il sacco sulle spalle. Non è solo il ricordo di una tradizione, ma la rappresentazione della sua stessa vita. Ed ecco anche come, di nuovo, Chagall stesso riemerge con la sua vita nei suoi quadri.

Diapositiva14Penso che da questo mio discorso introduttivo si capisca il titolo che ho dato a questa serata: “Mia soltanto è la patria della mia anima” – una frase tratta da una poesia dello stesso Chagall; non dei cubisti, non dei francesi, dei rivoluzionari… proprio perché l’artista non ha nessuna ideologia da difendere (nel periodo delle ideologie). Essa non esprime un intimismo ermetico, ma che il mistero della mia esistenza –che attraversa tutta la storia, le città e i movimenti artistici che ho incontrato– non riesce ad identificarsi totalmente in essi. Chagall nutre una nostalgia (in senso etimologico) insanabile, segno di questa incompiutezza. Questo carattere irrisolto, pure presente in Rembrandt (suo grande maestro e ispiratore) è davvero impastato nei toni e nei tratti della sua pittura.

Diapositiva15Faccio un’ultima considerazione su questo tema tanto decisivo, testimoniato dal numero incredibile di autoritratti. Vediamo insieme alcuni.
Scrive, a proposito dei suoi autoritratti, che da ragazzo passava molte ore allo specchio. Una volta fu sgridato da sua madre, che lo sorprese. Ma – egli scrive- “non lo facevo solo per compiacermi, ma per capire a quali difficoltà sarei incorso in giorno che avrei fatto un mio autoritratto”. Una nota interessante, perché ci illumina su quanto fosse precoce e forte questo tema di raccontare di sé, contro ogni forma di arte “astratta”, “scientifica” o neutrale che abbia la pretesa di slegarsi dalla identità del suo autore.
Diapositiva16In mostra ci sono moltissimi autoritratti, ma anche quando non dipinge autoritratti è sempre presente nelle sue opere. Cercarlo nelle sue opere (magari è un pittore, magari un amante unito alla moglie) è certamente un buon modo per comprendere i sui quadri. Persino i paesaggi sono un racconto di sé: non sono paesaggi al modo degli impressionisti, in qualche modo fine a se stessi, ma sono sempre le case di Vitebsk, o la Parigi dove viveva o le città della Provenza, perché sono i luoghi della sua storia personale.

C’è una seconda ragione per la quale questo tema è “il” tema di Chagall. Non vi è solo il sentirsi pellegrino su questa terra o il non ritrovarsi nella modernità.
Per lui ogni forma estetica, ogni bellezza è solo “spirituale”. Dice in modo molto esplicito: “probabilmente passo per un mistico. Ma che cos’è mistica? Anche la nascita di un bambino è mistica”. Dunque, cos’è spirituale o mistico? Per l’artista è spirituale ciò che affronta il dramma personale della vita senza lasciarsene schiacciare, ciò che non si sottrae al compito di fare unità tra il dramma che vivo e una promessa di bene che intravedo. Scrive: “cercavo un posto che mi aiutasse a dipingere quadri non di questo mondo, non accademici, non formali, bensì quadri che fossero come lacrime sospese nell’aria”.
Per questo motivo, a 35 anni, quando è in un momento decisivo della sua vita e deve abbandonare la Russia per la seconda volta sapendo di non poterci più tornare, di fronte al fallimento della rivoluzione russa nella quale aveva creduto, Chagall mette mano alla sua vita e scrive una autobiografia: “Ma vie”, “La mia vita”. Un testo dal quale non si può prescindere per capire la sua arte (il libro si conclude dicendo: queste pagine hanno lo stesso senso di una superficie dipinta), affronta la fatica di raccontare non solo la sua infanzia, l’adolescenza, la scoperta di essere artista (che avviene attraverso un amico che vede un suo disegno, perché egli stesso non conosceva la parola “artista” dato che la mentalità ebraica strettamente ortodossa non prende in considerazione questo tipo di lavoro). “Ma vie” è anche un testo pieno di riferimenti ai suoi quadri. Per esempio (lo ascolterete alla fine in un breve filmato), dice: “nel quadro che ho dipinto quel personaggio sul tetto era…”. Oppure, in un passo molto famoso scrive che alla sua nascita scoppia un incendio ed egli è trasportato via. Commenta: “Io sono nato morto. Non ho voluto vivere, immaginate una vescichetta bianca che non vuole vivere”. Come se fosse zeppa di quadri di Chagall.

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Chagall sarà sia pittore e che scrittore. L’artista, infatti, continuerà a lavorare agli scritti sulla sua vita e a comporre poesie (una è anche il testo di una canzone di chiesa di Sequeri).
Il catalogo della mostra di Milano contiene un testo inedito in cui l’artista, ormai sessantenne, compone ancora una volta delle memorie. In esse si racconta un episodio particolarmente significativo: nel passare la frontiera per andare prima a Berlino e poi in Francia nel 1922 per fuggire al comunismo, l’artista legge delle scritte: “proletari di tutto il mondo, unitevi!” E commenta in modo molto significativo: “unirsi davvero? Che bella cosa sarebbe! […] Ma come faccio io a unirmi? Per tutta la vita avevo sognato di unirmi, con me stesso, con tutto il mondo”. Ecco perché spesso compare nei suoi autoritratti un doppio volto di Chagall.

