Marc Chagall. Mia soltanto è la patria della mia anima

Diapositiva1

Io non sono uno storico dell’arte né uno specialista di Chagall. Vengo da una famiglia di persone che si sono occupate di arte da più generazioni e da bambino sono stato circondato da opere e libri d’arte, ma poi ho deciso di fare altro nella mia vita, di vivere diversamente e di conseguenza anche di guardare in un altro modo lil linguaggio artistico. Non dovete aspettarvi dal mio discorso un contenuto accademico o critico, ma proverò a raccontare qualcosa del “mio” Chagall, quello che fin da ragazzo ho imparato ad amare.

Mi sono appassionato a Chagall nel 2001. A Lugano c’era una grande mostra antologica ed io avevo appena conseguito la patente di guida. Era una mostra molto simile a quella che c’è ora a Milano, una grande antologica, e fu per me una vera rivelazione; importante almeno quanto il primo viaggio che feci in autostrada! Da allora ho continuato ad amare questo artista, che ha accompagnato molte mie riflessioni e catechesi. Ho portato, per esempio, più volte i ragazzi a Nizza a vedere il grande “Museo del messaggio Biblico” , un museo che è stata l’ultima grande opera spirituale dell’artista: lui era convinto che la destinazione del cuore dell’uomo non poteva che essere “la” religione e non “una” religione.
Ricordo che a Lugano ho capito subito una cosa: Chagall è un artista che per essere compreso va amato; che è più facile da amare se non si pretende di comprenderlo e spiegarlo razionalmente del tutto. Chagall non ama essere spiegato.

Diapositiva2 Diapositiva3

 

 

 

 

Inizierei da una domanda, la più banale possibile: chi è Marc Chagall? Di solito si chiede di un artista a quale corrente appartiene, dove ha vissuto, quali sono i suoi maestri, ecc. Capirete subito che la risposta a questa domanda è un tema stesso delle opere, è un problema ricorrente e decisivo di tutta la lunghissima vita di Chagall (vive 98 anni!). Il problema della sua identità, di trovare sé stesso –ma più in generale il problema dell’identità dell’uomo– è forse la grande e centrale questione del suo lavoro.
Diapositiva5La mostra di Milano, non a caso, si apre e si chiude proprio su questo tema. La prima sala presenta infatti questa riflessione sull’autoritratto a partire da un piccolissimo bozzetto di un autoritratta con aureola . L’ultima sala si chiude con un grande autoritratto di Chagall nelle vesti di don Chisciotte (1974) . Esso è parte di un gruppo di quadri dipinti negli ultimi anni che parlano tutti dell’artista stesso: la caduta di Icaro e il figliol Prodigo. Quest’ultimo quadro merita particolare attenzione perché il tema è certamene cristiano e il soggetto è ispirato dalla sua profonda conoscenza e affinità spirituale con Rembrandt, che dipinge questo stesso soggetto alla fine della sua vita proprio in forma autobiografica. Chagall nei suoi ultimi anni si rispecchia in don Chisciotte (per l’artista è l’uomo che combatte per un ideale e non tanto contro i mulini a vento), in Icaro che cade spinto anch’esso da un ideale di conquista e nel protagonista della parabola di Cristo che si riconcilia con il padre. Queste tre opere costituiscono un intero trittico autobiografico.

Diapositiva7 Diapositiva8 Diapositiva6

 

 

 

 

