II Domenica di Pasqua

At 4,8-24; Sal 117; Col 2,8-15; Gv 20,19-31

Ho l’impressione che nell’immediatezza della festa di Pasqua, tra le preoccupazioni per il pranzo e i parenti, noi rischiamo di non soffermarci abbastanza sulla nostra esperienza dell’incontro con il Risorto. Oltre l’allegria momentanea della festa nascondiamo un po’ di povertà e di imbarazzo sul significato di parole come “Risorto”, “Risurrezione”, “Pasqua”.
Scrivevo a un amico in quella notte: “temo che anche tra noi la parola “Risorto” stia diventata solo retorica”, e concludevo: “ma credo ancora nei miracoli”. Il miracolo non è solo una cosa straordinaria che accade, ma soprattutto la coscienza di quello che già abbiamo vissuto…
“Mille altre cose si potrebbero scrivere di Gesù in questo libro…”, ma sarebbe inutile – dice Giovanni. Mille altre esperienze si potrebbero fare con i ragazzi, ma sarebbero inutili senza la coscienza di quello che veramente ci accade.

Per questo è necessario “decifrare” questi racconti dell’incontro dei discepoli con il Risorto. Essi sono racconti letteralmente “da decifrare” perché quell’esperienza di incontro con il Signore non si è imposta come un fatto evidente neanche alla vista dei discepoli. Dunque, perché dovrebbe esserlo per noi?
Non è stata semplicemente un’apparizione. Gesù viene scambiato per un viandante, per un giardiniere, per un semplice uomo sulla riva… Spesso non viene creduto. La seconda finale del Vangelo di Giovanni si conclude dicendo: “alcuni che erano lì però dubitavano”.
Anche la pluralità dei nomi con i quali Gesù Risorto viene chiamato afferma la complessità di quella esperienza: si parla di Glorificato, Vivente, Esaltato ecc.

Questo perché è la vita stessa che chiede di essere decifrata e capita. Gli attimi che viviamo non sono in sé sufficienti, ma è necessario “collegarli” in una storia. E’ necessario saperli leggere. (Es. degli ex tossici di suora Elvira…)
Il primo modo per rendere retorica la parola “Risorto” è smettere di voler decifrare, di voler capire, di voler collegare quello che stiamo vivendo.
“La vita è adesso” è la prima menzogna che ci allontana dal corpo del Signore. Non è vero: la vita è la storia che io sono capace di leggere. La vita è solo il senso buono che qualcuno mi mostra. Nell’istante c’è solo un non-senso. Nell’istante Tommaso resta incredulo. Nell’attimo c’è il nulla o un’emozione fugace. Solo la memoria sa intuire un senso nel quale siamo in grado di ritrovare quello che abbiamo vissuto. Il tempo dell’uomo non è l’istante, ma la storia..
Per questo la parola “destino” è una parola veramente umana. Sono umane le domande: Che senso ha? Che destino ha? Che destino avrà questo mio figlio che vedo cresce? Le relazioni faticose con i miei genitori, l’incontro con questi amici un po’ diversi? Prendete sul serio i ragazzi che si fanno queste domande, perché noi adulti siamo diventati troppo cinici nel liquidarle come problemi da ragazzini…

La forza di queste domande, l’onestà di stare noi stessi di fronte alla serietà di queste domande, di prendere sul serio la vita nelle sue promesse, è come il gesto di mettere la propria mano nelle ferite del Signore Gesù. E’ il gesto del credente. E’ quello che tutti gli uomini chiedono –gli uomini non sono felici se hanno una macchina di lusso e una casa grande, ma se quella macchina e quella casa hanno un significato per loro…

Tommaso deve incontrare qualcosa che gli mostri il destino buono degli anni passati insieme a Gesù. Questo è il punto. Fino a quando quel destino buono non appare, solo l’istante attuale dello sconforto ha senso per lui, ma non è in grado di leggere una storia buona: i tre anni belli diventano tre anni di delusione.
Dunque, cosa era necessario? Cosa gli mancava? Era necessario fare un incontro che testimoniasse un destino buono di tutti quegli anni passati insieme e fatti di promesse. Era necessario rivederlo. Non bastavano i tre anni, non bastavano gli attimi nei quali hanno vissuto alla presenza del Signore. A nessuno bastano gli attimi che si vivono! Gli attimi devono diventare una certezza. Solo quando Tommaso incontra il destino buono di quella promessa dice: “mio Signore e mio Dio!”. Per lui solo questo incontro rende grande e matura la propria coscienza. E’ allora che sa chi aveva veramente seguito sulle sponde di quel lago.
Di nuovo, non sono importanti tutti i momenti vissuti (scrive Giovanni: “molte altri segni Gesù fece…”) ma quei momenti che sappiamo leggere dentro un senso, come un destino buono, come una storia e una certezza per noi.

“Pace a voi” è molto di più di un saluto cortese. Significa che al momento di fare i conti con sé stessi — non nell’aldilà, ma nella serietà di queste nostre domande — dove ti aspetteresti una resa dei conti, dove tu stesso ti diresti “in questo non sei stato all’altezza…”, invece accade che qualcuno ti protegge, fino alla fine. Grazie al cielo non sei tu la misura del tuo destino! Puoi capire cosa significa “pace a voi” perché sai che non sei tu la misura del tuo destino. Guai se fossi tu la misura del tuo destino! S. Paolo dice: altrimenti “eravate morti a causa delle colpe”.

Si passa una vita con gli amici, in oratorio, in parrocchia, in famiglia, davanti a propria moglie, senza che sappiamo leggerne una storia buona, senza una coscienza di quello che abbiamo vissuto realmente. Allora, siamo sempre un po’ arrabbiati con noi stessi per quello che nella vita non siamo stati in grado di fare, per quella metà che ancora non vediamo. A meno di non accorgerci davvero di avere già tante volte incontrato il Signore Risorto.

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