Diapositiva20Chagall ha un’idea fortemente affettiva, fisica, emotiva della vita che va tenuta insieme, di cui è necessario fare memoria. Non gli interessa l’intimismo psicologico né l’astrattismo geometrico delle avanguardie russe, ma la vita fatta di volti, di ricordi, di amicizie… che possono anche lacerare fino a farti a pezzi se non le tieni insieme dentro un racconto che li redime. E’ così per ciascuno di noi. Per questo la “chimica del colore”, come la chiama Chagall, porta un impasto che racconta tutta la fatica e la sofferenza del vivere, ma la redime senza cancellarla. Dove sta la verità della vita? Nei figli che ami, nella moglie che conosci da anni, negli amici che non ti hanno abbandonato… ma questo ognuno di noi lo sa! Sono affetti con i loro drammi e i loro legami. Questo deve fare l’arte: mostrare tutta la loro complessità.

Diapositiva21Nella fatica della sua esistenza, del suo non identificarsi con un gruppo, come nella sua solitudine, due cose salvano Chagall e sono il motore di questa redenzione: il suo rapporto con Dio, la sua fede; il suo rapporto con Bella, la sua donna.
Sono due temi, entrambi molto presenti e inseparabili. A Nizza, nel suo museo dedicato alla Bibbia (non posso dire molto perché ci vorrebbe una serata solo per questo) Chagall, nel cuore di questo museo fa fare una stanza a forma di stella di Davide, ispirato al Cantico dei Cantici dedicato all’amore, al suo amore per Bella prima, e dopo la morte di lei a Vava, la sua seconda moglie. Si racconta che a 96 anni, entrato in quella stanza, ebbe a mormorare “Dio è qui” (Dieu est ici).
Diapositiva23Troverete sempre Bella nelle sue opere. E’ davvero molto bello leggere della loro relazione anche negli scritti. Bella è una ragazza di Vitebsk, che Chagall sposa tornando in Russia dopo il suo primo viaggio a Parigi, nel 1914 allo lo scoppio della prima guerra mondiale. Ma è una ragazza ricca e il padre si oppone al matrimonio dei due. Questo non cambia il loro amore, riescono a sposarsi e Bella diventa la musa ispiratrice di tutti i suoi quadri. C’è sempre un angelo da qualche parte e c’è sempre Bella. Abbandona con lei la Russia, si trasferiscono insieme in Francia, hanno una figlia. Vivono insieme il dramma della discriminazione semita e quegli stessi francesi che comperavano le sue opere scrivono ora sulla sua porta “vattene ebreo!”. Insieme migrano in America, ma in quella nuova terra Bella si ammala e muore. Chagall ricorda il momento nel quale scopre la sua malattia: Bella libera delle scatole e gli fa vedere dove mette le carte dei suoi appunti dicendo: “così saprai dove sono le cose”… Chagall capisce, da quel “saprai” che non c’è speranza. Alla morte di Bella un telo nero cala sulla sua vita. Solo l’incontro con Vava lo riporta alla luce, ma non cancella nulla di Bella che rimarrà fino alla fine la sua vera musa.

Su questo tema dell’amore per Bella vorrei dire solo una cosa. Certamente Chagall ha in mente che la passione è in grado di trasfigurare la realtà. Questa “realtà trasfigurata” non è meno vera o realistica della realtà che siamo abituati a pensare. La passione amorosa non è fine a se stessa, coinvolge il mondo, e non conduce a una trascendenza vuota o a una forma di psicologismo, ma a un nuovo modo di vedere tutto. L’amore ha sempre una capacità di trasformare l’intero. La trascendenza non è una sensazione pura e vuota, ma una risonanza con il cosmo (si ricordi il testo di Osea: “il cielo risponderà alla terra…”). La verità dei sensi non è di natura essenzialmente fisica (come ci hanno abituato a pensare), ma riguarda il proprio senso dell’essere al mondo: la risonanza del mondo nell’uomo e dell’uomo nel mondo.

Diapositiva24Da dove Chagall attinge questa idea antropologica antropologia?
Certamente dalla tradizione ebraica, o meglio chassidica. Noi abbiamo in mente l’ebraismo come una religione abbastanza rigida, fatta di norme, del talmud… ma l’ebraismo russo ha vissuto un profondo rinnovamento di questo ebraismo rabbinico a partire dal XVIII sec.
Qual è l’idea fondamentale della spiritualità chassidim, tanto decisiva per Chagall? Anzitutto la presenza del divino nella sua creazione in tutte le sue forme. Una presenza che non ti permette di cedere alla sofferenza e all’abbattimento. Una tradizione che vive del canto e della danza come liturgia: il movimento, nella preghiera in particolare, è la forma vera di celebrazione dell’uomo. Non solo: l’uomo è positivamente capace di creazione. Il rapporto con Dio non è retributivo (se fai questo, allora devi purificarti così o cosà) ma dialettico: Dio è una presenza vitale (la “viriditas” di Hildegard di Bingen).
Da qui si capisce la quantità di animali e fiori. Perché il mondo intero portatore è di una presenza, di una traccia di Dio.

