Mt 9, 9-13 – I avvento, mercoledì

In quel tempo. Andando via di là, il Signore Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

La chiamata di Matteo mi ricorda la tela di Caravaggio che si trova a Roma in S. Luigi dei Francesi. Una tela che fa molto discutere per tanti versi. Sembra in essa che la chiamata di Matteo sia marginale rispetto a tutto quanto avviene nella vita: una luce che proviene da una finestra e che non è proprio in linea con la presenza del dito puntato di Gesù. Dall’altra parte, addirittura, il protagonista che potrebbe essere il giovane chinato ancora sui suoi denari prima della chiamata, oppure l’anziano che con la sinistra fa segno di essere forse lui il chiamato.

Questo dipinto mi da la chiave interpretativa della scena. Dove la presenza di Gesù nei riguardi di costui che era considerato peccatore pubblico, si fa presente appunto teneramente, senza potenza, senza forza. Questo è lo stile della tenerezza di Dio, che si trova anche nella frase del profeta Osea citata da Gesù. Anche il profeta Osea presenta l’irruzione di Dio nella vita di Israele non come una forza certa, ma come una tenerezza soffusa da attendere con pazienza. Israele si aspettava che Dio senz’altro dopo due giorni avrebbe fatto rivedere il suo volto benevolo, avrebbe ridato vita ad Israele. Mentre invece il profeta risponde che questa benevolenza non è la vera “hesed”, la vera lealtà, voluta da Dio, e assomiglia piuttosto alla nube evanescente, alla rugiada che subito sparisce al mattino. Ciò che invece Dio chiede ad Israele è l’atteggiamento profondo che coinvolge il cuore e che si esprime poi sì anche negli aspetti esteriori del sacrificio. Ma senza verità del cuore, senza lealtà profonda non ci sarebbe la manifestazione della tenerezza di Dio.

Come ci suggerisce M. Bellet: “La divina tenerezza è sobria e discreta, non si perde in sublimità, si trasmette da corpo a corpo attraverso lo sguardo, la mano, la semplice presenza, l’ascolto benevolo e gioioso. Dona senza aspettare alcun riscontro. E’ l’umanità ingenua e semplice. Permette all’uomo di sopportare se stesso nella attraversata talora terribile della vita. Può fare a meno di tutto persino delle parole.” Ma non può fare a meno di quella parola del Signore Gesù: seguimi.

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