IV Domenica di Pasqua – (omelia di don P. Sequeri – 1982)

At 4,8-12 ; 1Gv 3,1-2 ; Gv 10,11-18

Raccogliamo due suggerimenti dalla nostra lettura della Parola: il primo ci riconduce al filo delle riflessioni che abbiamo svolto insieme fin quei soprattutto preparando il nostro spirito alla celebrazione di Pasqua. E’ il filo che abbiamo percorso intorno al tema della qualità che questo Vangelo chiede e offre nello stesso tempo, per poter essere apprezzato come parola di vita e non semplicemente come parola retorica, o soltanto teorica. Solo come parola di vita questo Evangelo intende e può raggiungere la radice più profonda dell’uomo, la quale è sconosciuta all’uomo stesso. Scoprire questa radice è il primo grande passo che ogni uomo dovrebbe avere la fortuna di poter fare, sotto qualsiasi cielo sia nato, e su qualsiasi terra si svolga la sua vita, e a qualunque religione o non religione appartenga.

La Parola del Vangelo illumina il carattere misterioso di questa radice con una frase che letta attentamente vuole essere meditata -chiede di essere meditata- perché sembra ovvia solo a prima vista. La frase è quella della lettera di S. Giovanni e dice: "carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati Figli di Dio, e lo siamo realmente ". E aggiunge: "la ragione per cui il mondo non ci conosce, è perché non ha conosciuto Lui ". Quest’ultima frase serve a correggere lo schema troppo ovvio attraverso il quale forse noi pensiamo si trasmetta questa parola di Vangelo: la parola detta a noi, noi la diciamo ad altri e questi altri conoscendo quello che noi siamo, imparano a conoscere anche Dio.
C’è una verità in questo, ma solo mezza verità, ed ecco l’altra faccia della medaglia: "la ragione per cui il mondo non ci conosce – se noi siamo aperti a questo dono, a questo dono d’amore di Dio – è perché non ha conosciuto Lui". Dunque c’è anche un’altra strada che deve essere compiuta. Si può vedere questa radice dell’uomo, si può vedere trasparire questo mistero dell’amore abissale che sta all’origine di ogni vita, e della nostra in particolare. Noi abbiamo creduto all’Evangelo e dunque abbiamo il compito di esprimere questo dono. Ma c’è una conoscenza di Lui che è più profonda ancora di quella che le nostre parole sanno esprimere, c’è una conoscenza di Lui che non può essere frutto della parola che noi diciamo, che in qualche modo deve precederla. C’è una conoscenza di Lui che, se in qualche modo, nel segreto di un uomo non è già avvenuta, nulla può succedere perché, dicevamo, è una gran fortuna quando un uomo scopre dentro di sé, prima di tutto, la profondità di questo mistero, perché senza questa scoperta (si direbbe qui), neppure la parola dell’Evangelo, neppure la testimonianza del credente sincero è in grado di far percepire quale ricchezza ci sia nella radice dell’uomo, questa che viene nominata con il grande amore che il Padre ci ha dato, questa solidarietà di Dio dalla quale ci parla nella sacra scrittura.
Dunque, c’è una conoscenza di Lui, c’è un’apertura al mistero che Egli ha scavato nel cuore di ogni uomo, che deve precedere in qualche modo, la stessa parola del Vangelo. E noi abbiamo meditato su questo, incominciando da quella famosa pagina della Sammaritana: il dono bisogna che uno se lo scopra dentro, se non lo sente scaturire da dentro, se non scopre da dentro la verità di questa Parola dell’Evangelo, il contatto è sempre destinato ad essere perso e faticosamente ricercato di nuovo e mai si ha la sensazione di averlo concluso per quanto si legga questo Vangelo, per quanto si meditino queste parole, si dicano preghiere, si celebrino eucaristie. Appunto perché ancora, dentro di sé, la voce di Lui non è stata trovata, non è stata trovata nella forma di quel desiderio la cui radice è ignota, è sconosciuta, è sempre contraddetta, nella forma di quel desiderio di vita eterna che pure rappresenta come una nostalgia che ci è difficile strappare dal nostro cuore. Se uno ascolta questa voce, se uno non la ricaccia subito indietro, pensando che tutto qui incomincia e tutto qui finisce, ha qualche speranza di scoprire che c’è una verità in questa cosa desiderata, in questa profondità nascosta a noi stessi.

