Gv 17,1-11 – VII Pasqua, martedì

In quel tempo, Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: “Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse. Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te”.

Con il capito 17 inizia la “preghiera di Gesù”. E’ una pagina rara che ci permette di entrare denrtro alla preghiera e al modo di pregare del Signore, in prima persona. Dovremmo farla nostra come facciamo nostro il “Padre nostro”. Almeno questa invocazione, come invocazione della sera: Io prego per loro,  per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi.

E’ una preghera che ha tutto il coraggio di chi sta di fronte a Dio, come la grande intercessione di Abramo di Gen 18. Ha coraggio, non teme di dire “cose” a Dio, vive di grande libertà che non teme nulla da Dio. Per questo l’immagine della preghiera come semplice dialogo con Dio non è molto efficace. Già meglio una trattativa. Ma la metafora migliore sarebbe quella dell’essere immerso in Dio, dello sprofondare, come uno che affoga. Sentendoci circondati da questa sua volontà di misericordia.

In ogni caso, qualunque immagine usiamo, scopriamo da un lato l’assurdita del nostro metterci al centro (Gesù prega per i suoi, Abramo si scopre “polvere e cenere”) – l’umiltà diventa realtà, l’umiltà che non è una virtù ma è verità perché tutto il resto è illusione (Heshel) – e dall’altro di un ricominciamento a partire da questo punto. che vive una tenacia sulla bontà della richiesta. “Che conoscano te” chiede ancora Gesù già sapendo che i suoi hanno creduto in lui. E’ un ricominciamento che parte da Dio, e che per questo deve essere ripetuto cocciutamente, ogni giorno. E così si dimostra anche una difesa. Difesa appassionata e tenace delle cose scoperte come care, vitali, immortali. Su questo piano vince il dubbio, l’inconsistenza e la fragilità. Si dimostra forte cambiando quello che siamo, e allo stesso tempo è spogliazione progressiva del nostro io (quello che è mio è tuo). 

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