II Domenica dopo la Dedicazione

Is 56,3-7; Sal 23; Ef 2,11-22; Lc 14,1a.15-24

Provo a sviluppare questo tema che mi sembra centrale nelle letture di oggi: la percezione di un appello, di una chiamata, che mi riguarda e che rimette in ordine la vita con tutte le sue priorità.

1) La percezione di una chiamata originaria che mi riguarda. Gli invitati che accampano scuse perché non percepiscono l’invito al quale sono chiamati. Sembra proprio –scusate l’esempio banale, ma forse ce lo rende attuale– la scena degli avvisi del parroco; quando dici: mi raccomando ragazzi che martedì c’è questo… e poi fuori da Chiesa chiedi: “allora martedì ci sei?” e la risposta: “martedì che cosa?”. Non perché non abbiano sentito, ma perché non si percepisce come cosa che riguarda me.
Ma c’è di più: dietro lo sguardo di quel ragazzo è come se mi si dicesse: “don, oggi tutti mi chiedono… tutti pretendo da me… tutti mi vogliono tirare dalla loro, almeno tu “non mi stressare”. Interessante questa percezione: c’è la necessità di una gratuità dell’appartenenza (anche ecclesiale) che non deve chiedere troppo, deve mantenersi “spontanea”. La mia domanda però è: non è questo l’atteggiamento di questi invitati che non arrivano mai? non è che in questo modo anche gli altri –senza un legame dove percepisco che l’altro è lì per me– vengono solo presi un po’ in giro?
Ecco allora la tesi: solo un legame che percepisce le parole dell’altro come importanti, come per me, solo un legame che si fonda su una chiamata originaria, è all’altezza del nostro desiderio… il resto è narcisismo e finisce sempre per dire (appunto come questi invitati del vangelo) “se avrò tempo”, “se ci sarà modo”, “se ci sono i miei amici”…
Invece, il primo modo per prendere sul serio l’altro e il Signore è vivere l’umiltà, è mettersi al pari di quegli umili (poveri, storpi, zoppi) che vengono presi a forza e invitati nella sale. Perché l’umiltà custodisce il legame, mi fa prendere sul serio l’altro, più della forza o del ricatto. Insegniamo anche questo ai ragazzi, invece che quel motto tremendo: “fatti valere”. Non è un fatto di buonismo o di essere pii, ma è il fatto di voler custodire il legame prendendo sul serio l’altro con tutto il suo appello, con tutte le sue domande.

2) Se percepisco l’invito dell’altro e l’appello originario di questo Vangelo come una cosa per me allora tutto si mette in ordine nella vita. Perché il dramma è questo oggi: tutto è importante. “Don se non pago il mutuo o dimentico il bollo dell’auto o…”. C’è una complessità del vivere che fa perdere un ordine. Ho in mente le mamme che fanno le agende dei figli tra piscina, inglese, tennis, catechismo… E i pomeriggi di questi ragazzi che non hanno un ordine di priorità. Anche sulla Chiesa: se alla fine è più importante il weekend a sciare che vivere la fraternità dell’oratorio quale valore si insegnerà ai figli? Al massimo si insegnerà che se si ha tempo alla domenica si trova un buco per la messa. Ma questa è una vita che custodisce i legami e una fraternità nel signore? Basta questo, o questo Dio non chiede di rimetterci in gioco al punto di percepire più il legame cristiano che il matrimonio (“mi sono appena sposato e non posso”…)?
Che ordine ho nella vita? Se la priorità di tutto è il lavoro o la svago nelle vacanza, l’impressione che avrà un figlio è che vivere è una cosa dalla quale appunto “è meglio svagarsi”. E questo anche nei legami: i genitori, la moglie, i nonni, gli amici di scuola, gli amici dell’oratorio, gli altri della parrocchia, il prete, la comunità cristiana? Siamo capaci di una priorità cristiana? Come per quell’uomo che quando trova quella perla preziosa tutto il resto lo vende. Semplicemente perché chi vuole vivere tutto non vive più nulla. Onestamente, vorrei chiedere a ciascuno: questo Vangelo cosa direbbe essere l’inizio di un “ordine” degli affetti nella vita?

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