Sogni e speranze per l’anno

La domanda mi imbarazza sempre un po’. Se infatti da un lato avere dei sogni è segno del legame e della passione che abbiamo per le cose, dall’altro sembra offuscare la nostra capacità reale di fare e di pensare alle cose. Si sa: il sogno inizia dove l’uomo dorme e non può più operare. E la speranza (l’ultima a morire) dove non sia hanno più certezze. Il sogno, in fondo, è l’altra faccia del “sonno della ragione”.

Questo idealismo sognatore è sempre stato attraente per gli uomini. Tecnicamente, per la psicologia, ci permette di rimuovere il senso di colpa per le aspettative mancate nell’oggi (non c’è come dire: domani studierò per rimuovere il senso di colpa del non-studio e non studiare mai). Da un punto sociologico, il sogno è la prima forma di rimozione della morte. La società non rimuove il problema della morte semplicemente relegando gli ammalati negli ospedali e gli anziani negli ospizi, ma regalando sogni, convincendo gli uomini che i problemi di oggi domani non ci saranno. La macchina dei sogni e delle speranze è oggi quella che mette in moto il mercato: cosa è più attraente di un sogno. In questo senso, sogni e speranze sono una forma di oppio dei popoli (o di dominio delle masse).

Cristianamente parlando direi che non esistono sogni e speranze. Chi ha letto il Vangelo sa che esiste invece un solo sogno e un’unica speranza. Ma confrontato quello che si ha in mente per sogno o speranza, con la speranza cristiana mi rendo conto che è meglio il termine “certezza” o “realtà”. La speranza cristiana non ha infatti nulla a che fare con una cosa che possiamo “solo sperare” perché ora la realtà ci delude o subiamo ingiustizie. Questa è una forma di rassegnazione e non di speranza. La speranza cristiana è la certezza della solidità di una amicizia. Non è il sogno di cose che oggi non vanno bene e sono da migliorare, ma l’esperienza che sempre il Signore è in grado di mostrarsi e indicare la strada (“anche se l’oscurità mi copre, per Te la notte è chiara come il giorno, per Te le tenebre sono come luce” – recita il salmo).

Per questo parlerei di “strade” o “cammini” che si possono intravedere in questo anno o in questi anni. Si tratta, per me, di riuscire a formare alcuni immaginari legati all’esperienza dell’oratorio per molti ragazzi. Parlerei di immaginari più che di insegnamenti o idee cristiane. Mi rendo conto che queste strade (fatte di immaginari) andrebbero inserite in un’idea più ampia e avrebbero bisogno di un arco più lungo (di come le posso pensarle io). Tuttavia ritengo che ne esista almeno una che può sempre essere pensata. E’ quell’immaginario con il quale inizia il Vangelo e che nasce tutte le volte che nasce il Vangelo. E’ l’immaginario che può sempre essere pensato quando si pensa all’incontro di Dio con gli uomini.

Si tratta dell’immagine di una casa, con tutta la famigliarità ma anche la responsabilità che questa acquista. Creare un immaginario per cui l’oratorio può essere visto e vissuto come una casa. Come se a Villa ci fosse una casa, che non è di uno o di un gruppetto eppure non è neanche di tutti. Non è la casa di tutti, come a volte si dice, perché quando una cosa è di tutti significa che non è di nessuno, o meglio è dei più prepotenti.

Mi piacerebbe dare questa percezione ai ragazzi, molto semplice e che tutti possono capire: questo oratorio (e sopratutto chi lo abita) se tu lo vuoi, se ti trovi bene, se non ti accontenti delle cose piccole che ha già, può essere anche la tua casa. In questa casa potrai venire ad abitare, puoi venire a giocare, e ci sarà spazio per tutti… ma soltanto se sai che non è solo la tua casa, non sono solo cose tue, gli amici tuoi al tuo servizio. Se torna ad essere solo casa tua, come la tua cameretta dove decidi solo tu, finisce di essere una casa grande, e ritorna uguale uguale alla tua piccola cameretta. Perché dentro ci sarà spazio solo per te.

Ecco, una strada è riuscire a creare questo immaginario (che è poi già un immaginario di comunità) e deve essere un immaginario, una cosa sentita e percepita, non una idea teorica. Rispetto a questo, penso che quelli più a rischio oggi siano i ragazzi nella fascia tra i bambini e gli educatori. Loro sono i più esposti al rischio o di non capire che questa è anche casa loro (che qui c’è un posto anche per loro) o di fare di questo posto l’ampliamento delle loro comodità (un centro servizi, dove alla fine devono decidere loro, prendi e porti a casa… quasi un supermercato dei servizi).

Per me non è solo una sfida educativa: non mi interessa nulla fare dei bravi ragazzi che vivono la convivenza e fanno gruppo. E’ che ne va del Vangelo, né va della vostra scoperta di Dio oggi. Come dicevo all’inizio, il Vangelo è iniziato così: non c’erano gli oratori, non c’erano i giochi organizzati, né le feste di inizio anno. Però a un certo punto, qualcuno ha aperto la sua casa agli altri. Pietro ha aperto la sua casa di Cafarnao a Gesù e a un gruppettino di amici. E poco prima qual c’un altro aveva chiesto: maestro dove abiti? E avevano fatto della sua casa la loro.

All’inizio non c’erano le chiese, gli oratori: c’erano delle case dove la gente scopriva di essere così amici da essere come dei mamma e papà nuovi (anzi di più). Dare questo immaginario è più di un sogno nel cassetto, è dare voce al desiderio che tutti noi cerchiamo da sempre e a qualsiasi età, anche se non lo sappiamo, perché solo così questa casa è la tenda di Dio tra gli uomini.

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