III domenica di Pasqua

At 19,1b-7; Sal 106; Eb 9,11-15; Gv 1,29-34

Si può davvero vivere senza avere delle certezze? Questa è la questione che pone oggi il Vangelo. Giovanni riconosce in un uomo la verità di Dio e la verità della propria vita. Questo significa che nulla sappiamo di Dio se non quello che vediamo in questo uomo. Significa che ciò che Dio vuole o desidera è ciò che questo uomo vuole e desidera. Non ci stancheremo di ricordarcelo. Questo riconoscimento appare come una certezza, un “ecco!” che risuona nella vita.

Dopo duemila anni siamo posti di fronte alla stessa domanda: quale certezza abbiamo incontrato, quale “ecco!”? Ma prima ancora di questa domanda c’è il sospetto che la ricerca stessa di una certezza sia un lavoro inutile e superfluo, perché tutti ci dicono: vivi anche senza cercare delle certezze, la certezza è un inganno.
Quando i vostri figli tornano a casa sbattendo la porta e dicendo che non andranno più a Messa perché non credono più non sono diventati dei filosofi, esprimono ciò che respirano nell’aria: non ci sono certezze e la chiesa è solo la manifestazione culturale di una tra le tante religioni dell’uomo. Dicono infatti questi ragazzi: fossi nato altrove sarei di un’altra religione. Religione sì o no, quello di cui non si accorgono è che così facendo la possibilità di incontrare una certezza. Ma cosa diventa la vita senza certezze?

Facciamo qualche esempio. Qualche anno fa era scontato che voler bene implicasse un voler bene per sempre. Indipendentemente da come poi andavano le cose, quando due amanti si dicevano il loro amore si sapeva che era detto dentro un “oggi e domani incluso”, altrimenti c’era la sensazione di “usare” il compagno o la compagna. Questo non era da spiegare, era una certezza evidente. Così era evidente che la vita fosse un dono di Dio, perché è il primo dato della nostra coscienza. Non si discuteva. Non si discuteva che esiste un maschio e una femmina… oggi neanche questa evidenza primordiale è più sicura. Non perché nella realtà non sia una evidenza, ma perché si rifiuta ogni certezza.
Diceva il grande scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton: ci sarà un tempo nel quale “tutto verrà negato. Tutto diventerà credo… Dovremo accendere fuochi per testimoniare che due più due fa quattro e sguainare le spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate.”
Questo è il nostro tempo nel quale si insegna a rifiutare una certezza, un vero “ecco!” come quello di Giovanni, anche quando ci appare eclatante nella vita, anche quando è scritto nella nostra storia come un miracolo.

Ma chiedo sempre: cosa significa educare senza una certezza? Io dico sempre: avere o non aver incontrato una certezza nella vita, in campo educativo, fa la differenza. Perché quello che chiede il cuore dell’uomo, sopratutto quando si è giovani, è proprio l’incontro con delle certezze che ti permettono di capire che il compito di crescere e diventare adulti “vale la pena”. Altrimenti si rimane più facilmente perenni adolescenti, senza incontrare la certezza che ti fa dire: la tua fatica vale la pena di essere fatta.

Quante volte ci domandiamo: “forse avrà sbagliato con quella persona”? “forse non sono stato un bravo genitore?”
Questo diventa un sentimento fortissimo e dilaniante se non abbiamo trovato la figura di un uomo al quale possiamo dire: “forse avrò sbagliato, ma questo vangelo mi indica una strada”, oppure, “ecco, sarò anche ignorante quanto vogliono, pieno di difetti come un genitore imperfetto, ma tu Signore mi conosci e io so che Tu sei la mia certezza.” Non è poco di questi tempi.

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