V domenica dopo il martirio

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“Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Il testo ebraico di questa frase può suonare in una traduzione leggermente diversa ma molto significativa: “amerai il prossimo tuo perché gli è come te stesso”. Se sono consapevole che l’altro è fatto della mia stessa pasta, che ha gli stessi pregi e difetti che ho io, questa vicinanza dà anche la forza di volergli bene. Come recita l’avvincente monologo dell’ebreo Shylock nel Mercante di Venezia di Shakespeare: “Non ha occhi un ebreo? non ha mani un ebreo ? organi, consistenza, sensi, affetti, passioni, non si nutre dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi, non soffre delle stesse malattie, non è curato con gli stessi rimedi,scaldato agghiacciato dallo stesso inferno dalla stessa estate di un cristiano? E se ci pungete non versiamo sangue? Se ci fate il solletico non ridiamo? Se ci avvelenate non moriamo?”. Papa Francesco nel carcere romano di Rebibbia aveva detto che l’incontro con i detenuti gli fa pensare che potrebbe essere lui a trovarsi lì ovvero, che in alcune circostanza della vita, lui forse sarebbe stato capace di agire come loro e nulla di meglio.

La vicinanza di sentire gli altri “come noi stessi” è ciò che ci permette di iniziare a voler bene a chi terremmo distante. Tuttavia, è anche ciò che ci permette di non idealizzare chi già amiamo. Se gli altri che già vogliamo amare sono come noi –si ammalano come noi, sbagliano come noi, hanno paure come noi, si appassionano come facciamo noi– non dovremmo pretendere che siano essi a riempire infallibilmente tutte le nostre mancanze e i nostri vuoti. Una questione non di poco conto oggi, dove appare evidente la necessità di “amare gli altri” ma non più altrettanto evidente la necessità di amare Dio. I due comandamenti sono per Gesù strettamente collegati: non si amano veramente gli altri senza amare in qualche modo Dio né viceversa. Forse allora era evidente e oggi non lo è più, come è possibile allora?

Lo dico in modo semplice: quando non siamo capaci di stare da soli, non siamo capaci di stare con gli altri. Alla lunga, useremo gli altri per riempire un vuoto che essi tuttavia non sono in grado di riempire. Due le conseguenze: o ci stuferemo di chi abbiamo iniziato ad amare “oltre la misura di sé stessi” o ci arrabbieremo con essi oppure soccomberemo alle loro pretese sempre maggiori. Una misura dell’amore umano che trova il suo centro altrove, è l’unico modo per farlo durare e renderlo vero. Chi si spende per gli altri (la famiglia, i figli, l’amata) senza un orizzonte più grande, capita spesso che venga o investito da frustrazione per quello che fa (perché si accorge che non salva il mondo o non cambia gli altri) o da un senso di impotenza oppure che inizi a odiare gli altri che l’hanno deluso, oppure a distanziarsene cinicamente. Se un uomo (un figlio o una donna o un genitore) diventa il mio tutto, questo tutto finirà per uccidermi o io finirò per odiarlo. Serve invece una misura e un senso a quell’amore.

Non si può amare un altra persona come si ama Dio, bisogna amarla come noi stessi, dentro una misura. Idolatrare qualcuno è molto appagante, ma non porta lontano e –come dice Paolo– alla fine ti riporta ad essere schiavo. Come alcune mamme, schiave degli impegni dei figli (quasi taxiste degli appuntamenti del figlio), oppure come alcuni ragazzi resi schiavi da alcuni immaginari di successo… senza l’umiltà di riconoscere loro stessi e gli altri. I due comandamenti devono restare legati se vogliamo rimanere liberi e sapere amare gli altri dentro la misura di “noi stessi”.

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