Giovedì della settimana dopo la Dedicazione

Ap 1,10; 2,18-29; Sal 16; Lc 10,1b-12

Per dare una chiave di lettura a questo Vangelo titolerei così: “il coraggio di andare e il coraggio di andarsene”.

Il coraggio di andare è quello descritto nella prima parte di Vangelo.
Esso non viene da un progetto, da un’idea o da una morale. Così si vendono le “cose” agli altri, ma non si annuncia il Regno. Dice il Vangelo che quell’andare nasce da uno sguardo, dalla quotidiana esperienza (sul lavoro, a scuola, in famiglia) che impara a patire la mancanza e la nostalgia di molti che non hanno incontrato il Signore. Magari a volte a partire dai propri figli!
E’ il cuore irrequieto che non sa accontentarsi di una felicità che riguardi lui solo. Diceva una bella espressione: se in Paradiso ci fosse posto solo per me, sarebbe un inferno. Ecco, la nostalgia che fa nascere il coraggio di andare, di dire una parola sulla vita un po’ più coraggiosa dell’editoriale che abbiamo letto sul Corriere, del TG che abbiamo ascoltato.
Sentire la nostalgia del fatto che tanti nostri amici non hanno parole migliori per giudicare la realtà se non le battute di Crozza alla televisione (è davvero così…). La nostalgia del fatto che vedi tanti “orfani” nell’anima e incontri tanti ragazzi frustrati dalla ricerca di un sè, dal sogno di una autorealizzazione, che non c’è e che non sarà mai all’altezza del loro desiderio.
Ecco, se uno sente questa “nostalgia” non può starsene fermo! E allora almeno gli viene da dire, ogni sera: “la messe è molta e gli operai sono pochi…”

Dice poi questo Vangelo: il coraggio di andare rifiuta la violenza (grande tentazione) e non perde tempo.
Non porta borsa, soldi, bastone per difendesi, sandali… è importante non rendere allegorie queste frasi e nemmeno considerarle alla lettera come l’unico contenuto del Vangelo (Gesù stesso al cap. 22 di Luca cambia queste norme perché cambia il momento). E’ importante avere in mente il contesto reale per cui queste frasi significano (ecco il punto).
Significava distinguersi dai discepoli dei profeti o dei filosofi cinici o di altre sette (pensate a Giovanni Battista, pensate ai discepoli di Platone, pensate agli Esseni), dove sempre il “cosa” portare e il “come” vestirsi erano un carattere distintivo per il gruppo (il colletto dei preti o il Burqa dei mussulmani).
Significava rifiutare ogni difesa (tanto da sentirci a volte come tra lupi… ci sarebbe un lungo discorso da fare su come questo atteggiamento disarmato nei confronti dell’altro sia l’unico che rispetta ciò che siamo davvero come uomini).
Significava per questo affidarsi a un contesto di amici, a una fraternità. Solo dentro questo conteso di comunità è pensabile la regola del vestito. Solo fuori da una solitudine di questi predicatori era possibile vivere dell’accoglienza “reale” degli altri (sottolineo reale: lì senza sandali era proprio senza sandali). Gesù è convinto che l’uomo che vive il Vangelo possa vivere davvero senza contraccambiare “il male con il male”, possa davvero fidarsi del cibo che altri gli daranno, senza portare denaro, ma questo diventa vero e reale solo in una fraternità. Perché è utopico pensato come progetto sociale ed è solo un “bello sforzo di buona volontà” pensato solamente come volontà del singolo (questa osservazione è molto importante per non fare allegoria del Vangelo o per non diventare assurdi integralisti).
Significa, infine, non perdere tempo, “non salutate nessuno lungo la via”, “non girare di casa in casa”. Già lo aveva detto poche righe sopra: se pensiamo di iniziare a vivere il Vangelo quando tutto sarà a posto, non cominceremo mai. Se pensiamo di pregare quando tutto sarà sistemato e avremo tempo, neanche con la pensione…

Il coraggio di andare dunque. Ma poi segue anche il coraggio di andarsene. Segno di cura ancora più forte. Siamo sempre tentati di legittimare mille compromessi nella scusa che prima o poi anche gli altri capiranno e prenderanno sul serio il Vangelo. Ma a volte siamo più interessati al ritorno che ne abbiamo, in termini di amicizia o di gratificazione. Invece, il Signore dice di vegliare sulla qualità dei legami a costo di alzarci dalla tavola dove siamo nutriti (difficilissimo!), a costo di dire dei “no” (difficilissimo!) a persone alle quali vogliamo veramente bene, con il rischio di non vederle più forse (scuotendo la sabbia), ma con la testimonianza di non confondere il vangelo con una mia gratificazione o un mio successo. Insegnamento forte questo!

In ultimo, vorrei ricordare: l’uomo dai quali vengono questi “comandamenti” sta per andare a consegnarsi agli uomini e lo farà da solo per proteggere “i suoi”. Anche se aveva detto “chi perde la propria vita a causa mia la salverà” poi, nell’ora della prova, non gliela chiede ma sacrifica la sua. Così si aspetta che impariamo a dare la nostra vita e non a condannare quella degli altri.

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