Anno C – IV domenica di Quaresima

Es 17,1-11 Sal 35 (36) 1Tess 5,1-11 Gv 9,1-38b

Vorrei soffermarmi solamente su una frase di questo vangelo.
Il racconto inizia da una domanda dei discepoli. Il testo dice: “Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono”. E noi dovremmo aspettarci che chiedano: “che cosa possiamo fare per questo uomo?” e invece i discepoli interrogano Gesù e dicono: “Chi ha peccato: lui o i suo genitori, perché nascesse cieco?”.
Prima di vedere la risposta del Signore sarebbe utile penetrare nel senso di questa domanda. Ci sebra una domanda sciocca e supestiziosa. Noi che abbiamo la scienza e sappiamo il perché di ongi diformazione, ci sentiamo ben superiori a questa domanda. Sappiamo che nessuno ha peccato.
Lo sappiamo eppure quello che sentiamo è spesso molto simile a quella domanda: chi ha colpa? Chi di noi non ha mai provato il fatto di sentirsi almeno un poco in colpa per il fatto anche banale di essere malato? Nasce in noi come uno strano sentimento quando – anche per un momento – ci trovaimo malati, forse di non poter fare quello che dovremmo, o di non averlo fatto. E’ evidente che non ne abbiamo colpa, eppure in fondo è un po’ come se l’avessimo. Chi ha colpa?
Vorrei raccontare due esperimenti che mostrano quanto il senso della colpa sia strano tra gli uomini. Il primo riguarda due gruppi di persona poste in due stanze diverse. Un gruppo è in una stanza che ha dei piccoli trasmettitori di elettricità e il secondo gruppo, senza essere visto, controlla il voltaggio della corrente. Avviene uno strano fenomeno: qunando non si dice nulla a questo secondo gruppo le persone appaiono attente a non alzare troppo la corrente in modo da non dare disturbi al primo gruppo. Ma quando si dice che tanto la resposabilità è dell’istituto che gestisce l’esperimento ecco che il gruppo appare più sadico e alza voltariamente un po’ di più la corrente. Perché? Qui la colpa è certamente di queste persone, ma esse non sentono colpa se gli si dice che la responsabilità è di altri. Strana cosa la colpa. Lo stesso motivo per cui trovate sotto i banchi di scuola delle ciccche attaccate. Perché qui non si sente la colpa che esiste?
Un secondo esempio invece è un po’ l’oppoto di quello che accadava in quesi casi. Riguarda una brutta malattia che hanno molti reduci di guerra. Si è scoperta soprattutto in america dopo la guerra del Vietnam, ma anche con i reduci dai compi di concentramento. Molti di loro si sentivano in colpa per il fatto di essere vivi. Uno dovrebbe dire: sono tornato a casa e ho portato a casa la pelle. Invece no, più di uno si sentiva colpevole del fatto di essere in vita, naturalmente del fatto che qualcun altro fosse morto. Perché di fronte al senso di impotenza che uno sperimenta di fronte al fatto che quello lì ha in mano il mitra, di fronte al fatto che non puoi fare niente, che la tua vita è così precaria… questo sentimento di impotenza che ti porterebbe alla disperazione, a impazzire al non senso, ti colpevolizzi.
In modo più piccolo lo spirintiamo anche quando siamo ammalati, quando un nostro parente inizia a invecchiare, e si sente in colpa per il fatto di dover essere accudito.
Ed è presente anche nel nostro liguaggio: a volte siamo capaci di dire “Dio ha voluto così” anche se questo rischia di creare una immagine di Dio detestabile; di fronte a un bambino di sei anni che muore di tumore, dire “Dio ha voluto così e l’ha chiamato”…
Perché si ricorre a questo tipo di conferimento di senso? Perché il non senso è molto peggio. A volte è preferibile dire: “ha un senso terribile ma c’è l’ha”, piuttosto che dire che “non ce ha”. Quale è il senso della morte di un bambino? A volte ti viene da dire “non lo so”, “chi lo sa?”, “Dio ha voluto così perché adesso sta meglio di là”. Non sono proprio sicuro sia questo, non è brutto dire: “non lo sappiamo”, non è che ci sia una logica, non è sempre tutto così logico.

Gesù risponde a questa domanda della colpa e dice: “né lui ha peccato, né i sui genitori ma è così perché si manifestasse la gloria di Dio”. Che non significa che il cieco è cieco perché così Gesù possa fare il miracolo. Al contrario significa che Gesù scarta la domanda insensata (eppure sentitata) sulla colpa di questo uomo e che inivece devi vedere Dio all’opera (la gloria di Dio) quando vedi che “Gesù fede sputò per terra, fece del fango ecc. ecc.”
La buona opera di Dio non è la cecità ma la vista.
Se impariamo da Gesù, non per forza a fare micarcoli ma a metterci tutto quello cha abbiamo, impariamo a scartare la domanda sulla colpa degli uomini e scartarla significa nutrire una speranza più grande che la condizione limitata nella quale ci troviamo non sia l’ultima parola sull’uomo. Perché qui soltanto la speranza uccide il senso di colpa. Imparassimo questo avremmo imparato già molto sulla vita – fose non ancora abbastanza per riconoscere il Signore – ma certamente quanto serve per essere abbastanza grandi e fare come questo cieco, che è l’unico capace di racontare la verità sulla sua vita e sulla sua storia. E non è poco di questi tempi.

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