Domenica delle Palme

Is 52, 13-53,12; Sal 87; Eb 12,1b-3; Gv 11,55-12,11

Ci introduciamo nella settimana Santa con l’immagine di una donna che spende le sue ricchezze per un profumo che fa dono al Signore Gesù. E’ l’immagine di quello che accadrà in tutta questa settimana: la vita non è fatta per l’ideale piccolo borghese, per ristrutturarsi la casa o cambiare auto. La vita è fatta perché la spediamo gratuitamente per gli altri. Questa rimane la questione decisiva di questo gesto e della settimana che si apre.

Per approfondire cosa significa tutto ciò, per prima cosa, è necessario toglierci l’immagine del buonismo o dell’altruismo. Come se la questione fosse semplicemente di “essere più generosi”, di “essere più buoni”… tutto questo non coglie il punto della questione: ciò che c’è in gioco è la verità della nostra vita e non soltanto delle opere buone. E’ la consapevolezza del motivo per cui decidiamo certe cose piuttosto che alte, è la coscienza del nostro agire.

La prima osservazione è questa: siamo abituati a pensare al gesto generoso del dono per gli altri (riassunto nell’immagine di questo vasetto di profumo) come a un fatto del cuore contrapposto al calcolo che sarebbe invece un fatto della mente. Come se da un lato ci fosse l’emozione che ci fa dire di essere generosi e di lanciarci con gratuità verso gli altri e, dall’altro lato, ci fosse la nostra mente che invece ci spinge a risparmiare, a calcolare e a prevedere. Queste due immagini in conflitto, quella del dono e quella del calcolo, sembrano così inconciliabili. E’ come se dicessimo: “va bene che voi preti dite di essere generosi, ma non sapete che bisogna pagare le bollette, bisogna curare il mal di schiena, bisogna pensare al futuro…”

Su questo primo punto io vorrei dire questo: non è vero che il calco è opposto alla logica del dono. Ovviamente dipende per cosa si calcola, ma in sé, anche il calcolo (che poi si chiama “economia”: l’uso dell’intelligenza per compiere bene un dono) fa parte del dono. Così, non è vero che il dono è un fatto irrazionale del cuore. C’è dono anche nella parsimonia e nell’uso del cervello e forse c’è poco dono (e molto narcisismo) in tanti slanci non pensati, non riflettuti…

Secondo punto. Qual’è, all’ora, l’immagine opposta a quella del dono? E’ l’idea del diritto. Per questo dobbiamo insegnare ai figli che il dono esiste, solo se impari a dire “grazie”. Altrimenti non c’è un dono, ma una cosa che si trasforma subito nel suo opposto: un diritto a ricevere qualcosa.
Ma non è solo una questione dei bambini che certamente devono imparare a riconoscere la gratuità dei dono ricevuti (infiniti) senza pensarli come un “diritto acquisito”. Riguarda anzitutto gli adulti che si sentono spesso dire: “gli ho dato tanto e ora neanche una telefonata…” Ma quella telefonata è un dono che attendi di riceve o un diritto e una pretesa sui tuoi figli? Quell’invito, quel sorriso, li vivo come una grazia sempre inaspettata o come pretesa verso gli altri?

E’ interessante: la vita che diventa fatta di “diritti” (sulla scuola, sui figli, sul lavoro…) smette di profumare e si trasforma in puzza, in lamentela continua. “Puzza” perché gli altri non ci soddisfano mai come vorremmo, perché non saremo mai appagati dei diritti che reclamiamo e diventiamo lamentosi di tutto e di tutti. Non si sente forse dire: “eh… l’oratorio dovrebbe essere…”. Sempre leggendo il “diritto” e la “pretesa” di quello che vorremo, invece del dono che è dato gratis sotto i nostri occhi.

Dice San Paolo: “non abbiate alcun debito (alcuna pretesa o diritto) se non quello di un amore vicendevole”, ovvero, se non il debito di riconoscere la gratuità di ciò che non ci è dovuto ma, da sempre, ci è stato “dato per amore”.