La creazione però non accade nello schema spazio-temporale come l’abbiamo in mente noi. La creazione, nella tradizione poi sofiologica (sofia è l’intero) e cabalistica ebraica, è anzitutto creazione di un tutto, di un cosmo intero. Per questo ogni quadro di Chagall presuppone un tutto e si lascia interpretare solo dentro un “cosmo”. Le sue componenti e le sue figure non possono essere ridotte a una equivalenza di significati (il gallo equivale all’amore, la pendola al tempo, ecc.). Perché la realtà e il suo senso si intuiscono piuttosto nei rapporti complessivi che sono in grado di istaurare.
In questo senso lo “squadernamento” spaziale e temporale delle opere di Chagall, che sono sempre un insieme infinito e totalizzante di richiami, non è un fatto sureale o surrealista, ma deriva direttamente dalla visione religiosa: esso è un cosmo che esiste nel particolare. Particolarmente significativa è l’opera “io e il mio paese”.

Diapositiva26Un’ultima parola sul crocifisso. Consiglierei la lettura del romanzo di Chaim Potok “Il dono di Asher Lev” che si conclude proprio con una riflessione in ambito ebraico sul Cristo crocifisso cristiano, dipinto da un giovane artista ebreo.
Il tema è molto amato da Chagall e lo ritroverete molte volte in mostra e nei suoi quadri. Era un soggetto che dava molto fastidio agli ebrei, anche a quelli amici dell’artista. Tuttavia, anche l’uso che ne abbiamo fatto noi cristiani è altrettanto fastidioso perché Chagall non fu mai un cristiano. Forse proprio perché non aveva una fede da difendere, non aveva qualcosa di dimostrare agli altri, egli era in grado di vedere il “giusto messo a morte”, anche quello del proprio tempo, anche identificandosi con lui. Cristo è l’emblema di tutti i martiri di tutti i tempi. Vedeva bene quello che anche noi ogni tanto dimentichiamo: c’è stato un uomo ebreo osservante, che pregava tutti i giorni, che andava in sinagoga, che se non avevi nulla da difendere non potevi che seguirlo e ti affascinava, che ha amato un gruppo di discepoli… che muore non come fondatore di una nuova religione ma come muore un “giusto” a causa della sua vita da giusto.
Dimenticarsi di questo è dimenticarsi di Cristo, è mettersi dalla parte di chi vuole difendere qualcosa per sé, di chi vuole convertire il mondo, e quindi presto si ritroverà a mettere a morte qualcuno, in molti modi… Questa la bellezza del Crocifisso con il talled di Marc Chagall.

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III Domenica di Avvento

Domenica scorsa il Vangelo ci spingeva a riflettere sulla necessità di un cammino nella vita dell’uomo. In altri termini è quello che direi con l’espressione: uscire dall’immediatezza. Perché è necessario “uscire dall’immediatezza”? Perché in essa accade quello che descrive questo vangelo: “per poco tempo vi siete rischiarati alla sua luce”, oppure “la parola non rimane dentro di voi” esorta Gesù. L’emozione che vive di immediatezza tanto rapidamente nasce quanto rapidamente muore, non genera storia né sensibilità umana.

L’immediatezza dalla quale imparare a uscire ha infinite forme. Dal “si è sempre fatto così” che sembra la regola di ogni parrocchia, alla spontaneità con la quale si governano i figli mossi più dai rimorsi di essere sempre a lavoro che dall’assunzione di una educazione pedagogica. L’immediatezza è anche l’andare a messa per la pura tradizione di andarci senza l’ombra di una domanda, di un dubbio, di una testimonianza da dare anche fuori… L’immediatezza è questa scena alla quale mi è capitato di assistere durante le benedizioni: un ragazzo sdraiato sul divano preso dall’emozione del suo videogioco, con una madre distrutta dal lavoro che fa da mangiare, apparecchia, accudisce il figlio più piccolo… totalmente assente agli occhi del ragazzo che gioca. Insensibile a null’altro se non alle emozioni adrenaliniche di quell’istante, di quella partita da vincere.
Passare tutto il proprio tempo libero davanti a un videogioco non è un male, semplicemente non aiuterà mai il nostro lato umano ad avere sensibilità, a cogliere quei luoghi dove si rivela la vita e l’umanità, in tutta la loro drammatica. Eppure, sono convinto che sia solo dentro questa sensibilità non immediata che “si vede Dio”, si coglie dove pulsa la vita, ci si ferma ad “ascoltare una voce” –per citare il Vangelo.
In questo senso, uscire dall’immediatezza prima che essere un’opera della propria conversione è anzitutto un’opera della propria umanizzazione. Il silenzio, la lettura, la sensibilità alla vita non sono luoghi anzitutto dove si diventa cristiani, ma in prima battuta, dove si diventa semplicemente uomini veri, affascinanti. E Cristo appare in ciascuno di noi solo sulla strada di questa vera umanità. Per questo Gesù fa davvero il rabbi, il maestro!

Per questo, ad ogni età della vita, occorre cogliere le nostre immediatezze istintive e imparare a cambiarle, farle diventare un logo di conversione. “So che farei così”, che “risponderei così”, ma cosa è giusto? Cristo cosa avrebbe fatto? Questa resta la grande domanda per chi vuole vivere l’autenticità della sua vita ed ha ancora energie per non rassegnarsi.