Perché Chagall ritorna sempre sul tema della propria storia, parla continuamente della sua vicenda umana, della sua origine ebraica o della propria città natale (Vitebsk)? Quasi volesse opporsi all’arte del suo tempo più all’avanguardia, che diventa per la prima volta completamente astratta (in Malevich e Kandisnkij, ad esempio), che elimina la storia soggettiva per cercare una visione scientifica del mondo (cubismo e futurismo)?
Troviamo una risposta in due elementi della vita di Chagall che meritano di essere approfonditi.
In primo luogo, Chagall continua a sentirsi un pellegrino, nel senso che non si identifica del tutto con il mondo a lui contemporaneo (come non capirlo?). In questo senso è davvero il profeta in senso biblico, colui che vive il suo tempo ma nel suo tempo non riesce a trovarsi a proprio agio.
Chagall si trova a disagio rispetto alla cultura secolare che incontra soprattutto a Parigi e alla conseguente visione del mondo che fa a meno di Dio e di una spiritualità. Egli scrive: “noi rifiutiamo ogni divinità, parliamo persino della sua decadenza. Ma facciamo un errore: cerchiamo qualcosa in grado di sostituire questo senso divino. Ci occupiamo freddamente, attraverso il calcolo, di migliorare la situazione materiale dell’uomo e il suo destino. Con questo, però, spesso distruggiamo in noi stessi e negli altri l’amore, il Divino, chiamatelo come volete” (1985, Conferenza all’università di Chicago).
Quindi non partecipò veramente a nessuna delle avanguardie che pure incontrò durante la sua lunga vita.
Diapositiva10Fu influenzato dal Cubismo e usò la sua scomposizione dei piani (guardate per esempio), ma non condivise nulla dei suoi principi. Dei cubisti diceva: “mangino puro le loro pere quadrate sui loro tavolini triangolari”. Di Picasso – che non amava, mentre amava molto Matisse- disse, ironizzando sulla sua smisurata produzione: “Picasso? Un grande artista, peccato che non abbia dipinto nemmeno un quadro. Scriverà a proposito delle teorie cubiste: “Io voglio un’arte della terra e non solo un’arte della testa”.

Diapositiva11Tornato in Russia dopo lo scoppio della prima guerra mondiale e durante la rivoluzione russa, fondò egli stesso una scuola di pittura, invitando amici pittori e allievi con i quali condividere la ricerca artistica. Ma anche questa esperienza si trasforma in una grave delusione: in particolare il suo rapporto con Malevic (e il suprematismo, che si rivolge alla non rappresentazione e alla pura sensibilità plastica), fu vissuto da lui come un vero tradimento.

Diapositiva12Fu invitato a far parte del movimento surrealista durante il suo secondo periodo francese, ma rifiutò esplicitamente. Il quadro Nudo sopra Vitebsk potrebbe ricordarci il mondo onirico e fantastico dei surrealisti, ma in realtà è anch’esso un quadro autobiografico: Bella e la sua città.

 

Chagall non si identifica totalmente neanche con un paese : nasce in un paese della Bielorussia, Vitebsk –nel 1887, durante un periodo molto promettente per la Russia (Dostoevskij muore nel 1881). Questa città che rimarrà sempre dentro di lui come un ricordo indelebile, ma la lascerà per trasferirsi a Parigi, finendo poi per rinnegare la Russia (ci tornerò solo ottantenne senza più riconoscerla). Otterrà la cittadinanza francese, scapperà in America, farà numerosi viaggi in Israele e infine si ritrasferirà in Costa Azzurra per trascorrere gli ultimi anni di vita. Da vero ebreo, rimane in realtà un esiliato.
Alla domanda “si sente un pittore russo?” Chagall rispose con una frase ambiguamente significativa: “sono Russo ed ebreo ma senza la Francia non sarei quello che sono”.
Penso che solo attraverso questa riflessione si capisca appieno la figura sempre presente dell’ebreo errante con il sacco sulle spalle. Non è solo il ricordo di una tradizione, ma la rappresentazione della sua stessa vita. Ed ecco anche come, di nuovo, Chagall stesso riemerge con la sua vita nei suoi quadri.

Diapositiva14Penso che da questo mio discorso introduttivo si capisca il titolo che ho dato a questa serata: “Mia soltanto è la patria della mia anima” – una frase tratta da una poesia dello stesso Chagall; non dei cubisti, non dei francesi, dei rivoluzionari… proprio perché l’artista non ha nessuna ideologia da difendere (nel periodo delle ideologie). Essa non esprime un intimismo ermetico, ma che il mistero della mia esistenza –che attraversa tutta la storia, le città e i movimenti artistici che ho incontrato– non riesce ad identificarsi totalmente in essi. Chagall nutre una nostalgia (in senso etimologico) insanabile, segno di questa incompiutezza. Questo carattere irrisolto, pure presente in Rembrandt (suo grande maestro e ispiratore) è davvero impastato nei toni e nei tratti della sua pittura.