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Caravaggio. III serata

Riprendiamo il filo della storia di Caravaggio. Abbiamo detto che possiamo suddividere la sua vita in tre momenti importanti: 1) la nascita, la formazione a Milano e a Roma fino al giubileo del 1600. 2) Il grande periodo di successo nella capitale e il momento della grandi committenze fino all’assassinio di Ranuccio nel 1606. 3) La fuga fino a Malta e il tentativo di rientro a Roma. Del periodo romano dobbiamo ricordare due cose: da un lato è il momento di grande successo del nostro autore, ma dall’altro assistiamo a una escalation di denunce e di violenza che sembrano andare di pari passo alla sua fama. Tali violenze, al di là dell’aspetto caratteriale, è per noi troppo difficile da motivare storicamente. Così, sui singoli eventi di denuncia, è difficile farsi una opinione storica accreditata. Tra i critici e i romanzieri si sono susseguite le più diverse ipotesi. Come mai, ad esempio, Caravaggio arriva ad uccidere Ranuccio Tommasono? Che tipo di delitto si cela? Oltre le ipotesi è difficile dire di più. Quello che è certo è solo il numero di accuse e di catture da parte della polizia. Ne ricordiamo alcune. Continua a leggere

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Caravaggio. II serata

0002Siamo alla fine del 1559, alle soglie del giubileo del 1600. Roma si prepara ad accogliere 3 milioni di pellegrini e la Chiesa mette in cantiere grandi restauri e lavori. Caravaggio è ormai un artista affermato che vive sotto la protezione del colto cardinal del Monte. Probabilmente grazie alla sua influenza, ottiene la commissione di un importante lavoro pubblico: due quadri per la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi. Continua a leggere

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IV domenica di Quaresima

Es 34,27-35,1; Sal 35; 2Cor 3,7-18; Gv 9,1-38b

L’umanità e la storia di una persona sono visibili sul volto. La faccia, che si chiama “faccia” proprio perché la “faccio proprio io”, non è anzitutto questione di perfezione estetica, come vorrebbero farci credere in molti. E’ invece il luogo della nostra vulnerabilità assoluta e contiene –che lo vogliamo o no– tante delle nostre ferite e dei nostri desideri: i figli che abbiamo avuto, il lavoro che che abbiamo fatto, i sorrisi che abbiamo dato…
Forse per questo, il volto è quella parte di noi che oggi massimamente vorremmo camuffare o truccare. Perché è come fissare negli occhi la nostra vulnerabilità assoluta. Sul volto, ricorda l’Esodo, non c’è, come noi pensiamo, solo la nostra desiderabilità (quanto siamo belli), ma anche la vulnerabilità di quello che siamo e della nostra storia. Vulnerabilità è sempre l’espressione della nostra relazione con Dio, con il nostro destino: privo o meno di tutte le nostre speranze. Per questo, nel Levitico è scritto “onora la faccia del vecchio”.

La parte più penetrante del volto è certamente lo sguardo. Lo sguardo non è solo il colore degli occhi, ma contiene sempre –in una forma spesso indecifrabile– il modo che abbiamo di guardare gli altri e la vita. E’ proprio nello sguardo che distinguiamo tante volte la persona acuta o supponente o falsa, proprio perché, mentre si possono falsare le parole, è più difficile falsare il nostro sguardo. Per questo si abbassa lo sguardo quando si è di fronte a chi temiamo o a chi timidamente amiamo: percepiamo lì tutta la nostra vulnerabilità.

L’umanità è questione davvero di sguardo, di come, a lungo, ci abituiamo a guardare la vita e gli altri: i nostri figli, gli amici, i colleghi… E proprio su questo sembra che il Signore Gesù voglia insistere. Devi imparare ad avere uno sguardo all’altezza della tua umanità.
I discepoli passano per una città e vedono un cieco. Come guardano questo cieco? Si domanda Gesù. Cosa pensano subito? Dopo anni passati con Lui, forse Gesù si aspettava questa domanda: “cosa posso fare perché si manifesti qualcosa di Dio, anche in questo cieco?” Perché questo è lo sguardo di Gesù! Invece pensano al significato di questo male (sembrano fare i teologi): “perché Dio lo ha voluto? Chi ha peccato?”. Che sguardo e che domanda lontani da Dio!
Gesù insisterà anche alla fine: la cosa peggiore che ci può accadere, non è di non avere la vista, ma di rimanere ciechi di fronte alla realtà perché continuiamo ad interrogarla e a guardarla con desideri sbagliati, con false domande.

