Gv 14,27-31 – V Pasqua, martedì

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Vi lascio la pace, vi dò la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate. Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato”.

Il bisogno di pace è tra quelle cose che oggi più si cercano e si invidiano. Siamo stati capaci di fare anche di questo un prodotto e una ossessione (l’ossessione della pace come l’ossessione della felicità eterna): si va in cerca di oasi della pace interiore, si cerca un po’ di ricarica, si invida la serenità altrui. Anche a scapito della univocità del senso buono del sacro, la pace è l’oggetto di scampio che oggi mostra un prezzo molto elevato. Ossessionati come si è dalla felità, pure la pace è oggetto delle nostre ricerche. Come cercatori di pepite. E ci confondiamo anche con la serenità che diviene cifa delle scelte e del bene (se sei sereno tu…).
A volte è percepita come necessità di piccole certezze, nel bisogno di un tetto un po’ più ospitale, un po’ meno mutevo e che ci permetta di sopravvivere meglio. Tra i sottoprodotti del narcisismo odierno c’è anche questo. Si trova anche una invidia per la “pace spirituale” e verso i grandi santi Cristiani. Cosa affascina in fondo di Gesù o di san Francesco se non la “pace interiore” che mostrano di fronte alla vita e alle difficoltà? L’analisi sarebbe lunga, a ognuno i suoi esempi di gente incontrata con il suo (più o meno sano) bisogno di pace. E perchè non aggiungere all’elenco anche la nostra ansia dell’evangelizzazione (che non è zelo pastorale) perché le cose non ci rendono come vorremmo (o come una volta)? Prova ne è il nostro angoloso e nervoso e lagnoso e anche risentito racconto di ciò che deve essere.

E la frase di Gesù “vi lascio la pace” resta oggi un’arma a doppio taglio. Segno della fine radicale di ogni ambiguità su Dio e sulla sua volontà, può persino diventare l’oggetto stesso della ambiguità del sacro. Diviene la moneta stessa di scambio della religione. Finiti i soldi e le possibilità della nostra economia si mette in vendita la “serinità interiore”… Ma il meccanismo funziona fino a un certo punto perché su questo terreno è più facile smascherare il trucco. La falsità di una pace nata dalla insinuazione del dubbio sistematico di fronte alla torsione della vita (la psicologia) o di qualsiasi sua finalizzazione utilitaristica (la pace addirittura come strumento azientale per un maggior rendimento dei dipendenti)… Qui in fondo il meccanismo del nostro consumismo non riesce più di tanto a mascherare la finzione… basta un attimo e lo specchio si rompe. Realmente il mondo “non ha potere”.

Ecco perché subito Gesù precisa, ed è bene che ce lo ricordiamo: “non come la da il mondo io la do a voi”. Dopo il dono della “memoria cristiana” (l’opposto del nostro ricordo) Gv precisa la pace cristiana (l’opposto della nostra sernità).
Perchè se si esclude la pace dalla logica del mondo, che sia la logica economica della crescita e del successo che noi viviamo, o quella della sopravvivenza e della anestesia al vivere, e consideriamo le parole del Signore scopriamo che è la certezza della sua venuta. E la non negoziabilità di questa venuta. Che significa che nessun avvenimento della storia, nessun passato, nessun presente, nessun successo e nessun insuccesso sono il giudizio di Dio e possono modificare (per coloro che amano e sono amati da Dio, nello stesso tempo) questa situazione fondamentale per la quale noi riconosciamo di essere stati amati, conosciuti, chiamati, predestinati, giustificati, glorificati.

Questa persuasione profonda ci deve sottrarre ad ogni inerzia ma deve rappresentare il principio di quella pace che il mondo non può dare. Tutti gli avvenimenti del mondo insieme – testimoniassero anche il nostro brillante successo – non possono sostituire l’atto con il quale Dio ci giustifica, ci chiama e ci vuole bene. Nessuna presunzione su questo: una vita piena di successi non sostituisce la giustificazione. Non ne è il fondamento, né il principio: non ha alcun potere.

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