Il vangelo secondo Bruegel

 

Inizio un con ringraziamento e raccontando come è nata questa serata. Io non conoscevo molto la pittura Pieter Bruegel, forse come diversi di voi (non ero e non sono uno specialista). Qualche anno fa, un ragazzo dell’oratorio che faceva l’educatore, è andato a Bruxelles per fare la tesi e con i suoi ragazzi di catechismo siamo andati a trovarlo. Responsabile del viaggio, andiamo a visitare il Museo di Bruxelles e la nostra visita iniziò e finì solamente nella sala di Bruegel, tanto quei quadri ci avevano catturati. La conferma che nella pittura di Bruegel c’era qualcosa di molto interessante che andava approfondita, l’ho avuta dopo la visita di Capo di Monte dove ci sono due splendidi Bruegel e un ragazzo mio amico mise la foto di uno di questi quadri come immagine di WhatsApp. Allora ho pensato che se un ragazzo viene colpito così tanto da un quadro del ‘500 forse è perché quel quadro è ancora in grado di parlare oggi, contiene una bellezza non vecchia o lontana. Da questa consapevolezza è nata l’idea di fare una serata su questo artista.

Chi era?

      

Inizierei subito a vedere i suoi quadri, ma per il fatto che non è così conosciuto prima devo dire qualche parola su chi era e quando ha vissuto.
Di Bruegel non sappiamo molto della sua vita. Non abbiamo neanche molte certezze di dove e quando sia nato. La prima data certa che abbiamo è il 1551 perché troviamo il suo nome (scritto in modo diverso, lui stesso cambierà modo di firmarsi togliendo una h) quando si iscrive ad Anversa nella gilda (corporazione) di San Luca –ovvero dei pittori. Poiché in questa corporazione ci si iscriveva quando si diventata pittori ufficialmente e non si era più in formazione, cosa che avveniva tra i 21 e i 25 anni possiamo ipotizzare che sia nato attorno al 1525/30. Sul luogo, possiamo dare retta a un mercante italiano vissuto ad Aversa in quel tempo che scrive una guida e lo cita come nato a Breda, non lontano da Aversa. Sappiamo invece con certezza che subito dopo la sua iscrizione nella gilda fece un lungo viaggio in Italia, forse lavorò con a Roma con il grande miniatore croato Giolio Clovio… in ogni caso, quello che è certo è che dell’arte rinascimentale italiana (Michelangelo muore nel 1564 ed è ancora in vita quando è a Roma Bruegel) non prende nulla. Nemmeno copia le bellezze delle antichità classiche (eccetto il Colosseo) ma resta affascinato da una cosa: la natura italiana. Le Alpi, le colline, le colline toscane, i golfi… è la natura che gli interessa. Come scriverà un suo grande critico: è come se Bruegel avesse inghiottito tutto questi paesaggi per poi vomitarli al suo ritorno. Così visita Reggio Calabria [4], con la città in fiamme per l’assedio di Turchi, o il golfo di Napoli. Vive ad Anversa che è una ricchissima città del tempo. Le fiandre erano parte del ducato di Borgogna, erano il centro economico dell’Europa, sede di grandi banchieri come i Fiugger, porto per tutte le merci provenienti dal nuovo mondo. Non lontano da Anversa era nato Carlo V che aveva fatto di queste terre ricevute in eredità il centro del suo Impero. Tuttavia, quelli di Bruegel, sono anni difficili: all’apice dello splendore, l’Europa è attraversata dalla confusione religiosa (calvinisti, luterano, anabattisti) e dalla confusione politica. Tempi simili ai nostri e di forte instabilità. Carlo V abdica nel 1555 quando B. ha circa 30 anni, poco prima di sposarsi, lascia le terre al figlio spagnolo Filippo II che tuttavia è odiato in loco e manderà una durissima repressione contro i protestanti. Come emerge in questo piccolo quadro dove due scimmie sono in prigione per due noccioline, sul retro una bellissima veduta della sua città.
L’altra grande città è Bruxelles, perché B. si trasferisce in questa città appena sposato, forse chiamato dal suo grande committente il cardinale Perrenot (consigliare di Carlo V e reggente delle terre) o per essere più vicino alla borghesia nascente e alla nuova capitale. Muorirà a Bruxelles quarantenne, per cause sconosciute nel 1569, un anno dopo l’inizio di una tremenda guerra che durerà ottant’anni e che separerà il Belgio dall’olanda, dividendo in due fedi distinte un mondo prima unito.

