Anno C – Festa della dedicazione del Duomo di Milano

Is 60,11-21 Sal 118 Eb 13,15-17.20-21 Lc 6,43-48

Come mai il Vangelo di oggi inisiste così tanto sul “fare”? Perché Gesù dice “chi ascolta e fa…”?
Guardandomi attorno mi sono reso conto che questa parola non è così attuale. Per nulla scontato che siano poi in fondo le cose che uno fa, le sua azioni, a giudicarlo.

Eppure nella tradizione cristiana, secondo un vecchio principio, è così – e a buona ragione è così, visto che Gesù insiste su questo – sono le cose che si fanno, le nostre azioni che ci giudicheranno nella vita.
Inattuale e sconcertante oggi. Fuori da qui, fuori dalla comunità del Signore, pochissimi ancora la pensano così.

Perché oggi è molto più importante ciò che si sente, ciò che si prova, rispetto a ciò che si fa. Mi diceva una mamma: “don, facciamogli vivere emozioni forti a catechismo”, “insegnamogli quelle emozioni che trasmettono Gesù”.
Che strano: si cercano emozioni forti, sentimenti di pace, perché senza questi il “fare” diventa noioso e vecchio. Se cercano “emozioni che ci permettano di sentirci ancora vivi” perché ciò che “facciamo” (il nostro lavoro, il nostro essere studenti) non ci basta più, no ci rappresenta più, non è più in grado di farci sentire abbastanza vivi.

Si domandava saggiamente ai ragazzi alla sera: “cosa hai fatto oggi di bello?” Mentre oggi si sente dire molto più spesso: “come stai? come ti senti?” (una domanda – che a essere onesti – è molto più difficile di quella di prima).
Si domandava ai ragazzi “cosa vuoi fare tra qualche anno?”. Oggi si chiede più spesso: “come ti realizzerai da grande? Qual’è la stranda che ti renderà felice?”

E anche noi cristiani che magari solo veniamo a messa ci sentiamo poco cristiani solo per questo perché è come se questo nostro “fare” (il radunarci qui) non fosse abbastanza se non è accompagnato da un “sentirci” cristiani, “sentirci” gruppo, sentirci felici.

Il sentimento supera il fare. Così tanto che viviamo anche questo problema: leggiamo il giornale e sulla pagina di sintra trovamo il fatto di cronaca di un uomo ucciso da alcuni ragazzi. E sulla pagina di destra c’è l’intervento dello psicologo che parla delle generazioni bruciate (dei padri deboli), e poi quello del sociolgo che spiega i comportamenti di imatazione ecc… Come dire: il fare, neanche quello più eclatante di un omicidio, è in grado di dire abbastanza. Potrei fare l’esempio dello studente sorpreso a copiare e della mamma che lo giustifica dicendo che è stata una debelezza.

In uno slogan: l’azione è poco, il sentimento è tutto. Mi resta però una domanda: Gesù lo incontro nel sentimento o lo incontro nel “fare”, nelle mie azioni? I discepoli era discepoli perché sentivano sempre gioia e felicità o perché facevano quello che faceva Gesù, stavano con lui?

Sarebbe utile ricordarci che Madre Teresa, cara a don Martino (e così anche S. Francesco), ha iniziato dal fare, a prescidendere dal sentimento di orrore che prova ogni uomo a toccare un malato. Perché l’uomo può superare il suo sentimento e scoprirsi capace di fare ben oltre quello che prova.
Questa è buona notizia del Vangelo: Guarda Gesù e vedi che sei capace di fare del bene anche se ti senti solo di rispondere con il male che hai ricevuto: questo è quello che ci rende uomini.

La Chiesa ha un suo principio minimo, c’è indipendentemente dal nostro setirci bene e a casa. C’è ogni volta che due stanno nel Suo nome, ogni volta che due o più “fanno” la cena del signore.
Potrà essere poco questo “fare” ma è certamente più solido e più duraturo del tempo che durano le nostre emozioni migliori.

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