II domenica di Quaresima

Es 20,2-24; Sal 18; Ef 1,15-23; Gv 4,5-42

Questa settimana sono andato a visitare con una classe di scuola il campo di concentramento di Dachau. Come potete immaginare tutti, l’emozione è forte. La scritta: “il lavoro rende liberi” (che diventerà poi il simbolo di tutti i campi), il grande piazzale dell’appello, le sale degli orrori, le baracche, i forni crematori, le camere a gas…
Ritornando a casa, in pullman, ai ragazzi provavo a spiegare cosa ci era capitato: per una volta, tutti abbiamo percepito che le cose non sono solo cose. Ovvero, noi eravamo di fronte a una stanza vuota o a un enorme spiazzo o a un vecchio forno e qualcuno avrebbe potuto dire: “è solo una stanza, è solo un grande spiazzo, è solo un forno”…. Invece no! Capivamo tutti che quello che avevamo di fronte era molto di più, significava tutto quello che in quello spazio era accaduto, significava un grande male, una grande ingiustizia… Tutti lo abbiamo percepito. Allora, cercavo di spiegare che noi funzioniamo così: sappiamo che tutte le cose “non sono solo cose”, ma contengono una storia, un’intenzione, un significato, un’immaginario… come a Dacahu. Per questo, dico ai ragazzi, non è vero che le cose che non si vedono non esistono, perché, per esempio, il “grande male” è visibile in quel forno o in quella baracca — se lo sai vedere!

Allo stesso modo, Gesù Cristo parla alla donna samaritana. Lui ha una tale umanità che, stando di fronte a questa donna, non può accontentarsi di rimanere fermo e osservarla nella sua infelicità. Poteva vedere solamente una donna, una tra le tante incontrate, poteva vedere solo che era straniera e attingeva acqua… e invece vede una infelicità e una solitudine, vede quello che i discepoli non vedono nel cuore di questa ragazza. Perché la Samaritana è certamente una donna piena di infelicità, altrimenti non andrebbe di nascosto a un pozzo, non avrebbe la vergogna di cinque mariti. E’ certamente una donna sola e Gesù non può starsene lì ad aspettare senza far nulla. Le fa una domanda, perché da una domanda magari nasce qualcosa, magari lei stessa inizia a vedere quello che non voleva vedere da anni… (forse perché gli pesava?). E magari Gesù avrà anche pensato: ma che marito sarà quello che lascia una donna così? Chiediamogli di chiamarlo, in modo che mi parli di lui…

Cosa vuole Gesù? Ricondurci a una verità di noi stessi alla quale non sappiamo arrivare senza incontrare delle umanità che sono ricche e belle almeno come la sua. L’acqua da bere, il marito a casa, il luogo del culto… cosa sono davvero? Noi potremmo dire: il nostro lavoro, i nostri affetti, la nostra preghiera… quale storia rivelano, quale desiderio? Sono i luoghi di una passione per la vita e di una gratitudine oppure spazi di una frustrazione e sofferenza?
Viviamo l’aridità di una solitudine che non ha trovato nessuno che ci capisca davvero? Viviamo la fatica di un lavoro che non ci dà vita vera, che non è acqua viva, ma che sembra ucciderci? Viviamo la routine di una preghiera che non ha nulla a che fare lo Spirito, ma è una formalità di rito?
Gesù ha una umanità che ci fa arrivare alla verità di queste domande anche dove noi stessi non vorremmo vedere oltre, perché non vogliamo guardare negli occhi la nostra insoddisfazione e solitudine. Oppure non vogliamo vedere, al di là delle cose, il grande vuoto nascosto nella nostra esistenza. Ma di fronte a Lui si può fare, senza vergogna, senza sentirci schiacciati o avviliti.

Allora capiamo la dinamica del grande vuoto e dei piccoli riempitivi che mettiamo in atto nella vita e lo capiamo quando stiamo di fronte a Lui o a umanità che è stata plasmata da Lui. Come se avessimo sempre il problema di attrezzare pozzi invece che dell’acqua viva. Così attenti ai discorsi psicologici della realizzazione di sé, della propria felicità, della propria introspezione… da essere poi sempre infelici e da non accorgerci della donna samaritana che abbiamo di fronte o delle occasioni di irruzione di Dio nella nostra vita. Forse con il rischio di morire sconosciuti a noi stessi e agli altri.

Scrive la poetessa americana Emily Dickinson, descrivendo quella umanità che l’ha fatta risvegliare dal suo torpore:

Udivo come non avessi orecchi.
Ma una parola viva
fino a me venne dalla vita:
compresi allora di udire.

Vedevo come se i miei occhi
a un altro appartenessero, finché
venne qualcosa – e so che fu la luce,
perché perfettamente li appagava.

Vivevo come se io non vi fossi,
vi fosse solo il mio corpo,
finché una forza mi scoperse
e rimise al suo posto la mia essenza.

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