Lo sguardo malato è davvero evidente nel discorso dei Giudei, in particolare nella domanda che continuano a fare, proprio perché non sanno vedere la realtà: “E’ questo vostro figlio –dicono ai genitori– che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?”. Che domanda è: “come mai ora ci vede?”? Questo è il fatto. La domanda non si appassiona a quello che è accaduto, ma riflette il risentimento del suo accadere.

“Perché lui e non un altro?”, “perché è successo proprio lì?” non sono mai state domande di Gesù che, se non sa fare un miracolo o non sa guarire, almeno si avvicina per curare (questo è detto tante volte nel Vangelo: Gesù non solo guarisce, ma tante volte soltanto “cura”).
Anche la gioia del tutto disinteressata per il bene di qualcuno è spesso aggredita da mille sospetti o domande che non c’entrano. Ci domandiamo: “tanto cosa cambia?” oppure “ma io ci rimetto…”.
Di fronte a un uomo che si spende gratuitamente per la felicità di un altro, c’è mascherato oggi il sospetto che nasconda un bisogno di risarcire, di essere perdonato, di essere esaltato… che sia solo il condizionamento di una cultura bigotta che lo fa agire così, oppure un fatto di psicologia. A volte si dice addirittura: “è solo perché ha questo carattere…”.

I nostri figli rischiano di non vedere più dentro la gratuità dei gesti della vita qualcosa di Dio (una verità assoluta dell’umano), ma soltanto il meccanismo istintivo di una “natura” (o “fato”) che fa nascere “fortunati” o “sfortunati”, “ricchi” o “poveri”… indistintamente e senza che nulla dipenda dalla loro libertà, dal loro sguardo.
Per esempio, hanno imparato a vedere la Chiesa, anche quando hanno vissuto all’ombra del campanile o dell’oratorio (coccolati fin dalla nascita), come il luogo di un commercio un po’ losco e ambiguo… E guardano alle preghiere di chi non può più fare nulla, ma vuole ancora amare, come il gesto scaramantico di un condizionamento psicologico.

Però, guardando così la realtà, attraverso questo sospetto che ti fa dire “non è come si vede”, tutto l’umano diventa triste e buoi (davvero cieco). Lo sguardo si incupisce e la vita perde la sua gratuità, la sua inaspettata “grazia”. Perché capiscano l’inganno che si maschera nel loro sospetto, proprio dietro i loro occhi, basta a volte che prendano sul serio un’esperienza bella e gratuita che gli è capitata e davvero ne basterebbe una.

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Caravaggio. I serata

00001Vorrei iniziare da questo quadro per dire il senso di queste serate. Ho tenuto la riproduzione di quest’opera nel mio studio, di fronte alla mia scrivania, per molto tempo e fino all’ultimo giorno non sono riuscito a togliermi il fastidio di quel dito che entra nella carne. Come forse sapete, il quadro rappresenta l’episodio dell’incredulità di Tommaso che viene ammonito da Gesù perché metta il dito nella sue piaghe e tocchi il suo costato, affinché non sia più incredulo ma credente. Tuttavia, nel testo del Vangelo non è raccontato che questo avvenga davvero, anzi, data l’immediata risposta di Tommaso “mio Signore e mio Dio”, sembra proprio che Tommaso non compia un tale gesto. Qui, invece, il gesto c’è ed è esasperato dallo sguardo sbarrato di Tommaso che sembra non vedere abbastanza bene, tanto da dover toccare. Continua a leggere

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III domenica di Quaresima

Es 34,1-10; Sal 105; Gal 3,6-14; Gv 8,31-59

All’inizio del Vangelo c’è un’affermazione di Gesù che scandalizza i suoi interlocutori e che diventa il motivo dell’acceso dibattito. Gesù dice più o meno così: voi non siete liberi, ma diventate liberi incontrando una verità (che sono io).
Bisogna prendere sul serio questa frase! Cosa significa che uno non è libero, ma che attende di essere liberato? Liberato da cosa? Da dei vizzi? Da delle leggi morali? Dal mal di pancia?

Noi inconsciamente pensiamo più o meno così: io sono libero, infatti posso spendere i soldi come voglio, posso votare, posso odiare… il problema al massimo sono le circostanze esterne a me e cioè: il problema è la moglie che mi obbliga, il papà che rompe, i soldi che sono pochi, gli altri ai quali mi sono legato… ma io sarei libero. Questo modo di pensare genera anche tra noi una certa paranoia: il problema sono i soldi, è la salute, sono i vicini di casa, è il figlio… Cioè, tutti sono un po’ nemici, oppure, la realtà è nemica e ostile alla mia libertà.

