Ritiro giovani, Il prologo di Giovanni

Veramente con grande timore e tremore ho preparato questo incontro. Perché siamo di fronte a una delle pagine più belle e più intense di tutta la Bibbia. E se siamo uomini attenti, quando ci è messa in mano una cosa importante sentiamo subito il rischio di tradirla, di rovinarla, di sciuparla. Da ragazzo spesso aiutavo mio papà che fa il restauratore a trasportare dei quadri. E mi è capitato più di una volta di prendere in mano quadri magari piccoli ma di grandi artisti e molto costosi. E mi ricordo bene che subito il pensiero andava: e se mi cade… E lo stesso lo fai quando ti prepari per il primo incontro con la tua ragazza o prima del primo bacio – lo vedete anche nei ragazzini delle medie che iniziano le cose amorose – quanto timore e tremore c’è! “E se andrà male…”, “sarò capace di diglielo…” perché è la cosa più importante che hai e non vorresti mai che si rovini.
Ecco, penso che se ci accostiamo a leggere questo testo con leggerezza – senza “timore e tremore”, come una cosa dove devi toglierti la scarpe per riverenza (come nelle moschee) o ti devi coprire il volto (come Mosè) – se lo facciamo con leggerezza o per sfizio (come una curiosità religiosa tra le tante) è perché o siamo solo degli sciocchi o non ne percepiamo la grandezza. E abbiamo mancato l’incontro con il Signore.
Allora per prima cosa invito anche voi a percepire (a sentire fisicamente) questo sano “timore e tremore” di fronte a questo testo che è una poesia (un canto) che ha incantato per secoli gli uomini, ha fatto scrivere fiumi libri, è stato considerato la perla preziosa, come la sintesi finale della rivelazione cristiana che si mette all’inizio ma che si capisce solo alla fine. Timore di non capirlo, di fraintenderlo, di tradirlo, di annoiarcene – se per noi è una cosa importante.

E solo in questo modo (tra tutta questa disgustosa retorica del Natale dove ci si vuole più bene e altre minchiate…), solo in questo modo acquista spessore, gusto e senso quella frase che dicono gli angeli per annunciare il Natale. Gli angeli (a Maria, a Giuseppe, ai pastori) non dicono (come diciamo noi): è natale, voletevi più bene, siate più buoni, pregate di più, fate i ritiri, andate a messa… No. Guarda che potevano! tu immagina: “Maria, prima del parto, vai in sinagoga che viene natale!”, oppure ai pastori lì stanchi, trafelati, puzzolenti, per di più anche di notte: “adesso tutti in sinagoga, tre ore di adorazione…”, “via, anche le pecore!”. No, nulla di questo. Invece dicono sempre: “non temete! non avere paura!”.
Capite che a noi ci fa ridere questo! Qui abituati a tutte queste lucine natalizie, ci verrebbe da ridere se uno ci dicesse “non temere”. Ma cosa temiamo noi, cosa dovremmo temere? (forse la crisi economica). Noi siamo così leggeri nella vita e dimentichiamo che l’importanza delle cose si misura anche con il nostro tremore e timore. Io non ne ho un’altra di vita! (Il mio prete mi ha “convinto” a entrare in seminario non perché diceva che fare il prete è bello, che c’è la gioia, che è tutto rosa e fiori… ma perché diceva “non ne ho un’altra di vita!! e decido di fare il prete”). E’ diverso se perdo tempo o combino qualche cosa, se sono uno che vale o resto un eterno adolescente…
“Non temere” ci fa ridere – capite – se non percepiamo quel “timore e tremore” che c’è di fronte alle cose importanti. Se ho un poco di timore e tremore di fronte a questo testo (che svela l’enigma dei secoli e della vita), se ho un po’ di paura di non capirlo, di tradirlo, di annoiarmi, allora sono sulla strada buona. Perché allora sì che ha senso un angelo che ti dice “su, via! non temere”. Affido a voi la mia testimonianza, roba da far tremare i polsi se detto da Dio! (chi scrive questi testi è un uomo come noi che ha avuto il nostro stesso compito di annunciare il vangelo! “timore e tremore”, tu pensa se sbagliava…), è una cosa enorme ma mi fido di te e se anche ti addormenti o non capisci molto, non fa nulla! Non temere, capirai, gusterai, apprezzerai! Si capisce solo da qui il “non temere”, non dalle lucine.

Questo testo non è uno di quelli che “si spiega”. Non è da tradurre in concetti, né da fare la parafrasi. Non “si spiega” una poesia. E questo testo è proprio come una poesia. A volte vi apparirà misterioso, ma io vi dico: vi apparirà sempre un po’ misterioso, un po’ più profondo della nostra capacità di capirlo.
Ma questo è anche il bello della vita: chi pretende di spiegare la vita? Immagina: la soluzione della vita è… oppure pensa se avessimo avuto una perfetta cronologia di Gesù:  ma chi se ne frega! E per me che sono una frana in storia e non ho memoria era la fine.
E invece la vita si canta, si dipinge, si racconta… Uno deve risuonare con questo testo, sentire con un terzo orecchio che qui si racconta della vita e di Dio.
Un bambino non comprende la mamma eppure già impara che c’è nel mondo una voce, il suono di una parola che è affidabile, che lo tranquillizza quando piange nel buio della notte perché si sveglia e scopre che è solo.

