Anno C – II domenica dopo Pentecoste

Sir 18,1-2a. 4-9a. 10-13 Sal 135 (136),1-9 Rm 8,18-25 Mt 6,25-33

La pagina di Vangelo di oggi, e in parte anche le altre letture, ci chiedono di meditare sul tema – davvero molto attuale – dell’ansia: l’ansia che nasce dalla precarietà del nostro futuro, dall’incertezze sulle nostre qualità, dalla fragilità dei nostri affetti.
Per gli esperti di economia e di marketing l’ansia è una fonte inesauribile di profitti. Perché, di fatto, la promessa di ridurre o eliminare tale ansia è l’offerta più seducente e largamente ricercata che muove il mercato dei commerci e la richiesta di prodotti di consumo. Affinché il commercio non si spenga, e la società dei consumi trovi sempre consumatori, è fondamentale che tale ansia sia sostenuta e costantemente ravvivata. Al contrario, un uomo che non si preoccupa del vestito di domani, non fa circolare abbastanza l’economia del mondo. E’ l’opposto di quanto falsamente promette la società del benessere: il mercato si alimenta e vive dell’ansia che riesce ad evocare.
Le forme più patologiche si chiamano oggi “shopping compulsivo”, ma sono solo il caso più manifesto – che purtroppo colpisce i più deboli – di un meccanismo che ci riguarda tutti e per il quale sembra davvero che possiamo fare poco. Ma almeno sappiamolo: l’ansia che increspa le nostre giornate non la spegne l’appagato del nostro desiderio continuamente stimolato, al contrario.
Qui allora sarà bene porre un domanda, almeno ai nostri ragazzi. Non sarà che l’abbandono della dimensione del dono (o la retorica del dono) a vantaggio di una logica produttiva (che è ciò che insegnamo: ho quello che mi guadagno…), abbia come nascosto svantaggio di aver appesantito noi uomini di una ansia sottile e non oscurabile, di una insicurezza latente, di una forma di incertezza.
Come a dire: se ci si fa da soli, con le proprie braccia, saremo realmente capaci di procurarci sempre ogni giorno, non solo del cibo di cui vivono gli uccelli del cielo, ma anche ogni cosa che il nostro mondo ci impone di dover desiderare?
In altri termini: non è che ci siamo costretti in uno sforzo titanico a dovercela fare ad appagare ogni desiderio che la società ci produce? Suggerendo – come fa il serpente cattivo – che in fondo: se vuoi tu puoi tutto?
Di fronte a questo, la parola del vangelo appare davvero una liberazione. Io penso l’unica liberazione possibile.
I ragazzi a scuola non sanno più come gestire l’ansia che le generazioni più vecchie (fatte da sé) impongono. E qui -davvero- più ci si è fatti da sé, più il carico per le nuove generazione appare insopportabile. Si fumano gli spinelli a scuola non per un volere di trasgressione, ma perché l’ansia di essere all’altezza è diventata una cosa che non si sa più gestire. E lo stesso mostrarci insicuri è già visto dai più grandi come il segno di un fallimento, come uno smacco. E sono ansiosi, non solo per il travaglio che ogni adolescente deve attraversare (lo ricorda la lettera ai Romani) ma per il fatto che si sentono fragili e squalificati se non vengono subito coccolati e rincuorati…
Perché il non reggere il peso che ci impone questa logica del mondo è una affermazione che non si può mostrare… le mamme vanno in agitazione.
E qui nasce un paradosso molto attuale. Perché i cuori si appesantiscono, l’ansia non si gestisce, non per qualsiasi passione o preoccupazione della vita, ma quando la vita diventa troppo leggera. Già, l’ansia per il domani, non è una forma di responsabilità per il nostro futuro (ce ne fossero di persone così…) o di passione per un progetto ma una forma di irresponsabilità e alleggerimento dell’oggi.
E’ come se Gesù dicesse: a continuare a preoccuparsi del vestito e del mangiare è come preoccuparsi di una cosa che è in sé troppo leggera e non regge il peso della vita. L’eccesso di sottrazione dei pesi genera più ansia che la reale preoccupazione per il Regno.
Perché l’uomo per qualcosa deve preoccuparsi. Se non ci si preoccupa di nulla, come fanno in molti, il domani resterà comunque incerto e si diventerà ansiosi per i vestiti e le creme e la scuola giusta di inglese…
E invece, dice Gesù, di altro ci dobbiamo preoccupare. E questo altro è chiamato il Regno di Dio.
Penso che potremmo tradurre questa immagine del Regno con l’espressione: le opere dell’amore e della amicizia. Non solo l’amore, che sembra una cosa romantica e leggera. Ma le opere dell’amore e della amicizia. Perché l’amore ha bisogno di responsabilità, di pensieri, energie, vocazioni…
Se ci si occupa delle opere dell’amore e della amicizia l’ansia del proprio vestito svanisce e con questa anche quella morsa di narcisismo angosciato che stritola i nostri ragazzi, sempre più cresciuti abituati a doversi continuamente guardare allo specchio delle loro capacità. Non c’è altra soluzione per questo. O ci si occupa di altri e si porta il peso di altri o si rimarrà schiavi del proprio preoccuparsi di sé.
Il narcisismo genera uomini incapaci di sostenere i pesi reali della vita (gli amori), uomini che sposano donne che sono la fotocopia della loro madre e figli che vogliono pupazzi dei loro desideri.
Se invece insegnassimo (fuori dalla retorica) che non ci si fa da sé e anche il pane di ogni giorno e lo straccio che abbiamo addosso non è veramente il frutto delle nostre braccia che ci siamo meritati (perché se fosse per questo…) ma lo abbiamo ricevuto dalle opere dell’amore e della amicizia (dal Regno) e siamo chiamati a fare altrettanto… allora capiremmo che davvero si è ricchi quando si è capaci di donare, e per tutto il resto il Signore già ci ha dato molto, più dei gigli nel campo.
E agli occhi di Dio è già bellissimo il nostro abito e il nostro cibo se sapremo – rompendo in nostri specchi – usarli per qualcun altro. Romperemmo così realmente anche un pezzo dell’ansia che segretamente ci opprime.

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