Penultima domenica dopo l’Epifania

Dn 9,15-19; Sal 106; 1Tm 1,12-17; Mc 2,13-17

Levi era un uomo di cattiva reputazione. La chiesa non inizia con un buon esempio. La sua reputazione è legata fin dai primi momenti a brutti personaggi. L’unica parola bella la sentiamo da Gesù che dice: “seguimi”. Malgrado ciò, anche lungo il cammino, i discepoli continuano a non avere una buona fama: litigano sulla gestione dei soldi, rubano dalla cassa comune, dormono quando c’è da pregare, invocano maledizioni per i loro nemici… meritano da parte di Gesù molto spesso un lapidario “si voltò e li rimproverò!”.

Fin dal suo inizio la Chiesa è così e, a distanza di tanti anni, sembra non saper cambiare. Dobbiamo dirlo senza vergogna: l’unica parola bella della Chiesa, l’unica santità, gli vene dal Signore, non certo da sé stessa.
Quanto patetico sentir dire ancora da tanti: “quelli? ma non erano quelli religiosi? non erano quelli del movimento o della parrocchia che dicevano…? guarda adesso…! anche loro! vedi!”. C’è sempre chi si scandalizza. Lasciamoli scandalizzare, perché stanno cercando dove non devono cercare. Il sogno di una Chiesa perfetta è stata una grande eresia della Chiesa dei primi secoli (i catari).

Il vangelo offre una seconda riflessione. Di solito chi si scandalizza non lo fa per il comportamento di Levi o per la condotta poco ortodossa di tanti amici di Gesù (e doveva averne davvero di tutte le estrazioni sociali: dai fanatici sadducei, alle donne strappate dalla strada, ai grandi proprietari terrieri…). In effetti, non ci sarebbe nulla di male a scandalizzarsi per il male: ad esempio, il male di rubare alla povera gente, perché Levi certamente era uno che se ne approfittava. Se chi critica si preoccasse davvero di questo darebbe una mano alla causa dal Vangelo. Questo sforzo è una fatica enorme e –anche oggi– non dà grande soddisfazione. Dà soddisfazione, invece, accusare Gesù e la sua presenza tra i suoi: accusare i discepoli di possedere un verità, di avere una bellezza, di aver trovato una certezza. Questo è quello che dà, in sé, molto più fastidio. Da fastidio che l’operaio della prima ora sia trattato come l’ultimo appena arrivato. Questo dà fastidio.

Noi non siamo niente, gente anche di cattiva reputazione (ragazzi come altri), ma abbiamo incontrato Gesù Cristo. E’ questa pretesa che da fastidio a tanti nostri coetanei. Detto in altri termini: dà fastidio che non abbiamo imbarazzo del nostro peccato perché è più importante il nostro incontro con Cristo.
Fare il male, essere corrotti — e Levi sarebbe l’esempio di questi — non è mai stato (purtroppo) tanto scandaloso. Scandaloso è invece che Gesù Cristo sia vicino tanto a un politico mafioso e corrotto, a un dirigente di banca, quanto a una suora missionaria in Brasile. Questo noi non lo vorremmo.
Mi diceva un papà: “preghi lei padre”. Perché? Forse perché si pensa che i preti che non hanno famiglia sono più vicini a Dio di chi si sporca le mani?

Paolo, nella seconda lettura, direbbe che non bisogna avere paura di questa novità: che Dio non ha imbarazzo per il nostro peccato e che non c’è nulla di sporco nella vita che non meriti la sua presenza.
Solo attraversando il proprio deserto fatto di miserie, e così simile a quello di tutti gli altri uomini, si capisce l’inaspettata parola che chiama proprio me. Questa è la grande novità: Gesù non ha vergogna di me. Certamente molto meno di quanto io stesso non mi vergogni di me. Come dice un motto francescano: “è caduto così i basso perché ogni cadere sia un cadere in Lui.”

Chi ha avuto la fortuna di essere “chiamato” ed è uscito dalla propria solitudine (così diffusa) per vivere una vera compagnia cristiana, un vero pezzo di Chiesa (in parrocchia, in un movimento, dove volete…), sa cosa è la grazia di accorgersi che Gesù non ha imbarazzo di noi, che i tuoi amici non hanno imbarazzo di te, anche quando ci scopriamo così simili ai peccatori di questo Vangelo.

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