X domenica dopo Pentecoste

1Re 8,15-30; Sal 47; 1Cor 3,10-17; Mc 12,41-44

Una premessa e tre piccole osservazioni sul tema di queste letture. L’avrete capito, il tema è l’abitare di Dio tra gli uomini: il tempio di Gerusalemme (Salomone), noi come tempio (Paolo), il gesto di carità della donna davanti al tesoro ripreso da Gesù.

La premessa. Perché dobrebbe essere un discorso interessante? C’è chi dice che Dio sta nelle Chiese, chi nelle moschee, chi nelle preghiere, chi nei gesti di pace, chi negli atti d’amore… ma a me cosa cambia? Mi diceva un ragazzo: che Dio stia nell’incontro con gli altri o in un atto di carità cosa cambia? L’atto di carità resta sempre lo stesso, e gli altri restano sempre gli altri. Allora, perché è interessante? E’ interessante, provavo a rispondergli io, perché l’abitare di Dio corrisponde a un desiderio. Ecco la premessa: non è un discorso teorico perché l’abitare di Dio corrisponde a un desiderio. O viene percepito così oppure sono solo parole… Dicevo a quel ragazzo: se tu voi sapere se stai facendo qualcosa di giusto nella tua vita, se stai desiderado la cosa giusta, e se c’è qualcosa di vero, non solo di casuale, se credi che l’amore che i tuoi genitori vogliono a te ti abbia insegnato qualcosa su cos’è l’amore… allora hai un desiderio che chiede di Dio, che chiede dove abita Dio. Hai un desiderio di un incontro (hai una nostalgia), che cerca il luogo dell’abitare di Dio.

Allora raccogliamo tre indicazioni preziosissime da queste letture. Con tre parole: trascendete, infuocato, kenotico.

Dalla prima: dice Salomone “i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito!”. Che significa che da sempre le cose vere, da seguire e da desiderare, il luogo dell’abitare di Dio, “non è  un luogo mio”. Le esperienze vere della vita non sono esperienze di possesso. Gesù ai discepoli di Emmaus si rivela e subito scompare. Tuo figlio adolescente che esce di casa non è “tuo” figlio, e tu devi imparare ad accettarlo così. Diceva una mamma una frase di questo tipo: quando mi è nato mio figlio ho capito che era mio figlio e allo stesso tempo che non era più mio… Giocando con le parole: il luogo dell’abitare di Dio, non è un luogo mio. Ci sarebbe molto da approfondire… Fino a dire come Gesù: ti riconsegno la vita, perché la vita stessa che è mia, non è più solo la vita mia. Ma se non è così per un padre che ha i figli piccoli e non ha più un istante….

Dalla seconda lettura: interessante quanto dice Paolo. Paolo dice (parfrasando) “luogo di Dio è il luogo dove io rinasco a mé stesso attraverso una prova come di fuoco”. Dove io rinasco a mé stesso (io sono tempio di Dio). Non è il sentimentalismo di un Dio che sta nei cuori, ma significa, in modo molto crudo: dopo che io ho passato un’esperienza di fuoco che mi ha messo alla prova, che ha bruciato ciò che non il vero fondamento, capisco qualcosa in più di mé, percepisco un desiderio più profondo della mia vita (percepisco un donatore al di là dei suoi doni…). E questo rinascere a mé stesso è un luogo di Dio, è la forza dello Spirito.

Il vangelo dice: voi non ve ne accorgete – e Gesù chiama lì i suoi per dirglielo quando vede la scena, perché sa da soli non ci arrivano – ma Dio abita i luoghi di quegli atti di amore che sono totali. Non la piccola carità, i due spiccioli, ma gli atti d’amore totali, dove uno si svuota del tutto di sé. Questa cosa è molto attuale, perché nessuno ci crede più. Un atto di amore che abbia una pretesa totale è oggi guardato con sospetto. E’ fanatismo, è morboso e perverso. Io posso solo amarti fino ad oggi, fino a che posso. Anche per la parrocchia: sei sempre lì in oratorio, lameta il genitore che vede troppo fuori casa il figlio… Ma “troppo”… Perché tutti gli “amori” grandi e totali non è che non ne siamo capaci (non è questione di capacità o di riuscita) ma sono visti implicitamente con sospetto.
Ma noi aggiungiamo – sapendo che Gesù richiama i suoi – non sarà che il sospetto viene dal nostro cinismo e dalla nostra rassegnazione? Noi sappiamo benissimo che voler bene a una ragazza (come i ragazzini) con la pausa estiva… è soltanto utilitaristico. Perché l’unico amore che non è utilitaristico è qualo di quando uno dice: tutto, per sempre, tutto me. Diceva Cesare Pavese: “da uno che non darebbe la vita per te non dovresti accettare neanche una sigaretta.” Ed è un fatto del cuore, non di risultati. Il cuore umano fa la sua esperienza vera quando arriva fino qui, non “due spiccioli” (comprati oggi per carità, come il venire a messa), ma per questo tutto.

Se sappiamo che è un luogo di Dio, e che Dio abita questo, forse scopriremo che il nostro desiderio corrisponderà meglio a una attesa così, a una vita così, piuttosto che alla solita nostra moderazione che insegna ai ragazzi quella rassegnazione che ci portiamo addosso e che sa così poco della vita vera.

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