Gv 16,20-23 – VI Pasqua, venerdì

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia”.

Il parto deve essere una immagine cara a Giovanni. Già da Nicodemo Giovanni scrive: “se uno non rinasce dall’alto”. Lui che non scive del parto di Gesù, lo ricorda come immagine simbolo dell’Ora.

C’è qui qualche cosa di più del nostro schemino che ci spiega “che dalla fatica e dalla sofferenza poi possono nascere frutti di gioia…”, “e quindi bisogna credere anche quando si fa fatica”… ecc.ecc. No. Qui questo schema salta. Non c’è. Qui si dice che quello che nasce dopo tutti i nostri sentimenti del momento e dell’oggi (urla da parto, tristezza, delusione, nervosismo…) è un uomo nuovo. E’ un uomo nuovo per sempre. Mentre tutti questi sentimenti dei dodici sono destinati a morire, quello che nasce è destinato a non morire. E’ come una scoperta che non semplicemente ci sana e ci ricompensa dalla prova che passiamo, dalla fatica fatta (e peggio ancora se fosse fatta in nome della fede), ma è una scoperta sulla vita che ci resta attaccata come un nuovo DNA del nostro esistere.
E’ la scoperta che non solo siamo stati salvati or qui or là e che in fondo per ora ci è andata bene, ma è la scoperta di una forma dell’esistere che non mendica più niete neanche da Dio, non ha più bisogno di baratti, non torna mai indietro almeno su “un punto” della nostra vita. E’ la certezza, rocciosa e vera come la vita di uomo (così vera quanto è vero che esisto) che il Signore ritorna, che le cose alle quali mi aveva insegnato a lagarmi e a contare non sono destinate a finire… anche qualora la partita fosse ancora aperta!

E Giovanni è lucido: questa esperienza (questa certezza) non nasce dal fatto che “vediamo il Signore”, che vediamo i miracoli cambiare la nostra vita, oppure che vediamo quanto questi nostri affetti effettivamente e miracolosamente tengono. No. Questa certezza si realizza perché è il Signore che torna a guardarci: “io vi vedrò di nuovo”. E’ da qui che trae la sua forza: che da quando è giunta la sua ora, il Signore non sarebbe più il Signore se dimenticasse di “vederci di nuovo”, “di ricordarci”. Se non avesse abbastanza forza per saperci proteggere e guidare. Perché questo DNA cambiato (quello dell’uomo nuovo che nasce e che non può più tornare indietro su questo punto), in fondo, non è solo il nostro, ma –da quando Gesù se ne è andato– è anche quello di Dio. 

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