Gv 13,16-20 – IV Pasqua, giovedì

In quel tempo, dopo che ebbe lavato i piedi ai discepoli, Gesù disse loro: “In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica. Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma si deve adempiere la Scrittura: ‘‘Colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno’’. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. In verità, in verità vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato”.

La parola sulla quale vorrei meditare è questa: "io conosco quelli che ho scelto", e ancora "chi accoglie colui che io manderò"… Ci penso da un po’ e mi pare che noi oggi siamo troppo sbilanciati sull’altro versante della nostra chiamata, quello della nostra scelta del vangelo, del nostro realizzarci, della nostra formazione. Tutte cose giuste, ma qui una frase è certamente chiara: alcuni (non dico solo i preti e le suore, ma la vocazione dei dodici in tutte le sue forme di testimoni) sono lì per il fatto esclusivo che sono scelti da lui. E’ inutile tormentarci sul per chi, sul per come, sul se, sulle garanzie, sul percorso… qui questi poveri quattro li ha scelti e chiamati lui e questo è il marchio indelebile.

Insisto su questo perché invece noi (anche per il sacerdozio) siamo troppo preoccupati di rendere "appetibile" la cosa, di rendere il cristianesimo più allettante perché "se no questi ragazzi come faranno a fare quello che noi abbiamo fatto…". Oltre tutto questo è anche un messaggio oggettivamente demoralizzante nei confronti della forma della vocazione al ministero. Ed è una parola diversa da quella del vangelo. Qui è avvenuto esattamente il contrario: il Signore si è scelto questi. E questo (che non è solo il lato di una medaglia a due facce, ma molto di più) ci fa bene riassimilarlo, ricominciare a tessere il filo da questa parte. Se soltanto noi dilatassimo un po’ la nostra malinconia, la nostra ansia per le cose che accadono, per le difficoltà, per il fatto appunto che abbiamo la sensazione di questi uomini che si trovano reclutati dal Signore e forse non hanno tutti percorso le vie che dovevano essere percorse… Ecco, questa cosa, oggettivamente, rende debole la nostra letizia, e la indebolisce senza che lo vogliamo presso i nostri interlocutori (poi hai voglia a parlare di "gioia" dei ministero – lo senti il contrasto!).

E invece, per pochi che siamo, dobbiamo scommettere di nuovo su questa cosa: che una delle nostre attitudini professionali migliori è sapere quelli che il Signore chiama, fiutare quelli che il Signore si sceglie e dirgli: "Tu" e "Tu" (come il "seguimi" detto a Pietro). Certo dicendo sempre “poi fai quello che ti pare” e anche il giovane che faceva tanto lo sgarzolino e al quale il Signore disse “beh, per te facciamo così”, poi ci ha dovuto ripensare (e non dico del mistero di Giuda)… Ma tutta questa cura e coccolamento e forma seduttiva che la chiesa sta prendendo istintivamente, va ad ingombrare. L’abbiamo già praticata ingenuamente e fin troppo. Si dice: “abbiamo finalmente la possibilità di nuovo di creare coinvolgimento, la possibilità di partecipazione per il ministero”… ma l’abbiamo cercata di ricreare in quel modo, non fiutando “questo, questo e questo” il Signore se li è scelti. E gli altri sono tutti sempre ben venuti. Non è che noi dobbiamo costruire dei discepoli, non è che dobbiamo avere un premio di produzione, perché alla prima difficoltà il discepolo costruito, se non è il Signore che se l’è scelto e non sa cosa farsene, torna a casa.

E così qui invece, in questa seconda sfera di quelli che il Signore si sceglie non si trovano dei super uomini. E meditiamo invece su questo: più è trasparente questa potenza del Signore e più siamo in grado di far percepire che il Signore c’è e fa delle cose (come per il Signore: chi accoglie me accoglie chi mi ha mandato). La presenza del Signore che accade non è soltanto un predicato e una conseguenza delle cose buone che noi diciamo. C’è e fa delle cose, fa delle cose per noi impossibili, e le fa! E questo qui si trova lì, e sa cosa lo aspetta ed è contento perché lo riceve dal Signore. Fai delle cose che allora non sono impossibili. E questa è l’alternativa che tiene in piedi questa avventura che altrimenti sulla carta è improbabile. Questo è il gioco destinato a riuscire: che lui fa cose e appare dove era destinato a fallire, dove altri (magari gli stesse tra i suoi) avevano pensato di tradire.

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