IV Domenica di Pasqua

At 20,7-12; Sal 29; 1Tim 4,22-16; Gv 10,17-30

Le letture di oggi vogliono farci riflettere sulla vocazione sacerdotale nella Chiesa. La prima lettura racconta una celebrazione di Paolo a Troade dove c’era una delle prime comunità. Noi diremmo una catechesi o una celebrazione della parola. Come si nota, Paolo si dilunga molto a parlare tanto che qualcuno si addormenta (vedete non accade solo oggi…). Così, nella lettera pastorale a Timoteo, l’autore esorta un giovane presbitero a non avere paura della sua giovane età (perché non è più la saggezza degli anni il metro di paragone).
Il tema di tutto questo è certamente il ruolo di un ministero particolare che chiamiamo sacerdozio (o i preti).

Mi colpisce quanto sia oggi in fondo anche molto discussa e chiacchierata questa figura. Nella forma del nostro pensiero la si discute oggi sempre nell’ottica di una contestazione o di uno scandalo — ma non ci stupiamo. Il discorso è interessante solo quando contiene una trasgressione. Un mio amico diceva per cogliere questo “principio trasgressivo”: oggi sembra che non voglia farsi prete nessuno se non le donne, non si voglia sposare in chiesa se non gli omosessuali, non voglia fare la comunione se non i risposati. Questo per dire che bisogna sfuggire questo principio trasgressivo che pure veicola l’interesse del 90 % dei nostri discorsi.
Si parla dei preti quando si innamorano o fanno danni, quando c’è la questione del sacerdozio femminile, quando sono pochi ecc. ecc. Poi nell’immaginario comune non si sa sa molto di loro se non frasi molto altisonanti (i ministri del sacro, i mediatori) oppure, nella pratica, semplicemente “quelli che non si sposano”.

Qualche tempo fa, su Youtube, dei miei compagni di seminario avevano rilasciato una intervista. Era interessante leggere i commenti disgustati di molti. Per lo più si leggevano frasi del tipo “siete fuori dal mondo”, “vivete nel medioevo” ecc. Inutile dirlo: non sembra che la figura del prete abbia un buon posto oggi. Ma non solo solo i ragazzi i guardarsi bene da questa possibilità ma anche tra noi -se siamo onesti- a vedere i nostri figli entrare in Seminario forse non saremmo così felici.

Cosa invece ha da dire il Vangelo su questo? Anzitutto dice che il Signore e pastore delle pecore è Lui e non il prete. Perché c’è una pretesa eccessiva: che sia il prete bravo a far apparire il Signore e che il prete cattivo ci faccia perdere la fede. Invece, nessun prete è il Signore e il pastore. E fino a quando un essere umano avrà alito sulla faccia della terra, non ce ne sarà un altro. E quando lo incontreremo non lo confonderemo con nessun altro. Perché se c’è qualcosa o qualcuno che è Unico, con la u maiuscola, che non può essere sostituito da nessuno, che non può essere confuso con nessuno, questo è il Signore.
Questo deve insegnare il sacerdote, se ha abbastanza fegato per farlo.
A nessun prete posso accollare il peso, che pure sento dire, di aver fatto perdere la fede. Perché la fede non la fa il prete.

La seconda cosa che mi sembra importante è questa: per il prete (che non ha figli e quindi nessun ricatto o scusa da poter far valere come attenuante) c’è una relazione con questo Pastore che nulla può distruggere.
Per questo l’essere preti è un sacramento, è ontologico (sei prete anche se fai soltanto una cosa come leggere la messa), perché riguarda un relazione che ti costituisce fin dal midollo. E alla luce di questo, per un prete, tantissime delle altre cose sono solo chiacchiera che distrae.
Io sono entrato in seminario e non mi importava nulla se il prete è solo, se deve avere famiglia, se è giusto che… ma c’era una cosa che per me è diventata una certezza: che non sarei mai stato felice lontano da lui e lontano da quello che devo essere per esservi vicino ogni giorno.
Il resto è chiacchiera da scandalo che scrive chi non è prete o non sa quale sia questo Pastore.

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