Diapositiva15Faccio un’ultima considerazione su questo tema tanto decisivo, testimoniato dal numero incredibile di autoritratti. Vediamo insieme alcuni.
Scrive, a proposito dei suoi autoritratti, che da ragazzo passava molte ore allo specchio. Una volta fu sgridato da sua madre, che lo sorprese. Ma – egli scrive- “non lo facevo solo per compiacermi, ma per capire a quali difficoltà sarei incorso in giorno che avrei fatto un mio autoritratto”. Una nota interessante, perché ci illumina su quanto fosse precoce e forte questo tema di raccontare di sé, contro ogni forma di arte “astratta”, “scientifica” o neutrale che abbia la pretesa di slegarsi dalla identità del suo autore.
Diapositiva16In mostra ci sono moltissimi autoritratti, ma anche quando non dipinge autoritratti è sempre presente nelle sue opere. Cercarlo nelle sue opere (magari è un pittore, magari un amante unito alla moglie) è certamente un buon modo per comprendere i sui quadri. Persino i paesaggi sono un racconto di sé: non sono paesaggi al modo degli impressionisti, in qualche modo fine a se stessi, ma sono sempre le case di Vitebsk, o la Parigi dove viveva o le città della Provenza, perché sono i luoghi della sua storia personale.

C’è una seconda ragione per la quale questo tema è “il” tema di Chagall. Non vi è solo il sentirsi pellegrino su questa terra o il non ritrovarsi nella modernità.
Per lui ogni forma estetica, ogni bellezza è solo “spirituale”. Dice in modo molto esplicito: “probabilmente passo per un mistico. Ma che cos’è mistica? Anche la nascita di un bambino è mistica”. Dunque, cos’è spirituale o mistico? Per l’artista è spirituale ciò che affronta il dramma personale della vita senza lasciarsene schiacciare, ciò che non si sottrae al compito di fare unità tra il dramma che vivo e una promessa di bene che intravedo. Scrive: “cercavo un posto che mi aiutasse a dipingere quadri non di questo mondo, non accademici, non formali, bensì quadri che fossero come lacrime sospese nell’aria”.
Per questo motivo, a 35 anni, quando è in un momento decisivo della sua vita e deve abbandonare la Russia per la seconda volta sapendo di non poterci più tornare, di fronte al fallimento della rivoluzione russa nella quale aveva creduto, Chagall mette mano alla sua vita e scrive una autobiografia: “Ma vie”, “La mia vita”. Un testo dal quale non si può prescindere per capire la sua arte (il libro si conclude dicendo: queste pagine hanno lo stesso senso di una superficie dipinta), affronta la fatica di raccontare non solo la sua infanzia, l’adolescenza, la scoperta di essere artista (che avviene attraverso un amico che vede un suo disegno, perché egli stesso non conosceva la parola “artista” dato che la mentalità ebraica strettamente ortodossa non prende in considerazione questo tipo di lavoro). “Ma vie” è anche un testo pieno di riferimenti ai suoi quadri. Per esempio (lo ascolterete alla fine in un breve filmato), dice: “nel quadro che ho dipinto quel personaggio sul tetto era…”. Oppure, in un passo molto famoso scrive che alla sua nascita scoppia un incendio ed egli è trasportato via. Commenta: “Io sono nato morto. Non ho voluto vivere, immaginate una vescichetta bianca che non vuole vivere”. Come se fosse zeppa di quadri di Chagall.

Diapositiva19

Chagall sarà sia pittore e che scrittore. L’artista, infatti, continuerà a lavorare agli scritti sulla sua vita e a comporre poesie (una è anche il testo di una canzone di chiesa di Sequeri).
Il catalogo della mostra di Milano contiene un testo inedito in cui l’artista, ormai sessantenne, compone ancora una volta delle memorie. In esse si racconta un episodio particolarmente significativo: nel passare la frontiera per andare prima a Berlino e poi in Francia nel 1922 per fuggire al comunismo, l’artista legge delle scritte: “proletari di tutto il mondo, unitevi!” E commenta in modo molto significativo: “unirsi davvero? Che bella cosa sarebbe! […] Ma come faccio io a unirmi? Per tutta la vita avevo sognato di unirmi, con me stesso, con tutto il mondo”. Ecco perché spesso compare nei suoi autoritratti un doppio volto di Chagall.