C’è un secondo aspetto interessante di questo Vangelo e della prima lettura. Come si esce dalla propria immediatezza? Perché se prendiamo sul serio noi stessi, in modo non rassegnato, ci chiediamo anche il perché di tanta fatica, il perché di non accontentarsi. Il vangelo ci ricorda che l’unica risposta a questa domanda sta nel fascino di chi ci ha preceduto. Non è un moralismo, ma una testimonianza, una risposta che si intravede nella vita di qualcuno e che ci appare affascinante, promettente, bella!
“Considerate la roccia dalla quale siete stati estratti, la cava dalla quale venite” dice Isaia. Ritornare alla tradizione che ci viene affidata, alla grandezza di chi per noi si è speso e ci ha insegnato la fede (la grandezza del Battista) è condizione senza la quale non si può iniziare questo cammino.

Invito a prendere sul serio la tradizione che ci è stata trasmessa e l’onestà dei nostri genitori o di chi ci ha generato alla fede. Dice un saggio detto: non si è in grado di generare (di fare figli davvero) se non si sa di essere generati. Noi troppo superficialmente, in questi ultimi anni, abbiamo buttato via la vita onesta, laboriosa, autentica, cristiana delle generazioni che ci hanno precedute, senza essere stati in grado di sostituirla con nulla. Per contrappasso ora ci troviamo sterili, con pochi figli. Non è un caso. “Considerate la roccia dalla quale venite” non è un ritorno nostalgico al passato, ma la consapevolezza che non costruiamo mai a partire dal nulla e che prima di allontanarci del tutto da ciò che ci ha generato (come occidente, come popolo, come singoli) dovremo vagliarlo per bene e magari non operare questa scelta appunto presi dalla nostra immediatezza.

Kafka, in un breve racconto dal titolo “Il ritorno”, descrive la nostalgia che si genera in chi non ha il coraggio di “rientrare nella casa del padre”, ma si ferma oltre il vetro della porta di casa, senza prendere mai sul serio nessuna tradizione che riceve, senza scegliere davvero. E’ davvero un dolore (nostalgia significa questo) malinconico ed è certamente prodotto da quella immediatezza spontanea e passeggera, che non ci permette mai davvero di impegnarci con la realtà, di essere noi stessi.

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II Domenica di Avvento

Settimana scorsa parlavamo del nostro strutturale desiderio di attesa (lo richiamava il Vangelo) e ricordavo come sia impossibile per noi accontentarci di un presente felice. Siamo infatti sempre spinti a guardare al domani e ad attenderci qualcosa da esso — a qualsiasi età.
Il Vangelo di oggi pone invece la nostra attenzione sulla qualità di questo desiderio e di questa speranza (cosa desideriamo davvero?), perché esso non venga abbandonato a sé stesso. Come diceva il grande scrittore Lewis: quando un desiderio o una aspettativa vengono abbandonati al caso o al corso degli eventi accade che o appassiscono e muoiono oppure diventano come dei demoni. Lo sa chi si è sposato: o si rimette mano continuamente alla qualità di quella relazione oppure esiste il rischio che quell’amore lentamente si spenga. Viceversa può accadere che tale emozione diventi smisurata e dettata come da un demone (p.e. si può uccidere o uccidersi per amore).

Si tratta della necessità di fare un cammino, di non accontentarsi di come vanno le cose, perché –da sole– le cose vanno in modo da renderci schiavi e non liberi. Da soli, i desideri diventano frustrazioni e le speranze si trasformano spesso in utopie. Il tempo dell’Avvento è tempo di un cammino dove chiedersi la qualità del bene che vogliamo, dei desideri che abbiamo. Ogni anno dobbiamo accorgerci che è necessario convertirci perché vorremmo ogni anno sempre di più desiderare quello che desidera Dio e amare come amerebbe Dio.
Ne va della verità del “cenone” che faremo a Natale: cosa sarà quel cenone, cosa saranno quegli auguri scambiati, se saranno pura formalità oppure il segno di un affetto vero, dipende in gran parte dal cammino che precede.
Il Vangelo ce lo ricorda mettendo in luce la falsità di chi pensa di essere finalmente arrivato: “non dite: tanto siamo figli di Abramo, perché Dio può far nascere figli di Abramo da queste pietre”.

Vorrei approfondire questa necessità di un cammino sui nostri sentimenti e affetti. Oggi, il tema delle emozioni domina la scena: sembra davvero che nulla sia più importante dei propri affetti e delle proprie emozioni. Se ci pensiamo, il nostro è il tempo delle decisioni che vengono dalla pancia, dalle passioni spontanee e imprevedibili, dalle paure, dalle voglie, più che dalla ragione o da una riflessione. Cosa oggi è più decisivo nei grandi temi di attualità? Un discorso convincente e bene argomentato o una paura vissuta in prima persona? Potremmo fare mille esempi sul ruolo determinante delle emozioni per decidere la verità di una cosa (si dice: hai scelto la cosa giusta quando “ti senti” bene).
Si sceglie una facoltà o una ragazza non con la logica di chi “valuta” e “discute”, ma a partire da un sentimento che vorremmo ci trascini e ci mostri chiaramente la verità. Uno studioso francese ha scritto un libro dal titolo significativo: “Il culto delle emozioni”. Noi viviamo il tempo non dell’uomo “sapiens”, ma dell’uomo in balia degli affetti emotivi. Per questo i ragazzi hanno un grande idolo: “sentire” e come dicono “divertirmi”. Non vogliono spendere il loro tempo per qualcosa di buono e che anche loro “sanno” che è buono, ma vogliono andare dove qualche sentimento o amico li porta, vogliono uscire dal peso della vita e provare emozioni (spesso forti e violente, spesso dove perdi il controllo di te)… Anche gli adulti mostrano un affetto tale verso i figli che dicono: “come si fa a dirgli di no?”, bloccati dalla loro stessa pancia, dal loro stesso (forse possessivo?) amore spontaneo per i figli. E la paura degli anziani di fronte alle notizie sempre cattive del telegiornale? Così lamentosi verso il mondo eppure in fondo così attratti dal loro stesso sconforto e dalla loro stessa emozione della paura.

