Anno C – II domenica di Avvento

Is 19,18-24 Sal 89 Ef 3,8-13 Mc 1,1-8

In questi giorni noi abbiamo lasciato le nostre famiglie, le nostre case, la routine di ogni domenica e siamo venuti qui. Qui siamo fuori dalla città, fuori dalla quotidianità – quasi fuori da mondo. Qui c’è un bosco, c’è una chiesa. Ma tra qualche ora torneremo a Saronno e tutto ricomincerà.
Forse non te ne sei accorto, ma è proprio quello che capita alle persone in questo brano di vangelo: esse uscivano, dalle loro città, dalle case, si dice “dalla Giudea e da Gerusalemme” (la Terra Santa), andavano al Giordano, venivano battezzati – confessavano i loro peccati – e tornavano a casa.
Era per loro il segno di una seconda possibilità, di una seconda chance nella vita. Era il coraggio di uscire da una città malata di ingiustizia e ritornarci diversi. Potevano ricominciare grazie al gesto del battesimo di questo Giovanni (che si dice che veste così e si nutre così non per renderlo un asceta o un santone ma per distinguerlo da un gruppo di perone per le quali invece vestire e mangiare era tutta una fobia religiosa…).
Uno che ha letto tante volte la Bibbia si accorge che il Vangelo di Gesù – la buona notizia – inizia con un nuovo ingresso nella Terra Promessa (nella terra che ti è promessa: nella tua casa, nella tua Saronno), come una nuova chance. Ricominciare dopo un fallimento o dopo tanti piccoli fallimenti (anche quelli che non si contano e insieme non fanno neanche un grosso peccato, ma solo un senso di insoddisfazione, insicurezza, vuoto).
La prima volta che Israele era entrato nella terra promessa aveva fatto la stessa cosa: prima di entrare era stato immersa (battezzato) nel giordano da Giosuè. Ora accade di nuovo. E accade anche per te: la tua storia può ricominciare senza il peso dei suoi piccoli errori o dei piccoli fallimenti che ognuno sente su di sé.
A voi che tornate a casa è promesso questo: torni a casa, nella tua cameretta, con la stessa promessa di futuro che i tuoi genitori avevano su di te il primo giorno che ti hanno portato lì usciti dall’ospedale, infagottato dentro le fasce. Agli occhi di Dio accade questo.
Forse tu non ci credi. Forse credi che a casa tutto sarà come prima, e che tu continuerai a fare gli stessi errori che hai sempre fatto, ad avere gli stessi difetti che hai sempre avuto: a non saper diventare quello che in realtà vorresti. A godere delle stesse cose della quali hai sempre goduto, sempre ti sei divertito. Questo ritiro allora diventerà solo come una gita di scuola, una bella esperienza, una cosa tra le cose.
E quando pensi così hai ragione in molto, ma sbagli una cosa: tu non sai come sarà il tuo futuro e cosa farà Dio domani, chi incontrerai, cosa diventerai realmente. La prima lettura che hai ascoltato (difficile – lo so) racconta un anti-Esodo: tutta la storia di Israele era una uscita dall’Egitto e ci si aspettava fosse sempre così; adesso Dio pensa di fare anche l’inverso, di fare anche dell’Egitto una seconda sua dimora (impensabile!).
A rendere diversa la tua vita, non è il posto che abiti, non è l’acqua che ti bagna il capo, o il vestito che porti. Neanche la tua nuova scuola o i nuovi volti che vedi (possono essere solo l’emozione di un momento che passa).
A rendere diversa la tua vita è un cosa che viene da Dio. E che vedi qui non guardando il cielo, ma guardanto in faccia i tuoi amici. Non è una cosa che prevedi tu. E non è neanche una cosa misteriosa che si trova nei cieli. Invece, è una cosa che abita ogni discepolo del Signore ogni volta che rivive i gesti di Gesù e insieme a lui, guardandosi negli occhi, pronuncia la sua preghiera.
Questo – se lo vuoi – è un giorno diverso, e tornerai a casa da questi boschi dopo aver ricevuto un immersione non nell’acqua ma nelle emozioni e pensieri che aveva Gesù, nello Spirito.
Cos’è questa immersione? E’ l’esperienza che fate e che è diversa da tutte le altre religioni. E’ lontana chilometri dalle preghiere dei mussulmani, degli induisti, dei buddisti, di tutti i religiosi del mondo – anche degli atei che hanno anche loro la loro religione. Anche Giovanni Battista poteva soltanto immaginarsela che era diversa ma non sapeva dire di più, perché ci voleva proprio Gesù e i suoi gesti e le sue parole. E’ una cosa che accade solo qui, accade solo con il cristianesimo, e certamente accade in questo “spezzare il pane”. Tenetela stretta questa vostra novità perché per i vostri papà e nonni era cosa tanto ovvia che neanche sapevano di averla, ma per voi sarà la sfida della vostra fede (quando vi domandate: e se mi fossi sbagliato? E se avessero ragioni i buddisti indiani piuttosto che gli anglicani riformati?)
La diversità – che nessuno al mondo ti toglie (trovasse anche una nuova religione più affascinante, “forse più vera”) – la diversità è che qui scopri la certezza che “Dio è inesorabilmente dalla tua parte”. Che tu non sei mai cosa sporca o insignificante, tu non strisci davanti all’altare per fare in modo che lui ti protegga. Lui non ha bisogno di ricattare né di essere ricattato.
Quelli che si accontentano del battesimo dell’acqua, si accontentano della scaramanzia di chi ha in realtà paura del suo futuro. Di un gesto che gli faccia andare bene le cose (“accendi la candela che male non fa”) ma ha dentro la sottile angoscia di perdere ciò che lo tiene in vita. Chi ha vissuto il battesimo dello Spirito sa invece che non è così. Perché chi vede nel gesto di questo spezzare del pane il gesto di Dio, sa che non c’è più nessuna paura reale per il suo futuro – abitasse anche le tenebre – e questa è la novità più grande dalla quale ognuno può ricominciare.

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