I domenica di Quaresima

Is 57,15-58,4a; Sal 50; 2Cor 4,16b-5,9; Mt 4, 1-11

Mi fermo su un aspetto di questo vangelo, comune anche alla prima lettura e al tema di questo tempo forte che inizia.
Non mi sembra marginale il fatto che le tentazioni si ambientino nel deserto, che siano state anche fatica, che non sia stata -evidentemente- una passeggiata, ma qualcosa di rischioso che Gesù ha dovuto evidentemente attraversare. Perché? Perchè anche il Figlio ha dovuto rischiare per diventare anche lui “adulto”, “uomo” definitivo nel suo essere il Figlio?

Vorrei citare a questo proposito una frase bellissima di Moby Dick. La barca è finalmente calma in una bonaccia, a un vento tranquillo, ma tuttavia, scrive Melville:

Volesse Iddio che queste felici bonacce fossero durature! Ma nel loro mutuo aggrovigliarsi i fili della vita sono intessuti a trama e ordito: bonacce attraversate da tempeste, una tempesta per ogni bonaccia. Non esiste progresso fermo e irreversibile in questa vita; non avanziamo per gradi fissi verso l’ultima pausa finale: attraverso l’incanto inconsapevole dell’infanzia, la fede spensierata della fanciullezza, il dubbio dell’adolescenza (destino comune), poi lo scetticismo, poi l’incredulità, per posare infine, da esseri adulti, nella pace pensosa del Se.

Ogni processo di iniziazione – anche quello della fede, anche quello del Figlio (!) – ha bisogno di un elemento di rottura, di un ordito di bonacce e tempeste, di un tempo ordinario e di una quarsima. Si passa attraverso una fisiologica sofferenza per arrivare a essere adulti. Senza il figlio che adolescente fa casino, senza quella sofferenza (con anche i brufoli e tutto il resto), non c’è poi un uomo adulto.
Perché? Perché ogni iniziazione introduce a qualcosa di irreversibile, qualcosa che da al ragazzo per la prima volta nella vita la percezione simbolica di ciò che significa definitivo. Così ha funzionato anche per il Figlio e deve funzionare anche per il rapporto che abbiamo con Dio e con la Chiesa.

Definitivo:
Quando si è uomoni non si è bambini, quando si è di questa Chiesa non si più fluttuanti, quando si ha una donna non se ne cerca un’altra, quando si ha un lavoro non si è più irresponsabili o ci si alza all’ora che si vuole. E’ successo qualcosa di irreversibile.

L’elemento delle rottura (le tentazioni) è raccontanto nel vangelo perché vada accudito e abbia un ruolo significativo, anche in ordine alla fede. Senza di esso non si percepisce in alcun modo il senso del definitivo e quindi del sé (di chi si è, appunto definitivamente nella vita). Nel campo delle scelte e della responsabilità il simbolo del definitivo è l’esperienza dell’irreversibile. Accade così anche per Gesù.
Passa il deserto e sei il “Figlio amatissimo”
Bruciano le barche dell’infanzia e adesso sei un ragazzo.
Bruciano le barche dell’adolescneza e sei un uomo.

Se il rapporto è sempre diluito, preoccupatissimo di evitare il momento traumatico, si possono fare tutti i discorsi che vogliamo ma il definitivo non avverrà.

Anche nel rapporto con la religione. Sarà inevitabile, dopo il catechismo, non che si continui a insistere e a consolare, ma che i ragazzi passino da una scelta definitiva e forte. E anche selettiva. Non tutti, ma: “tu”, “tu” e “tu”. Allora la fede si riappropria a un livello diverso, si ricominia a un livello nuovo. Non per chi “ha resistito” come dice il linguaggio del risentimento, ma per chi è stato “chiamato” alla ecclesia, al servizio della Chiesa. I vecchi lo sapevano che un rapporto non si azzera quando c’è la rottura dell’età adulta. Sulla distanza emerge un legame indistruttibile, il punto di riferimento riconquistato. E così come sono riconquistati i genitori anche la madre chiesa è riconquistata.

La quaresima ci offre questo. Il Signore Gesù ha passato questo e solo così la sua percezzione originaria del Padre (unica) è diventata realmenete definitiva, eterna, libera e sua.

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