S. Natale – Messa del giorno

Isaia 8, 23b-9, 6a Sal 95 (96) Ebrei 1, 1-8a Luca 2, 1-14

Tutto cospira a tacere di noi” diceva il poeta Rainer Maria Rilke.

Abbiamo già meditato in questo Avvento il significato di questa espressione, ovvero la difficoltà a stare di fronte alla verità. La difficoltà a capire il mio desiderio e il mio volere. La nostra tendenza insanabile a essere “avvocati di noi stessi” che rende difficile il compito di prendere sul serio la vita, in tutta la sua speranza.
Chi nella vita si è affidato, anche per poco, allo sguardo di un altro (di un amico o di una donna) sa quanta fatica questo gesto richiede. Dipendere da un altro è un atto difficilissimo e davvero “tutto cospira a tacere di noi”.

Ma il poeta aggiunge: “un po’ come si tace una speranza ineffabile“. Tacere di noi è come tacere una speranza che ci sembra inutile manifestare perché ineffabile, lontana e vaga. “Sì don” — dice il ragazzo — “ho in mente cosa sarebbe giusto” ma è proprio come una speranza ineffabile, perché “io sono fatto così” oppure perché “è già troppo tardi per cambiare”.

A questo “desiderio ineffabile” noi talvolta diamo il nome “Felicità”, “Pienezza”, “Dio”… eppure ci sembrano cose lontane e irraggiungibili.
Per questo si tace una speranza che appare ineffabile. Si tace smettendo di desiderare, smettendo di sperare. Si tace limitando il nostro desiderio a delle cose, a piccoli bisogni. Si tace oggi limitandosi a desiderare da questo giorno solamente “regali” o solamente “vacanza”. E l’uomo che si è rassegnato a parlare di una “speranza ineffabile” rimane soltanto un consumatore.

L’annuncio di questa notte sfida questo scetticismo e questa sfiducia che vorrebbe dire che tutto è già deciso, che non ci sono miracoli, che è solo la fortuna, che è un calcolo…
La fede di questa notte dice che c’è del divino nella vita umana. Non solo che questo bimbo è Dio, ma che anche noi possiamo essere come lui (essere in lui), che anche noi siamo all’altezza di Dio. La fede che nasce in questo giorno è riconoscere il divino presente nell’umano, come fu per Simone, la Maddalena, la Samaritana, Zaccheo, colpiti da una presenza che destava l’improvviso presentimento di una vita diversa. Non erano le gambe raddrizzate, la pelle mondata, la vista riacquistata a colpirli. «Il miracolo più grande era uno sguardo rivelatore dell’umano e di loro stessi cui non ci si poteva sottrarre».

Non la statuina del presepe, ma questo sguardo colpisce l’uomo. Lo sguardo che ridesti a parlare di quella “speranza ineffabile”. Che ridesti a parlare di me e della verità che io stesso cerco di nascondere a me stesso. Quel divino nell’umano che solamente riempie di significato il mio vero desiderio.
Come per i pastori che vedono Gesù e qualcosa fa festa nel loro cuore, così anche oggi Dio si rende presente attraverso una realtà umana che si può vedere e toccare, dentro un tempo e un spazio, con un accento di promessa e di speranza al quale ci possiamo legare dentro la vita della Chiesa. Per smettere di tacere di noi.

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