Anno B – II domenica dopo la dedicazione

Is 56,3-7 Ef 2,11-22 Lc 14,1.15-24

Avete ascoltato tre pagine che sono molto impegnative. Oggi la liturgia ha quasi un eccesso di virtuosismo perché ci presenta tre testi che richiederebbero tutti e tre molto più tempo di questi pochi minuti di predica.
Basti pensare – lo dico solo per mettere un po’ di curiosità – che quando in Israele nel 1953, a soli 5 anni dalla nascita dello Stato, il novello parlamento israeliano decise di costruire un luogo che servisse da memoria all’olocausto, un luogo per l’identità e la storia del popolo che usciva dalla persecuzione nazista, scelse a titolo di questo luogo proprio un versetto della pagina di Isaia che abbiamo ascoltato: io concederò agli stranieri e agli eunuchi un “monumento e un nome” più che figli e figlie. “Un monumento e un nome”, in originale, “Yad Vaschem” è il nome del museo sull’olocausto che ancora oggi potete visitare.
Quando andrete al cimitero per trovare i vostri defunti ricordatevi di questa pagina e di queste parole “nome e monumento”. Qui Dio promette questo: una memoria. Nome e monumento sono le due cose indispensabili perché ci sia memoria. E senza memoria noi non sappiamo chi siamo, non si è popolo, non si è cristiani. Senza la profondità del tempo, di cose che restano come le pietre e i nomi incisi sopra, si vive schiacciati in un presente che rimarrà perennemente inconsistente. “Nome e monumento” sono la promessa di Dio per i suoi. Questo è certamente un primo tema interessantissimo. E sarebbe bello parlarne.
Un secondo tema, che cerco di sviluppare, intercetta invece la parabola del banchetto di Gesù.
Qui avviene qualche cosa che da duemila anni a questa parte continua ad accadere. Ovvero, c’è un banchetto nel quale Gesù è invitato e che è ben più di una cena tra amici. Gesù è invitato a questa cena, che assomiglia a una di quelle cene dove si va perché si deve andare, si deve far vedere la propria appartenenza. Quei pranzi di lavoro dove a seconda delle persone con cui parli, o della tua diplomazia, si capisce a quale gruppo appartieni. Ci sono sempre state queste cene. C’erano anche al tempo di Gesù.
E qui Gesù dopo una serie di battute, da subito in polemica con gli scribi e farisei che lo avevano invitato, racconta questa parabola appunto su una cena dove gli invitati che sono invitati non arrivano, accampano scuse, e così ne arrivano altri, piuttosto forzati ad entrare, ma non i primi ai quali era rivolto l’invito.
Qui il grande tema è quello della elezione di Israele e della nascita del cristianesimo. Enorme partita storica. E’ stata una delle cose più difficili da assimilare e storicamente da compiere per il cristianesimo: quello di non essere lo sviluppo dell’ebraismo ma iniziare a vedere gente (nelle sue cene) che era diversa dagli ebrei ai quali anche il Signore ha rivolto il primo invito. Partita storica enorme che ha letteralmente dovuto far cambiare mentalità anche agli apostoli, che non se lo aspettavano. Partita storica oggi conclusa. Conclusa teologicamente (perché fu una cosa difficile da capire anche per i discepoli) con il primo concilio di Gerusalemme degli Atti, e poi storicamente conclusa nel 135 con la fine della terza guerra giudaica, con la disfatta degli ebrei capeggiati da questo messia Bar Kokhba, ad opera dei romani e il divieto per gli ebrei di rimanere a Gerusalemme. Lì il cristianesimo storicamente chiude il suo legame con l’ebraismo – nel senso di quasi a voler esserne una continuazione (in realtà è uno scisma).
Questa partita è esaurita come questione storica e diventa invece una partita essenzialmente interna al cristianesimo. E se questo distacco lo comprendiamo come partita interna al cristianesimo allora ci ammonisce su una delle cose più delicate e più belle del cristianesimo. Allora questa parabola non è soltanto una presa di distanza dalla religione ebraica, per cui gli invitati qui sono altri rispetto a quelli che sarebbero dovuti venire. Come partita interna ci ammonisce invece su una cosa delicatissima e bella che c’era e c’è sempre nel cristianesimo.
E questa cosa delicata e bella è che il cristianesimo è una religione, ha anche lui tutte le sue preghiere e riti, le sue cene con i suoi inviti dove ci si conosce. Però il modo con cui il cristiano vive le cose della religione, la comunità dei religiosi che istituisce, è completamente diverso. Il cristianesimo ha le sue preghiere, le sue comunità, ma queste cose normali della religione vanno dirottate ancora in un’altra direzione. Il modo con cui vive i suoi pranzi e cene, i suoi luoghi di aggregazione, sono completamente diversi.
E’ come se Gesù dicesse: io vi dico che se uno è ossessionato dalla religione e poi mi lascia uno per terra mezzo morto… anche voi dite che religione è quella lì? E se uno va anche a tutte le messe ma poi quando qualcuno ha bisogno ha sempre una scusa… anche voi dite: ma che cristiano è quello lì? Oppure se fa una cena e la fa solo sempre per i suoi… il vostro senso cristiano vi dice che cristiano è quello lì? Non diciamo solo che fa peccato: diciamo che non è più comunità, che non è religione. La comunità diventa setta, oppure la preghiera diventa superstizione.
Ecco, il cristianesimo fa questo lavoro delicatissimo (semplice e delicato al tempo stesso): dice le sue preghiere ma se le coltiva ogni giorno perché non diventino superstizione (che è tutta un’altra cosa). Tira su i suoi ragazzi, ma fa di tutto perché gli amici del don non risucchino tutte le energie della parrocchia (che c’è roba solo per loro) perché non sarebbe una comunità, ma sarebbe una mafia. Si fa di tutto perché si mangi tra di noi, ma perché questo sia anche per altri: per i poveri, i ciechi, gli zoppi.
Perché quando nella religione le cene sono soltanto per quelli del partito e il tempo soltanto per le nostre occupazioni – e per tutto il resto si arrecano scuse – finisce anche l’invito nuovo del Signore e la nostra religione ritorna ad essere quella vecchia, quella dove gli invitati erano gli eletti e avevano sempre tutto, mentre per gli altri rimanevano soltanto poche briciole.
E se invece ci coltiviamo questo lavoro quotidiano di “pulizia” della nostra spontanea religiosità che è portata sempre ad accumulare per i suoi e a dire a tutti gli altri: cerca altrove. Ecco, allora anche la religione risplenderebbe più umana, più apprezzabile, meno ossessionata, più vera anche agli occhi di quelli che neanche sapevano di esserne invitati.

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