Andare, venire e cambiare… ma cosa mi affascina in questo cristianesimo?

Noi seminaristi andiamo e veniamo – questo si sa. A volte si potrebbe pensare che si vuole così e che si cambia continuamente per non affezionarsi troppo. Ma chi ha letto almeno una volta il Vangelo sa che non c’è nulla di cristiano (né di umano) in una risposta simile. Non si cambia come se affezionarsi alla gente significasse affezionarsi un po’ meno al Signore: tutto il contrario. Chi crede nel Vangelo sa che non c’è altro modo per vedere il volto del Signore se non quello di legarsi a delle persone. Dico: non sono stato nel vostro oratorio un anno perché è bello stare insieme né perché così è più facile credere. Stiamo stati insieme perché solo così si può credere. Ed è tutt’altra cosa. Solo parlando di voi posso parlare dell’incontro con il Signore e, al di là del fatto che siamo peccatori – che spesso non sappiamo risplendere – questa è una mia piccola certezza: che il Signore mi chiederà conto di null’altro se non di questo, cioè della cura cristiana che abbiamo avuto l’uno dell’altro.
E la tradizione della Chiesa (il libro dell’Apocalisse) dice che un domani sarà così: vivremo tutti in una città dove le case saranno già costruite, non ci sarà più da fare i muratori, i giardinieri, gli studenti ecc… tutto sarà già pronto e le case non avranno porte perché l’unica cosa che ci rimarrà da costruire saranno le “opere dell’amore e dell’amicizia” – quelle dove qui ora siamo solo degli apprendisti.
Questo è proprio un carattere unico dei cristiani che mi ha sempre affascinato e dal quale voglio continuare ad imparare. Dico che tutte le volte che qualcuno “va e viene”, è costretto a dei legami provvisori (lascia l’oratorio, cambia compagni di scuola, di università – ognuno ha la sua esperienza), c’è tuttavia una parola contro la rassegnazione nei confronti dell’interruzione o della mortificazione del senso del vivere: dei legami, degli affetti, delle cose che mettiamo al mondo mettendoci tutti quanti i nostri sentimenti – cioè quando una amicizia “si accende” e poi viene spenta; a dieci, venti, trenta, novant’anni – perché c’è una età in cui questa mortificazione diventa giusta?
Ecco, una parola che resiste a questa rassegnazione. Resiste con i mezzi che ha —parlo di “cocciutaggine”— e tuttavia resiste anche quando non è in grado di pensarla o forse non è in grado di comunicarla in modo adeguato.
Ma questa è la parte che non riuscirei a sostituire con niente: resistenza nei confronti di un elogio un po’ offensivo della finitezza. Elogio che alla fine dei suoi grandi paroloni ci incoraggia ad accomodarci (a non pensarci troppo) con questa esperienza “dura” che facciamo tutti: qualche cosa che si è acceso e poi viene smentito; qualche cosa che ha dato vita, ha preso speranza e poi viene mortificato e rimane incompiuto. Non accomodarci a una vita che certamente non è all’altezza di ciò che si è acceso. Mai.
Ma, dopo aver ribadito questo, non di meno c’è un lato buono che potete apprezzare voi che vedete “passare” i seminaristi – e sarà bene non farselo sfuggire. E’ un vantaggio oggi pochissimo apprezzato e che rischia di essere dimenticato del tutto: è la qualità di chi fa un lavoro per il gusto di farlo, per la soddisfazione che gli verrà per l’aver fatto contento altri e non per il guadagno che porta a casa per sé. E’ la soddisfazione dell’artigiano che vuole fare bene la gamba del tavolo per fare felice quello che gliel’ha chiesta e non per il soldo che ha preso o per diventare suo amico.
Voi vedete dei ragazzi (seminaristi) che “passano” e fanno un lavoro non per il soldo o per l’amicizia che si ha in cambio o per… Forse molti di voi li ho visti una volta e chissà quando li rivedrò – e nel vangelo sappiamo quante volte succede – però la soddisfazione di dire: quello che avevo l’ho messo lì per te e – forse – per qualcuno ho speso il mio tempo.
Ecco, domandarsi “per chi sono io?” e non “chi sono io?”, questa è una domanda che dà soddisfazione alla vita anche se non ci si guadagna, anche se si va via. Questo mi insegna il cristianesimo ed è sempre una bella testimonianza e un bell’invito. Per i ragazzi e anche per me.

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