Gv 6,52-59 – III Pasqua, venerdì

In quel tempo, i Giudei si misero a discutere tra di loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”. Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao.

Abbiamo troppo facilmente collegato questa pagina all’Eucarestia, come se fosse scontato che qui Giovanni parli del pane che spezzerà nell’ultima cena (come una anticipazione, non scrivendo l’istituzione nell’ultima cena). In questo c’è del vero, ma dobbiamo stare attenti. Perché è solo a posteriori che possiamo dire che quel corpo e quel pane è – in una sua forma propria il pane – dell’Eucarestia. Possiamo capirlo solo se prima ci fermiamo su queste parole che hanno un loro referente (non sono il precetto della Messa) e parlano della Legge, alla Torah, di quel legame con Dio che nasce dal nostro “senso religioso”…

Scrive M. Bellet (Le change de Dieu): Gesù incontra l’uomo in un luogo più originario di ogni legge o valore o alternativa etica, dove l’uomo nasce a sé stesso con tutto il suo desiderio infinito. L’uomo incontra Gesù dove nasce a sé stesso. E’ un luogo tanto radicato da essere assimilabile all’atto del mangiare. Gesù sta al di là delle alternative: non lo incontriamo come custode delle derive dei valori della nostra società (la deriva dell’amore narcisistico, deriva del materialismo, del progresso sfrenato…). Non lo incontri quando cerchi una tutela che ci protegga dal male della vita (il luogo della Legge). Né quando cerchi felicità (intesa così come etica del bene e della soddisfazione). Lo incontri dove rinasci a te stesso, in tutto il tuo desiderio di infinito. Gesù si sgancia dalla alternative e rilancia un desiderio più profondo per farci sperimentare un livello nuovo della verità. Scrive Von Balthasar (in Spiritus Creator): c’è una formula corto-circuito che pensa che la vera religione non sia altro che etica (e si pone questo come ponte all’ateismo). Ma il livello che va a toccare Gesù è un altro, ben più profondo e ben più umano. Dice S. Agostino rivolto a Dio: donami ciò che chiedi e chiedimi ciò che vuoi . Gesù prima di darti risposte chiede di identificare il luogo del nostro desiderio. La domanda è: cosa pretendi che io desideri per fare quello che mi chiedi? Questo è il livello a cui il corpo del Signore chiede di essere “mangiato”.

Tornando al brano. Capiamo che la domanda dei giudei non risuona sulla stranezza del pane, o sulla stranezza che sia da mangiare… A questo erano bene abituati, era una nota metafora per dire la totale ricezione, la totale assimilazione. La Parola non si ascolta semplicemente, ma si medita a lungo, si rumina, si mangia… Questo loro lo sapevano bene. Quello che scandalizza è che l’oggetto di questa nuova legge è “la carne del Figlio dell’uomo”, la sua vita, il suo corpo, il suo sangue (quello che si diceva chiede il livello del desiderio e della libertà, non più dell’etica). Non è più una legge come Parola consegnata a Israele, ma è la vita di un uomo.

Insomma, imparare a “incorporare” il Signore significa la possibilità di una immedesimazione nel nostro stesso luogo, nel nostro stesso corpo, nelle nostre stesse relazioni, desideri, affanni, difetti ecc. Qui insomma c’è una vicinanza nuova con il Signore che può essere coltivata a tal punto da essere assunta ma che è vicinanza con qualche cosa che ci appartiene, che è fatto della nostra stessa natura. Nonstante il fatto che non ci sentiamo all’altezza, o che siamo ancora pieni di speranze, attese e timori. In ogni caso, ci è data la possibilità di una prossimità, di una vicinanza, che è della nostra stessa pasta. Questa scandalizza i Giudei e continua a scandalizzare molti credenti (soprattutto quelli che cercano ai bordi della loro vita l’appagamento religioso – quelli che dicono “vado a ricaricarmi” in qualche esperienza – quelli che coltivano un senso timoroso e misterioso del sacro, quando invece ci è data la possibilità di una confidenza reale che arriva fino alla nostra radice di uomini desiderosi di vita).

Torniamo ora al pane. Il Signore è realmente presente ovunque e non aspetta certo che facciamo la Messa. Viene incontrato nei luoghi più disparati e inattesi e viene “assunto”, “masticato” al punto da essere parte di molti uomini che nemmeno se lo aspettavano (“non mi rivedrete finché direte benedetto colui che viene nel nome del Signore” – forse questo “venire nel nome” di molti uomini è lo stesso che “l’aver mangiato”). Tuttavia quando esso è presente in un suo luogo proprio, non assume il simbolo del Totem, o del Libro o di una cattedrale. E’ il pane. E il punto è proprio il carattere elementare di questo segno. Tanto elementare quanto è elementare la sua vicinanza, e la sua necessità. Presente anche nel corpo di altri, qui lo è – insostituibilmente – nel suo corpo proprio. Questo è il posto migliore del Corpo del Signore.

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