Anno C – XII domenica dopo Pentecoste

2Re 25,1-17 Rm 2,1-10 Mt 23,37 – 24,2

Penso possa essere bello dare un logo alle parole che abbiamo ascoltato nel Vangelo “Gerusalemme, Gerusalemme…”. La tradizione cristiana identifica questo luogo con uno dei posti più belli di Israele. Gerusalemme è una collina circondata su tre lati da montagne più alte, che formano quindi un fossato tutto attorno alla città. Mentre sul lato a nord Gerusalemme si ricongiunge cun un altopiano.
Se quindi si arriva da sud verso Gerusalemme, si sale una montagna (grosso modo dove oggi sorge l’università – Ara Zofim) e si ha così una vista totale su Gerusalmme. Oggi vedremmo la bellissima cupola della moschea di Omar, mentre Gesù – non di meno – poteva vedere il maestoso tempio di Gerusalemme appena finito di costruire da Erodoto il Grande, considerato dallo storico antico Giuseppe Flavio tra le sette meraviglie del mondo.

Penso sia importante immaginarci questo discorsi di Gesù (la prima parte) in questo luogo, di fronte a Gerusalemme. Capiamo subito che non è un discorso teorico o preveggente. Non è la considerazione premeditata fatta da parte di uno che sa già tutto.
Al contrario, è uno sguardo. Lo sguardo di chi guarda negli occhi un popolo che ama. Lo sguardo di chi guarda dall’alto una città che è una storia e che è la sua. Di chi è capace di gardare la sua storia di tre anni passati tra quella gente. E’ è uno sguardo commosso – di chi sa che da lì a poco non rivetrà più quei tetti e quei volti. Ed anzi, tutto quello che ora appare grandioso e festoso si tramuterà nel giro di poco in ostile e cattivo.

E dobbiamo sapere che in questo sguardo sulla sua storia, e sulla storia degli uomini che lo avevano seguito (e fossimo capaci anche noi di guardare la nostra storia così, con tanta passione): ci sono molte cose che Gesù stesso non sapeva e di cui si sorprende. E’ fondamentale capire quel grido di Gesù a partire dalla sua sorpresa. Possiamo dire che Dio stesso non si sarebbe immaginato la sua storia così. E ha dovuto anche lui imparare a scontrarsi con l’incredulità degli uomini. I discepoli si aspettavano, e forse se lo aspettava anche Gesù all’inizio (e ce lo aspettiamo anche noi) che dalle opere di bene nascano altre opere di bene, che dall’amore nasca l’amore. E invece serve tutta la forza di Dio per capire che nella propria vita anche l’amore genera anche risentimento. Nasce un profeta che annuncia la pace, e viene messo a tacere.

Questo è il lato duro della fede. Quello che fa della fede non la solita cosa dell’amore e del vogliamoci bene. Che la fede ha un suo lato duro da sopportare: che può generare odio.
E Dio stesso si stupisce di questo fatto. Si stupisce non quando siamo cattivi o facciamo i nostri piccoli peccatucci con i nostri rimorsi. Si stupisce e trattiene il fiato incredulo, ogni volta che abbiamo il sospetto che il bene dato a un altro è un bene che stato tolto a me. Ogni volta che pensiamo che Dio, malgrado i suoi gesti di cura per noi, ci voglia sottrarre qualche cosa o che non ci abbia dato abbastanza.

E invece Gesù per questo viene con tenerezza e con forza. E insenga tenerezza e forza. Forza perché non siamo sopraffatti dal sospetto che inquina ogni relazione di amore. Perché la tenerezza senza passione non è vera tenerezza, si affloscia ad ostacolo, cambia col cambiare del vento. L’amore ha bisogno di forza. E
Dio fa così: avete in mente come fa con i disepoli? Li ammonisce molte volte con forza perché imparino la sequela (“non avrete dove posare il capo”, “porterete la croce”, “dovrete perdonare tanto”…) perché tutto va via liscio sul cammino. Ma sul più bello ecco che la forza delle sue parole (anche queste di distruzione e di riprovero) mostra che erano dette solo per tenerezza e quando arrivano le guardie nel Getzemani dice “chi cercate?” in modo che prendano solo lui.

Mi sia permesso di concludere con una nota spirituale, che forse ci chiarisce sul modo di agire di Dio e sul senso di tutte queste distruzioni anninciate.
Il segreto della vita spirituale, il segreto della storia di Israele, non sta nel fatto che a Israele tutto va bene, e tutto è perdonato come se nulla fosse (come molti discorsi nostri da sacrestia).
Il segreto sta nella possibilità di ricominciare. Il segreto è il ricominciamento. Ricominicare dopo lo sterminio, ricominciara dopo un matrimonio fallito, dopo un figlio perso…
Questo è il “non giudicare” di Paolo: sapere che a ognuno è data la possibilità di un ricominciamento.
La possibilità di ricominciare, è la sintesi della tenerezza e della forza di Dio. Nell’inizio c’è spesso molta incoscienza e spensieratezza. Solo dopo che siamo stati costretti a ricominicare da capo, perché abbiamo perso tutto, con qualche ferita sul corpo, sperimentiamo l’assurdità di metterci al centro del mondo. Scopriamo – al modo di Abramo – che solo Dio può dire “Io”, “Anì”. Gesù stesso ce lo insegna con tuta la passione di Dio. Abbiamo una parola più bella di questa?

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