Il Vangelo dice che non è vero questo modo di pensare, ovvero che noi saremmo liberi e gli ostacoli alla libertà sono gli altri. Perché non è vero? Perché è un’idea astratta che non rende ragione di noi stessi. Considera un uomo senza paura, senza angosce, senza vergogne, senza inconscio, senza rimorsi, senza peccato… Nella realtà io non sono libero perché sono fatto di timidezze, di paure, di ansie… Questa è la realtà, non un uomo astratto che può scegliere! Ricordiamoci di Gesù quando ammonisce i discepoli dicendo che non sono le cose dal di fuori che contamino l’uomo ma quelle che vengono dall’interno, “dal cuore dell’uomo nascono infatti… ”

Come racconta questo Vangelo, quando Gesù porta avanti questo discorso, proprio come effetto che noi non siamo liberi perché abbiamo delle paure (della vita, della morte, del futuro dei figli) ecco che appare che dobbiamo sempre dimostrare qualcosa. I Giudei devono dimostrare qualcosa, devono dimostrare che hanno Abramo dalla loro parte, devono dimostrare che hanno ragione.
Faccio un esempio banale ma che serve a dire la concretezza del nostro discorso: ricordo una signora anziana che si lamentava che sul pianerottolo del condominio c’era la carrozzina dei vicini che stavano in un monolocale con due figli e in più la mamma era incinta. E chiedo a questa signora perché gli desse fastidio, pensando che dicesse: “se tutti fanno così”… Invece dice: perché è un fatto di principio! E cosa è questo principio? Lo dico io cosa è: è che non lo so, ma che io voglio godere, voglio essere obbedito, voglio essere io!

Tanto più uno ha paura quanto più percepisce una dipendenza che libera come una dipendenza che limita e l’evidenza di essere un “non tutto” si trasforma nella dubbio struggente di “essere un niente”. Così accade nella dinamica di questo dialogo di Vangelo: siccome i Giudei devono accettare di essere liberati, di non essere “tutto”, di aver bisogno di una Verità, allora pensano di essere niente. E’ dunque meglio far fuori Gesù.

Spinoza diceva una cosa interessante a questo proposito. Lui distingueva una “potens” (potenza) da una “potestas” (potestà, potere). La “potens” era la dignità delle cose, la forza interiore, il mio essere io. La “potestas” era invece il potere sugli altri, il dominio e l’essere obbediti. E aggiungeva: c’è una legge che dice che quanto più uno diminuisce la “potens” quanto più ha bisogno di “potestas”, quanto più ha paura di sé quanto più ha bisogno di dominio sugli altri. E’ quello che ci capita: siccome non sappiamo portare a pesca nostro figlio, non abbiamo voglia di cucinare bene, non ci piace leggere, la televisione ci annoia… allora “voglio essere obbedito”, allora “mio figlio non fa quello che dico”…

Il Vangelo ricorda che dobbiamo sempre essere liberati. Da cosa? Dalle paure, dalle vergone, dall’ansia di essere niente solo perché non si è tutto (o non si ha tutto). Quando si riconosce invece il nostro legame originario con gli altri e con Dio il mondo non è più il limite della nostra libertà (e non si cerca più di far fuori gli altri che ci ostacolano) ma la condizione di una esistenza felice e appassionata proprio perché limitata e desiderosa di essere sempre liberata.

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II domenica di Quaresima

Es 20,2-24; Sal 18; Ef 1,15-23; Gv 4,5-42

Questa settimana sono andato a visitare con una classe di scuola il campo di concentramento di Dachau. Come potete immaginare tutti, l’emozione è forte. La scritta: “il lavoro rende liberi” (che diventerà poi il simbolo di tutti i campi), il grande piazzale dell’appello, le sale degli orrori, le baracche, i forni crematori, le camere a gas…
Ritornando a casa, in pullman, ai ragazzi provavo a spiegare cosa ci era capitato: per una volta, tutti abbiamo percepito che le cose non sono solo cose. Ovvero, noi eravamo di fronte a una stanza vuota o a un enorme spiazzo o a un vecchio forno e qualcuno avrebbe potuto dire: “è solo una stanza, è solo un grande spiazzo, è solo un forno”…. Invece no! Capivamo tutti che quello che avevamo di fronte era molto di più, significava tutto quello che in quello spazio era accaduto, significava un grande male, una grande ingiustizia… Tutti lo abbiamo percepito. Allora, cercavo di spiegare che noi funzioniamo così: sappiamo che tutte le cose “non sono solo cose”, ma contengono una storia, un’intenzione, un significato, un’immaginario… come a Dacahu. Per questo, dico ai ragazzi, non è vero che le cose che non si vedono non esistono, perché, per esempio, il “grande male” è visibile in quel forno o in quella baracca — se lo sai vedere!

