VII Domenica dopo Pentecoste

Gs 4,1-9; Sal 77; Rm 3,29-31; Lc 13,22-30

Il vangelo di oggi, attraverso la domanda di un anonimo uomo, ci presenta una questione sulla salvezza. Io anzitutto mi chiedo: ha ancora senso questa domanda? Siamo ancora sensibili a questa questione? E poi: salvezza da cosa? Forse da un ipotetico inferno del quale avere paura? Noi non siamo più abitati a questi discorsi sull’ “al di là” e nutriamo mediamente una posizione agnostica. Dunque, pochi o molti che siano “quelli che si salvano”, la domanda per noi è: sentiamo il bisogno di essere salvati?
Ho l’impressione che questa questione sia decisiva: se il Vangelo è offerta di una salvezza e di una verità alla vita di ciascuno, è necessario che queste parole siano sentite come un’esigenza viva.

Due idee su questo problema.
1) Quello che c’è in gioco nel percepire l’esigenza di un riscatto, di una salvezza, non è solo una questione strettamente religiosa, ma riguarda la nostra capacità di vedere il male. Non c’è richiesta di salvezza se manca la percezione forte e scandalosa del male che ci abita. Troppo facilmente ci assuefiamo al male che è in atto o, come lo chiama questo vangelo, “alle opere della ingiustizia” che i protagonisti lasciati fuori dalla porta neanche vedono.
Su questo tema il Vangelo è severo (la porta stretta) perché non c’è altra via se non quella dell’onestà con noi stessi e il fare verità in noi seguendo qualcuno.
Faccio subito un esempio: quanto volte ho sentito dire “tanto sono giovani…”. Molti perdono il tempo migliore della vita in nulla, in cose che non hanno consistenza, ma hanno la nostra benedizione perché “tanto sono giovani”. Il punto è questo: non alleniamo i nostri figli a chiamare il male “male”. Perché il male vero e scandaloso non è il “grande male” o “l’omicidio”, “il furto”… il male vero, l’ingiustizia (per dirla con Luca), è il “male gratuito”, “inutile”, evitabile e non evitato, quello che non vale i soldi dell’avvocato, quello che commetti solo per sentirti un po’ superiore agli altri, quello che fai per compensare le tue piccole frustrazioni, quello dell’accidia che riempie il nulla.
Il male è anche l’incapacità di vedere il senso di quello che si fa, la rassegnazione, la mancanza di forza di ribellione ed energia per quelle passioni buone che vediamo continuamente frustrate: un’amicizia abbandonata, una famiglia lacerata, a vent’anni, a trenta — perché? c’è un età sola per questo?
Oppure, pensate a questo: quante volte noi, non sapendo cosa dirci, soltanto perché non abbiamo nulla di meglio da fare, o non ci siamo appassionati a nulla, parliamo male degli altri. Se solo facessimo attenzione alle nostre parole ci accorgeremmo di quanto male abbiamo dentro, perché in fondo siamo rimasti vuoti e soli.
Il Vangelo suggerisce che questa è la questione della salvezza: che tu sappia vedere le opere dell’ingiustizia che sempre (anche tu) compi.
Se leggete il libro “I miserabili” di V. Hugo ritrovate tutta la capacità di questo scrittore di parlare di noi uomini nel problema del male in tutta la sua ambiguità e quindi della ricerca inevitabile di una salvezza. Pensate alla vicenda di Champmathieu nella sua doppia drammaticità: dove il male non è più il furto che quest’uomo ha commesso, ma la sua stessa identità. Come dire: il giusto riconoscimento del male che esisterebbe alla luce del perdono e della salvezza, si trasforma in vergogna per quello che si è. Dunque, fuori dalla ricerca di una salvezza, riconoscere il male diventa esso stesso un fatto mortale.

2) La questione della salvezza ha a che fare non solo con la percezione del male, ma anche con la ricerca di certezze per vivere. I protagonisti della parabola di Gesù avevano la certezza di essere salvati e si trovano con la porta chiusa. Dicevo domenica scorsa: se siamo onesti con noi stessi, noi non viviamo su delle nostre certezze incontrovertibili, ma siamo sempre dei mendicanti. Questo atteggiamento di avere bisogno di certezze per muovere qualche passo oggi ci paralizza e ci rende tristi e insicuri.
Abbiamo ancora la fiducia in una provvidenza, in una salvezza che ci precede, che ci porterà avanti? Pensate a quanto sia straordinaria e lontana quell’immagine bellissima della Provvidenza che muove i passi di Renzo in tutte le sue peripezie nell’incontro con l’amore della sua vita. Non è questa fiducia l’espressione più vera del nostro desiderio profondo di salvezza e che ci fa tutti simili o, come dice il Vangelo, che unisce “quelli di oriente a quelli di occidente”?

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