Tornare a convertirsi –è il richiamo del Battista– significa tornare a domandarci come amiamo, come desideriamo, come viviamo le nostre emozioni e la qualità di queste emozioni oltre il loro nascere spontaneo e immediato. Sono emozioni vere e desideri sani oppure sono vuoti riempitivi, sono paure, fughe, sono una forma di narcisismo? Vivere così dominati dalla proprie emozioni e sentimenti ci fa vivere più sensibili e attenti agli altri oppure alla fine siamo sempre preoccupati di noi stessi e dei nostri stessi “mal di pancia”? Perché molto spesso più si vive di emozioni spontanee più si diventa in realtà insensibili e incapaci di sentire l’altro che ci è affianco. Paradossalmente molti giovani che cercano emozioni sono poi incapaci di “sentire” davvero, di apprezzare un tramonto, di accorgersi che il proprio genitore, la propria nonna, o il proprio fratello che vive di fianco a noi ha bisogno di un aiuto, di una parola…

Per questo serve la fatica di un cammino. Perché spontaneamente si diventa anche più distratti o più cinici o più arrabbiati nei confronti della vita. Invece sempre abbiamo bisogno che qualcuno venga a salvarci. Qualcuno ci deve aiutare a rimettere in discussione le nostre emozione e i nostri sentimenti spontanei. Lo racconto Flaubert, narrando la storia di S. Giuliano ospitaliere, nel libro Tre racconti. Un ragazzo non che abolisce i suoi sentimenti, ma che li converte e lo fa a partire da uno sguardo e da un incontro.
Racconta Flaubert che l’adolescente Giuliano ha preso il gusto di uccidere gli animali. Insensibile si è abituato al loro sangue e a vederli morire. Un giorno però incontra un cervo che colpisce con una freccia in piena testa. Prima di crollare, l’animale gli si accosta tranquillamente e lo fissa con i suoi occhi fiammeggianti. Davanti a quello sguardo Giuliano è assalito dalla sua vergogna. Presto le emozioni violente della carneficina e della vendetta perderanno ogni attrattiva ai suoi occhi. Si lascerà invadere da emozioni di altro tipo. Giuliano imparerà un nuovo modo di accogliere l’altro e di vivere anche quel sentimento di impotenza che molte volte ci assale quando vogliamo veramente bene. La strada della conversione e del sentimento vero implica la rinuncia al possesso, scoprirà poi S. Giuliano. Ma occorre uno sguardo, una persona che ci vuol bene e che noi prendiamo sul serio, occorre seguire il Vangelo. Esso magari ci farà sentire per un momento in colpa, ma non importa, sapremo che questa sequela vale la nostra fatica perché c’è in gioco la verità dei nostri affetti e delle nostre relazioni. E cos’altro abbiamo di più prezioso?

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I Domenica di Avvento

L’avvento che oggi si apre mette a tema il problema del tempo così come viene percepito dagli uomini. Il tono apocalittico del Vangelo si rifà a due visioni: da una parte la guerra giudaica del 70 che fu davvero un “abominio della devastazione” (la visione storica), ma dall’altra anche una fine ultima dei tempi e una seconda venuta di Cristo (una visione di attesa teologica).

Questo secondo aspetto teologico del tempo mi sembra davvero dimenticato. Noi siamo persone religiosamente ancora in attesa. Sappiamo di cosa siamo in attesa, se crediamo in Gesù Cristo, ma non possediamo facili e magiche soluzioni. E dobbiamo constatare che la stessa nostra struttura di uomini ci chiede di vivere attendendo qualcosa.

In questo senso, il tema dell’avvento non è un tema da bambini o per bambini ai quali, giustamente, dobbiamo insegnare “ad aspettare”. Esso è invece anzitutto questione degli adulti e della loro vita. Fin tanto che si è ragazzi infatti c’è sempre qualcosa un po’ a lunga distanza che si attende come tappa della vita: la maturità, la laurea, una ragazza, il matrimonio, un figlio, la casa, un lavoro… Ma quando tutto questo viene in qualche modo raggiunto, o quando la vita adulta si sistema, cosa attende allora? Ci si può accontentare di vivere di piccole attese, di piccole soddisfazioni lavorative o quotidiane? Può bastare vivere attendendo le ferie, o una cena tra amici o una soddisfazione lavorativa? Oppure queste piccole attese rivelano anche il loro perverso gioco, il loro continuo “tirare avanti”, come quegli uomini del mito greco condannati a sollevare grandi pietre fino alla cima di un monte e quindi vederle rotolare giù, per poi ricominciare…

Scriveva Pavese: la lentezza dell’ora è spietata per chi non attende più nulla. La noia, la lentezza dell’ora, non è solo quella dei ragazzi che non sanno cosa fare, ma anche quella degli adulti che non sanno più perché continuano a fare quello che in fondo solamente devono fare. Perché dalla vita non si attendono davvero più nulla (se non, a ben vedere, il timore di qualche malattia o di qualche disgrazia). Perché hanno dimenticato Dio.
Ecco perché il richiamo di questo vangelo è sempre centrato su di noi: Gesù vorrebbe che almeno i suoi capissero che il problema non è il mondo cattivo o la crisi o gli atri… ma il punto sei tu e la qualità del tuo desiderio. “Badate a voi stessi”, “badate che nessuno vi inganni”, badate di non scambiare in questo tempo di attesa falsi idoli per il vero Dio.