Allo stesso modo, Gesù Cristo parla alla donna samaritana. Lui ha una tale umanità che, stando di fronte a questa donna, non può accontentarsi di rimanere fermo e osservarla nella sua infelicità. Poteva vedere solamente una donna, una tra le tante incontrate, poteva vedere solo che era straniera e attingeva acqua… e invece vede una infelicità e una solitudine, vede quello che i discepoli non vedono nel cuore di questa ragazza. Perché la Samaritana è certamente una donna piena di infelicità, altrimenti non andrebbe di nascosto a un pozzo, non avrebbe la vergogna di cinque mariti. E’ certamente una donna sola e Gesù non può starsene lì ad aspettare senza far nulla. Le fa una domanda, perché da una domanda magari nasce qualcosa, magari lei stessa inizia a vedere quello che non voleva vedere da anni… (forse perché gli pesava?). E magari Gesù avrà anche pensato: ma che marito sarà quello che lascia una donna così? Chiediamogli di chiamarlo, in modo che mi parli di lui…

Cosa vuole Gesù? Ricondurci a una verità di noi stessi alla quale non sappiamo arrivare senza incontrare delle umanità che sono ricche e belle almeno come la sua. L’acqua da bere, il marito a casa, il luogo del culto… cosa sono davvero? Noi potremmo dire: il nostro lavoro, i nostri affetti, la nostra preghiera… quale storia rivelano, quale desiderio? Sono i luoghi di una passione per la vita e di una gratitudine oppure spazi di una frustrazione e sofferenza?
Viviamo l’aridità di una solitudine che non ha trovato nessuno che ci capisca davvero? Viviamo la fatica di un lavoro che non ci dà vita vera, che non è acqua viva, ma che sembra ucciderci? Viviamo la routine di una preghiera che non ha nulla a che fare lo Spirito, ma è una formalità di rito?
Gesù ha una umanità che ci fa arrivare alla verità di queste domande anche dove noi stessi non vorremmo vedere oltre, perché non vogliamo guardare negli occhi la nostra insoddisfazione e solitudine. Oppure non vogliamo vedere, al di là delle cose, il grande vuoto nascosto nella nostra esistenza. Ma di fronte a Lui si può fare, senza vergogna, senza sentirci schiacciati o avviliti.

Allora capiamo la dinamica del grande vuoto e dei piccoli riempitivi che mettiamo in atto nella vita e lo capiamo quando stiamo di fronte a Lui o a umanità che è stata plasmata da Lui. Come se avessimo sempre il problema di attrezzare pozzi invece che dell’acqua viva. Così attenti ai discorsi psicologici della realizzazione di sé, della propria felicità, della propria introspezione… da essere poi sempre infelici e da non accorgerci della donna samaritana che abbiamo di fronte o delle occasioni di irruzione di Dio nella nostra vita. Forse con il rischio di morire sconosciuti a noi stessi e agli altri.

Scrive la poetessa americana Emily Dickinson, descrivendo quella umanità che l’ha fatta risvegliare dal suo torpore:

Udivo come non avessi orecchi.
Ma una parola viva
fino a me venne dalla vita:
compresi allora di udire.

Vedevo come se i miei occhi
a un altro appartenessero, finché
venne qualcosa – e so che fu la luce,
perché perfettamente li appagava.

Vivevo come se io non vi fossi,
vi fosse solo il mio corpo,
finché una forza mi scoperse
e rimise al suo posto la mia essenza.

