III Domenica di Avvento

Is 45,1-8; Sal 125; Rm 9,1-5; Lc 7,18-28

Provo a fare di questa pagina di Vangelo una lettura meno letterale del solito. Gli antichi distinguevano quattro gradi di esegesi o quattro “sensi” della scrittura: letterale (un fatto), allegorico (una verità), morale (un agire) e anagogico o spirituale (un desiderare). Dicevano: Littera gesta docet, / quid credas allegoria, / moralis quid agas, / quo tendas anagogia.
In queste distinzione (o meglio dire “percorso”) è normale che il fatto raccontato possa alla fine essere non coincidente con l’intenzione di chi scrive, ma un testo ha come sua caratteristica di essere aperto a infinite sue riletture, ben oltre il dato iniziale che descrive… non è questo il bello di un racconto?

Il senso letterale, o il fatto che racconta questo Vangelo, è la richiesta di Giovanni che è in carcere di capire chi sia Gesù Cristo. Due volte si ripete la domanda (centrale) “sei tu oppure no?”. Giovanni non può chiederlo di persona, non può vedere Gesù di persona, perché è nella fortezza/carcere di Erode. Dunque manda i suoi discepoli che devono riferirgli un messaggio. Questo è il fatto.

La mia lettura allegoria è questa. La domanda di Giovanni esprime una verità che ci riguarda, esprime un dubbio che non è minore per noi. Lo chiedono tanti miei studenti a scuola: “ma don, come faccio a sapere che il cristianesimo sia la vera religione?”. In un contesto pluralista come il nostro la domanda di Giovanni è più che mai attuale: “sei tu oppure no?”. Se Dio ho imparato a desiderarlo (era l’omelia di domenica scorsa), ora mi chiedo “perché Gesù?”. E’ evidente che l’affermazione di Gesù “beati quelli che non si scandalizzeranno di me” ha a che fare proprio con la domanda di questa singolarità: perché proprio Cristo? Quale certezza su Dio e sulla mia vita mi viene proprio da Cristo? Perché proprio da lui?

Prima di vedere la risposta sottolineo un particolare. Qui si dice che Giovanni è in carcere e dunque non può seguire Gesù, non lo può vedere e per questo manda dei discepoli a chiedere. Questo (ancora) è il senso letterale.
Ma il senso allegorico direbbe: tanti di noi sono lontani dal seguire Gesù e proprio per questo domandano (o domanderebbero) “perché Gesù?”. E’ davvero il fatto che sono lontani, che hanno quella immagine della Chiesa che gli viene dai telegiornali, dal Corriere, dal Crozza nelle sue battute o dalla vicina di casa che va in parrocchia. Ma è proprio come se fossero in carcere rispetto a Gesù. E a volte anche per gli assidui frequentatori hai l’impressione che siano in carcere (anche loro lontani da Gesù) e dunque manderebbero a chiedere (se solo ne avessero il coraggio) “ma sei tu Gesù o mi sono sbagliato?”.
Ho in mente — in questi giorni di benedizioni — un signore che per mezz’ora intera mi ha inondato di cose contro la Chiesa con tutti gli stereotipi comuni letti sui giornali… e vedendo che non avevo proprio nulla da rispondere (cosa vuoi dire lì in quelle circostanze?), alla fine si è anche sentito un po’ in colpa e mi chiedeva scusa (che strano, no?). E io me ne sono andato pensando tra me e me (e pensando a questo vangelo): è proprio in carcere ben lontano da Gesù questo signore, tanto che non saprebbe dire Gesù neanche se gli riaccadesse lo stesso incontro della sammaritana o di Zaccheo o della emorroissa… non saprebbe mai cosa ha incontrato davvero e se quello che ha vissuto è un caso fortuito o una verità di quelle sulle quali puoi fondare le tue certezze e il tuo “tirare avanti”!

Gesù ci chiede di stare vicini alla scenda del Vangelo ogni volta che vogliamo parlare di lui. E la scena del Vangelo da 2000 anni è sempre questa: la liberazione dal male. Un ragazzo incontra Cristo quando ha il coraggio di andare a fondo della liberazione dalla sua solitudine che lo opprime e del suo “non senso” nel suo essere qui al mondo. E quando è stato veramente liberato (definitivamente) è perché certamente ha incontrato Cristo. Forse lo ha incontrato grazie a un amico, a una comunità a un famigliare… ma se è andato a fondo di quello sguardo e ha letto il Vangelo lo saprà riconoscere. Se non era solo “la compagnia di un momento” (poi “via di nuovo verso il vento” per citare De André), allora potrà dire: qui c’era il Signore e io non attendevo altro.

Chi incontra Cristo poi non attende altro e non si scandalizza di Lui, perché tutto rimette nelle sue mani — ed è proprio così che è stato liberato. Liberato dall’angoscia di diventare qualcuno, di essere abbandonato, di non avere una vocazione, una destinazione, un’origine. Così ha imparato dal Figlio che tutto rimette nelle mani del Padre. E, a volte, gli verrà anche da dire agli amici: “ma voi cosa avete visto? cosa siete andati a vedere? Avete davvero visto solo lo sfarzo della Chiesa (le morbide vesti di uomini che stanno in palazzi di Re) oppure — spenta la televisione e guardata la realtà — avete visto qualcosa che ha a che fare con la liberazione del male e della solitudine degli uomini?”

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