Commemorazione di tutti i fedeli defunti

Gb 19,1.23-27; Sal 26; Rm 5,5-11; Gv 6,37-40

La celebrazione di questa sera ci invita ad una breve riflessione cristiana sulla morte. Soprattutto in questa comunità, segnata così da vicino dalla morte di don Martino.

Sono solito dire che di due cose è bene non parlare in pubblico perché restano ancora un tabu sociale – : della matematica e della morte.
Ma un cristiano non può allontanarsi dal compito di pensare per lui e per i suoi figli un senso cristiano del morire.
E penso che debba farlo il più possibile evitando la chiacchiera, evitando i luoghi comuni e le banalità.

Perché l’impressione è spesso di vedere persone più attonite, mute e imbarazzate che l’espressione del dolore. Magari anche con un desiderio di far sentire vicinanza, ma con un senso maggiore di impaccio.
Di fronte alla morte tutti siamo impalliditi, siamo straniti, con lo sguardo nel nulla. Ci verrebbe da lasciare la parola al nulla: ma proprio questa è la forza della morte.

E’ troppo grande oggi il rischio di fermarsi all’emozione, di subire indifesi l’avvenimento della morte, esposti alla sensazione e al nulla… Sappiamo che una emozione lascia posto ad un altra e si ritorna quelli di prima senza poter riconoscere ad un fatto tutto il suo peso di avvenimento. L’emozione è la faccia esposta della nostra coscienza all’impronta casuale lasciata dalle cose.

Bisogna invece arrivare al sentimento del dolore. Il sentimento è libero e intenzionale, e quindi ha parole con cui si esprime, è il nostro modo attivo di sentire le cose. E’ l’orecchio fine che mettiamo in ascolto contro la voce grossa della emozione che ci raggiunge.

Osserviamo questo: il sentimento cristiano del dolore e della morte non parla mai né di fatalità né di naturale morte. E ci rifiutiamo di spiegarlo anche tramite il linguaggio della provvidenza che suggerisce l’idea che dobbiamo starcene zitti perché Dio fa quello che vuole. Dio non vuole qualsiasi cosa. Qui Giobbe dice: faccia a faccia…

Il senso della redenzione cristiana è certamente questa tenacia e forza e resistenza contro la fatalità del vivere e del morire o la sua meschina provvidenza (non cade foglia che Dio non voglia). La volontà di Dio è di non perdere nulla!! Abbiamo ascoltato nel vangelo.
Come si possono cancellare gli anni in una fatalità? Allora sono una fatalità anche quegli anni!

Il dolore è il peso e la consistenza di una vita vissuta per sempre. Questo sa bene il cristiano. La tradizione ebraica chiama il “peso” (lo spessore, la solidità, la fatica) delle cose “gloria”. La Gloria dell’esistenza è quella che ora fa sentire il suo vuoto, è il senso riconosciuto ad ognuno degli anni.

Ho l’impressione che ogni morte che riceviamo è una ferita che non va immediatamente coperta ma custodita nel proprio pudore. Non sappiamo dire chi ce l’ha inferta ma vogliamo affermare che è il segno di una vita che ha avuto un senso. Ne portiamo il peso affidandoci al perdono reciproco, al dono offerto delle nostre poche forze di fronte al male.

Non sentirci imbarazzati quando pensiamo a questo tema. La sensazione del nulla è solo il detrito di una visione della vita intesa come arraffare, nell’utopia di una continua crescita della vita.
Sappiamo invece che il senso del vivere è fondato sulla morte e resurrezione. Conserva il valore della persona non nel semplice “ricordo” ma nella “memoria” – come noi, viviamo nella memoria del Signore.

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