E proprio da qui parte il prologo. Si parla del principio (e non immaginare subito l’origine del mondo, il big bang, il principio filosofico, aspetta per tutto questo! – prova a pensare anche al tuo principio: al principio della tua vita, al principio di una relazione di amore, al principio della tua credenza religiosa), come quando eravamo bambini. E si parla di una Parola o Verbo che è Dio.

In principio era il Verbo. E il Verbo era rivolto presso Dio e il Verbo era Dio.
Giovanni, l’autore che scrive, con tutta probabilità, non è un filosofo, non passa la giornata sui libri a scervellarsi sul principio primo ecc. Se Giovanni che scrive è lo stesso discepolo del Signore (cosa probabile dalla tradizione) faceva il pescatore (forse commerciante di pesci). Giovanni è giovane, intelligente, “l’amato dal Signore”, ma non filosofo, non fa elucubrazione (anzi, parla poco nel Vangelo).
Eppure scrive “in principio era il verbo (parola)”. E a te ti sembra filosofia e ti verrebbe magari anche un po’ di nausea, se non ti piace la filosofia.
Ma sbagli. Non è filosofia. E lo capisco dal fatto che questo uomo dopo che era morto il Signore e lo aveva visto risorto (e c’è quel bel episodio della barca dove Giovanni vede un uomo sulla riva ed è il primo ad accorgersi che è il e Pietro nudo si mette il camiciotto e poi si buttano in mare a nuoto per raggiungerlo) e poi il Signore lo aveva mandato con gli altri… Giovanni va forse in Asia Minore (Turchia) e fonda una o diverse comunità e scrive tre bellissime lettere a questi suoi figli… Diremmo una vita tutt’altro che sui libri.
E proprio nella prima lettera inizia in modo simile al nostro testo e dice “ciò che era fin dal principio, ciò che abbiamo…”. E tornano le medesime espressioni del prologo: luce, vita, tenebre…
Ecco, non è filosofia. Perché è interessato a dirti una testimonianza di cose tutt’altro che mentali, ma di cose viste e toccate e odorate e vissute… Non dice altro se non cantare in poesia tutto il “suo” spessore delle cose vissute in quegli anni intensissimi con il Signore. Quando (una delle scene più belle) Pietro che non aveva il coraggio di chiedere al maestro chi lo tradiva dice: “fallo tu Giovanni”… e lui aveva appoggiato la testa sul suo petto con tutta questa famigliarità e glielo aveva chiesto. Qui non si tratta di una divinità che sta nei cieli ed è eterea (faccia tipicamente da angelo), qui è una cosa che io ho toccato, ho baciato, ho visto, ha camminato chilometri insieme (roba che ora noi neanche ci immaginiamo – dovremmo tradurre: è stato in macchina con lui ore), ci ho vissuto insieme e mi sono anche sognato di notte dopo perché non potevo dimenticarmela. E’ la carne di questo uomo: la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità avvennero in Gesù Cristo. La legge e tutti i nostri pipponi morali che ci facciamo e facciamo ai nostri ragazzi va bene, sono una cosa… ma “la grazia e la verità” della nostra vita è una cosa che tocco e bacio e sento. Altro che filosofia! E questa Parola (Verbo, Evento, Sapienza), questa cosa fisica che è stata toccata e puzzava anche di sudore (Gesù) è all’origine di tutte le cose.

Spesso, guardandoci, si ha l’impressione che qualcuno cerchi ancora Dio nei cieli e non in questa carne che è la nostra comunità. La comunità per Giovanni è il luogo – e, badate, l’unico luogo – in cui la vita diventa visibile. Noi non siamo assieme perché è bello, né perché è più facile credere. Noi stiamo assieme perché solo così si può credere. Ed è tutt’altra cosa. Insomma, al di là del fatto che siamo peccatori, che spesso non sappiamo risplendere, qui non si sta solo perché c’è gente che ti accoglie. Se c’è gente che t’accoglie tanto meglio. Ma qui si sta perché solo nei rapporti tra noi si può percepire il Verbo della vita. Chi se ne va perché si sente poco accolto – il che capita raramente, perché spesso è una scusa – forse non ha mai capito di cosa si tratta, cioè che qui è in gioco la sua fede, prima di ogni altra cosa.

