Riflessioni su una tragica morte

Credo sia necessario riuscire a dire qualcosa di fronte a questo fatto, anche se ci ributta addosso le parole e vorrebbe tenerci muti. Tutti. Per questo torno su alcune riflessioni di un amico.

"L’impressione è di vedere persone più attonite che addolorate. Magari anche con un desiderio di far sentire vicinanza, ma con un senso maggiore di impaccio. Tutti siamo impalliditi, non abbiamo pensato ad altro in questi giorni, siamo rimasti straniti, con lo sguardo nel nulla. Abbiamo lasciato la parola al nulla: ma proprio questa è la forza della morte.

In ogni caso un fatto così ci atterra ed è più forte di tutti i nostri pensieri: guai se uno pensasse di razionalizzare o circoscrivere in un discorso, sarebbe disumano. Eppure ascoltando quelli vicini ci sono delle parole, e c’è un dolore che non lascia spazio al nulla. E’ troppo grande il rischio di fermarsi all’emozione, di subire indifesi l’avvenimento, esposti alla sensazione… Sappiamo che una emozione lascia posto ad un altra e si ritorna quelli di prima senza poter riconoscere ad un fatto tutto il suo peso di avvenimento. L’emozione è la faccia esposta della nostra coscienza all’impronta lasciata dalle cose, risponde alla forza con la quale si presentano. Ma solo il sentimento è profondamente umano, al livello della libertà e dell’amore. Bisogna arrivare al sentimento del dolore. Il sentimento è libero e intenzionale, e quindi ha parole con cui si esprime, è il nostro modo attivo di sentire le cose. E’ l’orecchio fine che mettiamo in ascolto contro la voce grossa della emozione che ci raggiunge.

Il sentimento cristiano del dolore non parla di fatalità della morte. Dobbiamo rifiutarci di pensare in termini di fatalità, anche se ci sembra il pensiero più normale di fronte all’assurdo senza spiegazioni. Ci rifiutiamo di spiegarlo anche tramite il linguaggio della provvidenza che suggerisce l’idea che dobbiamo starcene zitti perché Dio fa quello che vuole. Dio non vuole qualsiasi cosa. Come si possono cancellare gli anni in una fatalità? Allora sono una fatalità anche quegli anni! Ma vi sembra casuale o fatale la vita condivisa e amata… Non cancelliamo il dolore, teniamocelo perché è il peso e la consistenza di una vita vissuta per sempre. La tradizione ebraica chiama il "peso" (lo spessore, la solidità, la fatica) delle cose "gloria". La Gloria dell’esistenza è quella che ora fa sentire il suo vuoto, è il senso riconosciuto ad ognuno di questi anni.

Abbiamo ricevuto una ferita che non va coperta. Non sappiamo dire chi ce l’ha inferta ma vogliamo affermare che è il segno di una vita che ha avuto un senso. Ne portiamo il peso affidandoci al perdono reciproco, al dono offerto delle nostre poche forze di fronte al male. Non sentirci d’impiccio è il primo passo: anche se non si sa cosa fare, la delicatezza ha una sua forma adeguata. La sensazione del nulla è solo il detrito di una visione della vita intesa come arraffare. Sappiamo invece che il senso del vivere è fondato sulla morte e resurrezione e conserva il valore della persona non nel semplice "ricordo" ma nella "memoria" – come noi, viviamo nella memoria del Signore."

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