Anno C – I domenica di Avvento

Is 13,4-11 Sal 67 Ef 5,1-11a Lc 21,5-28

Ci sono momenti nei quali ci accorgiamo di non sapere valutare il tempo che stiamo vivendo.
Facciamo molte cose, leggiamo anche i giornali, ma quando torniamo a casa alla sera dopo un giorno di lavoro, o quando chiudiamo il nostro giornale, abbiamo la sensazione di non sapere dire nulla. Nulla su come è andata, nulla sulla direzione che abbiamo intrapreso.
I ragazzi sono più soggetti a questa difficoltà (sottile e profonda), noi stessi non gliel’abbiamo insegnato. Difficoltà sottile perché quando si perde non si sa più di averla persa, si vive come se si avesse una mancanza che non si sa nominare. La noia dei ragazzi è proprio questo: un vuoto che non si riesce a colmare, neanche a nominare. Difficoltà profonda perché senza saper valutare il tempo della vita, non sappiamo vivere. Tutti ne abbiamo bisogno.
Sapere valutare il tempo che stiamo vivendo, le esperienze che si fanno. Le giornate passano, le esperienze volano. Se non ci domandiamo sul loro passare anche i nostri anni scorreranno senza lasciare traccia.
Gesù chiede questo, l’avvento chiede questo: sapere valutare il tempo che ogni anno passa e trascorre uguale (ogni Natale che arriva e passa) e saperlo raccontare, come esercizio quotidiano. Solo così si può dire: il tempo non mi ha stretto la gola, ma ho vissuto realmente, ho abitato un pezzo del Regno del Signore – lungo o corto che sia.
Un poeta inglese scrive: la cosa peggiore per un uomo non è perdere i suoi averi o le cose più care, la cosa peggiore è accorgersi, in punto di morte, di non avere mai vissuto – diremmo noi, di avere soltanto fatto tante esperienze, di avere bruciato molte emozioni. Paolo intende questo quando rimprovera dicendo: nessuno vi inganni con parole vuote.
La pagina del vangelo che abbiamo ascoltato è proprio un invito accorato a saper valutare il tempo che viviamo.
Accade infatti che quando si perde questa capacità aumentano anche il senso di angoscia, di ossessione e di continua agitazione. Dice Gesù: non vi terrorizzate, non lasciatevi ingannare se qualcuno dirà: E’ la fine, ecco il Signore è qui! No, il Signore è là!
Paolo dice che ci sono alcuni che stanno lì a parlare all’infinito – discorsi vuoti – e accade invece che nell’attesa del Signore non fanno nulla, si fanno sfuggire la vita.
Gesù descrive eventi comuni a tutte le epoche della storia che possiamo riconoscere – purtroppo – come eventi ricorrenti e affatto lontani. Allora era Gerusalemme, ma per noi potrebbe essere Milano solo 60 anni fa, o l’Aquila qualche mese fa…
E Gesù dice: con il pretesto della fine del mondo – se pensate che la venuta di Dio sia legata a questo, e vi agitate tanto di sapere questo – gli uomini vivranno una vita leggera, puramente sospesa, vuota e senza storia. Con questo pretesto – che le cose vanno male – metteranno anche sotto pressione i discepoli. Sono gli specialisti di ogni epoca che compaiono sui nostri schermi per decomporre e sezionare questo Occidente: è la crisi, la fine dei valori, la perdita delle istituzioni. Tutto ci viene consegnato così segnato dalla instabilità del suo decorso e dal presentimento della sua fine che sembra non valere neanche più la pena di incominciare, di valutare il peso e la qualità delle nostre singole esperienze (giorno per giorno).
Giusto o sbagliato, non dobbiamo farci impressionare. Di cose peggiori ne accaddero nei primi secoli dopo Gesù e gli apostoli non ne furono sconvolti.
Il tempo che precede il Natale è dedicato a meditare i molti modi in cui viene il Signore, anche quelli meno clamorosi e più nascosti. Il tema della venuta è centrato sull’icona della Nascita e non della catastrofe. Risulta liberante anche per noi.
Scrive uno poeta Egiziano di lingua francese (Edmon Jabes)

– Hai il potere di prolungare la vita? chiese un saggio a un altro saggio.
– Ho il potere di prolungare la speranza, gli rispose costui.
Il cielo, da lontano è un cielo. Da vicino, è niente.
A Dio, il fardello del Tutto. All’uomo, la parte del poco.

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