Icaro

    

Bruegel racconta il suo tempo con i suoi drammi e le sue confusioni. [8] Come in questo quadro che in un bellissimo paesaggio ritrae un grande contadino che (con la casacca rossa) ara la terra. Ma cosa racconta davvero questo quadro? Quasi tutti i quadri nascono qualcosa, hanno come un segreto che solo una osservazione attenta vede. Nella parte destra infatti un ragazzo sta affogando [9], come piovuto dal cielo. Il quadro infatti non racconta –come a prima vista sembrerebbe– la vita dei campi o del pastore. Il quadro racconta, nascostamente, con tono ironico il mito di Dedalo e Icaro. Un mito raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi, un testo molto in amato dagli intellettuali del tempo. Tuttavia, B. lo dipinge in modo assolutamente originale.
Tutto inizia da questa fortezza/prigione, dove il re di Creta Minosse aveva imprigionato il costruttore (ingegnere/architetto) Dedalo e il figlio di dieci anni Icaro.

Il padre stufo di rimanere richiuso, dice Ovidio, osserva: “minosse mi sbarri pure terra ed acqua, ma il cielo è pur sempre aperto”. Così costruisce le sue ali con penne e cera e ammonisce il figlio non solo di non volare troppo in alto (come si ricorda) ma anche di non volare troppo in basso per l’umidità dell’acqua. E se non fosse che questo sole così basso è forse una aggiunta di un restauratore perché forse l’opera è stata anche tagliata e portata su tela, io penserei che questo Icaro sia il primo ad essere caduto perché volava troppo basso! Prosegue Ovidio, dalla terra li vedono il pastore appoggiato al bastone, il pescatore che prende i pesci con la lenza e il contadino appoggiato all’aratro e li credono degli dei! Caduto Icaro, Dedalo gli scava una tomba piangendo, alla vista di una Pernice, ricordo di un nipote dodicenne più bravo di lui che aveva ucciso gettandolo da una rupe ma trasformato in Pernice dagli dei. Tragico ricordo di una invidia che non sopporta di non essere il primo. L’eccellenza dell’uomo, la sua tecnica, lo portano a perire.
Ma il messaggio forse non sta qui e non sta qui la strana bellezza del quadro che di Icaro non si cura affatto, del resto anche noi faticavamo a scorgerlo e soprattutto manca Dedalo nel cielo. Come Leopardi che in quel canto notturno alla luna dice, raccontando le sue disgrazie e le cadute del pastore dice: “forse del mio dir poco ti cale”. Forse il vero senso dell’opera sta nell’indifferenza di queste tre figure che per nulla si curano di ciò che è accaduto. Una testa compare nei boschi e ricorda il detto fiammingo: un aratro non si ferma neanche davanti a un morto. E la spada con la borsa su una roccia insieme alle sementi fanno forse riferimento ad altri due proverbi sulla stupidità umana. In ogni, caso, tutto sembra non curarsi della disgrazia del bambino e anche la bellezza del paesaggio e della natura fanno un beffo alla fine del ragazzo e alle tragedie umane. Ha interpretato così una bellissima poesia del poeta inglese Wytan Hugh Auden che parla proprio di questo quadro:

Sulla sofferenza non avevano mai torto i pittori antichi; come capivano bene la sua posizione umana; come si svolga mentre qualcun altro mangia o apre una finestra o solo cammina pigramente;come, quando i vecchi aspettano riverenti e ardentemente la nascita miracolosa, ci debbano sempre essere bambini a cui non interessa affatto che accada, e pattinano su uno stagno al margine del bosco: non dimenticano mai che anche il terribile martirio deve avere il suo corso in qualche modo in un angolo, in qualche posto sciatto dove i cani continuano a fare la loro vita da cani e il cavallo del torturatore si gratta l’innocente posteriore contro un albero.