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I domenica di Quaresima

Is 58, 4b-12b; Sal 102; 2Cor 5, 18-6,2; Mt 4, 1-11

Penso sia utile percepire le tentazioni di Gesù come il momento di una crisi radicale. Uso volutamente la parola crisi per due motivi, malgrado sia oggi molto abusata (qualsiasi sofferenza si trasforma davvero troppo facilmente in crisi…). Anzitutto perché è una parola sentita ed attuale. Noi non possiamo capire il Vangelo se non paragonandolo a esperienze che viviamo. Sappiamo poco su cosa sia la fame e la sete fisica, sappiamo poco sul rimanere da soli nel deserto o sul vedere la Città Santa dall’alto, ma sappiamo benissimo cosa sia una crisi. Noi conosciamo le crisi dei nostri figli, quando non trovano la loro strada, quando sono adolescenti… sappiamo cosa siano le crisi famigliari, quando non si sopporta più la moglie o il marito, quando non si percepisce il senso di una fatica… sappiamo cosa sono le crisi lavorative, le crisi di identità…

La sofferenza della crisi sta nel non poter vedere cosa accadrà domani, nella indeterminatezza di questo tempo, nel non conoscerne il destino. Ma sta anche nella indeterminatezza di me: se io conoscessi appieno cosa devo fare, cosa è giusto fare, chi sono… non vivrei davvero una crisi, ma al massimo “una fatica”.

E’ proprio questa la caratteristica delle tentazioni del Vangelo: non sarebbero vere tentazioni se fosse automatica la risposta di Cristo, se non fosse un tempo della messa in discussione di sé, del dubbio dell’aver sbagliato strada. Il dubbio di aver sbagliato tutto, il dubbio che la relazione con Dio ti porti solo a una inutile sofferenza. Il dubbio che gli altri siano più felici. Anche Gesù sta di fronte a questo dubbio avendo tra le mani null’altro che la sua libertà.
Ed è su questa domanda che Gesù inizia o ad affascinarci oppure a lasciarci indifferenti o sprezzanti. Perché il “dopo” del suo ministero sarà in qualche modo solo una conseguenza; non una cosa ovvia, ma viene dalla risposta a questa crisi.

Vorrei spiegarlo meglio. Cosa c’è in gioco in questa crisi? Cosa viene chiesto a Gesù? Gli vengono forse chieste cose evidentemente cattive? Gli viene chiesto di ammazzare qualcuno o di rubare? Che male ci sarebbe a sfamarsi e a soffrire un po’ meno la fame? Che male ci sarebbe a fare un bello spettacolo per convertire le persone o a possedere le ricchezze del mondo. Non sono forse belle le ricchezze?

Il dubbio e la crisi non nascono quando è evidente la natura “cattiva” di una scelta. La crisi è quando non sai. Quando percepisci che c’è in gioco non solo una azione (mi sposo, mi fidanzo, mi mollo, faccio questo o quest’altro…) ma tutto quello che sono, tutto il mio credo, il mio affidamento, tutto il criterio con il quale giudicherò la bontà della vita. Allora, la tentazione intesa come crisi mi fa domandare: per cosa mi è data questa umanità? E noi percepiamo questa domanda ogni volta che percepiamo l’umanità vera di quello che ci fa soffrire, l’umanità della tristezza e del limite, l’umanità unica della mia libertà e della mia ricerca. Allora capisco che la tentazione, come istinto, come tristezza è una positività umana, è una capacità umana, è una umanità perché mi pone la domanda: dov’è il vero bene per il quale io sono fatto?

Ecco la crisi vera, la tentazione vera: oggi da una parte c’è la logica del “basta che funzioni” (per citare il titolo di un film di Woody Allen), rubacchiare per sé istanti di felicità o di serenità a basso prezzo, senza chiederne un futuro o un senso. E’ la logica del fare “ciò che si vuole” per la propria felicità immediata (pur di non fare del male ad altri, si intende…). Dall’altra parte c’è la logica del Vangelo, la ricerca del pane autentico, della vocazione, della nostra relazione con Dio, del cercare prima il bene degli altri. La logica di non poter prescindere da un affidamento al Padre, la logica di dimenticarsi di sé…

Molti si rifiutano di riconoscere che la loro vera natura non si accontenta di rubacchiare “momentini di serenità”, avendo sempre paura della sete e del deserto per loro. Non si accorgono di quanto quella sete e quella fame (quella crisi, quella dipendenza da Dio) ci rendano alla lunga “più umani” e più “sensibili”, quanto quella lotta plasmi la nostra vera umanità. Quanto cambi il nostro sguardo e il nostro sorriso. Come ha fatto con Cristo.

