VI Domenica di Avvento

Is 62,10-63,3b; Sal 71; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a

Dobbiamo cercare di togliere una patina di romanticismo che ha circondato l’immaginario di questa pagina. Al di là di tutte le rappresentazioni pittoriche — che hanno una loro ragionevolezza — noi dobbiamo dire che non sappiamo cosa sia stato questo incontro. Le rappresentazioni sono semplificazioni di una realtà che non possiamo rappresentare.
Le uniche cose che sappiamo ci vengono da questo testo e dalla realtà storica del suo contesto.

La prima cosa da ricordare è che questa “vocazione” di Maria (di questo si tratta) appare in un momento non facile della vita questa donna. Perché Maria è sposata ma non vive ancora con Giuseppe. E’ in quella fase di attesa nella quale –anche– era facile innamorarsi di altri uomini (non c’era il “matrimonio di amore”) e magari tradire il proprio sposo. Sappiamo per esempio che quella ragazza portata da Gesù perché colta in “fragrante adulterio” e destinata alla lapidazione, era una ragazzina in questa fase del matrimonio: tra il contratto (“erusin”) e lo sposalizio vero e proprio (“nesuin”).
Dico questo perché la vocazione di Maria nasce in questo tempo particolare e da qui in avanti i due resteranno sempre una “coppia irregolare” per il tempo perché non formalizzeranno mai la seconda parte del loro matrimonio.

Il secondo dato che ci aiuta a uscire dalla patina bigotta del racconto è l’ambientazione. Nazareth è un paesino minuscolo ai margini di uno splendente città greco-romana (Seffeoris) proprio in ampliamento in quegli anni (Maria e Gesù certamente la conoscevano bene come noi conosciamo Milano). Il contesto è quello di un posto poco ebreo-ortodosso e circondato da culture e mondi molto distanti dall’ebraismo, soprattoto la cultura greca. Sappiamo infatti che la Galilea era una terra molto mista tra greci ed ebrei. Il commento di Natanaele su questa città sintetizza bene la considerazione del tempo tra gli ebrei, dice Natanaele: “Da Nazareth, può mai venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46).
Ma era anche –probabilmente, qui resta un punto di domanda– una città di un “clan” particolare, i Nazorei, dei quali Maria certamente apparteneva, provenienti dall’esilio da qualche generazione (non molte) che avevano nella profezia del giglio di Isaia (Nazaret significa appunto giglio) la loro attesa messianica e la loro spiritualità.
Questo è il contesto nel quale questa ragazzina appena preadolescente matura anzitutto la sua vocazione.

La prima questione che emerge in questa pagina è che la vocazione appare come “dramma”. Non è tutto chiaro, poco si capisce, si obbietta, in altre parole qui c’è “dramma”. C’è la necessità di parole di rassicurazione (“non temere”), c’è un “rimase confusa”, c’è una obbiezione (“come è possibile”).
E questo significa che quando la vita viene presa nella sua serietà –e per esempio “si pensa” prima di scegliere (difficilissimo)–, a questo livello: “c’è dramma“. Uno si domanda: “cosa faccio?” “è giusto? è sbagliato?” “mi sposo? rimando?”…
Al livello della propri vita (come per Maria) c’è dramma. E Dio non risolve quel dramma, guai se lo risolvesse.

E questo dialogo di Maria è un pensare, perché il dialogo e il dramma è così anche per noi.
E il pensare è sempre difficilissimo, è “drammatico”, è “un casino”. Perché?
Perché –diceva Nietzsche a ragione– noi siamo sempre “avvocati di noi stessi”, cioè ci nascondiamo sempre una parte della verità, se siamo seri. Ecco perché è difficilissimo e –forse– è per questo che qui si parla di un Angelo: perché quando scopri una verità su di te che volevi cancellare (anche la più semplice), questo avviene perché è spesso “un altro” che ce la porta davanti. Da soli noi la cancelleremmo.
Faccio un esempio banale: se io “rubo a un mio amico” poi vado a casa e “tra me” non mi verrà subito in mente: “ho rubato…”, ma dirò “beh, lui non ne aveva bisogno di questo”, oppure “tanto non lo usava mai…”.
Ecco perché serve sempre un “angelo” per vedere una verità.

Il secondo punto. Perché contiene “dramma” e “dialogo”? Lo capiamo dalle ultime righe, da quel “avvenga secondo la tua parola”.
Perché la grande questione è accorgersi che il futuro non è riconducibile al nostro progetto. Questa è la grande questione di Maria in questa pagina e la grande questione nostra tutte le mattine. Ovvero, che la faccia di mia moglie non “è riconducibile al mio progetto”, che il lavoro che ho davanti “non è riconducibile al mio progetto”, che mio figlio “non è riconducibile al mio progetto”. Ma c’è dell’altro.
Questa è la grande questione dell’umano: “che c’è dell’altro”. Per questo c’è dramma.
Faccio un esempio anche con una fiaba (ci sono i bambini): Geppetto inizia a imparare a fare il papà quando quel pezzo di legno che era stato scartato e dal quale non si aspettava nulla, inizia a fare “AHI”, mostrandogli così che “c’era dell’alto” e che quel pezzo di legno è diverso da una gamba di un tavolo. La storia inizia proprio qui, proprio quando uno si accorge di questo “altro”, altrimenti anche il racconto di Pinocchio (che è vero che è inventato ma contiene anch’esso delle verità) non iniziava neppure. Tutto inizia grazie a qualcuno che dice: c’è dell’altro. Quella ragazza di scuola che odio e prendo in giro… forse anche per lei tu devi saper vedere dell’altro…

Maria trova la sua vocazione quando scopre che quel suo progetto di vita con Giuseppe è destinato a infrangersi perché c’è un “altro” che non poteva immaginarsi. Altrimenti la storia non cominciava nemmeno.
Ma questo è vero ogni giorno per noi, se oltre la realtà sappiamo leggere l’interrogativo (il dramma) verso l’Altro che contiene.

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