Battesimo del Signore

Vasca battesimale di Sbeitla (Tunisia)
Vasca battesimale di Sbeitla (Tunisia)

Is 55,4-7; Sal 28; Ef 2,13-22; Mt 3,13-17
La prima cosa che vorrei mettere in evidenza non è molto nota ai cristiani e necessita un poco di attenzione al testo del Vangelo. Il Vangelo non dice, come spesso ci immaginiamo, che tutti hanno visto i cieli aperti e la colomba discendere su Gesù. Il testo dice invece che quel segno è stato un segno intuito da Gesù e “per lui” (“si aprirono per lui i cieli ed egli vide”). Allo stesso modo, lo sottolineano sopratutto le versioni di Matteo e Luca, la voce “dal cielo” è una voce che sente Gesù e non necessariamente viene ascoltata da tutti. Perché è importante sottolineare questo aspetto? Per due motivi. Il primo è di non circondare la vicenda di Gesù di eventi miracolistici e paranormali: questo svilirebbe il senso del testo evangelico e lo ridurrebbe a una esperienza lontana dalla nostra viva. Il secondo, più importante, è che l’esperienza che qui si descrive è un fatto personale e ha a che fare con la singolare intuizione della personale vocazione di ciascuno di noi, con quello che siamo.
Per Gesù Cristo, come per ognuno di noi, ci sono dei segni da leggere nella vita e delle voci interiori da saper ascoltare (questo non è paranormale). Sono sempre segni e voci tutt’altro che evidenti eppure ben distinguibili dalle altre proprio in quanto le percepiamo più giuste e vere delle altre (e la parola “giustizia” è proprio la stessa che usa Gesù per motivare il suo battesimo). Cosa significa “più giuste”? Significa diverse dalle altre e in grado di fare verità su di noi e sulla nostra storia. Gesù percepisce questa voce come accade a ognuno che sappia ascoltare la voce interiore dello Spirito percependo in quel particolare pensiero una verità su di sé che prima non era in grado di cogliere.

Faccio un esempio estraendolo dalla canzone di un famoso cantautore italiano, né credente né cristiano, tuttavia profondo anche nelle sue canzoni apparentemente più banali: Fabrizio De André. La canzone famosissima è “Il Pescatore”. In essa si racconta la vicenda di un assassino che scappa dai gendarmi e incontra un pescatore che gli offre da mangiare. E’ in realtà una metafora dell’incontro con Cristo e lo si capisce dalla frase: “versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete e ho fame”. Ma De André descrive qualcosa di più: dopo quell’incontro, il fuggiasco, che prima aveva solo la paura addosso (“due occhi grandi da bambino, due occhi enormi di paura”) ora prova rimorso per quello che ha fatto e dolore per il suo tempo speso malamente: “dietro le spalle il pescatore e la memoria è già dolore, è già il rimpianto di un aprile passato all’ombra di un cortile”.
Ecco cosa significa che ci sono incontri (quello con il Padre Eterno in particolare) che ci permettono di fare verità di noi. Cosa sono se non “voci dello Spirito” che ci fanno intuire una verità?

La seconda considerazione prende in oggetto il contenuto di quello che Gesù percepisce su di sé: l’essere Figlio amatissimo. Io penso che questa voce sia la novità cristiana e che essa abbia a che fare con una percezione di sé che permetta la fine della vergogna. Non è più il battesimo dove soltanto si riconosce una colpa, ma dove si finisce di vergognarsi di sé.
E’ questo un tema poco trattato, ma decisivo nella cultura moderna (che ha fatto della vergogna una vera arma…) ed era decisivo almeno fino a quando il battesimo era dato agli adulti. Avrete certamente visto quelle grandi vasche battesimali dove i catecumeni si immergevano davanti alla comunità, la notte di Pasqua. Essi facevano questo rito nudi, figurativamente morendo e risorgendo. Doveva essere una grande emozione e lo si poteva fare solo se si sapeva di non vergognarsi davanti agli altri.

Ma cosa è questa vergogna? Non è soltanto il senso di colpa per qualcosa di sbagliato, ma è un muro che nasce tra me e me e che divide la mia vita in tante parti, in tante vite parallele che non devono comunicare tra loro. E’ una divisione dell’io. E’ il muro di cui parla la seconda lettura. Farlo crollare, smettere di vergognarsi, è la prima grande opera per poter ricomunicare una vita unificata e (forse) più felice o meno schizofrenica.
E’ impressionante come in tante storie di ex tossico dipendenti il primo passo per entrare in una comunità sia proprio quello di rileggere tutto il passato senza vergogna: se non si fa questo passo, abbattendo il muro, difficilmente si può ricominciare.
Ma far crollare il muro della vergogna è proprio l’esperienza di riconoscersi comunque figli amatissimi. Non è questa l’esperienza profonda di ogni vero dialogo con il Signore o di ogni confessione fatta con il cuore? E non è questo il motivo di tanta fatica ma anche della gioia di poterci ripensare unificati almeno agli occhi di Dio?

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