Diapositiva20Chagall ha un’idea fortemente affettiva, fisica, emotiva della vita che va tenuta insieme, di cui è necessario fare memoria. Non gli interessa l’intimismo psicologico né l’astrattismo geometrico delle avanguardie russe, ma la vita fatta di volti, di ricordi, di amicizie… che possono anche lacerare fino a farti a pezzi se non le tieni insieme dentro un racconto che li redime. E’ così per ciascuno di noi. Per questo la “chimica del colore”, come la chiama Chagall, porta un impasto che racconta tutta la fatica e la sofferenza del vivere, ma la redime senza cancellarla. Dove sta la verità della vita? Nei figli che ami, nella moglie che conosci da anni, negli amici che non ti hanno abbandonato… ma questo ognuno di noi lo sa! Sono affetti con i loro drammi e i loro legami. Questo deve fare l’arte: mostrare tutta la loro complessità.

Diapositiva21Nella fatica della sua esistenza, del suo non identificarsi con un gruppo, come nella sua solitudine, due cose salvano Chagall e sono il motore di questa redenzione: il suo rapporto con Dio, la sua fede; il suo rapporto con Bella, la sua donna.
Sono due temi, entrambi molto presenti e inseparabili. A Nizza, nel suo museo dedicato alla Bibbia (non posso dire molto perché ci vorrebbe una serata solo per questo) Chagall, nel cuore di questo museo fa fare una stanza a forma di stella di Davide, ispirato al Cantico dei Cantici dedicato all’amore, al suo amore per Bella prima, e dopo la morte di lei a Vava, la sua seconda moglie. Si racconta che a 96 anni, entrato in quella stanza, ebbe a mormorare “Dio è qui” (Dieu est ici).
Diapositiva23Troverete sempre Bella nelle sue opere. E’ davvero molto bello leggere della loro relazione anche negli scritti. Bella è una ragazza di Vitebsk, che Chagall sposa tornando in Russia dopo il suo primo viaggio a Parigi, nel 1914 allo lo scoppio della prima guerra mondiale. Ma è una ragazza ricca e il padre si oppone al matrimonio dei due. Questo non cambia il loro amore, riescono a sposarsi e Bella diventa la musa ispiratrice di tutti i suoi quadri. C’è sempre un angelo da qualche parte e c’è sempre Bella. Abbandona con lei la Russia, si trasferiscono insieme in Francia, hanno una figlia. Vivono insieme il dramma della discriminazione semita e quegli stessi francesi che comperavano le sue opere scrivono ora sulla sua porta “vattene ebreo!”. Insieme migrano in America, ma in quella nuova terra Bella si ammala e muore. Chagall ricorda il momento nel quale scopre la sua malattia: Bella libera delle scatole e gli fa vedere dove mette le carte dei suoi appunti dicendo: “così saprai dove sono le cose”… Chagall capisce, da quel “saprai” che non c’è speranza. Alla morte di Bella un telo nero cala sulla sua vita. Solo l’incontro con Vava lo riporta alla luce, ma non cancella nulla di Bella che rimarrà fino alla fine la sua vera musa.

Su questo tema dell’amore per Bella vorrei dire solo una cosa. Certamente Chagall ha in mente che la passione è in grado di trasfigurare la realtà. Questa “realtà trasfigurata” non è meno vera o realistica della realtà che siamo abituati a pensare. La passione amorosa non è fine a se stessa, coinvolge il mondo, e non conduce a una trascendenza vuota o a una forma di psicologismo, ma a un nuovo modo di vedere tutto. L’amore ha sempre una capacità di trasformare l’intero. La trascendenza non è una sensazione pura e vuota, ma una risonanza con il cosmo (si ricordi il testo di Osea: “il cielo risponderà alla terra…”). La verità dei sensi non è di natura essenzialmente fisica (come ci hanno abituato a pensare), ma riguarda il proprio senso dell’essere al mondo: la risonanza del mondo nell’uomo e dell’uomo nel mondo.

