Domenica di Pentecoste

At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20

La mia riflessione riguarda l’unità nonostante le differenze. Ne parla la prima lettura quando racconta l’esperienza di un’unica lingua nonostante i tanti paesi di origine, ne parla Paolo quando invita a considerare l’unica origine e l’unica utilità (l’unica destinazione) dei diversi doni spirituali o carismi di ognuno.

Parlando con i ragazzi che oggi fanno la professione di fede, abbiamo notato che questa “unità nonostante le differenze” è un carattere distintivo dell’esperienza della Chiesa. Quando siamo andati a Roma in piazza San Pietro abbiamo visto da quante nazioni diverse si arriva per professare la stessa fede… ma anche tra di noi: abbiamo dovuto imparare la grande sfida di avere amici diversi da noi, amici che non hanno i nostri stessi interessi, che non fanno la nostra stessa scuola, amici con i quali in prima battuta condivideremmo così poco…

Vorrei ricordare che nella storia si è sempre cercato di ridurre questa “dimensione cattolica della fede” trasformando la fede a un “fatto privato”, ovvero riducendo una comunità al gruppetto ristretto di quegli amici che nutrono ormai i soliti pochi interessi e che sembrano avere così tanto feeling, solo per il fatto che hanno ridotto l’altro a un “appoggio” o a una “stampella” di sé stessi.
Quante volte sembra essere il “caso” (e non la volontà) che trascina avanti queste finte amicizie che sarebbe meglio chiamare “semplici conoscenze”. Lo si vede da come si organizzano le vacanze, i sabati sera, mai decisi o ricercati, ma sempre “trascinati”…

Così anche per quanto riguarda la storia della Chiesa: si è sempre cercato di trasformare la Chiesa Cattolica in una “chiesa nazionale”. Basti pensare allo scisma anglicano in Inghilterra, oppure, nel ‘900 alla formazione dalla grande Chiesa Tedesca nazista. Eppure, questa riduzione è sempre stato un impoverimento…

“Unità nonostante le differenze” è stata la grande sfida mia e dei vostri educatori quando due anni fa abbiamo iniziato a fare catechismo insieme. Le differenze tra voi erano visibili a tutti, ma l’unità da dove poteva venire? Quale forza dovevamo avere per superare lo scoraggiamento imposto dalle difficoltà nel tenervi insieme e credere a una unità e a un gruppo?

Questo è anche il grande tema delle vere amicizie, è il tema del discorso sull’amore vero di questo Vangelo.
Cosa fa l’unità tra due amici? Cosa spinge i vostri educatori ad affezionarvi a voi? Cosa significa stare bene assieme? Significa solo un “sentirsi” bene, significa solo “che ci si capisce” o che si hanno gli stessi interessi?
Qualcuno potrebbe rispondere: la simpatia. Ma la simpatia è un sentimento che si trasforma facilmente in odio e in antipatia quando un amico dimostra la sua libertà e fa cose diverse… La simpatia non basta a fare unità.
Qualcuno potrebbe rispondere: la storia. I viaggi fatti insieme, il tempo passato a giocare, a cenare e a riflettere, tutto questo fa “unità” nonostante le differenze. Eppure sappiamo tutti che questo non basta. Si possono avere compagni di classe con i quali abbiamo trascorso un sacco di ore assieme eppure ci sentiamo estranei.

Io allora risponderei così: ciò che ha fatto davvero unità è stata una promessa nella quale noi grandi abbiamo saputo credere. E a questa promessa, a questi sguardi carichi di una promessa, qualcuno dei ragazzi ha iniziato ad affascinarsi, a sentirne come una speranza per sé (di essere anche lui così), si è legato e oggi può dire di avere non solo un educatore ma anche amico.
Qual’era questa promessa che rendeva lo sguardo e il sorriso degli educatori così diverso? La promessa era che anche il ragazzo più vivace e più distratto (non importano i difetti) potesse percepire e sperimentare quello che per me è importante davvero, ovvero il mio desiderio di felicità. La promessa è che anche lui, nel fondo, nonostante tutto, sia fatto come me.
Se percepisco che anche lui è fatto come me, ovvero nel suo cuore ci sono le mie stesse domande, allora cerco quello che mi unisce e non quello che mi divide, allora alzo il telefono e chiamo queste persone, allora non ho paura di parlargli…
Ma devo fidarmi di questa intuizione: che anche lui sia fatto come me e che anche lui –in fondo– abbia il mio stesso desiderio.

Uno sta di fronte agli amici nel dramma di tutta la loro diversità, ma ci sta nella promessa e nella speranza di avere nel fondo lo stesso desiderio che lo unisce.
Io dico che lo Spirito di Gesù è la capacità che abbiamo di fidarci di questa promessa e quindi di non abbandonare gli altri al loro destino (“tanto ormai…”). Lo Spirito significa fidarci di una comune destinazione buona nella vita, fidarci di quel moto del cuore che “ama la vita”, che “ama i propri fratelli” anche quando ci si deve arrabbiare, li si deve rincorrere… lo Spirito è “saper ricordare”, “saper cercare”, “saper sopportare” nonostante il limite e la povertà della vita, nonostante le diversità.

Il Vangelo ricorda un’ultima cosa: “il mondo” cercherà sempre di farci dimenticare questo fondamento comune. Lo farà in un modo molto semplice: facendoci dimenticare di Gesù Cristo, ovvero facendoci dimenticare che una risposta esiste, che un fondamento buono esiste. “Il mondo” sono tutti coloro che pensano e insegnano di poter fare a meno del Vangelo, salvo accorgersi di non avere più nulla in mano se non la loro stessa fragilità.
A questi ragazzi e ai loro educatori la sfida di non credere al mondo e non credergli perché invece in questi anni si è conosciuto già qualcosa del Vangelo, perché abbiamo sperimentato che esso è l’unico fondamento alla nostra speranza di poterci capire davvero, di non rimanere da soli, come delle isole, gli uni sempre lontani dagli altri.

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