VI Domenica di Pasqua

At 21,40b-22,22; Sal 66; Eb 7,17-26; Gv 16,12-2

Un’osservazione sulle letture di oggi.

Mi sembra che tutte tre le letture possano farci considerare la differenza tra ciò che è “psicologico” e ciò che è “spirituale”. Intendo la differenza che esiste tra fare determinate cose perché mossi dalla nostra “natura”, “spontaneamente”, dal nostro DNA, dalla nostra personale psicologia o carattere. E invece da ciò che ci muove perché “spirituale”, cioè che non viene solo da noi, ma viene dallo Spirito di Gesù e a Lui ci riporta.

Una prima osservazione mi porta a dire che oggi “ciò che è spontaneo”, “ciò che naturale” sembra essere sinonimo di vero. Se me lo sento… è giusto. E invece il grande dramma, perché la vita inizia a essere una cosa seria proprio quando si percepisce questo grande dramma, è che io sento spontaneo anche cose sbagliate, io sono mosso e affascinato anche dal male… Questo noi dobbiamo dire.
Approfondiamo dunque questa distinzione tra ciò che chiamo “psicologico” e ciò che chiamo “spirituale”.

– La prima Lettura narra la conversione di Paolo. Essa racconta un “fatto” che è capitato nella vita di Paolo che non corrispondeva a nulla di ciò che faceva prima, di ciò che gli avevano insegnato: Paolo era un ebreo osservante che perseguitava i Cristiani. E questo “fatto” che gli capita, questo incontro, è stato in grado di cambiare il suo modo di vivere. Questo è un punto di partenza inequivocabile. Allora Possiamo dire: non era un meccanismo psicologico, prevedibile, tradizionale. Ci sono cose che –per fortuna– ci cambiano e ci capitano. Noi non siamo necessariamente la fotocopia dei nostri genitori, il prodotto del nostro carattere o del nostro DNA

– La seconda Lettura descrive un altro fatto imprevisto: un sacerdote che che non offre una vittima ma che offre sé stesso (nessun sacerdote poteva pensare così prima). Un sacerdote che ha questa pretesa inaudita: dopo di me non c’è più bisogno di un altro sacrificio, di un altro mediatore tra gli uomini e Dio. Questa è la pretesa: chi vede Gesù, vede il Padre. Non c’è bisogno di altro mediatore, non c’è più un prete che è più puro di un laico (come quando si pensa: Padre, dica le preghiere lei per me perché le sue Dio le ascolta di più…). Ciò che conta è la sequela personale di ciascuno a Gesù Cristo…

– Il Vangelo parla di uno Spirito che porta alla Verità. Non una verità diversa da Gesù Cristo, ma la stessa Verità che si fa conoscere. Racconta di un “poco tempo” dove Gesù Cristo non si potrà vedere e poi si vedrà di nuovo (il secondo verbo vedere è diverso, a indicare un’altra modo di vedere il Signore). Anche questo non coincide con il modo di pensare dei discepoli.

E’ come se queste letture dicessero: c’è un modo di pensare “secondo i discepoli”, c’è un modo di vivere le relazioni in modo “psicologico”, “naturale”… C’è un modo di pensare secondo Dio, oppure, “spirituale”, “pneumatico”.
La pretesa che sembra dire Gesù è: solo in questa seconda logica tu capirai quell’affidamento di uomini che arrivano fino al dono totale di sé, allo svuotamento. Solo in questa logica capisci il “chicco di grano che non produce frutto se non muore…”. Capisci il sacrificio non come un eroismo, ma come l’affidamento vero di uomo che non ha paura di Dio o della morte.

Su questa distinzione vorrei discutere un possibile fraintendimento e un’applicazione.

Il fraintendimento.
Che la via spirituale, quella secondo la logica del Vangelo, sia contro la natura dell’uomo, ovvero, sia puramente irrazionale, improvvisa, imprevedibile nel senso di irragionevole. Una cattiva visione della gratuità di questa logica direbbe: alcuni la capiscono e altri no, ma è solo una “grazia” irrazionale.
Invece la scoperta è un’altra: la logica del Vangelo è veramente umana, nel senso che corrisponde davvero al nostro desiderio.
– Paolo forse desiderava passare la vita ad uccidere e perseguitare? Questa era la sua realizzazione? Oppure il suo desiderio era fatto perché arrivasse ad una verità?
– L’uomo continua a fare i suoi gesti scaramantici perché ne è schiavo (è schiavo della sua candela da accendere…), è fatto per questa schiavitù o è fatto per perdere questo timore, per incontrare una religione diversa dalla scaramanzia?
– Il cuore dell’uomo, chiede il Vangelo nell’ultimo versetto, è fatto per una gioia provvisoria e momentanea (dell’oggi) o per un bene più grande per cui anche il dolore (del parto) appaia cosa da niente in confronto?
Dunque non è vero che la logica del Vangelo, pur non essendo “naturale”, “psicologica”, sia irrazionale o irragionevole all’uomo.

L’applicazione.
Pensate cosa significa questa logica nelle relazioni. Si possono vivere tante relazioni o tanti amori solo con una logica “psicologica”. Sono quelle dove prevale il: “stiamo bene”, “ci divertiamo tanto”, “mi sento bene”… E’ una logica normale, che dipende dal carattere, dalle circostanze o dall’umore. Eppure non è la logica del Vangelo. In questa logica ciò che conta non è un bene più grande di me, ma il mio bene. Così tanto spesso si tende a trasformare l’altro in una proiezione di sé. Quante volte le famiglie o le comunità si sono disfatte perché cercavano nell’altro il proprio ideale? Si dice dentro di sé: quello “no”, perché non corrisponde all’idea che ho in mente io di comunità…
Gli psicologi oggi lo dicono chiaramente: in questa logica si misurano “costi” e “benefici” di una separazione, di una unione, di una comportamento piuttosto che di un’altro. Ma “costi” o “benefici” di cosa? Del proprio benessere psicologico, naturalmente.

Invece, tanto più una relazione smette di essere psicologica e inizia a diventare spirituale, quanto più ci si accorge di smettere di “possedere” l’altro, di pretendere un “contatto immediato”, ma sempre di “riceverlo” ogni giorno di nuovo e inaspettatamente.
Ci si accorge che non si sarebbe mai pensato di avere amici così, una moglie così…
Ci si accorge che fosse stato per noi (o senza l’abitudine a ricevere l’altro da Dio, da una comune origine) non avremmo mai saputo credere in tanti che invece ci hanno davvero stupito!

E questo vale anche verso noi stessi. Scrive Hillesum nel suo diario:

… Studierò e cercherò di capire,
ma credo che dovrò pur lasciarmi confondere
da quel che mi capita
e che apparentemente mi svia:
mi lascerò sempre confondere,
per arrivare forse a una sempre maggiore sicurezza…

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