II domenica dopo l’Epifania

Is 25,6-10a; Sal 71; Col 2,1-10a; Gv 2,1-11

E’ interessante mettersi dal punto di vista degli sposi di questo racconto. Essi sarebbero i protagonisti ma sono allo scuro di quello che accade. Ne sanno di più i servi. E ne sanno anche di più del personaggio che dirige il banchetto.
Gli sposi – senza saperlo – superano una grossa mancanza perché un’altro è intervenuto al loro posto. E non è più interessante se sono colpevoli o meno di quella mancanza (noi ragioniamo così). Come non è neanche interessante che loro lo sappiano che c’è stato un altro che ha cambiato la loro mancanza.

Non è il fatto miracoloso, ma il fatto che questa è la nostra esperienza quotidiana – se la sappiamo vedere. L’esperienza primaria è la coscienza che il mondo (tutti) viviamo come questi sposi, senza rendercene conto, di qualcosa che hanno fatto altri per noi. C’è qualcun altro che continuamente permette a me di vivere – semplicemente. Non saremmo vivi, senza il gesto di (non sappiamo chi neanche noi) ha pensato a fare in modo che il mondo prosegua.

Facciamo qualche esempio: credere di poter fondare una società (la nostra) su una specie di contratto, su un insieme di diritti e di doveri, come se la relazione tra me e l’altro fosse in qualche modo riducibile a questo: diritti e doveri. Come se io vivessi di questo, come se a me bastasse questo. E abbiamo trascritto tutto in questo schema, ogni rapporto: il lavoro (contratto…), la casa (questione di comprarla), il divorzio (diritti della donna), la scola (i diritti di lavoratori e studenti)…

Ma ragionare così, pensare che non si viva invece di un “di più” invece di un “dovuto”, questa è la questione vitale! Vivere di un insime di contratti e doveri: ci fa sopravvivere ma non vivere. E oggi neanche più questo.
Ci fa dimenticare della storia nostra: parlavo con un muratore ieri, queste case non ce le abbiamo per un contratto ma … una cosa bella nasce sempre così. E senza cose belle non si vive. Si vive di questo, mentre “se è dovuto è perso”.

Il segno di Gesù è il semplice segno del fatto che di questo surpluss noi viviamo, sempre. Di Dio e della sua misericordia noi vivivamo. 10 litri o 1000 litri che siano. Senza sapere neanche il nome di chi li manda. Non è un fatto economico – anche se ci verrebbe in mente subito. E’ il fatto che non erano dovuti (come dice Gesù: cosa ci viene da questo?). Ma se non sono vovuto, qualcuno – posso dirlo – mi vuole bene davvero e allora vale la pena vivere, e allora il futuro è sempre bello. Per il nsotro domani ci basterebbero 10 litri gratis e capiremmo che la realtà vale davvero la pena di essere affrontata, sempre.

Lascia un commento