Nell’Icaro di Brueghel per esempio: come ogni cosa si allontana in assoluta calma dal disastro; l’aratore potrebbe aver sentito il tonfo, il grido desolato, ma per lui non era un fallimento importante; il sole splendeva come doveva splendere sulle gambe bianche [del pescatore] che scompaiono nell’acqua verde, e il costoso veliero leggero che doveva aver visto qualcosa di sorprendente, un ragazzo che cade dal cielo, doveva andare da qualche parte e continuava a navigare tranquillo.   

 

 I bambini e i proverbi, la Cuccagna e i ciechi

            

Negli anni di Anversa il ventenne B si dedica ad alcuni grandi quadri che diremmo enciclopedici. Ovvero è raffigura in un’unica grande scena una sorta di collezione dei comportamenti umani. E’ come affascinato dei comportamenti quotidiani, dai piccoli vizzi, virtù, detti, proverbi, abitudini… l’uomo nel suo agire.
Uno di questi è i giochi dei bambini. Una illustrazione di 80 giochi conosciuti del tempo tutti ambientati in una ipotetica città priva di adulti, ma abitata solo da bambini, dai più piccoli agli adolescenti.
Da un lato la bellezza di quest’opera proviene dal catalogo di costumi usati e dalla possibilità di riconoscere anche molti di questi giochi: c’è il pallone, il pozzo, la cavallina, il nodo, le capriole, moscacieca…
Dall’altra parte è molto di più di una illustrazione, quasi una metafora della vita degli adulti: dà una sensazione inquietante il fatto che sia un mondo popolato da bambini e che l’unico volto di adulto sia quello della maschera che usa un ragazzo per spaventare gli altri, quasi fosse la maschera di un mostro.
L’altro aspetto è che tutti questi bambini non ridono affatto dei loro giochi, non mostrano di essere contenti o sorridenti… quasi che soddisfare il proprio edonismo, vivere alla ricerca del proprio trastullo sia in realtà solo una condanna.
Sembra che giochino come gli adulti lavorano. Per me la tragicità di quest’opera sta nell’apparente inutilità, nel non senso di tutte queste attività. Non c’è un’opera comune in costruzione, non c’è un senso più grande che leghi tutti questi bambini.

La stessa scena, forse la stessa critica, compare nel grande quadro di Berlino sui Proverbi. Anche qui in modo enciclopedico (costruito sullo stesso asse prospettio) sono raccolti più di centro proverbi fiamminghi. C’è da dire che l’opera è molto legata al pensiero umanista di Erasmo di Rottardam che aveva scritto una raccolta di massime e proverbi degli antichi. Come se il proverbio e la massima fosse lo strumento migliore per diffondere in tutti i ceti una nuova filosofia e una morale. O come strumento per vedere la vita sempre in bilico tra la saggezza e la follia, questo un po’ fa il proverbio: crea saggezza indicando la follia. Ma ben prima di Erasmo –penso– il Vangelo stesso è fatto di sentenze (loghia) di Gesù che sono dei detti e richiamano le immagini più popolari: “la gioia della moneta ritrovata”, “l’albero che nasce dal seme”…
Ma anche qui è ben più che una enciclopedia di detti: pescare dietro la rete”, “il pesce grande che mangia il piccolo” (oggetto della prima sua incisione), “uomo che si confessa dal diavolo” –alcuni noti anche a noi “navigare con il vento in poppa” o “sbattere la testa contro il muro”).
C’è un mondo alla rovescia (come indica il globo alla rovescia sulla capanna). Un mondo dove l’agire dell’uomo si schematizza in pratiche e in atteggiamenti della vita per lo più a lui dannose o insensata. Questa critica però viene fatta attraverso la saggezza popolare, attraverso un’ironia per cui sorridiamo, ad esempio, nel vedere un uomo che cerca di afferrare due pani troppo distanti con le braccia []. Però nel sorridere di questo personaggio anche ritroviamo qualcosa di noi stessi, in lui come nell’uomo che deve chinarsi per “fare fortuna” o attraversa il mondo. Non possiamo non trovare qualcosa dei nostri difetti e rileggerli però con un certo sorriso sulle labbra, un po’ perché tutti accomunati dagli stessi mali e un po’ perché è la goffaggine nostra a comparire. Insomma, una misericordia e un’ironia che ci fa vedere le cose ma un po’ ci salva.

