II Domenica dopo il Martirio di S. Giovanni il Precursore

Is 60,16b-22; Sal 88; 1Cor 15,17-28; Gv 5,19-24

Come premessa vorrei dire che questo discorso deve avere impressionato molto Giovanni e i discepoli. Non deve essere stato un discorso tra i tanti… Chiedetevi se noi ascoltandolo una volta saremmo in grado di scriverne il contenuto. E invece immaginatevi di essere un discepolo che ascolta questo discorso e poi se lo ricorda per anni, ne ricorda le frasi e lo racconta. A noi non capita così, forse perché queste parole non hanno quasi più nulla da dirci. Sembra che non ci riguardino.

E invece, se uno ha il coraggio di fermarsi e ascoltarle bene c’è qualcosa di enorme. Cosa? Io lo dico così: una pretesa. C’è una pretesa enorme nelle parole di Gesù. E’ la pretesa che quello che è accaduto (prima si racconta una guarigione nella piscina di Bethzaida), ma più radicalmente tutto quello che Gesù fa, sia – non una cosa che capita, un taumaturgo bravo, un rabbino sapiente – ma sia eterno, infinito, sia scritto nel cuore di Dio. Quello che vedi qui, è quello che vede uno che vede Dio. Tu vedi me, e invece vedi il Padre – dice.

E questo vale per noi. Immaginate il parroco che vi dice: è stato bello qui per anni, ma vuoi pensavate che era solo un grupp (come il gruppo della birra del sabato sera) e invece questo è accaduto tra te a Dio. Ma voi ci credereste? Lo dico in uno slogan: prendere sul serio Dio è prendere sul serio la pizza con il tuo amico. Chi vede Te, vede Dio. Prendilo sul serio.

Voglio fare due osservazioni.

1) Quella pretesa noi dobbiamo pensarla tra di noi, ogni volta che ripetiamo i gesti di Gesù e non solo a Messa, ma ogni volta che ceniamo insieme (non per chiacchierare e avere solo compagnia) ogni volta che offriamo all’altro la nostra protezione. E quella pretesa corrisponde a un desiderio, corrisponde a una promessa. Io dico: se noi abbiamo smesso di desiderare di amare per sempre, di desiderare una risposta totale, di sentire che ci manca qualcosa… abbiamo smesso di essere uomini.  Ma se non abbiamo smesso di essere uomini desideriamo ancora qualcosa in più della pappa e della casa calda, qualcosa che abbia a che fare con Dio, con un tempo che non finisce oggi, con un senso di quello che facciamo.
Faccio un esempio: io passo in oratorio e vedo i nostri ragazzi che giocano a pallone, e anche se io non posso fermarmi e giocare con loro, io penso che sarebbe bello che questi imparino a volersi bene, imparino a vivere anche la loro partita come si vive una “verità”, imparino a vivere il loro affetto e il volto dell’altro come una verità che è un dono di Dio per te… e mentre desidero questo io so che posso farlo solo perché la loro presenza mi richiama a questo, c’è una promessa in loro che vedo. (Dice Paolo la promessa di superare la morte). Quella pretesa corrisponde a una promessa che vedo nei miei legami migliori. (*)

2) Quella pretesa (chi vede me vede il Padre, dice Paolo) combatte il nostro relativismo. Dobbiamo smetterla di pensare che bisogna provare tutto, che tutto è relativo alla nostra sensazione. C’è invece una verità da custodire. Perchè c’è una pretesa nella tua relazione. Ti chiede molto la tua relazione se cogli che contiene i gesti di Gesù e i suoi gesti sono la verità di Dio. C’è una responsabilità che dice: non è uguale tutto, il male c’è.

Fatemi dire una sensazione: è difficilitssimo dire che Dio c’è (hanno fatto anche le magliette…), ma Dio non si offenderà. Invece è ancora più difficile e problematico dire: il male c’è. Ma capite che se il male non c’è, ed è relativo, è impossibile insegnare a uno che beve 8 litri di birra al sabato sera che è male. Semplicemente che è male. Se a questo abbiamo continuato a dire che tutto “dipende se ti senti bene”. Invece: “chi vede me vede il Padre” implica che tu cogli una pretesa nella tua vita che ti chiama a una responsabilità che ti fa dire anche: questo è male, questo è bene!

Sarebbe interessante fare l’ultima nota, per commentare questo “dare la vita” di cui parla anche la prima lettura. Io dico: quella pretesa, quando viene percepita non solo come affetto o emozione, ricrea, genera, dona la vita. Lo commento con un esempio. Mi colpisce sempre andare nella comunità dei tossici di Suor Elvira e notare come questi ex tossici abbiano imparato a vivere una seconda volta. Non nel senso che si sono disintossicati, ma nel senso che hanno imparato a dare nomi nuovi alle esperienze della loro vita. E per questo si sono disintossicati. Prima, davanti alla canna, dicevano: “tanto smetto quando voglio”… poi hanno imparato a dare un nome giusto: “tentazione”, “questo mi rovina”, “è la tentazione della mia distruzione”, “è la risposta sbagliata a una mancanza che non so vivere”.
Questo per me è il senso di “vivere”, “rivivere”. Non che respiriamo ancora ma che diamo le parole giuste all’esperienza. Le parole che si possono dare solo se percepiamo quella pretesa che è Gesù, la pretesa di sapre che c’è il Padre nei suoi gesti. Ci basterebbe questo.

 

(*) Nel romanzo “Il deserto dei Tartari” c’è una bella frase che dice questa nostro desiderio:

Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna e fa cenno indicando l’orizzonte con sorrisi d’intesa. Così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti. Ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.

 

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