Racconti da Gerusalemme -3

L’università qui è un giardino. Tutte le aule danno su prati con molte piante e fiori. Il cielo è sempre azzurro. Mi immagino così i “giardini” del medioriente da cui prende spunto l’Eden.
E dopo le lezioni, noi studenti possiamo riposarci all’ombra di qualche pianta. Ormai ci raduniamo in un gruppetto di amici, a volte da diverse nazionalità: italiani, americani, tedeschi.
Anche alla domenica ci raduniamo, in serata, nella casa-chiesa dove vivo. Per i miei amici studenti che vivono al campus dell’università è un’oretta di viaggio. Vengono volentieri, sapendo di ritrovare amici e gente nuova, quel Signore della domenica che qui non può essere ricordato con il riposo. Manca qualcuno a ritrovarsi alla sera: manca un luterano, un gruppo di americani protestanti, mancano due amici ebrei. Le ferite di una storia che misteriosamente è fatta di fede e fraintendimento, pace e odio.

Eppure, in queste strane domeniche di lezione e di lavoro, questo gruppettino di universitari (a volte quattro, a volte otto, a volte due) radunato per la messa nell’unica parrocchietta ebraica di Gerusalemme mi ricorda molto – più per simpatia che per reale vicinanza – quei primi amici del Signore. Forse anche loro all’inizio un po’ così. Poi usciamo nel centro a mangiare, “falafen e pita” o ieri – ultima domenica e festa – una pizza in un ristorante. Segni di quanti strani legami tesse il Signore in questi anni e a cosa li affida. Quanta fragilità li ha per un attimo costituiti e a cosa ora saranno lasciati?
Anche qui il giardino viene oltrepassato, e ci si accorge che il Signore vi passeggiava dentro senza quasi che noi ce ne rendessimo conto.

Ma non solo l’università è un giardino. Direi che tutta la Galilia è un giardino e anche gran parte del Golan. Ci siamo andati in tre noleggiando una macchina lo scorso “sof-shawua” (weekend). A Bet Shearim (casa delle porte) abbiamo scoperto una necropoli ebraica del II secolo. A Zippori abbiamo attraversato il tunnel del canale romano e le case dei ricchi contemporanei di Gesù. Anche nel suo tempo c’era la bellezza del mosaici romani, scene di animali, dell’Egitto, della bibbia… un mondo tutt’altro che privo di raffigurazioni. Le ville dei ricchi e anche la sinagoga dei ricchi. Forse i luoghi dove il Signore ha lavorato nascostamente per trent’anni. Ora, nascostamente dimenticati dai turisti e dal mondo. La sorte di una città importante scomparsa nella storia come sembrano scomparsi i racconti di Gesù in quegli anni. Destino di qualche cosa che ora può solo essere immaginato?

E anche il Lago è come un giardino. Ci arriviamo di sera, giusto il tempo di un bagno e del vespero alla luce del tramonto: “nulla rimpiango, molto ti ringrazio per tutto quello che ho potuto dare, nulla mi manca solo in Te confido, povero e solo chi non sa più amare” – cantiamo a voce sommessa.

Nell’arrivare diamo un passaggio a una coppia di giovani ebrei diretti a una cena di shabbat, anche un modo per praticare il nostro ebraico. Sono sulla strada tra Zippori e Nazaret, chissà quante volte percorsa dal Signore. Loro ripetono “baruk adonai” appena si parla dei molti nuovi immigrati francesi. Invitano Paola a sposarsi presto e a fermarsi in Israele, ma noi gli diciamo che siamo cristiani. La conversazione si fa più fredda e dun tratto, sulla stessa strada, come da duemila anni, la storia torna a mostrare tutto il suo peso.

Il giorno seguente saliamo nel Golan, tra i torrenti e le cascate del Giordano e, più su, sul monte Hermon. Il giardino si è trasformato in pietra ma non nasconde la sua origine fiorente. L’aria è diventata frizzante come sulle nostre montagne. Scendendo, il giardino torna a ridare i suoi frutti: sono le mele del Golan, coltivate da arabi ex giordani ma anche da nuovi coloni ebrei. Altri ebrei che conosciamo sulla strada ci spiegano che il Golan basso in primavera è tutto fiorito, e noi ci immaginiamo il rosa delle pietre trasformarsi in rosso dei fiori.
Torniamo sul lago dalla sponda opposta a quella di Cafarnao, nei luoghi molto più belli e incontaminati dell’altra riva. Sono monti che sembrano rudi e solitari, ancori segnati dal ricordo di una guerra vicina. Forse così rude e solitario era anche l’uomo indemoniato incontrato lì dal Signore appena sceso dalla barca. Su una scarpata dove dei maiali si lanciarono oggi non ci sono turisti e un cartello delimita gli ultimi metri prima del pendio, allontanando di nuovo il Signore: attenzione campo minato.

Ma il tramonto rende dorate le cose e anche il cartello non fa più paura. In questo giardino il peso della storia non è più in grado di scalfirne la bellezza. Di fronte a noi, racchiuso in uno sguardo, tutto il giardino dove il Signore passeggiava. E ancora la sua acqua dolce arriva fino al punto più basso e salato della terra.

Passiamo il deserto di notte e torniamo a Gerusalemme. Lì qualcuno ci aspetta e di nuovo tutto il gruppo di amici si ritrova in un appartamento vicino all’università per i racconti del viaggio. E anche per il trasloco di Matteo dalla chiesa protestante in città vecchia a una squallida stanza in un condominio dell’università. Attraversiamo il suk in tarda serata con gli scatoloni dei vestiti. Non ci sfugge per l’ultima volta la vista dalla sua terrazza, tra la cupole del S. Sepolcro e la spianata del tempio.
Di nuovo dal giardino si esce. E si piange alla vista dei muri di questa Gerusalemme che raduna i suoi piccoli dispersi – ed essi non vogliono. Eppure, anche cacciati, qualcuno tesse i fili dei nostri vestita, raccoglie le lacrime dei tempi più duri e incompresi, come in un otre prezioso:

I passi del mio vagare tu li hai contati,
le mie lacrime nell’otre tuo raccogli;
non sono forse scritte nel tuo libro?

(Sal 55)

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