Oltre ai pesci grandi che mangiano i pesci piccoli, oggetto già di uno dei suoi primi disegni: ci sono due proverbi o due temi che B. riprenderà anche in seguito, che saranno nella sua vita due soggetti importanti: il primo sono i pani sul tetto (stranamente non in prospettiva, ovvero il mondo dell’abbondanza e il secondo è il tema dei ciechi che guidano altri ciechi.

Il paese della Cuccagna, riprende il detto sui pani che ritornano affronta il tema sempre presente in tutte le culture e storie (da Boccaccio, ai fratelli Grimm con la casetta di marzapane, al Paese dei Balocchi di Pinocchi, fino agli ultimi film come “piovono polpette” che sono sempre la riproposizione della stessa questione). Il tema del sogno di un godimento senza fine, senza misura e senza fatica. Un regno dal quale si acceda attraversando una montagna di farina [] e i tre stati della società (chierico, contadino e nobile) dormono inebetiti, mentre il maiale si lascia uccidere da solo come l’uovo alla coque è si fa mangiare. Grossi e inebetiti, con il libro chiusi, in un sonnellino digestivo (fatto sui simboli della loro appartenenza) ci fanno sorridere… forse in un sonno che è quasi un essere morti. Come dice la bibbia: “l’uomo nella prosperità non intende, è come gli animali che periscono”. Ma tutto questo non è detto con moralismo, ma con il sorriso di chi un po’ desidererebbe questo mondo per sé e un po’ vede quando sarebbe spaventosamente assurdo e forse mortale.

Oltre al tema del paese della Cuccagna, B. riprende un secondo detto, che compariva già in fondo al quadro sui proverbi fiamminghi, e sarà uno dei suoi ultimi quadri, dipinto un anno prima di morire. Un detto del vangelo (Mt 15) dove Gesù rivolto ai farisei –denominate guide cieche, dice “se un cieco guida un altro cieco, entrambi cadono in un fosso”. Ma era un detto già in Erasmo e fatto risalire pure ad Orazio. Rispetto al detto evangelico qui i ciechi in fila sono sei e B li rappresenta con un attento studio anatomico, al punto che i medici oggi riconoscono ben sei specifiche malattie visive: quello che è rivolto verso di noi ha i bulbi cavati, il seguente ha un glaucoma alla retina, il quarto ha una atrofia del nervo ottico, il quinto è fotofobico e il senso ha una particolare malattia autoimmune. Mentre il primo di cui non vediamo il volto è invece caratterizzato da uno strumento (la ghironda) detto anche strumento dei ciechi e usato dai mendicanti del tempo. Essendo il cardianal Perrenot de Granvelle uno dei suoi grandi mecenati, escluderei la lettura eretica che vede una accusa alla chiesa rappresentata sullo sfondo (con albero secco). Penso invece non sia un caso che questi ciechi medicanti in realtà non siano affatto medicanti, ma vestiti con pesanti borse di soldi. In un’analoga stampa B. aveva accompagnato il disegno simile con la scritta “viaggia sempre con cautela, sii sincero, non ti fidare di altri che di Dio perché quando un cieco guida un altro cieco finisce che cadono entrambi in un fosso”.

Ironia della sorte, questa stessa opera fu rubata dal commando di Göring durante la seconda guerra mondiale e appeso nel suo palazzo fuori , prima di essere portato nelle miniere di sale dell’Alsazia ed essere ritrovato da quel famoso giovane di Princeton (Dewald). Un monito che Göring forse non capì o forse fu il quadro ad essere profetico.

Eppure, per me la grandezza di queste opere sta in questo:
Bruegel dipinse gli uomini del suo tempo, la loro vita quotidiana con le sue minute glorie e le sue sempiterne misere, ma non lo fece mai, neppure nelle sue opere più dense di significati allegorici, ergendosi a giudice; chiamandosi fuori da quel che rappresentava. Ecco: lui non dipingeva “gli uomini” ma “noi uomini”.

