Messa in Coena Domini

Abbiamo già meditato a lungo in questa quaresima questo Vangelo, soprattutto durante le vie crucis e ci siamo spesso fermati sul momento del Getsemani o sul processo di Caifa o sul tradimento di Pietro.
Mi limito quindi a due osservazioni personali, la prima sul tema della solitudine e la seconda su quello dell’eucarestia.

Ci sono tante forme di solitudine descritte in queste letture. C’è la solitudine di Giona che è una solitudine da Dio: Giona fugge da Dio, non vuole accettare il suo compito, pare quasi arrabbiato con Dio e per questo finisce solo su una barca in tempesta… qualcuno oggi può identificarsi con questa solitudine! Ma poi Giona, vinto da Dio stesso in questa sua fuga, ne prova una seconda: la solitudine rispetto alla sua società, alla società che vive, alla città di Ninive dalla quale si sente deriso… si allontana, se ne sta da solo sotto una pianta di ricino e in questa solitudine invoca la morte: come se l’esperienza che vive, il mondo nel quale vive con le sue sfide, fosse sentito da Giona solo come una fastidiosa insidia.
Dio disse a Giona: “Ti sembra giusto essere così sdegnato per una pianticella di ricino?”. Egli rispose: “Sì che è giusto: ne sono sdegnato al punto di invocare la morte” (Gn 4,9).
Il piccolo Giona è ridotto a tanta meschinità da dover far dipendere il senso e il valore della propria vita da una pianticella di ricino.
Simile a Giona diventiamo spesso tutti noi, trovandoci quasi costretti a far dipendere il senso della nostra vita dal plauso degli altri, dalla loro presenza fisica o da tante piccole cose che non hanno valore profondo, perché isolati dalla chiamata di ciò che il mondo e Dio ci chiedono in questo momento, lontani dal compito che Dio ci affida ora.

Anche Paolo affronta questo tema, ma questa volta in senso opposto: dice a gente che non è interessata a una vera comunione, che protegge la sua solitudine come un tesoro che gli altri potrebbero mettere in crisi (questa è una solitudine “comoda”), quando cioè la solitudine diventa egoismo insomma… e li ammonisce che non c’è comunione con il Signore se non c’è con i fratelli, come –possiamo aggiungere parafrasando Gesù—non c’è perdono se anche noi non ci perdoniamo vicendevolmente.

Infine, Gesù stesso vive un’esperienza di solitudine, ma non certo quella di Giona che fugge da Dio né quella dei Corinzi che fugge dalla responsabilità della comunione.
Quella di Gesù è invece una solitudine non cercata ma che pure si palesa nella vita. Quella di non essere stato capito: Giuda ma anche Pietro, Giacomo, Giovanni… persino i suoi amici sembra lontani e incapaci di capirlo. C’è ancora il Padre nella sua preghiera, è una solitudine che ancora non ha perso il Padre… Dio ancora ascolta, conforta… ma sappiamo che presto, sulla Croce, Gesù sentirà la solitudine anche da Dio: che è forse in assoluto quella più tremenda.

Riflettevo in questi giorni che è strano che tutti noi nasciamo in relazione, in simbiosi con un altro, con la propria madre, ma moriamo da soli… sempre si muore “da soli” e non per il fatto che gli altri non possono esserci vicini (come accade in questi giorni) ma perché si è soli dentro questa esperienza che mai potrà essere condivisa e per quanto sia importante e auspicabile l’affetto dei cari non potrà mai colmare il fatto che ciascuno “ci va da solo”, persino separato a chi ama di più. Il morire non è una esperienza condivisibile.
C’è qualcosa dentro il mistero di noi stessi che non sarà mai comunicabile e che forse riguarda il rapporto che abbiamo con Dio. Per questo Gesù dice: quando preghi entra nella tua stanza e chiudi la porta e prega nel segreto. C’è un segreto che è per forza luogo di solitudine che spesso gli altri, non per cattiveria né per mancanza di amore, non potranno mai entrare. Ma Dio sì. Diceva Chagall: “solo mia è la patria della mia anima”, ma dovremmo dire “neanche mia”… forse “solo di Dio”.

Il secondo punto: l’eucarestia. Mi pare particolarmente significativo che in questo Gesù momento abbia lasciato un segno della comunione, di vicinanza che non è a un discorso, non è a una preghiera ma a un “pane e vino” per noi che sono il suo corpo. C’è qualcosa di pre-verbale, qualcosa che ci tocca ancor prima che impariamo a parlare, molto più in profondità delle parole… tutti mangiamo da quando siamo nati e le parole vengono molto dopo. Cibarsi è molto più profondo che parlare.
Forse l’unica soluzione alla nostra solitudine, a quelle parole che non potranno mai esprimere chi siamo, è il silenzio di qualcosa che non ha ancora parole: è la forma del pane e vino che si mangia, dell’assimilare Dio così nella carne. Una comunione più intima dello scambio di parole, come quando chi si ama capisce l’altro benissimo anche senza dire nulla. Se ci si pensa seriamente vengono i brividi.

L’ultima considerazione: è dieci anni che dico Messa e oggi non posso non ricordare questo mio personale rapporto con l’eucarestia. Credo di conoscermi un poco, arrivato alla mia età, e so che non sono una persona metodica e costante. Ho sempre temuto di ripetere tutti i giorni qualcosa di identico e sempre uguale. Eppure, in questi dieci anni non mi sono mai annoiato/stancato/stufato nel ripetere questo rito, in fondo sempre uguale, tutti i giorni.
Credo profondamente che se qui, in questo pane eucaristico, non ci fosse qualcosa di vero, non ci fosse Dio, non ci fosse una presenza reale che va ben oltre una ripetizione simbolica… beh io, per come sono, mi sarai stufato. In altre parole, credo che sia la natura di questo sacramento e non altro, il fatto che il Signore è capace di toccare ciò che profondamente siamo, a renderlo ripetibile tutti i giorni della vita, ma ogni giorno come fosse nuovo, come fosse unico.