Ultima cosa.
C’è una particolare trasparenza, una franchezza, come di uno che non nasconde nulla. Giovanni non fa propaganda del cristianesimo. Poteva farla, poteva dirti: “è arrivato Gesù, è arrivato il Verbo, tutto si illumina, tutti sono contenti, ci risolve i problemi. Sia lodato Gesù Cristo!”. E invece non scrive questo. Io da cristiano non sperimento questo. E trovo anche una grande onestà quando dice
“Egli era nel mondo, il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe, venne tra la sua gente ma i suoi non l’hanno accolto…”
E qui c’è uno dei segreti del cristianesimo che lo fanno diverso da tutte le altre religioni (dall’islam che ti converte a forza…). E noi ce ne siamo un po’ scordati per qualche secolo immaginandoci che tutti dovessero essere cristiani, che arriveremo a battezzare tutti, a convincere tutti… (facendo diventare la finale di Mt da “andate in tutto il mondo e fate discepoli battezzando” a “battezzate tutto il mondo”….).
E invece: il Signore viene, e non lo riconoscono. Ma attenzione: leggi il prologo e dimmi cosa succede a chi non lo accoglie? Nulla. Nulla (come nella vita) mica sono assaliti dalle tenebre… Occhio perché se l’avessi scritto tu: “a quelli che l’accolgono bene…” e poi avresti messo “a quelli che non lo accolgono male…”, così facevi un bel parallelismo. E invece non c’è.
Di più. Si è detto all’inizio: tutti, e tutto è fatto per mezzo di lui, questa luce o luce vera. Per tutti la vita viene dalla luce: anche per quelli che non lo accolgono, anche per i cinesi che non lo hanno mai sentito. Per tutti! Di più, dice: “venne tra la sua gente e i suoi non l’hanno accolto”. Capisci: i suoi. Sono comunque tutti suoi!
Orfani, eppure suoi. Orfani perché “altri” (gli apostoli, i testimoni, noi qui) in quanto chiamati dal Signore (non da carne…) e non perché mi sono fatto qui la compagnia di amici, hanno riconosciuto di essere suoi, sono così liberamente figli. Ma tutti sono suoi!
Allora qui c’è una qualità che è solo cristiana, e che è il segreto del nostro cristianesimo, e che ci rassicura rispetto a un lavoro che altrimenti non sapremmo mai fare (pensa ai tuoi ragazzini di catechismo): nel mondo, sempre, da quando è comparso il Verbo e fino alla fine, ci sono “i suoi” (e sono tutti) e ci sono quelli che il Signore chiama (sulla barca, ad ogni ora del giorno – non i preti). Se sei un “testimone”, un figlio, sai che non lo sei da te (per quante cose ti succedano tu sarai legato a questo tuo Papà… non venirmi a dire: se il parroco era più bravo, se non c’erano le suore… se sei Figlio lo sei non da carne né da sangue) e però non lo sei per te. Sei figlio solo a servizio e a testimonianza per gli orfani, a favore degli orfani, per rendere testimonianza a loro (non per convertire anche loro), per rendere testimonianza del Signore.
Dio nessuno l’ha mai visto, proprio il Figlio unigenito che è nel seno del padre, lui lo ha rivelato.
E prima: noi vedemmo la sua gloria.. dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia….
A cosa si riferisce Giovanni? Certamente a Gesù, certamente alla Croce di Gesù che deve aver visto, da lì sotto mentre gli altri erano scappati… questo fatto devo averlo così segnato (secondo me non ce lo immaginiamo abbastanza, anche lo shock) che ha visto lì una cosa che noi fatichiamo a dire: quello che voi vedete lì è il segreto della vita, della tua vita, è il cuore di Dio (dice nel prologo). Non è una cosa che è andata male (perché la croce è una cosa brutta, non dimentichiamolo) che poi Dio ha sistemato con la risurrezione. Dio nessuno lo ha mai visto, ma se guardi questo lo vedi e capisci che è gloria, è grazia su grazia: sai di Dio cose che prima non potevi sapere. Cosa?
Hai in mente cosa accade subito prima della croce? Accade quello che qui dice Giovanni: giungono le tenebre e si scontrano con la luce perché le guardie vengono a prendere Gesù. E qui capisci cosa si rivela di Dio (la gloria, la nostra salvezza, le grazie…). Gesù che è la luce dice: chi cercate? E poi: se cercate me, prendete me, questi non centrano (lascateli andare). Come non centrano? Sono sempre stati accanto, sono i testimoni e ora sul più bello non centrano? Ti ricordi quando diceva a questi suoi discepoli: “chi non prende la croce…”, “chi non mi ama più di…”, “beati voi quando vi perseguiteranno…”, “e chi si vergognerà davanti agli uomini anche io…”…. E ora invece nulla. Nulla perché si mette in mezzo lui. Letteralmente li risparmia. Poteva uscire una guerra di religione, si sarebbero fatti male tutti. E invece sulla croce ci finisce solo lui. Solo lui. Gli altri gli ha protetti e si è messo in mezzo. E addirittura con l’ultimo fiato che ha dice a Dio: non te ne avere che sono solo stupidotti e non sanno quello che fanno.
Giovanni che ha visto questo dice: “vedemmo la sua Gloria”, parla della luce e delle tenebre, parla di un Dio che è relazione, Parola… ma ha visto e ha provato questo! Lui è stato risparmiato (si potevano accanire e invece no) e così ognuno dei suoi, che sia figlio e testimoni o che sia orfano.

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