Anno C – III domenica di avvento

Is 45,1-8 Sal 125 Rm 9,1-5 Lc 7,18-28

Alcuni uomini sembrano destinati a fermarsi proprio sul più bello. Hanno combattuto per una vita per uno scopo e un attimo prima vengo tolti dalla scena.
Mosè non entra nella terra promessa, la guarda dall’alto – dal monte Nebo – e poi muore.
Giovanni non vede i miracoli del Signore, come non vedrà mai la Croce. E’ costretto a fermarsi al racconto dei suoi discepoli. Proprio nel momento in cui Gesù inizia la sua missione, Giovanni sparisce nella notte di una prigione. Da maestro che annuncia agli altri la buona novella, deve diventare discepolo; anzi, discepolo dei suoi stessi discepoli. E poi muore.
Così, la storia è piena di uomini che si sono fermati a un passo da qual’cosa di grande per il quale avevano lottato. Roosvelt muore pochi mesi prima della fine della seconda guerra mondiale. Van Gogh senza vedere un solo ammiratore.
A noi stessi – infine – ci sembra spesso che le buone opere che compiamo non appaiano poi ai nostri occhi come dovrebbero, non diano oggi il frutto sperato che tanto vorremmo vedere. Allora ritorna attuale la domanda di Giovanni “sei veramente tu Signore?”, oppure “cosa è cambiato con la tua venuta?”, perché è come se non vedessimo quello che spereremmo vedere, le cose per le quali ci sembra abbiamo giustamente predicato.
Mi sono domandato spesso perché avviene così, perché così spesso ci è sottratto anche il gusto di vedere il frutto delle nostre buone azioni, il risultato del nostro sforzo o di quello che abbiamo insegnato. Perché capita così anche a Giovanni o a Mosè?
Penso che qui ci sia un mistero che dobbiamo imparare a domandare e che ha ancora qual’cosa da insegnarci. Sembra una cattiveria, sembra proprio uno scherzo cattivo. Tuttavia a Giovanni è bastata la testimonianza dei suoi, dobbiamo pensare che gli è bastata la voce di quello che accadeva. A Mosè è bastata la vista di quello che sarebbe accaduto. Giovanni non ne ha goduto e nemmeno Mosè. Gli è bastato sapere che c’era per qualcuno, anche se lui non se lo sarebbe immaginato, anche se sarebbe rimasto soltanto il più piccolo.
Giovanni mangiava locuste e stava nel deserto mentre Gesù mangiava e beveva con gli amici e i peccatori e girava le città. Anche Giovanni non si immaginava sarebbe andata così. E nella prima lettura neanche ci si immaginava che proprio Ciro (un pagano) sarebbe stato “l’unto” del Signore. Mosè non si immaginava che quella sarebbe stata la terra Promessa, ma la vede capisce e gli basta questo.
E invece spesso accade che proprio quelli che sono i più vicini, quelli che hanno visto tutti i miracoli del Signore, quelli che si immaginano tutto e che sanno (magari anche del loro passato e futuro) – al contrario di Giovanni – magari godono di molto, ma hanno sempre da lamentarsi e sembra non sappiano cosa hanno visto realmente, di quali miracoli hanno goduto. Ecco: sono a un palmo di naso (hanno avuto tutto: dal catechismo al matrimonio – sempre in parrocchia) – destinati a essere più grandi di Giovanni – e non lo sanno, mentre altri più lontani che soltanto intravedono da lontano, continuano a ringraziare e gli basta questo e possono morire in pace. E’ il ragazzo che non ci frequenta contento soltanto perché gli hai chiesto “come stai?” o è la donna che vorrebbe soltanto uno che la ascoltasse una volta perché da anni… Per loro è il Signore e gli basta questo per infragere una volta per sempre l’idea cattiva che avevano del mondo e di Dio. Andranno poi in pace per la loro strada e insegnaranno a noi che di questo si vive – anche se è durato un istante, anche se non hai visto come è andata a finire. Dopo duemila anni, accade anche oggi nelle nostre comunità.

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