Tanti, di fronte a questo Gesù, che scopre la sua insostituibile relazione con Dio, restano indifferenti, non ne colgono il fascino. Abbiamo tutto il tempo della Quaresima per tornare alla nostalgia di un persona così, di una umanità come quella di Cristo. Ci basterebbe la nostalgia di essere uomini che non hanno paura delle bufere, delle crisi e dei deserti, che non idolatrano la serenità domestica, ma si danno da fare perché c’è un sacco di gente che sta male davvero e per la quale sarà necessario tirar fuori pane dalle pietre (chissà come…). Ma non sarà pane per noi. Dobbiamo avere nostalgia di uomini così.

Mi viene in mente una pagina di Amos, dove il profeta chiede l’avvento di questa nostalgia.

Ecco, verranno giorni,
- dice il Signore Dio -
in cui manderò la fame nel paese,
ma non fame di pane, né sete di acqua,
ma d’ascoltare “una parola di Verità”.

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Ultima domenica dopo l’Epifania

Os 1,9a;2,7a.b-10; Sal 102; Rm 8,1-4; Lc 15,11-32

Posso commentare queste letture solamente suggerendo sotto voce qualche spunto, come un uomo che cammina in punta di piedi. Avere una pretesa ulteriore significherebbe certamente rovinare la ricchezza di una delle più belle parabole di Gesù o della pagina di Osea.

Per me il fascino viene da qui: la parabola di Gesù è davvero troppo umana, troppo vicina al nostro dramma quotidiano. Ci sembra impossibile riguardi anche il dramma di Dio. Cosa voglio dire? Che quello che sta alla base di tutto è il rischio assoluto della nostra libertà. Non c’è nessun uomo che sia predestinato! Si può prendere la nostra parte di eredità e andarcene via? Si può! Si può smettere d credere nel Padre Eterno? Si può! Di più: si può decidere di farsi del male, di “avvitare” la propria libertà convincendoci che “uscire dalla realtà” sia l’unica strada… Si può decidere di non vivere, di sopravvivere… Ecco: non è detto che diventando grandi si diventa anche adulti, né che si diventi migliori. Non è detto che da una famiglia sana escano ragazzi sani… ecc.
Faccio un esempio. Di recente, sta spopolando su Facebook un gioco tra i ragazzi: si chiama neknomination… Certo, è un gioco! Ma ci si fa male anche per gioco. In Inghilterra ha già fatto 5 morti. Questo non ci dice nulla? Ma se fossero i figli nostri? E poi, se è davvero solo un gioco, dico ai ragazzi, perché vi vergognate a farlo vedere agli adulti? Non ti vergogni a farti vedere giocare a pallone, vero? Ma forse è più di un gioco…

Si può decidere di fare i propri bagagli e andarsene lontani (dalla verità di sé!), a qualsiasi età. A volte accade per giorni, mesi, anni… a volte per una vita intera. Non c’è bisogno di essere grandi peccatori: ognuno di noi sa quanto e quando lo ha fatto. Magari esteriormente rimanendo come sempre, ma dentro avendo come un grande peso, restando soli.
Bisogna attendere solo che “si ritorni in sé stessi”. Già! perché di questo si tratta: non tanto di un perbenismo, ma di essere uomini autentici. In fondo, quello che ti è chiesto è solamente di “vivere” (il comandamento del Dt) e di farlo autenticamente alla tua vocazione, alla tua destinazione di uomo.

Tutto questo potrebbe essere solo una descrizione banale e ovvia, oppure un moralismo, se non ci fosse l’altra parte della parabola che è l’attesa del padre.
E’ la stessa attesa che emerge della pagina di Osea. Questo è davvero il centro di tutto: la sua totale impotenza, così umana, insieme alla sua totale passione. Per citare il romanzo di Moby Dick: questa sofferenza è davvero la cosa più alta e più preziosa che esista. Tutto il resto è nulla a confronto. “L’oceano non contiene cosa più preziosa di quella lacrima” scrive Melvile. Rembrand che in un famosissimo quadro ha ritratto la scena ha dipinto il volto del padre con gli occhi bianchi di un cieco, senza pupille: tanto è stato il piangere per lui!

