I Domenica dopo la Dedicazione

At 8,26-39; Sal 65; 1Tm 2,1-5; Mc 16,14b-20

Facciamoci aiutare ancora una volta dalla pluralità che contiene la storia per leggere quella che a prima vista può sembrare una parola facile e ovvia: la parola “missione”. Si tratta, naturalmente, dell’andare dei discepoli che testimoniano ad altri l’incontro con il Risorto (cfr. il Vangelo). Eppure, questa formula (kerygmatica), presente anche del finale (canonico ed aggiunto) di Marco, ha dato vita a una storia “ricca” e “diversa”.
Lo ribadisco: sembrerebbe si tratti solo della buona volontà nostra di incontrare e testimoniare. Sembrerebbe sia un ennesimo incitamento allo sforzo di impegnarci per la Chiesa. Ma tutto questo può nascondere una visione un po’ troppo semplificata dalla vita cristiana.

Una prima idea. Nei primi secoli la missione ha coinciso con l’idea stessa di Comunità. Non c’era conflitto. Paolo scrive le sue lettere sapendo benissimo che il mondo non era da convertire, ma esso va per la sua strada. Tanto che scrive queste cose sui governanti (cfr. seconda lettura) che non sono certo parole forti. Un po’ come se noi dicessimo: “preghiamo che non facciano troppi danni e che stiano quieti, perché in fondo anche loro sono sotto a un Dio”. Non è una cosa forte rispetto a quello che siamo abituati a sentire da Paolo.
Ma in un mondo pagano, le comunità (erano proprio 4 e di poco più di 4 gatti rispetto a tutto il resto) erano la presenza di una testimonianza, il segno della presenza di un Cristo risorto. Tanto che Luca scrive questa conversione dell’Eunuco (cfr. Prima Lettura) sul modello dei discepoli di Emmaus. Come dire: quello che accade nelle varie comunità della Chiesa (qui si parla di quella di Gerusalemme) non è altro che un riaccadere di quello che è successo con il Signore.
In questo modello (fatto più di “chiese” che di “Chiesa” — che infatti è un concetto più tardo), l’universalità di cui parla il vangelo non è la grandezza di tutto il mondo ma la piccolezza del “chiunque”. Chiunque significa anche una cosa piccola: bastano due persone. Ed essi non si sarebbero sentiti meno “universali” dei milioni all’incontro mondiale della Gioventù. Chiunque può accedervi (non c’è più giudeo o greco o schiavo) perché la testimonianza coincide con una fraternità nuova.

Un secondo modello, è invece quello della missione come carità. L’universalità ha coinciso con l’universalità della carità e dell’umano, non solo con la fede che riconosce il Risorto. Non erano due cose distinte. Gli indigeni del sud america, dopo la cacciata dei Gesuiti, scrivono lettere commoventi ai loro governatori dicendo: perché ci mandate via questi amici che ci hanno voluto più bene dei nostri padri. Questo lo cito per dire che anche nella fase di colonizzazione non tutti i missionari erano assassini o colonizzatori.
Ecco da dove nasce la nostra immagine di “missione nel mondo”, come conversione di popoli. L’universale non era più un “chiunque” ma il “tutti”, perché davvero “tutti” avevano bisogno di Opere del Regno: di scuole, di riso, di pane… E aggiungerei, paradossalmente, in una europa piegata da divisioni, anche religiose, tutti escono dai propri confini. L’800 è il grande secolo di questa idea. In cento anni si passa da 350 missionari a 87.000. Solo in italia, si ebbe la nascita di 53 congregazioni missionarie, 10 istituti di fratelli missionari, 200 congregazioni femminili, 270 associazioni si sostegno alle missioni (preghiera e materiali). E’ uno di quei capitoli che ha cambiato il mondo e che a scuola si accenna soltanto.

Entrambe queste idee (universale è la piccolezza di un “chiunque” oppure universale è la grandezza di un “tutti”) che hanno fatto la storia cristiana, sono state vere o false, mostrano i loro limiti o i loro vantaggi, nella misura in cui nascono dall’incontro con Cristo. E se nascono da questo non hanno neanche bisogno di essere pensate a tavolino. Si converte così l’Eunuco di turno, cioè si incontra quella volta –quasi per caso– quel ragazzo che ha dentro delle domande, come si organizzano meticolose spedizioni in Africa nei locali dei Cermig di Tornino. Perché se uno incontra qualcosa di meglio dell’ultimo editoriale del Corriere, che magari fino a prima era l’unico metro di giudizio della realtà, sa che patirà, almeno per i suoi cari, la mancanza di questo incontro anche per altri.

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