Il secondo suggerimento che raccogliamo dal Vangelo di oggi ci conduce ad un tema di grande impegno, che non possiamo certo esaurire in questa breve riflessione e sul quale quindi speriamo di tornare in seguito. Il tema dunque è questo: la Parola dell’Evangelo, questa parola che raggiunge il segreto desiderio che c’è nel cuore di ogni uomo e gli da un nome, un volto, un fondamento, questa parola dell’Evangelo è l’unica parola della salvezza. Avanza questa pretesa audacissima , che il percorso della storia sembra rendere ogni volta più incredibile perché l’uomo progredisce anche un po’ nella disinvoltura, oltre che nelle altre cose, e sempre meno -noi abbiamo la sensazione- è disposto a sperare, a credere che ci sia una verità che sia unica , che non si debba ricondurre ora a questa ora all’altra. Sempre più invece, io credo, ci si abitua all’idea che ci sono soltanto mezze verità disponibili, verità di piccolo cabotaggio, verità che per oggi e per domani, forse per dopodomani, e se durano fino a dopodomani ci sembrano già cose abbastanza importati. Eppure questa parola dice: "in nessun altro c’è salvezza", non vi è infatti altro modo dato agli uomini sotto il cielo, nel quale stabilire come possiamo essere salvati. C’è poco da fare. Chi vuole fare i conti con questa Parola deve pur fare i conti anche con questa sua pretesa: di dire la verità, semplicemente, non una tra le tante possibili, di dire la parola della salvezza, semplicemente, e non la parola di una certa sopravvivenza.
Questa parola non fa una proposta fra le tante, non esprime un’opinione fra le molte possibili, ma indica un’unica verità alla quale è possibile aggrapparsi quando si desideri salvezza e non semplicemente sopravvivenza, e non semplicemente reggere fino a domani. E dunque ha una sua durezza che bisogna certamente meditare. Eppure, ed ecco l’altro lato ugualmente sconcertante di questa parola, eppure (e non ci vuole meno coraggio per dirlo) questa parola è per tutti, per tutti nessuno escluso. Nel Vangelo questa è una cosa abbastanza chiara: è per quelli che sono qui, è per quelli che sono là, è per i pubblicani e per la prostituta, è per il discepolo e per il bravo ragazzo, è per l’uomo che non ha avuto niente, come per quello che sembra avere avuto tutto. E’ per l’uomo che è stato educato a ritenersi importante e per l’uomo che ha imparato da subito che non conta niente per nessuno.

Questa parola, dunque, è per ognuno ed è l’unica che c’è; ma questa sua durezza, questa sua rigidità, apparentemente così esclusiva, deve essere tenuta insieme con quell’altra incrollabile certezza dell’Evangelo: che le pecore alle quali si rivolge -tanto per citare il Vangelo di oggi, ma ogni pagina andrebbe bene- "non sono soltanto quelle che voi vedete, ma ce ne sono altre che io conosco e mi rivolgerò anche a quelle, e andrò a raccogliere anche quelle". Per ognuno: non c’è nessuno escluso. L’unico titolo per essere inclusi nella salvezza promessa da questa parola è l’essere uomo.
Allora si può anche essere esclusi da una religione, da una società, da una cultura, da un determinato standard di vita, da un determinato modello morale, ma nessuno può essere escluso da questa Parola di salvezza e di speranza. Dire insieme le due cose è il fascino e la croce del cristianesimo. Ma dirle insieme, dirle insieme veramente è la cosa più difficile che ci sia. Mostrare con lo sguardo, con il modo di atteggiarsi, che le due cose stanno insieme, che una delle due non può essere sacrificata a prezzo dell’altra, perché altrimenti non c’è più niente, né speranza, né verità, dare testimonianza di questo è la cosa più difficile.
Tanto difficile che tutti noi ogni giorno della vita, siamo tentati di modificare uno di questi due aspetti del Vangelo, di scegliere soltanto un lato della medaglia e di vivere in quello. Se è l’unica parola, bene, sia: l’unica parola io ce l’ho e gli altri peggio per loro! Se invece la salvezza è per tutti, non serve stare a faticare a questa parola di testimonianza di verità. Se la salvezza c’è per tutti chi deve pensarci ci pensi. Ecco, in ambedue questi modi, questa parola diventa insipida, insignificante, diventa incapace di darci il senso della vita.
Ridiventa questione di questa o di quella religione, ridiventa questione di questi o di quegli altri, di questo modo di pensare o di quell’altro, insomma ridiventa una questione di quelle che dividono gli uomini. Invece questa parola è capace di fare unità per l’esistenza degli uomini, perché essa vuole raggiungerli alla radice, in quella radice dove soltanto questa parola può e vuole dire qualcosa di sensato per ognuno.
Ecco, questa è -per così dire- la scommessa del Vangelo. Per meno di questo, non vale la pena di fare grande fatica, perché per meno di questo il Vangelo diventa una cosa insipida e di il nostro affannarci nella teoria e nella pratica della religione, diventa una cosa a mala pena sopportabile.
Ma se uno intuisce questa cosa, diventa difficile sopportare la banale normalità, il banale aggiustamento al quale questa parola è soggetta nel nostro modo di parlare della religione, di fare la religione, nel modo di prendere il rapporto tra religione ed il resto della vita.

In conclusione non meravigliamoci se entrare in questa profondità del Vangelo cristiano ci costerà molto. Chi vuole entrare fin qui, nella verità del Vangelo, sentirà che gli è chiesto molto. Gli è chiesto di spogliarsi di molte delle sue convinzioni, anche di quelle che apparentemente, egli avrebbe detto, le convinzioni normali di un credente che lascia alla religione il giusto posto nella vita.

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