A partire da qui l’uomo si dimentica di sé e vive per gli altri che ama… tanto da dimenticarsi anche dei fratelli rimasti a casa. Ma non importa! Gli abitudinari si lamentino pure, tanto non hanno capito la passione di Dio. Sono quelli che si lamentano che il Dio della Bibbia è violento, è ingiusto… Non hanno capito la passione di Dio. Ma accadrà anche a loro un giorno –forse– di voler bene così (a un figlio, a un fratello, a un uomo o a una donna), rimanendo impotenti perché si è accettato di lasciar essere l’altro nella sua libertà. Allora si capirà qualcosa della passione di Dio.

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VI Domenica dopo l’Epifania

1Sam 21,2-6a; Sal 42; Eb 4,14-16; Mt 12,9b-21

La scelta delle letture di oggi contiene un messaggio non difficile da decifrare, ben noto e visibile a tutti: c’è una misericordia che supera la legge. Oppure, per dirlo con S. Paolo: la pienezza (il compimento) della legge è l’amore. La frase suona bene e appare bella. Anzi, dopo duemila anni di cristianesimo sembra anche ovvia: Gesù insegna non una legge ulteriore, ma il comandamento dell’amore per il quale si può trasgredire anche il sabato o, come nella prima lettura, le norme sul pane consacrato. Lo sappiamo dal catechismo.

Bello! Dunque, dove sta il problema? Forse nel fatto che ci appare davvero troppo ovvio e scontato. Ciò che è ovvio è nemico del vero, diceva un pensatore. Questo significa che il messaggio ha perso forza e nel testo del Vangelo ci appare incomprensibile come si possa mettere a morte uno per questo. Ce la sbrighiamo dicendo che gli ebrei del tempo erano fanatici e così, al tempo stesso, ci tiriamo fuori dal problema.

Martin Scorzese, regista italo americano, ha affermato di recente che ha accettato di fare un difficile film su un pezzo di storia americana per un motivo: perché per i giovani americani è troppo ovvia la libertà nella quale vivono. Un valore ovvio è un valore in pericolo perché pian piano non è più percepito.

Al contrario, la rivoluzione di Gesù dovrebbe apparirci sempre strepitosa. Perché? Perché essa riguarda il punto che rende umano un uomo e non lo lascia invece come gli animali o come i robot e le macchine. Insegniamo questo ai ragazzi: mentre gli animali stanno in relazione tra loro per sopravvivere (la lotta della sopravvivenza), e combattono per questo, l’uomo può fare anche lui così, ma è anche l’unico che può decidere una via diversa. Può smettere di preoccuparsi di sé, dei suoi diritti, della sua eccellenza (come si è soliti dire oggi) e appassionarsi della buona riuscita degli altri, fino a togliersi il pane dai denti. Il valore del suo gesto è la gratuità con il quale si compie, ma questo fa sì che si possa anche arrivare a cinquant’anni continuando a fare come gli animali. Dare 300 euro a un operaio giovane, facendolo con anche il muso di chi gli sta facendo un favore (“perché la crisi…”), mentre l’azienda fa soldi e si è appena comprata una nuova macchina… non è questo un comportamento da animali che continuano a farsi la lotta nella giungla?

Noi abbiamo costruito una società dei diritti che è più farisaica di quella del tempo di Gesù. Tutti i rapporti sono regolati da questi elenchi infiniti di diritti/doveri (basterebbe vedere la paralisi del mondo del lavoro o della scuola per questo). Io insegno a scuola e cosa mi hanno chiesto il primo giorno? Se avevo passione per l’insegnamento? No, mi hanno fatto firmare un foglio con i miei diritto e doveri. Perché? Perché abbiamo smesso di credere nell’uomo e nella sua qualità prima: la gratuità di una mamma che da quando ha il figlio non gli importa più di prendersi le scarpe nuove perché mette via i soldi per il piccolo… Si chiamava virtù, non è catalogabile in una casistica o in un diritto, ma è ciò che fa di quella mamma una vera mamma. Ecco! E questa gratuità non è l’esperienza nella quale tutti veniamo al mondo e cresciamo?

La rivoluzione di Gesù, tutt’altro che ovvia, ripone la questione dell’essere uomini e non soggetti regolati da diritti e doveri. Ciò che ci rende uomini resta un fatto del cuore. Si compiono atroci ingiustizie con tanto di codici e norme e ci si dimentica di quello che ci distingue dagli animali: siamo liberi di rinunciare alla lotta della sopravvivenza per il bene di qualcuno. Il Vangelo continua a ricordarcelo.

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