Si può non attendere più nulla? Vivere di piccoli desideri, di piccoli acquisti e compensazioni? Si può! Si può vivere senza Dio! È impressionante che anche una parrocchia possa vivere la sua vita parrocchiale nel “tran-tran” delle cose ma senza aver bisogno più di Dio, senza bisogno di invocarlo, di sperarlo, di amarlo… Perché ormai si è creata una struttura, una routine che si vorrebbe sottratta al tempo con le sue crisi e le sue grazie (piena di Dio appunto). Per questo il romanzo di Bernanos, Diario di un curato di campagna, inizia dicendo che le parrocchie sono divorate dalla noia. Perché hanno fatto a meno di Dio, come ogni vita che vuole fare a meno di lui viene divorata dallo stesso tarlo, a meno di non essere davvero una vita drogata e incapace di guardare la sua tragicità.

Perché il tema del desiderio ha a che fare con la nostra capacità di rimanere dentro a una mancanza, a una necessità; senza compensazioni, senza droghe, ma con gli occhi e il cuore che patiscono tutta la nostra povertà e tutto lo scandalo del male insieme alla drammatica della vita (sono le beatitudini). E su questo punto il nostro tempo insegna “disumanamente” la fuga (le belle costruzioni del tempio). Ricordo qualche anno fa un ragazzo che si è suicidato e i suoi compagni alla notizia hanno deciso di uscire per ubriacarsi. Ma al di là di questo caso estremo, ogni frustrazione (la ragazza che non hai, il lavoro che non ti piace…) quando non è più il luogo della preghiera, della nostra invocazione a Dio, della nostra attesa di giustizia… viene sempre malamente compensata, dimenticata, fintamente cancellata. Peccato, perché era il luogo vero della nostra profonda umanità.

Continuiamo a patire e a sperare, perché ognuno di noi è chiamato a questa lotta. Senza questa speranza, la “lentezza dell’ora” sarà davvero spietata per noi.

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Festa di Cristo Re

Quando Pio XI nel 1925 istituì questa festa, lo fece per fare fronte alla forza nuova del secolarismo moderno che crede nella autosufficienza dell’uomo e nega ogni rivelazione di Dio. È questo un credo da allora molto affermato, come mi diceva un ragazzo: ora non prego più perché sono convinto che la vita dipenda solo da me.

Tuttavia, sono convinto che questa autosufficienza dell’uomo nasca più da un’alienazione della realtà che da una forza nietschiana che è in grado di reggere il dramma dell’esistere senza pregare un Dio. Nietzsche annunciava infatti tempi tristi e duri dopo la morte di Dio, mentre l’uomo moderno più che altro non vuole pensare, chiede di distrarsi, vuole ridere.

Ma ci vuole poco per richiamare all’uomo moderno la propria piccolezza, la sua reale non autosufficienza. Basterebbe ricordare quella stupenda pagina di Manzoni, quando Renzo cerca nel lazzaretto il suo amore e incontra fra Cristoforo che gli fa una domanda tremenda: cosa fai Renzo se non trovi Lucia? A quel punto il protagonista preso dall’ira e dalla vendetta dice: mi farò giustizia da solo se non la troverò e “troverò qualcun altro” (riferendosi a don Rodrigo)… A quel punto fra Cristofoto gli afferra un braccio e trovato il vigore di un tempo dice: “sciagurato”… e mostrandogli con l’altra mano tutto intorno (siamo al lazzaretto) gli ricorda chi è colui che giudica e perdona….

Ho richiamato questa scena per dire che non è difficile accorgersi anche oggi che non siamo noi i “Signori” della vita. Non è difficile affermare questo! Il problema è che tutto ciò è anche molto ambiguo. Se il giudizio è quello che siamo in balia del destino, di una dea bendata, di una fortuna, tanto vale non pensarci se si puo’…. Prete non parlarmi del dramma della vita! Meglio Crozza che mi fa ridere. Se questa ambiguità prevale, allora sì che è doloroso vivere.

Ecco perché occorre un cammino per uscire da questa tremenda ambiguità che affida la “regalità del mondo” a un fato arbitrario, a un destino cieco. Bisogna avere incontrato un Dio diverso. E ci si accorge che non è “da questo mondo” che ci verrà un pensiero diverso sul nostro destino, meno ambiguo, meno tremendo…
Io penso che solo nel Dio di Gesù Cristo questa ambiguità sulla volontà di Dio si possa scorgere. Significa compiere l’esperienza di Davide: lui che diceva “io ti farò una casa, Dio” deve rendersi conto che è Dio stesso che in realtà ha curato i suoi passi fin da quando era bambino e sorvegliava il gregge del padre. Ma non è così anche per noi? Chi ci dà questa certezza su Dio –contro ogni idea ambigua di destino– se non Cristo stesso nel suo morire per i suoi? E come crederemmo diversamente che in un destino cieco se non dicessimo ogni giorno (lottando contro il nostro istinto pauroso) quella preghiera che ci fa dire “Padre”?

