Domenica delle Palme

Is 52, 13-53,12; Sal 87; Eb 12,1b-3; Gv 11,55-12,11

Ci introduciamo nella settimana Santa con l’immagine di una donna che spende le sue ricchezze per un profumo che fa dono al Signore Gesù. E’ l’immagine di quello che accadrà in tutta questa settimana: la vita non è fatta per l’ideale piccolo borghese, per ristrutturarsi la casa o cambiare auto. La vita è fatta perché la spediamo gratuitamente per gli altri. Questa rimane la questione decisiva di questo gesto e della settimana che si apre.

Per approfondire cosa significa tutto ciò, per prima cosa, è necessario toglierci l’immagine del buonismo o dell’altruismo. Come se la questione fosse semplicemente di “essere più generosi”, di “essere più buoni”… tutto questo non coglie il punto della questione: ciò che c’è in gioco è la verità della nostra vita e non soltanto delle opere buone. E’ la consapevolezza del motivo per cui decidiamo certe cose piuttosto che alte, è la coscienza del nostro agire.

La prima osservazione è questa: siamo abituati a pensare al gesto generoso del dono per gli altri (riassunto nell’immagine di questo vasetto di profumo) come a un fatto del cuore contrapposto al calcolo che sarebbe invece un fatto della mente. Come se da un lato ci fosse l’emozione che ci fa dire di essere generosi e di lanciarci con gratuità verso gli altri e, dall’altro lato, ci fosse la nostra mente che invece ci spinge a risparmiare, a calcolare e a prevedere. Queste due immagini in conflitto, quella del dono e quella del calcolo, sembrano così inconciliabili. E’ come se dicessimo: “va bene che voi preti dite di essere generosi, ma non sapete che bisogna pagare le bollette, bisogna curare il mal di schiena, bisogna pensare al futuro…”

Su questo primo punto io vorrei dire questo: non è vero che il calco è opposto alla logica del dono. Ovviamente dipende per cosa si calcola, ma in sé, anche il calcolo (che poi si chiama “economia”: l’uso dell’intelligenza per compiere bene un dono) fa parte del dono. Così, non è vero che il dono è un fatto irrazionale del cuore. C’è dono anche nella parsimonia e nell’uso del cervello e forse c’è poco dono (e molto narcisismo) in tanti slanci non pensati, non riflettuti…

Secondo punto. Qual’è, all’ora, l’immagine opposta a quella del dono? E’ l’idea del diritto. Per questo dobbiamo insegnare ai figli che il dono esiste, solo se impari a dire “grazie”. Altrimenti non c’è un dono, ma una cosa che si trasforma subito nel suo opposto: un diritto a ricevere qualcosa.
Ma non è solo una questione dei bambini che certamente devono imparare a riconoscere la gratuità dei dono ricevuti (infiniti) senza pensarli come un “diritto acquisito”. Riguarda anzitutto gli adulti che si sentono spesso dire: “gli ho dato tanto e ora neanche una telefonata…” Ma quella telefonata è un dono che attendi di riceve o un diritto e una pretesa sui tuoi figli? Quell’invito, quel sorriso, li vivo come una grazia sempre inaspettata o come pretesa verso gli altri?

E’ interessante: la vita che diventa fatta di “diritti” (sulla scuola, sui figli, sul lavoro…) smette di profumare e si trasforma in puzza, in lamentela continua. “Puzza” perché gli altri non ci soddisfano mai come vorremmo, perché non saremo mai appagati dei diritti che reclamiamo e diventiamo lamentosi di tutto e di tutti. Non si sente forse dire: “eh… l’oratorio dovrebbe essere…”. Sempre leggendo il “diritto” e la “pretesa” di quello che vorremo, invece del dono che è dato gratis sotto i nostri occhi.

Dice San Paolo: “non abbiate alcun debito (alcuna pretesa o diritto) se non quello di un amore vicendevole”, ovvero, se non il debito di riconoscere la gratuità di ciò che non ci è dovuto ma, da sempre, ci è stato “dato per amore”.

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