Anno A – II domenica dopo l’Epifania

Nm 20,2.6-13 Sal 95 (95) Rm 8,22-27 Gv 2,1-11

Vorrei riflettere con voi su una frase della lettera ai Romani: “noi fummo salvati a modo di speranza”. E riflettere anche sul miracolo delle nozze di Cana che è detto essere un “segno”.
Da subito dovremmo fare un’osservazione: quanto è sciocca la nostra considerazione che se noi fossimo stati presenti insieme a Gesù e avessimo visto delle cose strepitose e dei prodigi, allora sì che avremmo creduto.
Quanto questa sottile nostalgia è diventata il segno della distanza da Dio. E’ il segno che ci dimentichiamo che il Vangelo insegna che non abbiamo affatto bisogno di cercare, di domandare, di evocare spiriti misteriosi. Ma Gesù dice assai semplicemente: io sono qui. E in un certo senso resta indifferente il fatto che noi (come per questi sposi) lo vediamo o meno, lo sentiamo o meno, lo vogliamo o meno.
Dunque dobbiamo insegnare ai nostri figli che duemila anni come oggi noi ci saremmo comportati allo stesso identico modo, lo avremmo riconosciuto o meno allo stesso identico modo. E non ci dobbiamo attendere che quando domani accadrà…. che quando domani vedrò… A “modo di un segno”, o a “modo di una speranza” (Rm) noi lo abbiamo conosciuto duemila anni fa, lo conosciamo oggi, e lo riconosceremo anche domani.
E vorrei fare questo esempio: accade a volte – ed è anche certamente doloroso – che ci accorgiamo che proprio quando pensavamo di conoscere i nostri figli ecco che essi all’improvviso ci appaiono infinitamente diversi e lontani da quello che ci eravamo immaginati. Oppure, accade anche che un figlio si accorga di avere avuto un padre che in fondo non ha mai conosciuto, malgrado abbia mangiato per anni con lui tutte le sere.
Ma la cosa strana è che questo avviene spesso quando proprio pensavamo di sapere tutto su di lui e che nulla ci era nascosto. E questo accade anche a noi stessi…

Mi chiedo se le cose più vere noi non le sappiamo proprio quando rimaniamo dentro l’ambiguità di non poterle possedere del tutto, ma di accettarle come segni, come interrogativi che ci cambiano davvero solo se li accettiamo come tali.
Mi chiedo se conoscere “al modo di un segno” (come insegna questo miracolo) e essere salvati “al modo di una speranza” non significhi proprio che le cose le conosciamo veramente, e i nostri figli li conosciamo veramente, e il Signore lo vediamo veramente, solo se accettiamo di non possederli tutti, di spiegarli del tutto ma di accoglierli soltanto in una parte, in un volto, in un frammento, di leggerli soltanto in alcuni momenti.
Mi diceva un ragazzo: mi aspettavo il grande amore della mia vita e poi è stato da un invito casuale di una ragazza normale che ho colto quella volta (forse) che sarebbe stata lei la mia ragazza e la mia moglie. Perché prima del tutto o del grande ci sono particolari (segni che non sappiamo da dove vengano) che se li sappiamo leggere sono in grado di tenere e di sostenere per tutta la vita.
Se non siamo sempre “trasportati” da Dio non è un male. Se lo abbiamo colto una sola volta in un barlume di speranza e non tutte le mattine, non è che è più falso.
Impereremmo così a guardare diversamente i nostri giorni e le nostre relazioni. E anche quell’amore che è il vino che quella volta spunta fuori nella nostra vita e non sappiamo da dove veniva avrà molto da dirci, e molto da illuminarci.
Perché tutti quanti infondo non aspettiamo segni che –oltre i baci, i matrimoni, le feste– in realtà ci dicano con certezza che siamo sostenuti da una affetto reale e che non veniamo dal nulla e non finiremo nel nulla.

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