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Domenica dopo la dedicazione

At 10,34-48a; Sal 95; 1Cor 1,17b-24; Lc 24,44-49a

Vorrei meditare su questa frase di Paolo che tradurrei così: “Mentre i giudei chiedono i miracoli e i greci cercano la cultura, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo (l’opposto del miracoloso) per i giudei e ignoranza per i greci”.

Due cose mi colpiscono di questa frase. La prima è che essa afferma con grande franchezza che la fede cristiana non nasce come corrispondenza ai propri desideri. Noi vorremmo tante cose da Dio, ma la fede cristiana non le corrisponde tutte. Nel Vangelo Gesù sta anche in silenzio e fa fare un cammino perché i suoi discepoli cambino pensiero, cambino richieste, cambino i propri desideri. Per questo nel Vangelo non c’è scritto tutto quello che vorremmo sapere e non si soddisfa ogni desiderio umano.
Un ragazzo mi ha chiesto una volta: se divento cristiano guarisce mia nonna? se credo in Gesù pensi che andrò meglio a scuola? Semplicemente “no”. Colui che corrisponde ai nostri desideri è il “genio della lampada” e non il Dio cristiano. Mentre colui che converte i nostri desideri è il Dio incontrato nel cammino di sequela di Gesù Cristo.

Quanto volte nel Vangelo si scontrano il pensiero degli uomini e il pensiero di Dio? Quante volte Gesù dovrà ripetere di non farsi ingannare dal lievito dei farisei, dai giochi di potere, dall’inganno di volersi sistemare la vita. Quante volte dice che non è la salute o la “perfezione della vita”, perché neanche il figlio dell’uomo ha dove posare il capo. Quante volte deve ricordare che non è la morte che deve farci paura e che ci sono persone sane e forti e in salute che sono come cadaveri, perché morte dentro. E che la vedova sola che dona la sua monetina è più grande del ricco che si vanta del superfluo. E che la donna adultera è più grande dell’uomo che non sa perdonare? Quante volte continuerà a ripetere di essere poveri, ricercatori della giustizia e della verità, per rimanere sempre, ogni giorno, persone che si affidano, che sperano… e di guardare a lui, perché è su questa ricchezza di desiderio convertito da Lui che si misura il cuore dell’uomo?

Tornare a Gesù, oltre ogni pensiero politicamente corretto del tempo (la cultura dei greci) e oltre ogni superstizione scaramantica (i miracoli dei giudei), è l’unica strada che la fede cristiana propone.
Ci saranno momenti che si capirà di smettere di chiedere miracoli e anche che la propria cultura (o l’inglese o l’università o il proprio ideale di famiglia…) non era ciò che desideravamo davvero, non era ciò che ci chiedeva Dio, non era la questione vera della vita — se eravamo onesti con noi stessi. E capiamo allora che l’unica vita autentica, l’unico maestro interiore, lo intravediamo solo nella memoria viva dell’uomo Gesù.

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VII Domenica dopo il martirio del Precursore

Is 65,8-12; Sal 80; 1Cor 9,7-12; Mt 13,3b-2

Come settimana scorsa intravedo una lettura pericolosa di questo Vangelo che sarebbe possibile ma incoerente con il resto del testo biblico. Quella che ci siano uomini “fortunati” e dotati di fede che ascoltano il Vangelo e lo capiscono e uomini “sfortunati” (ma ovviamente dipende dai punti di vista) che vedono e non capiscono, che ascoltano ma restano lontani.
Questo modo di vedere si chiama “predestinazione” ed è sempre un pericolo fuori e dentro la Chiesa. Ha molte espressioni, per esempio: “fortunato Lei, padre, che ha la fede, ma noi sa….” oppure, “preghi lei per me che Dio l’ascolta”. Ma anche è predestinazione quello che dicono alcuni giovani quando affermano senza, interrogarsi su una verità: “a te è dato questo modo di vivere e a me quest’altro”. “È dato”, e non “ti sei scelto”, “hai voluto” oppure, che sarebbe più onesto, “credi giusto”. Il relativismo ha sempre un suo aspetto di predestinazione, perché in esso la libertà umana, privata di una verità, risulta inefficace. Ricordo sempre l’inizio del film Match Point di Woody Allen. Nelle prime scene, mentre una pallina da tennis è in bilico sull’asta della rete da gioco, una voce afferma: è la fortuna che domina la vita (“gli uomini faticano a dire quanto sia la fortuna a dominare la vita”). E così in un lampo, tutta la libertà e responsabilità umana nei confronti delle proprie scelte è spazzata via. Anche questa è predestinazione.

Come leggere questo Vangelo senza cedere a questa deriva, senza dividere il mondo in uomini automaticamente fortunati che producono frutto e uomini destinati a rimanere sterili? Basterebbe leggerlo nel suo contesto reale di una comunità. Il suo riferimento non è critico ma autocritico. Non è il mondo diviso in buoni e cattivi, ma io stesso diviso tra un ascolto e una diffidenza, tra una fede e una incredulità. Sono io che mi devo domandare sui miei frutti perché essi non sono un premio caduto dal cielo o una retribuzione, ma l’opera del mio lavoro ed essi dipendono dall’intuizione che ho seguito per vivere. Meglio, sono il frutto di quella parte di me che ha avuto costanza e che non si è lasciata soffocare.