Diapositiva24Da dove Chagall attinge questa idea antropologica antropologia?
Certamente dalla tradizione ebraica, o meglio chassidica. Noi abbiamo in mente l’ebraismo come una religione abbastanza rigida, fatta di norme, del talmud… ma l’ebraismo russo ha vissuto un profondo rinnovamento di questo ebraismo rabbinico a partire dal XVIII sec.
Qual è l’idea fondamentale della spiritualità chassidim, tanto decisiva per Chagall? Anzitutto la presenza del divino nella sua creazione in tutte le sue forme. Una presenza che non ti permette di cedere alla sofferenza e all’abbattimento. Una tradizione che vive del canto e della danza come liturgia: il movimento, nella preghiera in particolare, è la forma vera di celebrazione dell’uomo. Non solo: l’uomo è positivamente capace di creazione. Il rapporto con Dio non è retributivo (se fai questo, allora devi purificarti così o cosà) ma dialettico: Dio è una presenza vitale (la “viriditas” di Hildegard di Bingen).
Da qui si capisce la quantità di animali e fiori. Perché il mondo intero portatore è di una presenza, di una traccia di Dio.

La creazione però non accade nello schema spazio-temporale come l’abbiamo in mente noi. La creazione, nella tradizione poi sofiologica (sofia è l’intero) e cabalistica ebraica, è anzitutto creazione di un tutto, di un cosmo intero. Per questo ogni quadro di Chagall presuppone un tutto e si lascia interpretare solo dentro un “cosmo”. Le sue componenti e le sue figure non possono essere ridotte a una equivalenza di significati (il gallo equivale all’amore, la pendola al tempo, ecc.). Perché la realtà e il suo senso si intuiscono piuttosto nei rapporti complessivi che sono in grado di istaurare.
In questo senso lo “squadernamento” spaziale e temporale delle opere di Chagall, che sono sempre un insieme infinito e totalizzante di richiami, non è un fatto sureale o surrealista, ma deriva direttamente dalla visione religiosa: esso è un cosmo che esiste nel particolare. Particolarmente significativa è l’opera “io e il mio paese”.

Diapositiva26Un’ultima parola sul crocifisso. Consiglierei la lettura del romanzo di Chaim Potok “Il dono di Asher Lev” che si conclude proprio con una riflessione in ambito ebraico sul Cristo crocifisso cristiano, dipinto da un giovane artista ebreo.
Il tema è molto amato da Chagall e lo ritroverete molte volte in mostra e nei suoi quadri. Era un soggetto che dava molto fastidio agli ebrei, anche a quelli amici dell’artista. Tuttavia, anche l’uso che ne abbiamo fatto noi cristiani è altrettanto fastidioso perché Chagall non fu mai un cristiano. Forse proprio perché non aveva una fede da difendere, non aveva qualcosa di dimostrare agli altri, egli era in grado di vedere il “giusto messo a morte”, anche quello del proprio tempo, anche identificandosi con lui. Cristo è l’emblema di tutti i martiri di tutti i tempi. Vedeva bene quello che anche noi ogni tanto dimentichiamo: c’è stato un uomo ebreo osservante, che pregava tutti i giorni, che andava in sinagoga, che se non avevi nulla da difendere non potevi che seguirlo e ti affascinava, che ha amato un gruppo di discepoli… che muore non come fondatore di una nuova religione ma come muore un “giusto” a causa della sua vita da giusto.
Dimenticarsi di questo è dimenticarsi di Cristo, è mettersi dalla parte di chi vuole difendere qualcosa per sé, di chi vuole convertire il mondo, e quindi presto si ritroverà a mettere a morte qualcuno, in molti modi… Questa la bellezza del Crocifisso con il talled di Marc Chagall.

Print Friendly, PDF & Email