II Domenica dopo Pentecoste – Professione di Fede dei Ragazzi

Sir 16,24-30; Sal 148; Rm 1,16-21; Lc 12,22-31

Penso che le letture di oggi siano davvero molto belle per la professione di fede dei nostri ragazzi.
Pensate, dice Paolo: “io non mi vergogno del Vangelo”. Allo stesso modo, dopo duemila anni, dei ragazzi pronunciano nella sostanza la stessa identica frase: che non si vergognano di dire la nostra fede. Se loro sono qui veramente con consapevolezza hanno lo stesso coraggio di Paolo. E aggiungo: è un coraggio che non riguarda solo loro. E’ un coraggio che c’è o non c’è (e che costa fatica) a 13 anni come a 20 come a 50 (anche da preti).

Vorrei approfondire con voi un punto a partire da questo Vangelo
Abbiamo ascoltato una frase bellissima: “La vita infatti vale più del cibo e il corpo più del vestito”.
Questo mi sembra un nocciolo importante di questo discorso di Gesù. Essa non significa che possiamo incrociare le braccia perché tanto ci pensa Dio… Quelli che pregano Dio di fare andare bene la partita o il compito in classe quando non hanno studiato sono dei superstiziosi e non degli uomini di fede. Persone ancora lontane dall’aver riconosciuto il Dio di Gesù.
Come non significa una sorta di moralismo che vuole farti sentire in colpa se pensiamo al vestito bello o al cibo buono (vestitevi bene, come anche Gesù, e pensate al cibo buono!). Nella chiesa oggi c’è molto di questo moralismo di ritorno. L’hanno chiamata “sobrietà”: sobrietà delle cose, del vivere. Io dico che invece è spesso una forma di “vita sciatta” e non appassionata a nulla.

Invece, “la vita vale più del cibo e il corpo più del vestito” ha un significato molto più bello. E’ un concetto che Gesù ripete anche altre volte, a partire dalle beatitudini. Cosa sono infatti le beatitudini se non dire che la vita stessa vale più della sazietà o –diremmo noi– dell’essere realizzati.
Un’altra frase bellissima del vangelo lo dice ancora: “Che importa all’uomo se prende tutto il mondo e perde se stesso? O che darà l’uomo in cambio di sé?”.

Vorrei dirlo chiaramente: il vangelo dice qualcosa, è buona notizia, a partire da questa domanda. Esso non è scritto per dire “fate i bravi”… ma per porre forte la domanda nel cuore “ma io, chi sono?”, “cos’è questa mio vivere? e che senso?” E’ una domanda che mi pongo perché io lo so -in fondo- che vivere è più di mangiare e andare in palestra.
Una volta in classe un ragazzo mi ha detto “don, ma non farti queste domande”. Io invece dico che se leggo il Vangelo nella sua forza sono come obbligato a farmi questa domanda. E dico che il Vangelo inizia a essere tale, quando accende questa coscienza, questa consapevolezza, questa domanda su di me.

Le cose sono interessanti sempre quando ci toccano a questo livello. “Sognare di essere qualcuno” — come molti ragazzi dicono — è proprio scoprire questa domanda. Tutte le cose che studiate a scuola sarebbero meno noiose se illuminate da questa domanda, “cosa è essere qualcuno?”. Io penso che tutta la vita è sempre tornare a ciò che suscita questa domanda dentro di me: a 13 anni quando ho tutto il futuro davanti, a 20 quando penso al lavoro, a 60 quando sono nonno e vedo i nipoti. E la domanda è proprio questo non perdere sé stessi anche se si guadagnasse il mondo.

In tutta onestà, ognuno sa che questa domanda (cosa è vivere davvero?) lo scuote dentro. A meno che non sia già diventato un uomo cinico o vuoto. Ognuno sa che o la vita è un inutile affanno e quindi è meglio non pensare e non pensare mai, oppure uno ha il coraggio di accorgersi che questa domanda è vera. Questa domanda non è un inganno! E il primo passo è scoprire che che il mio “esserci” (come l’esserci dei fiori, degli uccelli, il mio “essere qualcuno”) non è in mano mia, non me la do io da solo questa vita, non decido io questa famiglia dove nascere, non è merito mia questa cura che hanno avuto altri per me. Io esisto solo per una cura di qualcun’altro e senza l’affetto di un altri io mi lascio morire (l’esperimento di Luigi di Francia).

La felicità vera non è quanti soldi ho nel portafoglio, non perché i soldi siano brutti, ma perché vivere, “essere qualcuno”, non è una cosa che mi posso assicurare io o che posso darmi da solo. Non sta nell’ordine nelle cose che si possiede definitivamente. E’ sempre un desiderare di “essere qualcuno”, un desiderare di “non perdere sé stessi”.

Per questo la felicità è l’incontro con il nostro Dio. Essa si accende nella coscienza che — guardando la realtà della mia vita — mi fa scoprire che da sempre Dio mio ha voluto bene. Da sempre e nonostante “non sia così ricco”, nonostante “non sia mai quel qualcuno che vorrei”,… nonostante !
La cura di Dio mi tiene in vita davvero come tiene in vita la realtà tutta (veste i fiori dei campi, nutre gli animali…). E questa è l’unica cosa veramente sicura che esista, è l’unica cosa affidabile. La cura di Dio è l’unica cosa sulla quale potrò sempre fare affidamento.

Questo diranno oggi i ragazzi, questo è il credo Cristiano che ci fa dire “Padre”. Non professano solo l’impegno. Professano che questa cosa l’anno vista nella loro vita e l’hanno riconosciuta come vera. Questa è la fede. E per questo -solo per questo- uno può dire: “si vive di fede” o, come dice Paolo, “il giusto vivrà della fede”.

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