In questo senso non stupisce allora che la parte incredula di me, quella che ascolta e non capisce, non possa essere cambiata o convertita. Va invece tagliata, come la mano o l’occhio che danno scandalo. Ognuno di noi, del resto, non crede se non a partire da una intuizione che poi verificherà nella sua bontà a partire dai frutti. Se abbiamo già deciso di diffidare di Dio nulla ci convincerà del contrario e vedremo solo la parte che vorremo vedere, ma ne raccoglieremo anche i frutti. Lo abbiamo tutti sotto gli occhi: il nostro narcisismo e individualismo moderno non sono in gran parte la sterilità di quella parte di cuore che ha smesso di credere nel seme della Parola, che si è arroccata nell’immagine cinica di un uomo fatto per consumare?

Lo dice ancora C.S. Lewis nel suoi libro “i quatto amori”: anche l’amore, quando esso è venerato come unico principio della vita, ma privo di un Dio, diventa un demone e finisce per non donare mai quanto promette. La passione si spegne in chi cerca di vivere in funzione di un tale amore. Se vi recherete in un giardino per amare anche solo la natura con questo spirito, superata una certa età, nove volte su dieci, non proverete più alcuna emozione.

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VI Domenica dopo il martirio del Precursore

Gb 1,13-21; Sal 16; 2Tm 2,6-15; Lc 17,7-10

C’è una certa ambiguità nelle letture di oggi che vorrei mettere in luce. “Siamo servi inutili” recita il Vangelo di Luca, ma al tempo stesso ci ricordiamo quando Gesù disse “non vi chiamo più servi, ma amici perché vi ho fatto conoscere ogni cosa…”. Siamo dunque servi o amici? Fa una certa differenza nella relazione con Dio!
Ancora più ambigua la prima lettura, che è un frammento di un libro complesso. Abbiamo ascoltato: “il Signore ha dato e il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore”. Certo, ma c’è anche una bella differenza tra quando il Signore dà e quando toglie! Come può essere uguale quando le cose vanno bene e quando accadono delle disgrazie?

L’ambiguità sull’immagine di Dio appare davvero spaventosa quando prendiamo queste frasi per affermare la grandezza di Dio. Che Dio si riveli necessario quando sperimentiamo la fragilità di noi stessi e della vita, il nostro essere polvere e cenere, è un fatto tanto naturale quanto ancora religiosamente ambiguo. Che non siamo padroni della vita (neanche padroni di casa nostra e basta sposarsi per capirlo), questo è un dato evidente. Ma che Dio si riveli necessario quanto più noi siamo poveri, fragili e impotenti potrebbe anche suggerire un’idea un po’ sadica di Dio.
È molto lontana l’immagine di un Dio che muore per te e per i suoi, andando a offrirsi lui, da quella di un Dio che è tanto più forte quanto tu percepisci il tue essere inutile, fragile e magari anche meschino.

Io leggerei il Vangelo di oggi in modo differente. Non come accento sulla povertà dell’agire dell’uomo (che tanto muore) per affermare la grandezza di Dio da cui invece tutta la vita dipenderebbe, ma come indicazione sull’uomo stesso e sulla modalità dei suoi affetti, delle sue relazioni, del suo voler bene, affinché esso sia vero e simile a quello di Dio.

Questo è il tema della pagina. Se vuoi vivere autenticamente stai attento a non cambiare la gratuità del tuo affetto in un diritto, in una recriminazione. La vita nella sua bellezza è fatta dalla coscienza di questa gratuità di cui siamo partecipi e debitori. Insomma: tutto ci fu dato per amore. Se ce lo dimentichiamo ogni cosa diventa un diritto e perdiamo quella radice della bellezza.
Laddove, in una società, a questa visione cristiana della vita si sostituisce un bilanciamento di diritti e doveri (dove poi son sempre i diritti a prevalere) tutto si “impianta” e la vita resta grigia. Lo si vede nel mondo del lavoro: dove all’idea della gratitudine e della relazione tra maestro e allievo si è sostituito un contratto che tuteli diritti e doveri delle parti… tutto si è bloccato in una infinità di cavilli e recriminazioni reciproche, dimenticando che era la relazione gratuita all’origine.

Nella gratuità che la coscienza percepisce, l’uomo intravede anche la destinazione del suo amare, del suo “dare” per gli altri. Essa non è fine a sé stessa e al suo mantenimento, ma deve morire. La mamma deve educare i figli –e sarà spinta a farlo– ma dovrà farlo per poi non educare più. L’amore dono (che grazie al cielo esiste) ha come fine la sua stessa scomparsa e non il suo mantenersi infinitamente in vita. Altrimenti, nell’esempio, i bambini non diventeranno mai adulti. Altrimenti avremo amato noi stessi e il nostro eroismo o il nostro ruolo più che veramente il bene dei nostri figli — e sarebbe un tragico inganno.

C.S. Lewis ne parlava in un bellissimo libro dal titolo “I quatto amori”. Scrive parlando del vero affetto: “è un compito ingrato quello dell’amore-dono, esso deve operare in vista della propria abdicazione (l’esperienza degli anziani che si sentono inutili e si devono riappacificare con la loro inutilità). Dobbiamo mirare a renderci superflui. Il momento in cui potremo dire “non hanno più bisogno di me” dovrebbe anche essere il momento della nostra ricompensa”.

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