Domenica dell’incarnazione (della divina maternità)

Is 62,10-63,3b Sal 71 (72) Fil 4,4-9 Lc 1,26-38a

Siamo ormai all’ultima domenica prima di Natale. Ormai è questione di giorni.
C’è chi aspetta qualcosa. Più spesso i bambini che attendono una briciola di felicità nelle vacanze, nei regali, nella mancetta della nonna – quello che gli avremo insegnato noi.
E poi c’è chi, ormai grande, ha capito che invece non accada nulla e attende deluso che passi: che finalmente finisca il cenone, la messa lunga e noiosa, quel tradizionale e formale scambio di auguri nel quale in fondo anche noi abbiamo smesso di credere.
Da un lato ci sono le piccole cose dei bambini che sono delle “belle parole” (Gesù, Re Magi, Regali) e dall’altra c’è la delusione dei più grandi che conoscono la durezza della vita e le convenzioni di un rito. Già, perché i regali nascondono il loro costo, le cene le loro discussioni, le vacanze non sono che un momento come un altro. E anche Gesù bambino non sembra aver vinto il dolore dell’uomo.
Siamo ancora un po’ bambini ingenui oppure uomini delusi e in fondo adattati alla convenzione di un rito?
Il Vangelo di oggi vorrebbe offrire una terza via a questa alternativa, tra la fiaba del bambino e la delusione indifferente degli adulti.
E’ quello che ha vissuto una donna, una mamma. Una mamma vera – in carne e ossa come la tua mamma – con tutti i pensieri veri di una mamma che gli nasce un figlio nella pancia e scopre che ha dentro un’altra vita (è straordinaria perché il buon Dio…) e si preoccupa…
Non è una fiaba, è una cosa vera. Dio è nato come sei nato tu, da una mamma vera.
Le fiabe si erano inventate centomila modi bellissimi per far comparire Dio, ma mai come un uomo soltanto reale, come una storia soltanto vera. E hanno descritto tante donne bellissime come le madri di eroi, ma mai soltanto una mamma così.
Una mamma che si spaventa di questo Natale, si spaventa alla notizia di un figlio così. E obbietta la verità della sua vita: non conosco uomo. E non si rasserena alle parole oscure: “la potenza dell’Altissimo ti coprirà”. Come si può credere a una cosa così misteriosa?
Non si crede a una fiaba e neanche Maria ci crede. Almeno fino a quando non vede nel racconto di una amica, di una parente, Elisabetta, che una cosa impossibile è realmente accaduta. Che dove c’era solo solitudine e vecchiaia ora c’è un bambino. Che una storia che diceva solo tristezza e abbandono, ora – non si sa come – parla di vita e di promesse — per Isaia invece è un soldato insanguinata dalla battaglia che ha sconfitto un nemico impossibile.
E ci è voluto una Angelo (anche per Maria) per dire quello che gli uomini non avrebbero mai sperato pensare: che la nostra vita di bambini o adulti, Dio non la cambierebbe con nulla. Non c’è proprio un’altra vita un po’ più perfetta nella quale le cose avranno un senso. E questa vita veramente non ha bisogno di nulla per essere all’altezza di Dio.
Ecco cosa dobbiamo vedere, perché – altrimenti – soltanto con le fiabe, o con la nostra rassegnazione, cosa diremo ai nostri bambini dell’uomo che nasce, dell’uomo che vive e che muore?

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