Festa dell’Immacolata Concezione di Maria

Gen 3,9a-b.11c.12-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26b-28

La festa mariana di oggi non riguarda nessuna questione sulla purezza o sulla sessualità di Maria. Ci sono dei termini come “immacolato”, “vergine”, “puro”, che ogni tanto confondiamo e che non sappiamo bene cosa significhino se non l’immagine di una donna che non è più una donna ma sembra una statuina di cera. Invece, Maria deve essere stata meno angelica e più reale, segnata da tanti pianti e da tante incomprensioni, più di come noi ce la immaginiamo. Inoltre, davvero la questione di oggi non riguarda una purezza sessuale di Maria, come dico ai miei ragazzi di scuola: le questioni su Maria non sono mai questioni ginecologiche.

Quello che c’è in gioco oggi è molto di più della ginecologia, ma si tratta della libertà umana. Su questo dobbiamo riflettere: senza la libertà di questa donna non ci sarebbe mai stata alcuna possibilità per noi di riappacificarci con Dio. Come senza la libertà di mia madre e mio padre non ci sarebbe stata alcuna possibilità per me di vivere. Questa è una grande questione che sempre ci scandalizza, ma alla quale il Vangelo continua a richiamarci: non esiste alcun “fato” o predestinazione della nostra vita perché non esiste alcuna verità della nostra vita (una amicizia, un lavoro, una università) che non chieda il nostro credito e la nostra libertà. Questo accade con tutto il rischio di poterci sbagliare o di arrivare dopo anni di matrimonio o di università ed accorgerci di esserci davvero sbagliati e che quella relazione non ha mai corrisposto ad alcuna verità. Tuttavia, non c’è alcun disegno nascosto di Dio su di noi, non c’è alcuna predestinazione, alcun “destino” per cui doveva per forza accadere così… Le cose vere della nostra vita (non parlo delle sciagure, ma di ciò che riconosciamo come buono per noi) non ci accadono, ma siamo noi a farle accadere. Da qui il grande dramma di poter arrivare a trent’anni senza aver trovato alcuna strada, senza sapere chi si è, senza una identità di uomini. Lo sanno i mariti che ogni mattina devono ricominciare a credere in quella relazione con la loro moglie, basandosi sugli anni passati e sulle scelte già fatte, eppure ogni volta dovendo rinnovare quel credito che non è mai automatico. Essi o rinnovano questa loro fiducia e così ci si ama, oppure la relazione è già appassita e morta anche se i due continuano a vivere sotto lo stesso tetto…
Così, ogni studente che fatica nella sua università, ogni amico che sappia davvero cosa sia l’amicizia: entrambi o vivono dell’investimento della loro libertà in una scelta alla quale danno credito oppure non accade nulla che li porti su una strada che diventi “la loro” e che gli faccia scoprire chi sono veramente.
Per questo, non è vero quello che mi disse un ragazzo: “le cose sono fine, perché tanto è così…” è vero invece che “le cose le facciamo finire noi” perché non le scegliamo mai, non viviamo del rinnovo del nostro credito e della nostra fiducia, non le portiamo mai avanti impegnando la nostra libertà. Solo da questo credito libero possiamo scoprire se quello che abbiamo scelto in qualche modo ci precedeva e corrisponde a noi stessi.

C’è una seconda questione. La nostra libertà è sempre ambigua e fatica a scegliere perché sospetta sempre che ci sia “altro di meglio per noi”. Il peccato originale è esattamente il sospetto che nasce in noi che la verità della nostra vita ci sia stata nascosta, celata, occultata magari da Dio che se la tiene per sé o che non ce la mostri. La mia felicità non è già qui e ora sotto la responsabilità della mia libertà, ma se la tiene Dio non si sa perché. Infatti, non è questo che dice il serpente insinuando il sospetto che Dio abbia privato Adamo ed Eva di qualcosa che si tiene per sé?
Dostoevskij era affascinato da Gesù come un uomo che sapesse dire di Dio come un Padre senza questo sospetto e senza lo stesso sospetto che avvelena anche i nostri rapporti umani: che l’altro mi nasconda qualcosa o che mi voglia del male. Lo scrittore ha provato a descrivere un uomo così, privo di questo sospetto sulla vita, e l’ha chiamato idiota. L’idiota, il protagonista di questo romanzo, è ciò che gli sembra essere l’uomo che vive come Cristo, proprio perché privo di un sospetto originario sulla vita.

Noi riconosciamo in Maria una libertà senza questo sospetto e riconosciamo anche che questa fiducia in Dio non l’ha imparata da nessun altro se non da Cristo stesso e, dunque, le è stata donata da Lui. Esattamente come viene donata a noi ogni volta che guardiamo al Crocifisso. Perché chi di noi sarebbe capace di accettare che la nostra libertà sia così determinante da riguardare tutti gli uomini e il loro rapporto con Dio?

Lo dico con un secondo esempio. Mi chiedeva un amico che studia medicina: che senso ha il mio lavoro di curare gli uomini se tanto poi so che non posso risolvere il loro vero problema, ovvero, che non posso salvarli dalla morte? E’ la stessa domanda che si potrebbe rivolgere a Cristo che ha curato tanti malati: perché gli hai curati se poi comunque sono morti tutti? Questa non è una domanda sciocca, ma una domanda decisiva e io sono contento di fare il prete anche solo per il piacere di condividere questa stessa domanda con un ragazzo di medicina. Ciò che ha risposto questo studente di medicina è ancora più significativo e può essere solo intuito: ho capito – mi ha detto – che il mio curare è in fondo come il dare una carezza. La carezza non è nulla in rapporto al tuo problema vero, ma è tutto se ti toglie il sospetto di essere un maledetto o un condannato. E’ come – ha aggiunto – la camomilla che mi faceva mia nonna, non mi passava del tutto il mio male, ma quella camomilla significava ben altro rispetto alla mia guarigione.

Riappacificarsi con Dio è la lotta contro il nostro peccato originale, ma comporta il riappacificarci con la nostra vita (che non sarebbe stata meglio altrove) ricominciando a sceglierla ogni mattina, come insegna la preghiera dell’Angelus che ci fa dire: “sia fatto di me secondo la tua Parola”.
Lo scrive anche Bernanos, alla fine di un romanzo Diario di un curato di campagna: “Quella specie di diffidenza che avevo di me, della mia persona, si è dissipata; credo, per sempre. Questa lotta è giunta al suo termine. Non la capisco più. Sono riconciliato con me stesso, con questa povera spoglia. Odiarsi è più facile di quanto si creda. La grazia consiste nel dimenticarsi. Ma se in noi fosse morto ogni orgoglio, la grazia delle grazie sarebbe di amare umilmente se stessi, allo stesso modo di qualunque altro membro sofferente di Gesù Cristo”.

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