 

Le torri e il Vangelo nascosto

                  

Non ti fidare altri che di Dio, è infondo lo stesso tema di tre opere sul lavoro degli uomini sull’eccessiva fiducia che gli uomini posso porre nel loro lavoro o sulla tecnica (come in Icaro). A proposito il Papa scrive nella sua enciclica Laudato Si:
La tecnologia che, legata alla finanza, pretende di essere l’unica soluzione dei problemi, di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose, e per questo a volte risolve un problema creandone altri
Non abbiamo tempo di guardare nei dettagli queste opere tra le più famose. In origine tre versioni, ma una è andata perduta.
Mi limito a tre cose: sono state dipinte appena dopo il suo matrimonio e trasferito di città nella nuova capitale Bruxelles, è quindi forse velata una riflessione sulla nuova città. La cosa più affascinante che è stata messa in luce è che non solo la torre (che appare andare avanti e continuare freneticamente il lavoro) pende sulla città stessa, ma che la costruzione è in qualche modo impossibile perché accoppia una spirale e una costruzione ad archi (simile a quella del Colosseo), quindi deve procedere storta e in qualche modo non potrà mai finire.
In una seconda versione, forse più drammatica, non c’è il Re Orientale (Nimrud) al quale gli uomini si inchinavano e che dirigi i lavori, ma c’è nascosta al centro una processione ecclesiastica. Allusione che forse Dio non è la Chiesa. E le stesse mire di potenza dei governanti ce le hanno avute le cariche ecclesiastiche.

Negli ultimi anni della sua vita, durante il suo soggiorno a Bruxelles, B. torna a nascondere qualcosa nei suoi quadri.  E ciò che decide di nascondere non sono insegnamenti morali, ma semplicemente il Vangelo. Rappresenta gli episodi del Vangelo così immersi nella sua quotidianità, nei villaggi o negli eventi del suo tempo, che sembrano assolutamente in secondo piano e chiedono di essere riconosciuti. Così il vangelo sembra riaccadere nella quotidianità della vita, ma nascosto, non appariscente, solo per chi sa vederlo.
Così nella adorazione dei magi della prima nevicata mai dipinta nella storia dell’arte: una scena di paese, tutti intenti a vedere il nuovo effetto della neve e nessuno si accorge del tema: Gesù sotto una capanna.
Così nel censimento dove tutta l’attenzione è al banco delle file e alla vita del villaggio, citato nella poesia di Auden come qui bambini che giocano sul ghiaccio indifferente della nascita di un uomo. O la strage degli innocenti che assomiglia assolutamente a una tipica incursione punitiva degli eserciti asburgici (con tanto di stemma) nei villaggi fiamminghi.
Così in un bellissimo paesaggio delle alpi che ritrae il cattivissimo duca D’Alba, che passa le montagne con l’esercito per arrivare in Olanda e instaurare il terrore, dipinto di spalle di nero, B. sogna che accada una conversione di San Palo, eccolo in piccolo nascosto nel dipinto.
Così in questa scampagnata di popolo che danza e fa festa, ma in realtà accompagna al calvario un Gesù che sembra scomparire nella folla. Il vangelo nascosto.

Vorrei chiudere con quest’ultimo quadro che è forse l’ultimo dipinto da B. Apparentemente una scena contadina del suo villaggio, la festa di un matrimonio, un banchetto nuziale. La sposa sotto la corona, mentre non è chiaro chi sia lo sposo. Il banchetto ha luogo in un granaio e grazie al muro di paglia o al grano appeso è visibile anche il “lavoro” con cui si “strappa” il cibo dalla terra. Gli uomini mangiano senza imbarazzo (a differenza di tutti i dipinti del tempo dove mai l’uomo era ritratto nell’atto di mangiare). La minestra viene servita da una pensilina… e un uomo, pensiamo un autoritratto del pittore, si confessa a un monaco. Eppure, come non riconoscere in questo scorcio di vita del tempo, nascosta tra la gente, la solennità della scena delle nozze di Cana, le giare riempite d’acqua e l’assaggio del vino da parte dell’oste. Forse, il quadro più di tutti dove il Vangelo e la vita sono stati nascosti e uniti. E dove B. stesso si è voluto nascondere, nell’atto della sua confessione. Tesi avvalorata tra l’altro dallo scritto di un suo biografo (van Mandel che racconta era solito imbucarsi alle feste di matrimonio).

Qui allora sarebbe Bruegel a chiedere alla fine perdono del suo essere a volte spietato nei confronti di una umanità rappresentata con tutti i suoi difetti bene in mostra, compresi forse quelli del suo creatore. Una umanità spesso piccina piccina che moralmente si perde nell’immensità della natura che la sovrasta e di un Dio spesso nascosto ai suoi occhi malati.